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Ambrosio Aureliano, Libro I


Ambrosio Aureliano, Legato di Roma, viaggia in compagnia dei fratelli Quinto e Peregrino da un'osteria di campagna a un ostello sgangherato, inoltrandosi nella desolazione di una Gallia saccheggiata dagli Unni e dai Goti e ormai continua preda di bande di Bagaudi e profughi.
La giovane Silvicola, in una Britannia abbandonata dalle armate di Roma morente, fugge con i suoi familiari inclusa la liberta Gwen, sua sorella adottiva, rincorsa da armate di crudeli invasori Sassoni.
L'ultimo re britanno muore, pugnalato con l'inganno.

Un teatro squallido e deprimente che scalfirà la gravitas dei protagonisti principali, gradualmente rassegnati al tramonto di Roma e del suo impero. La chiesa cattolica già pavida e criticabile, gli ultimi notabili romani corruttibili e pusillanimi, sparute truppe britanniche deboli e sbandate, la cupa minaccia dei Goti e dei Franchi in Europa e l'imperversare di contingenti Sassoni in Britannia guidati dallo scaltro Aelfric, tutti elementi che contribuiscono allo sviluppo di un romanzo colossale e quasi perfetto nella ricostruzione storica dei primi regni romano-barbarici.

L'autore sfoggia un lessico storiografico perfetto, molti termini gaelici, tardo-latini e paleogermanici arricchiscono l'intreccio, conferendogli maggiore credibilità.
Il testo richiederebbe forse un leggero editing di ripulitura, specialmente nelle ultime cento pagine, ma a dispetto della mole scorre alla perfezione, risultando estremamente interessante.

Un libro imperdibile per tutti i cultori del romanzo storico (e non solo).

Lo consiglio.

