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C’era e non c’era, c’era e non c’è più, c’era e c’è ancora…

C’era e non c’era, c’era e non c’è più, c’era e c’è ancora…




Ero un albero:
ero un albero di cotogno
germogliato da un macigno;
son venuti a sradicarmi
e m’hanno trapiantato in un orto straniero,
con acqua inzuccherata
m’hanno innaffiato.
Fratelli, venite a riportarmi alla mia terra,
innaffiatemi con l’acqua delle nevi*

“C’era e non c’era” le fiabe armene iniziano tutte così. E, così, inizia questa dedica speciale a un libro che raccoglie le ricette tradizionali della cucina di un popolo disperso nel mondo nei primi anni del 1900.

La data fatidica del Grande Male che causò la morte di più di un milione di armeni è il 29 Aprile 1915, quando i Giovani Turchi, da poco al potere, organizzarono, pianificarono e attuarono lo sterminio di massa delle popolazioni armene, perpetrandolo quando il resto del mondo era coinvolto nella Prima Guerra Mondiale.
La storia di questo popolo è sempre stata travagliata nel corso dei secoli per motivi geografici, religiosi  e culturali.
Essi furono il primo popolo cristiano sulla terra.
Trovandosi circondati da popolazioni dalle culture e religioni diverse e da imperi quali quello persiano e ottomano che ne conquistavano il territorio spezzandolo e dividendolo a fasi alterne, ebbero, fino alla diaspora, la possibilità di continuare a praticare la religione cristiana in una “civile convivenza” che influenzò molti aspetti della vita di questa popolazione. Tra questi, indubbiamente si annoverano la cucina e i piatti tradizionali che le donne armene sapientemente e amorevolmente preparavano per le loro famiglie, per i loro uomini e per i loro figli.
Con il libro La cucina d’Armenia, Sonya Orfalian ha voluto raccogliere le ricette tradizionali della propria terra d’origine ma anche le varianti determinate dalla diaspora che, ai nostri giorni, coinvolge circa dieci milioni di persone sparse in ogni angolo della terra.
Il suo è un gesto d’amore nei confronti dei genitori, della sua famiglia, delle sue origini lontane e remote e pur tanto presenti all’interno della sua casa, nella cucina, a tavola durante l’infanzia da profuga a Tripoli. È un atto d’amore nei confronti di una terra lontana di cui restano racconti, storie narrate a voce e, soprattutto, i gesti della preparazione dei cibi, nonché il ricordo dei sapori, degli odori, dei piatti preferiti, nella magia di una infanzia ormai distante. E’ un atto d’amore che afferma quanto nei gesti quotidiani delle donne, nella preparazione dei piatti tradizionali, ci sia stata la volontà di non svanire come stirpe, come popolo. Ed è proprio grazie alle genti in diaspora, con la loro volontà di rievocare gli odori, i sapori e la memoria di case ormai distrutte, che la tradizione si è conservata con maggior forza. “Conservare e trattenere tutto ciò nella ripetizione dei gesti quotidiani significava evocare amorevolmente un intero universo famigliare e collettivo, al fine di non farlo svanire per sempre dall’orizzonte della memoria”.
E’ meraviglioso come l’autrice affermi che le cucine, soprattutto quelle degli armeni, siano il luogo del dialogo di mondi e culture diversi. Nonostante tutto il male subito, i risentimenti razziali e le guerre restavano fuori dalla porta della cucina che era la stanza della pace, dove culture e cucine diverse entravano per dialogare. È un modo questo per affermare la natura pacifica del popolo armeno, tradizionalmente e cristianamente dedito al perdono. È un modo per alleggerire un fardello doloroso e senza parole, il fardello di essere figli dei superstiti di un atroce genocidio mai riconosciuto da chi lo ha commesso.

Per questo
C’era e non c’era – L’Armenia nella storia
C’era e non c’è più – I  territori Armeni prima della diaspora
C’era e c’è ancora – La volontà di sopravvivere attraverso il tramandare le tradizioni familiari

Enrica De Luchi

* Canti popolari armeni, Carabba Editore 1921




3 Responsesto “C’era e non c’era, c’era e non c’è più, c’era e c’è ancora…”

  1. Molto, molto interessante quello che ho letto.
    Conosco la storia dell’eccidio degli Armeni, ma dopo questo mi propongo di approfondire.
    Interessante deve essere anche la cucina armena, che non ho mai assaporato. Altra cosa che dovrò fare assolutamente!
    Una cosa ancora, di chi è la poesia del cotogno che leggo sopra?
    Molto bella e mi ha pure ispirato!
    Grazie.

  2. Enrica De Luchi says:

    Ti posso consigliare due romanzi di Antonia Arslan (abita a Padova)
    - La masseria delle allodole
    - Sulla strada di Smirne
    Entrambi narrano di fatti realmente accaduti.
    Io non gli ho letti ma conto di farlo presto. Il mio approfondimento sulla vicenda armena è in corso… merito del libro di Sonya Orfalian che mi ha emozionato così tanto. A presto
    Grazie
    Enrica

  3. Enrica De Luchi says:

    … la poesia è tratta da una raccolta di canti popolari armeni. Leggi sotto l’asterisco a fine post.

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