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Affamata d’amore


Affamata d'amore non è solo un libro, ma una vera e propria storia d'amore. La storia d'amore tra Marco ed Elisa. Due sconosciuti che si incontrano per caso.
Lui, uno scrittore emergente. Lei, una ragazza misteriosa che ha letto un suo libro. Per innamorarsi! Sì, così dirà a Marco.
Un incontro tra due modi totalmente opposti. Lei, così piena di vitalità da sembrare a volte una bambina. Lui, pigro, cinico, alcolizzato, e propenso a mantenere i propri spazi.
Ma si può fuggire innanzi alla vita?
I nostri protagonisti da decenni scappano dalla vita. Lei un modo, lui in un altro.
Feriti, umiliati, usati.
Marco ed Elisa sono due corpi martoriati lasciati sull'asfalto.
Ma stavolta qualcosa li spingerà a sfidare quelle paure. La paura di fidarsi. La paura di mostrarsi. La paura di amare. La paura di vivere.
Una storia non adatta a chi ama libri teneri e pieni di dinamiche false. Una storia reale. Piena di quell'amore che ci fa sorridere a piangere. Una storia dove la paura d'amare ne fa da padrona. La storia di due persone. Una storia d'amore che ci farà commuovere, ridere, sperare, e forse innamorare.

Editore:
Damster edizioni

Genere: erotico/romance/hard boiled

Estratto:
Finii di leggere e la fissai, stringendola forte a me e accarezzandole il viso.
Era una cosa scritta da lei! Qualcosa che parlava di lei. Pagine in cui stavano scolpite le sue lacrime.
Dio, quasi mi venne voglia di piangere!
Gli occhi diventarono lucidi. Sentii un forte nodo stringermi la gola. E un macigno contro al petto, così pesante che sembrava quasi mi stesse schiacciando la gabbia toracica.
Risentivo nella mia testa tutte le parole appena lette. Le vedevo nitide e in movimento davanti a me. Vive. Incisive. Lancinanti.
Il suo volto da brava ragazza squarciato da un doloroso sorriso, quando un crudele missile lacerava le sue membra.
Rividi il dolore da lei vissuto. Immobile. Un oggetto da usare. Una bambolina con cui giocare. Un peluche da fingere di amare.
Le sue lacrime invisibili. I baci dati per non urlare. Gli amplessi sopportati per non impazzire.
Solo gelo. Metallo glaciale. Un dolore ormai anestetizzato dalla rassegnazione. Dalla rassegnazione di essere sola. Un puntino microscopico in un mondo troppo grande. Un mondo di bestie affamate e senza occhi. Di fauni diabolici armati di lanciafiamme.
Sì, quello era il suo volto. Il suo vero volto. Un volto da bambina ferita celato dietro un sorriso iperattivo. Nascosto dietro il suo fare arrogante e pieno di sicurezza. Una bambola senza volto né nome. Un nessuno, per tutti. Solo un manichino! Qualcuno di mai visto. Qualcuno di mai conosciuto, e dunque mai amato.
La stavo vedendo. Finalmente la stavo vedendo! Come mai mi sarebbe stato concesso in mille amplessi. Come mai avrei potuto fare con mille baci.
Ero lì, nudo al suo fianco. Nudo come lei, mentre stretta a me conficcava le sue piccole dita nel mio petto.
Lasciai poi cadere la birra a terra, concentrandomi solo su di lei. Non pensando ad altro che a lei.
<< Elisa >> le dissi, con un filo di voce.
Lei alzò lo sguardo verso di me. Fissandomi intensamente. Guardandomi come se attendesse da me una benedizione o una condanna.
Ma non dissi nulla!
La baciai e poi la strinsi a me. Accarezzandola e baciandola ancora. Celando in me quel segreto. Non capendolo. Non accettandolo. Trattenendolo con tutte le forze che mi restavano in corpo.
Poi mi guardai attorno, senza neanche muovere un muscolo. Rimanendo lì accanto a lei.
La casa era davvero un cesso!
Cioè, non che fosse una novità. La mia casa era sempre ridotta peggio di un campo Rom. Ma la cosa strana era che lei stava lì con me, e non mi stava rompendo le palle per mettere in ordine, né tanto meno per il mio bere e fumare.
No, il suo cielo non era più colorato di cemento, e nessun missile l'aveva penetrata per siglare un atto notarile.
