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ASTRALABIUS


Un'incredibile vicenda raccontata da tre diverse voci e arrivata infine a papa Celestino. Un manoscritto che torna a vivere per strappare all'oblio la magica storia di Pierre Astralabius, figlio del leggendario amore di Abelardo e Eloisa.

Nel loro cammino attraverso la Francia del XII secolo, Satur, Niamh e Pierre cercano consolazione all'amarezza e all'inquietudine che tormenta le loro vite. Satur, sfuggito alla galera, diventa un suonatore di viella e un affidabile compagno d'avventura, Niamh, strappata alle perfide mani di un giocoliere senza scrupoli, scopre la forza inarrestabile della passione, e Astralabius, il mimo che voleva catturare le stelle, un giovane originale e stravagante, trova il riscatto dal suo passato.

Così tra le stagioni che disegnano paesaggi incantevoli, in un passato lontano lacerato dal doloroso conflitto tra fede e ragione, la scrittura di Maura Maffei, attenta ai palpiti della vita, ci mostra luci e ombre dei protagonisti impegnati in un accidentato ma fecondo percorso di formazione.


Editore:
IoScrittore (GeMS)

Genere: Romanzo storico

Estratto:
Ecco... in una notte come questa, notte incendiata da un falò di lucciole e stelle, io non posso fare a meno di domandarmi ove sia Pierre.
Guardando il cielo, la mia nostalgia riempie la luna, proprio come la cascata echeggia con fragore di bronzo sulle rocce della morena che accompagna a valle il torrente.
Vorrei incontrarlo sopra quelle morbide strade bretoni che la felce costeggia straripando dai fossi. Vorrei abbracciare per l'ultima volta il mio bastone e imboccare la via che conduce a Nantes perché, tra quelle mura, il sole del tramonto dissipa le ombre e fa rivivere i ricordi...
Ma l'entusiasmo, di cui l'impazienza è così fallace consigliera, potrebbe abbagliarmi e spingermi alla ricerca di uno sconosciuto. Pierre, infatti, in un sol giorno di bufera trafisse il proprio destino con un volo di fuoco, mentre io… Io combatto ancora la mia battaglia contro l'inquietudine che ogni uomo porta impressa nel cuore.
Eppure, in questa notte in cui persino l'oscurità piange lacrime accese di luce, io non posso sentirmi rassegnato. Il mio cammino potrà rivelarsi più lungo, considerandolo con l'umana sete di risultati immediati; per quanto mi riguarda, preferisco definirlo semplicemente diverso.
Quando sarà il momento, ne sono certo, io rivedrò Pierre Astralabius e allora avrò il suo stesso sorriso!



