“L’ora del muto sentire”
Un personalissimo omaggio ad una città le cui atmosfere mi si sono incollate dentro da anni, e non sembrano intenzionate a staccarsi. Del resto, neppure io da loro.
Dedicato a tutti quelli che hanno avuto il privilegio di godere di attimi di malinconica, sublime bellezza in un luogo che, non serve fare il giro del mondo per comprenderlo, è un incomprensibile miracolo estetico.
Come Marlen, l’immaginaria protagonista di questo qualcosa ancora in formazione (un racconto, si direbbe…o forse neanche tanto), sono anch’io convinto che “non ci sia nulla di simile al tramonto veneziano in nessun altro luogo della terra”. E alla storia di Marlen “rubo” le parole che seguono, d’ottobre, a Venezia…
“Marlen uscì sorridente ma senza troppa fretta dalla scuola. In fondo, anche dopo mattinate esigenti trascorse sui banchi non aveva mai troppa premura di lasciare il vecchio palazzo dell’Istituto, proprio nel cuore popolare della Venezia che aveva scelto. Lei, da sola, da sempre… Si fermò sulla soglia per godere di quella frazione di secondo necessaria per allargare lo sguardo sull’intero Campo e raggiungerne i confini, quei muri ormai così familiari, calda linea del suo personale orizzonte.
Due scalini. Stop. Accese la sigaretta, l’ultima, quella offertale da Daniel durante l’ora di latino. Due sbuffi, cerchi concentrici di fumo crescevano piano piano prima di prendere il largo nel cielo spettacolare dell’ottobre veneziano.
Quel sole lucido, quasi distante eppure costantemente presente per ore, tagliente quando, inaspettatamente, saliva il vento freddo dalla laguna, cedeva solo verso sera. Esausto, si arrendeva all’oscurità ormai incalzante solo dopo una lotta breve ma senza risparmio. Sembrava infiammarsi improvvisamente, quasi gonfiandosi pareva accumulare energia per respingere l’assalto in un ultimo, orgoglioso sbuffo rosso come fuoco. Il tesoro di Marlen era questa manciata di minuti. Da più di un mese ormai, da quando Daniel l’aveva iniziata al rituale, si nutriva di questo spettacolo quasi ogni sera; strutturava addirittura l’intera giornata in modo da poter, quando l’ora era vicina (seppur non portasse alcun orologio dal giorno in cui suo padre se ne andò), svicolare con una scusa qualsiasi e lasciare ogni attività in cui fosse impegnata per quella manciata di irrinunciabili minuti. Il loro gioco consisteva nel cercare ogni giorno una riva nuova, uno slargo diverso, un ponte da cui liberare lo sguardo sopra ai tetti, un pontile che aprisse il sipario della laguna, o una semplice breccia verticale, uno squarcio fra due alti muri di quelli che a Venezia, ogni tanto ed inaspettatamente, mostrano un brandello di cielo vero.
Il segnale che indicava il momento del cambio di passo, in cui lasciare tutto e spiegare lo sguardo, era quell’attimo (sì, in realtà era proprio un segmento preciso e infinitesimale di tempo) che Daniel le aveva insegnato a riconoscere, quando scoprì che a Marlen era dato di percepirlo… era quell’inconfondibile cambio di luce che non puoi mai anticipare né afferrare, ma constatare un istante dopo che è già avvenuto e seguirne la chiamata, come un flauto ammaliante. L’ora in cui il pastello delle case si fa improvvisamente più vivo e profondo, i canali sembrano coprirsi quasi temessero il freddo della sera; ogni bagliore appare come una rivelazione e un silenzio ovattato e quasi solenne sembra calare sulla città e i suoi abitanti. E’ questo il cuneo magico, la fessura stretta in cui sbirciare prima che, con la stessa rapidità con cui si è aperta, si richiuda davanti a te.
Marlen e Daniel giocavano anche a trovare un nome per questo tempo sacro… anche se sembrava loro di non riuscire mai ad avvicinarvisi del tutto con le parole. Finora sembrava prevalere la definizione di Daniel, che una sera aveva sussurrato nell’orecchio di Marlen “è l’ora del muto sentire”.
Marlen conservava dentro di sè un senso di profonda gratitudine verso Daniel e stava in quei giorni lottando con il suo cuore per capire che cosa mai significasse in realtà condividere quel segreto con lui.
Di due cose Marlen era però assolutamente sicura: che non ci fosse nulla di simile al tramonto veneziano in nessun altro luogo della terra, e che avrebbe tanto voluto, un giorno, farlo vedere a suo padre.”
Diego Bizzotto