Editore:
KDP, Narcissus

Genere: Romanzo Storico

Estratto:
Un vecchio locandiere se ne stava appoggiato con i gomiti sul bancone unto e sudicio della sua locanda. Si preannunciava una serata proficua; la sala comune era già affollata di marinai e le botti si svuotavano ad un ritmo tale che a stento i suoi figli riuscivano ad annacquare - molto più del lecito - il vino che contenevano.
Non era una bella locanda.
Con la calura estiva, come in quel giorno, la sala comune emanava una puzza tale da riversarsi in strada e spandersi in tutte le direzioni per diversi isolati, confondendosi con l'odore di marcio proveniente dai moli.
Il cibo era pessimo, come il vino annacquato che veniva servito a caro prezzo. Il servizio non era migliore; lui era sgarbato anche con i clienti che pagavano… e per quelli che non pagavano c'era in serbo un legno robusto dietro il bancone e le braccia giovani e muscolose dei due figli per impugnarlo.
Eppure il locale era sempre pieno, messo com'era di fronte alle banchine del porto di Burdigala.
I suoi clienti principali, o meglio i suoi unici clienti, erano i marinai delle navi da trasporto; troppo avvezzi al fetore delle stive per fare caso a quello della locanda.
Anche per quel motivo, quel giorno di fine agosto - era l'anno di Leone e Maggioriano consoli - il locandiere si era incuriosito nel vedere, al tavolo di fronte al bancone, tre persone che marinai certamente non erano.
Se ne stava, dunque, appoggiato sui gomiti chiedendosi chi fossero quelli; a lui raramente sfuggiva una notizia e forse non sarebbe stato troppo difficile da indovinare.
Due di loro erano entrati senza dare nell'occhio, per ultimi, al seguito di un gruppo di marinai del posto. Non avevano detto nulla, si erano seduti al tavolo. Venne servita loro una brocca ma rifiutarono con un cenno della mano.
Piuttosto tirarono fuori una borraccia, da cui tracannarono a turno fino a quando non fu vuota. Poi si misero a parlottare tra loro a bassa voce, ma non in latino.
In compenso i marinai che erano entrati prima di loro erano stati ben più loquaci. Erano quasi tutti di Burdigala, il loro armatore era un mercante cittadino che non disdegnava di pagare ai signori goti una fetta dei suoi guadagni in cambio della loro protezione, cosa che, a giudicare dalle paghe dei marinai e dalla regolarità dei viaggi, conveniva molto a tutte le parti in causa.
Tornavano dalla Britannia; erano partiti con un carico d'olio e di vino ma erano tornati con le stive vuote; a parte i due seduti davanti a lui.
Era abbastanza vecchio da ricordarsi dei soldati britanni al seguito dell'usurpatore Costantino; quei due non erano britanni.
"Sassoni", si disse, dopo aver osservato i coltellacci che portavano appesi alla cintura.
Il terzo personaggio invece era arrivato da solo e si era aggregato agli altri due da poco.
Eppure già circolava la voce che era arrivata una nave da Hippo, carica di datteri.
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Al locandiere non importava nulla dei datteri, non era il tipo di merce adatta alla sua clientela. A lui interessava solo intascare la paga dei marinai; se venivano da lontano, avevano le tasche più gonfie e avevano più voglia di svuotarle. Per questo si ricordava la provenienza.
A giudicare dall'abbigliamento leggero ma ricercato, il terzo ospite era sbarcato proprio da quella nave e, di sicuro, non era un marinaio.
"Un vandalo", pensò il vecchio; nonostante la pelle bruciata dal sole dell'Africa, gli occhi chiari e i capelli biondi tradivano il suo sangue germanico.
Il vecchio assisté allo scambio dei saluti. Tra di loro parlavano latino, ma con pronunce strane e diverse, cosa che spesso li costringeva a ripetere quello che avevano appena detto per farsi comprendere meglio.
Ben presto, innervositi dal fatto di doversi ripetere in continuazione, iniziarono a parlare a voce più alta senza badare troppo alla riservatezza.
Così, anche se non avesse voluto - ma non era del tutto sicuro di non volerlo - il locandiere si ritrovò ad ascoltare i discorsi dei tre.
"E così le nostre parti si sono invertite, adesso sono io a dovervi chiedere aiuto". Disse il vandalo.
"Così pare", affermò uno dei due sassoni, un guerriero con due spalle così e i capelli folti e lunghi come la criniera di un leone e altrettanto sgaruffati.
"Ma siete sicuri di volerlo fare?"
"Il re, tuo padre, era pronto ad accoglierci quando temevamo di perdere tutto. Questo noi non lo scordiamo".
Il vandalo annuì. "Se riuscirete a trattenere una parte-"
Improvvisamente l'altro sassone, che somigliava in tutto e per tutto al primo tranne che nei tratti del viso, volse lo sguardo verso di lui. Gli altri se ne accorsero e lo fissarono a loro volta.
Il vecchio preso alla sprovvista abbassò lo sguardo sul bancone. Si avvide che in mano stringeva uno straccio e iniziò a passarlo sul bancone come se niente fosse.
Ce ne sarebbe voluto di tempo per strofinare via il sudiciume e ritrovare il legno ma il vecchio smise quasi subito, alzò nuovamente gli occhi e vide i tre proseguire la conversazione. Distolse lo sguardo, evitò di fissarli ancora o di ascoltare quello che dicevano; non gli interessavano più, voleva sapere chi erano e cosa ci facevano lì, ma adesso lo sapeva... Sapeva anche troppo per i suoi gusti.
Figli di re e mercenari barbari che s'incontrano di nascosto in una bettola rischiando tanto. Di certo quell'incontro era stato programmato da tempo; quando Burdigala si trovava in un regno ostile ai romani. Adesso, dopo la batosta del giovane Teodorico ad Arelate, già si parlava di alleanza con L'Augusto Maggioriano.
Eppure l'incontro era avvenuto lo stesso.
"Devono proprio avere il fuoco al culo!" Pensò il vecchio prima di tornare a pensare alle cose serie e mandare uno dei suoi figli ad allungare nuovamente il vino.

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