Ogni volta che ho incominciato a narrare la storia di Pierre, ho avuto la sensazione di non essere creduto. E mi sarei già rassegnato da un pezzo a custodirla in segreto, se non fossi convinto che essa meriti di essere tramandata ai posteri. Non vorrei mai che le circostanze della sua vita fossero dimenticate e che di lui restasse soltanto un nome vuoto, privo di riferimenti, in una sterile cronologia…
D'altra parte, non è facile per chi è vissuto incantando il popolo delle fiere con le sue ballate smettere i panni dell'istrione e diventare del tutto sincero... Cercherò di farlo adesso che ho smarrito la viella con cui accompagnavo il canto, adesso che sono vecchio, se tu che mi ascolti ti dimostrerai amico offrendomi un bicchiere frizzante di vino.
Forse ci sarà consolazione anche per te, nelle mie parole.
Mi chiamo Satur, ma non è questo il nome con cui sono stato battezzato. Tanto tempo fa ero Michault di Thourout. Mutarono le stagioni, vennero giorni di tempesta e spirò forte il vento: da allora sono diventato un altro.
Quando abitavo nelle Fiandre, facevo il vasaio e avevo una moglie con i capelli rossi. Erano passate poche lune dalle nostre nozze e io l'amavo con l'ardore che prova un giovane di vent'anni. Dovevo essere alquanto goffo con la mia timidezza, con i miei rossori nell'ammirarla e con il mio corpo di gigante che, come in seguito avrebbe detto Pierre, era degno di un gladiatore della Roma pagana. Che sia stata lei ad annoiarsi di me o che io stesso l'abbia stancata, oramai non ha più importanza: una sera, rientrando dalla bottega prima del solito, non trovai a casa la mia sposa e dovetti andare a riprendermela mentre si vendeva a un gran signore, a un vecchio cavaliere che non riuscii a trattenermi dall'azzoppare.
Fu così che cominciarono i miei guai con la giustizia.
Catturato, trascorsi un annetto nelle segrete del castello, razzolando tra i miei escrementi e azzannando quel pane di sorgo duro e rancido che, di tanto in tanto, qualcuno si rammentava di gettarmi. Non sarei certo rimasto in vita così a lungo se, per sfamarmi, non mi fossi arrangiato acchiappando qualche ratto.
L'idea più felice che mi venne fu quella della fuga, resa possibile da una quanto mai opportuna inondazione che devastò le prigioni, in cui avrei dovuto scontare la mia pena sino alla morte, e che mise la chiave della serratura in una mano misericordiosa.
Benché nuovamente libero, non sarei potuto ritornare da mia moglie senza correre il rischio di venire riacciuffato. L'aria delle Fiandre non mi era del tutto salutare, giacché chiunque nella mia città avrebbe potuto riconoscermi e denunciarmi.
Non avevo altra scelta se non quella di reinventarmi la vita.
Passando per Parigi, assistetti a un Mistero, uno di quelli che le Compagnie degli studenti allestiscono quando finisce la Quaresima: ebbene, nella rappresentazione c'era un personaggio che mi risultò subito simpatico perché frodava con astuzia tutti gli altri. Si chiamava Satur. Gli rubai lo pseudonimo e – come per magia – il mite Michault, che avvampava al solo pensiero di dover salutare qualcuno lungo la via, cessò di esistere.
Un uomo possente com'ero io da giovane e che si spacciava per un satiro beffardo di classica memoria – tale era il significato del nome che avevo assunto – non avrebbe potuto continuare a fare il vasaio. Senza troppo meditare, in virtù di quel po' di talento che la natura mi ha accordato, m'improvvisai allora suonatore di viella.
All'inizio accompagnavo con poche note incerte ballate che s'ispiravano a teneri amanti, ma nell'autunno del 1133 ero già diventato bravo.
Regnava sulla Bretagna un sovrano assente, mal tollerato dai suoi baroni. Era Enrico I, quarto figlio di quel Guglielmo detto il Conquistatore che, dopo essere stato duca di Normandia, aveva cinto la corona d'Inghilterra. Quanto al re di Francia, si chiamava Luigi VI il Vecchio, ma era lontano. Lontano dal bosco che stavo attraversando per raggiungere i confini delle sue terre e lontano dai miei giorni.