Era libera. Libera di essere se stessa. E io ero libero di essere me stesso.
Lei poteva essere la stronzetta arrogante e dispettosa. Io potevo essere l'ubriacone asociale e cinico. Lei poteva essere la bambina fragile e desiderosa di amore. Io potevo essere tenero, senza timore di venir ferito.
Ci volevamo così. Ci andava bene. E forse quella era la vera magia. Ciò che ci faceva star bene! Il non doverci affannare per reggere una maschera. Il poter star finalmente nudi l'uno al cospetto dell'altro. Senza temere di mostrare le nostre debolezze. Senza aver paura di essere noi stessi.
Poi mi uscirono delle parole. Forse stupide. Forse inappropriate.
<< Parla del tuo ex? >> le chiesi. E lei di colpo divenne seria. Affondando le dita nelle mie carni e poggiando il capo sulla mia spalla.
L'accarezzai ancora. Senza insistere. Senza pretendere una risposta.
Poi la risposta arrivò dal nulla. Dopo lunghi secondi d'attesa.
<< Sì, parla di un mio ex. Ma non di quello di cui ti ho parlato >>
Io annuii, abbozzando un triste sorriso e accarezzandola.
<< Mi dispiace! >>
Lei alzò lo sguardo. Sorrise teneramente e mi diede una carezza sul viso.
<< E di cosa? >> disse, per poi poggiare la sua testa sul mio petto nudo << In fondo tutti soffriamo. Chi più chi meno! E ormai non me ne curo neanche più >>
Sospirò, chiudendo gli occhi come se volesse piangere, mentre delicatamente accarezzava il mio petto.
<< La gente ti osserva, ma non ti vede. Ti vogliono, ma per loro non sei che un oggetto. Un oggetto da usare, anche quando tu cerchi di aiutarli. E mentre ti usano, neanche vedono il male che ti fanno. Le violenze psicologiche recate, quando cercano di cambiarti. Le pressioni. Insulti celati. La pretesa di averti sempre e come vogliono, e di far di te ciò che vogliono >>
Sospirò ancora, aprendo gli occhi e fissando il vuoto davanti a lei.
<< Nel tempo, pensi quasi di meritarle certe cose. Dunque ti ci butti a capofitto. Le alimenti, persino. E il risultato? Beh, tutti ti vedono come ciò che credevano tu fossi. Una da portare nel cesso di una discoteca, alzarle la gonna, e sbatterla contro la parete di un cesso per piantarglielo dentro. E tu non senti che delle spinte. Una, due, tre, dieci, al massimo venti. Poi non senti più neanche quelle! Senti solo il vuoto dentro di te. Un vuoto che ti stringe lo stomaco. Qualcosa che ti fa persino passare la voglia di mangiare. Perché sai di essere tu stessa il cibo! E ogni morso dato, ti ricorda i morsi che hanno dato a te. Da sempre! In ogni modo possibile >>
Si tirò su, mettendosi a sedere con le gambe incrociate e mantenendosi i piedini con le sue piccole mani.
<< Da piccola, mio padre non c'era mai. Pensava solo a lavorare. E presto, pensai persino che avesse un'amante >>
Fece un attimo di silenzio, guardando il vuoto. Fissando i suoi piedi senza vedere altro che il nulla, oppure quel dolore che l'aveva plasmata.
<< A volte neanche ricordava il mio nome >> riprese << Io lo odiavo! Odiavo lui e quella famiglia fredda in cui vivevo. Sentivo il gelo della formalità avvolgermi. La figura di mio padre opprimermi. Come se lui fosse un gigante, e io un niente incapace di raggiungerlo. Di raggiungere il grande e sommo Re della famiglia Pellino >>
Mollò i suoi piccoli piedi e lentamente si lasciò cadere contro la mia spalla. Protetta dalla mia stretta.
<< Così, capisci di non essere niente. Nessuno! Qualcosa d'imperfetto. Qualcosa d'invisibile. E allora cominci a fuggire! Vuoi sballarti, dimenticare, non vedere, o forse urlare che esisti. E facendolo, ti metti nella merda. T'incasini sempre di più. Tutto diventa confuso. Sei sempre stordita. Non sai neanche cos'è vero e cosa e no. Non ti riconosci neanche più! >>
Ansimò, stringendomi e accarezzando il mio petto.
<< Poi accadde quello che già ti ho detto. A quindici anni. Solo la punta dell'iceberg che cresceva in me. E hai la conferma di non essere niente. Di non valere niente. E nello stesso tempo, quel vuoto che ti porti dentro aumenta a dismisura. Una voragine che nessun cibo può colmare. Al punto che cominci a rifiutare te stessa. A non volerti. A vedere la tua immagine distorta in uno specchio. A non capire neanche se esisti per davvero >>
Poi, rimase in silenzio. Tra le mie braccia. Stretta a me, mentre io l'accarezzavo.
Cosa stava cercando di dirmi? Cosa aveva vissuto? Quale dolore l'aveva spenta come una candela consumata?
Era quella la Elisa che avevo conosciuto? Quella ragazza pimpante, piena di vitalità. Quella ragazza che sembrava capace di frantumare il mondo. Quella ragazza che sembrava invincibile come Wonder Woman.
La sua baldanza era ormai svanita del tutto. Non restava che una bambina desiderosa di affetto, lì tra le mie braccia. Una bambina che forse avrebbe tanto voluto piangere. Una bambina che forse avrebbe avuto bisogno di piangere!
Ma non ero suo padre, né tanto meno il suo psicologo o un cazzo di guru. Non sapevo neanche se fossi o meno il suo uomo. Non ero nessuno. Non ero niente! E come tale, non le chiesi niente. Rimasi lì fermo a stringerla. Stretto a lei. Desiderando solo di farla felice. Non di darle consigli! No, non di elargire inutili consigli. Ma solo di stare con lei! Vicino a lei. Senza pretendere niente. Senza chiederle di fare niente. Solo con lei! Senza lasciarla sola. Essendo presente. Essendo suo. Non lasciandola più sola.
Chissà, forse lei lo intuì. O forse, leggendo per davvero il mio romanzo, aveva imparato a conoscermi per davvero.
Le sue dita affondarono di più nella mia carne. Il suo volto si sollevò, portando le labbra contro le mie e sorridendo.
<< Niente! Giusto? >> sussurrò, come se avesse letto nella mia mente << Proprio come nel tuo romanzo. Quando Alessandra ti mostrò il suo dolore. Quando tu le chiedesti cosa avesse, e lei ti rispose "niente" >>
Mi baciò dolcemente. La mia mano strinse la sua testa, e le dita s'insinuarono nei suoi capelli.
Poi si scostò di un po'. Sorrise ancora. Una strana luce brillava nei suoi occhi, e forse anche nei miei.
<< E tu non volesti sapere di cosa si trattasse >> riprese, accarezzandomi il viso e poi dando piccoli e delicati baci alle mie labbra << Non volevi invaderla. Non volevi penetrarla. Non volevi cambiarla >>
<< Beh, mi sembra normale! >> le risposi, senza smettere di accarezzarla.
Lei adagiò il suo viso contro al mio e sospirò.
<< No, non sempre lo è. La gente vuole sempre trovare un modo per salvarti. Non che a loro importi di te. A loro importa di essere migliori di te, riuscendoti a salvare. E non importa a quale prezzo! Ti vivisezionano pur d'imprimere in te il loro sigillo. Sono disposti a plasmarti. A dirti cos'è giusto e cos'è sbagliato. A fotterti la mente con il loro pensiero. A confonderti di più. Distruggerti di più >>
Lasciò cadere il capo sul mio petto, accarezzando delicatamente la mia pancia.
<< Un tempo credevo anch'io di essere Dio! >> riprese, chiudendo gli occhi, e senza smettere di accarezzarmi << Pretendevo che tutti mi dicessero cosa avessero. Davo loro consigli. Inconsapevolmente per riempire quel vuoto che mi portavo dentro. E infine, facendomi sbranare da chi cercavo di aiutare. Ritrovandomi peggio di prima. Più confusa di prima. Più fragile di prima >>
Si alzò lentamente. Si mise a sedere, poggiando le mani contro la testa.
Rimase ferma per qualche istante. Mentre io l'accarezzavo. Desideroso di aiutarla. Desideroso di capirla. Desideroso di entrare nel suo mondo.
Poi tolse le mani dal viso. Si girò verso di me. Abbozzò un amaro sorriso e mi diede una carezza.
<< Ho bisogno di un po' d'acqua >> mi disse, alzandosi dal divano. Mettendosi in piedi, nuda davanti a me. Piccola e fragile come una bambina. Simile a un piccolo gattino indifeso che miagola nella notte, senza essere ascoltato da nessuno.