Dunque, mio caro amico, in quell'autunno del 1133 io mi trovavo a percorrere la via che da Fougères va verso Chartres.
La stagione s'irrigidiva e non ci sarebbero state fiere sino alla fine di gennaio: pessimo presupposto per la scarsella che già non tintinnava più nel dondolarmi sotto la casacca!
Per non essere costretto a mendicare durante l'inverno, mi convinsi che anche i villici di qualche sperduto borgo, sebbene meno munifici dei mercanti di Ypres e notoriamente avari dei loro polli, avrebbero gradito una lacrimevole storia sul tipo di quella fra Abelardo ed Eloisa.
Giunsi in un borghetto del contado di Alençon prima che tramontasse il giorno che precede la domenica. Gli uomini rientravano dai campi proprio allora e le loro spose, larghe di fianchi e dal seno prosperoso, recavano sul capo i cesti delle ultime castagne. Alla vista di quei frutti, che la natura ancora concedeva a pochi giorni dal gelo, mi sentivo fiducioso: li avrei abbrustoliti nella cenere dopo che le massaie, commosse dalla triste sorte di Abelardo evirato, me ne avessero lanciato un prodigo pugno. Se poi mi fossi impegnato con particolare enfasi, avrei potuto ricavarne persino un bel pezzo di lardo!
Sto per accordare lo strumento, mi accingo a cantare.… Ma, ecco, che qualcuno mi ha già preceduto!
Tutti quei bifolchi dai calzari infangati non si fermavano davanti a me che, all'ombra di una torre, intonavo le prime note; proseguivano invece oltre il sagrato, dove un uomo in bianche vesti danzava e, con foga dannata, pizzicava le corde di una rubeca.
Il vicario di quella parrocchia, sbucato sulla soglia della canonica, si ritirò furtivamente dopo un segno di croce. Per un pastore d'anime, infatti, non c'è maledizione peggiore della comparsa improvvisa di un mimo nel branco delle sue pecorelle. Se un menestrello come me può sembrargli, al limite, un innocuo demonietto, un attore che prostituisce il proprio corpo in danze e salti gli suggerisce piuttosto il ripugnante sprigionarsi del fuoco della Geenna.
Non ero in vena di dar torto al buon prelato della borgata, soprattutto perché, non lavorando, vedevo andare in fumo una gustosa cenetta a base di lardo con contorno di castagne. D'altra parte, i mimi che avevo incocciato sino allora avevano un atteggiamento volgare e indegno; ne rammento uno in particolare, che si profumava come una rosa appassita e che si faceva pendere una carota dal basso ventre.
Così mi mescolai al resto del pubblico, in attesa di una qualche gratuita oscenità che soddisfacesse la mia diffidenza.
Il mimo, intanto, continuava a suonare. C'era un che di stravagante, di scontroso e di straordinario a un tempo nel suo aspetto. Sarà stato per quelle gambe lunghe che gli uscivano dalla tunichetta bianca e che lui dimenava con la leggerezza di un acrobata, o per la maschera che, sotto un cappello di paglia malamente intrecciata, gli celava il viso dietro una smorfia pallida e attonita. Dall'osservazione delle sue mani, nervose e affusolate sopra lo strumento musicale, arguivo che si trattava di un uomo molto giovane. Sebbene la sua statura per poco non acchiappasse la mia, aveva le spalle strette e il fisico incerto di un adolescente.
Lasciata a un tratto la rubeca, fece un inchino e si presentò: «Madonne e monsignori, eccomi a voi: io sono Astralabius,» disse con voce che rimbombava cupa nella maschera.
«Astra, Astrala… Come?» sfuggì a una vecchia sdentata che, proprio al mio fianco, si stava riprendendo sugli omeri lo scialle.
D'altronde, la buona donnetta non aveva tutti i torti a sorprendersi: un nome come Astralabius per certo non si era mai sentito in quella campagna! Anzi, pareva singolare persino a me che, abituato ai vari Ricciobello, Spennacchiotto o Bioccolino, non sospettavo l'esistenza di un mimo dall'epiteto tanto impegnativo.
«Madonne e monsignori,» riprese Astralabius che, nel frattempo, aveva avuto occasione di fare una capriola, «fingerò di essere per voi l'uomo che voleva catturare le stelle.»
Più ancora del nome, giudicai assolutamente insolita la scena che ci avrebbe proposto, perché non riuscivo a figurarmi come avrebbe potuto tratteggiare un simile argomento con i soli gesti.
L'idea di uno spettacolo penoso mi faceva sbadigliare in anticipo e sarei di sicuro sgattaiolato via quanto prima, se l'arte malinconica e sognante di Astralabius non mi avesse conquistato. Quel ragazzo evocava una sincerità innocente e, a tratti, indugiando, accennava a una riflessione eterna.
Con una sobrietà appena venata d'ironia, il mimo si era seduto per terra, aveva incrociato le gambe e, armato d'un filo invisibile, tesseva ora un grande sacco. Lo cuciva e, se con il suo ago di fantasia si pungeva il dito, si compativa con un sospiro.
Faceva lievitare nel pubblico la curiosità creando un senso d'attesa. Dalla tunica, infatti, estraeva il flauto e, prima di continuare con la storia, suonava al giorno morente una serenata. Poi, con il suo sacco sulle spalle, così ingombrante da farlo sbattere ora qui ora là eppure così trasparente da contenere il rosso dei raggi di sole, saliva la lunga scala verso il cielo. Metteva male il piede sopra un piolo, ricadeva indietro di tre, riprendeva l'ascesa.
Arrivato al culmine della volta celeste come se fosse stato uno degli angeli sognati da Giacobbe, senza naturalmente essersi mosso di un palmo da terra, con il flauto corteggiava la luna affacciatasi proprio in quell'attimo al crepuscolo. Quasi che, con il blandirla, con l'ammaliarla, avesse potuto strapparle senza un lamento la sua progenie di stelle. E si rivolgeva agli spettatori con l'indice sulle labbra perché nessuno di noi le rivelasse l'inganno, per renderci complici.
Spalancandosi in un abbraccio solenne, che per poco non metteva in parodia il rito del sacerdote all'altare, Astralabius distese sul cielo il suo manto di favola. Chiuse il sacco con un nodo complicato che fece sorridere i bambini, ma non poté caricarselo sulla schiena né trascinarselo appresso per il peso eccessivo. Ogni suo tentativo, reiterato con la mimica più buffa, divertiva i contadini in un crescendo di applausi. Neppure il suono del flauto riusciva a smuovere quell'opulento fagotto, come invece si sarebbe potuto fare con un cane ammaestrato o con il serpente di un incantatore.
Alla fine, il mimo sciolse il nodo, rimase estasiato a contemplare le stelle che fuggivano via con mille bagliori e ne trattenne per sé una soltanto, che gli splendeva sulla mano come una lacrima di luna.
Calava la notte sulla commozione che mi accarezzava il cuore.
La bravura di quell'artista sconosciuto mi rendeva vulnerabile, colorando d'albugine di latte il silenzio che mi separava da lui e che, in realtà, era pieno di gente in festa. La sua maschera ora divorata dall'ombra specchiava il mio passato e mi rinfacciava i giorni in cui mi ero arreso.
Che cosa avrei potuto fare, a quel punto? Andargli incontro, stringergli la mano, accattivarmi la sua amicizia?
All'amarezza e all'inutilità della mia vita non c'era rimedio, ormai.
Mi ritirai presso un tabernacolo dedicato a san Dionigi, posto da un uomo pio a vegliare sul sentiero che affondava tra i campi. La notte era tiepida e io mi sdraiai sull'erba, tra le foglie secche che crepitavano.
Poco dopo, stringendosi al petto i doni e il pane che io non avevo avuto, venne Astralabius e non mi vide o, piuttosto, non si curò di me. Imboccò il sentiero e, fatti alcuni passi, sparì in un cespuglio di spine.
Incuriosito, indugiai. Forse lui si sarebbe cambiato, forse sarebbe tornato indietro, sfilandomi di nuovo davanti... Ero ansioso di scoprire quale fosse il suo viso senza maschera e donde si sprigionasse la luce che gli infiammava lo sguardo.
Trascorsero invece le ore e io mi addormentai. Anche quell'insistente impressione di parole latine, che nel dormiveglia mi ferì le orecchie, non doveva essere una preghiera ma il canto del ruscello che bagna la sponda.
All'alba, destato da un'eco di campane a distesa, mi sentii smarrito, deluso di averlo perduto. Non potevo immaginare che lui fosse ancora là e che, trasformato dal dissolversi delle tenebre, fosse così diverso.
Dal cespuglio di rovi si levò un cappello piumato, che svettava con la balda insolenza dell'elmo di quel cavaliere che ha offerto tesori e conquiste al suo signore. Lo portava un ragazzo cui non avrei dato più di sedici anni d'età e che aveva la stessa corporatura e la stessa altezza del mimo della sera precedente. Sul petto, rilucendo sopra la veste d'ottima fattura, gli pendeva un medaglione d'argento con tanto di stemma nobiliare. Nei suoi occhi guerreggiavano un orgoglioso riserbo e una ribelle richiesta d'aiuto.
Tradito dal buio, non mi ero accorto che messer Astralabius possedesse addirittura un cavallo bianco: lo slegò dal noce al quale doveva averlo imbrigliato prima dello spettacolo e gli montò in groppa.
Bello come un angelo disceso sulla terra e severo nel volto dai tratti marcati, frustò il destriero con l'impeto che, credo, ebbe san Giorgio quando si armò contro il drago.

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