La vidi allontanarsi lentamente. In quella lercia stanza, fino a uscirne.
Mi alzai dal divano. Afferrai la birra e le diedi un sorso, restando qualche istante in piedi a fissare l'uscio della porta innanzi a me. Come stordito. Frastornato dalle sue parole. Ancora trapassato dalla sua presenza. Dal suo essere. Da quel suo volto che finalmente avevo visto.
Mandai giù ancora altra birra. Poi raccolsi le sigarette dal divano. Ne ficcai una in bocca e l'accesi, per poi dirigermi finalmente verso la porta d'ingresso del soggiorno.
Raggiunsi Elisa in cucina. La bottiglia d'acqua era sul tavolo, assieme ai piatti sporchi e altra roba.
Lei era davanti alla porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
<< Marco, ti devo dire una cosa >> sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all'interno del cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema "racconta la tua vacanza", mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di Sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l'ennesimo colpo di grazia. Forse quello che mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
Diedi un forte sorso, quasi dimezzandola, e sotto lo sguardo triste di Elisa, avanzai verso di lei. Sorpassandola. Raggiungendo il tavolo. Prendendo una sigaretta, per poi ficcarmela in bocca e accenderla.
Mi girai lentamente. Guardandola. Continuando a bere e fumando.
Ma non ebbi il coraggio di incrociare oltre il suo sguardo.
Chinai la testa. Bevendo e fumando. Pensando solo alla stessa cosa. Un pensiero ridondante nella mia testa, simile a un pistone metallico che si muoveva freneticamente.
C'è un altro, c'è un altro, c'è un altro.
Ecco la sola verità! E tu, povero stronzo, avevi pensato che tutto fosse vero. Che lei fosse vera. Che quel vostro patetico sogno fosse vero.
No, lei ti ha usato! Sei stato solo un buon vibratore. Solo un contenitore di emozioni. Solo qualcosa utile per sfuggire alla noia, proprio come una ridicola rivista di gossip.
E ora lei tornerà da lui. Sì, ti dirà qualche cazzata. Fingerà di essere dispiaciuta. Magari ti chiederà anche perdono o ti dirà cazzate del tipo "Proprio tu non lo meritavi. Tu sei un uomo speciale! Non è colpa mia, ma tua. Io sono confusa! Non sto bene con me stessa, come potrei mai far star bene te. Perdonami!", e poi tra qualche ora andrà a farsi sfondare la fica da un altro. Fottendosene di quel suo dolore. Di ogni senso di colpa. Di ogni frase pseudo profonda vomitata solo per nettarsi il culo.
Cose già viste. Cose già vissute. E in fondo, povera testa di cazzo, dovresti essere felice che sia successo ora. Magari sarebbe potuto succedere dopo mesi o anni. Sì, lo sai bene, testa di cazzo. Magari lei ti avrebbe telefonato dicendoti "Dobbiamo parlare", confessandoti di essersi fatta sbattere da un altro. Magari mentre tu stavi sgobbando a lavoro, oppure, come un vero coglione, mentre le stavi facendo qualche regalo.
Ma intanto, in quei pochi secondi, tutti quei pensieri che ronzavano nella mia mente non riuscirono minimamente a tranquillizzarmi. Anzi, decine di bombe atomiche esplodevano nella mia testa. Distruggendo il mio cervello. Devastando ogni parte di me.
Ma trovai comunque il coraggio, dopo un terzo sorso alla mia birra. Svuotando del tutto la bottiglia e poggiandola sul tavolo.
<< Okay, ho capito. Dì pure tutto in fretta! >> le dissi con tono duro e pieno di rabbia.
Lei mi guardò con aria triste e al tempo stesso perplessa. Si avvicinò a me. Mi prese la mano ma io tal tirai via di colpo.
<< Marco, non è quello che credi >> sospirò, afferrandomi di nuovo la mano << Non riguarda noi. Cioè, in un certo senso riguarda anche noi. Ma non come credi! >>
Chinò il capo, poggiando la mia mano contro al suo petto, mentre io stavo lì in piedi. Confuso. Senza capire cosa cazzo stava succedendo.
Poi ecco la chiarezza!

Acquisto:
Disponibile su tutti i maggiori store online, o sul sito www.damster.it




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