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Con i tuoi occhi. Donne, tossicodipendenza e violenza sessuale

Con i tuoi occhi. Donne, tossicodipendenza e violenza sessuale

di Anna Paola Lacatena

FrancoAngeli Editore, 2012

 Prefazione di Don Andrea Gallo

 

I ricavati delle vendite  sono destinati alla creazione di uno spazio di prossimità/incontro per le donne del Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL di Taranto e all’acquisto del medesimo libro da destinare alle stesse

 

La tossicodipendenza al femminile non è un tema particolarmente trattato da studi e indagini e non solo a livello nazionale.

Ancora meno praticata è la problematica relativa agli abusi e alle aggressioni subite dalle donne che utilizzano sostanze psicotrope (legali e non).

Verrebbe da pensare che ci sono troppi presunti buoni motivi di esclusione per accordare il nostro tempo e la nostra riflessione ad una simile questione. Troppi finti moralisti per chiedere uno sdegno autentico almeno quanto necessario.

Questo libro intende provare a porre dei quesiti in merito, nella consapevolezza che trovare delle risposte definitive e condivise non è affatto semplice e, come per ogni percorso di ricerca, neppure del tutto desiderabile.

Le considerazioni riportate in queste pagine, dunque, hanno come finalità precipua quella di sollevare una riflessione capace di creare qualche piccola crepa nel tessuto dell’indifferenza che ammanta, colpevolmente, le problematiche affrontate.

Più che  le risposte, allora, sembrano connotarsi di necessità proprio le domande.

Quanto una violenza subita può facilitare in una donna l’avvio dell’assunzione di sostanze?

Quanto l’assunzione di sostanze stupefacenti espone al rischio di subire un reato e, specificatamente, una violenza sessuale?

Quanto la Legge italiana tutela le donne e le tossicodipendenti dalla possibilità di essere vittime di violenze?

Nell’immaginario collettivo e nel sistema normativo del nostro Paese la violenza subita da una donna ha lo stesso “valore” , peraltro già  limitato e imbarazzante, che viene attribuito a quella che vede come vittima una tossicodipendente?

Quest’ultima percepisce l’aggressione come un reato che andrebbe sanzionato o la stessa, in un meccanismo comune di assuefazione al disvalore di sé, ritiene l’abuso come ulteriore regola imposta dal gioco dell’approvvigionamento di altra sostanza e dello svilimento della propria persona?

Inutile nascondere che, ad oggi,  risultano ancora troppi e del tutto ingiustificati i luoghi comuni in grado di influenzare i processi di attribuzione delle responsabilità.

Non è ancora chiaro, e ai più, che la tossicodipendenza è una malattia e non una scelta completamente libera né, meno che meno, un vizio.

Non è ancora chiaro che tutto ciò che viene estorto senza la volontà dell’altro è una violenza e, dunque, un reato.

La resistenza delle donna, la reputazione goduta, la seduzione/provocazione esercitata soprattutto attraverso l’abbigliamento, la frequentazione di posti  ritenuti non sicuri, l’uso di sostanze psicotrope (legali e non) non sono che alcuni dei capi di imputazione più diffusi, di pronto e diffuso utilizzo al fine di chiamare alla sbarra la donna come responsabile della sua sicurezza, ritenendola completamente in grado di utilizzare e dotarsi di quegli strumenti atti a minimizzare la possibilità di subire un’aggressione.

Le percentuali emerse dalla ricerca dimostrano la grande diffusione del fenomeno tra le donne tossicodipendenti come esperienza vissuta prima dell’avvio della carriera tossicomanica e dopo l’istaurarsi della dipendenza patologica. La domanda che sembra emergere con decisione è: quanto costa una dose ad una donna? Sicuramente il prezzo corrente più un po’ del suo corpo.

L’esiguo numero di donne che denunciano o raccontano la propria esperienza apre alla necessità di una riflessione rispetto alla modalità di accoglienza e cura delle pazienti dei Dipartimenti delle Dipendenze Patologiche e delle Comunità Terapeutiche.

Ciò che il libro ha provato a dimostrare è che se già l’attenzione culturale e normativa nei confronti del reato contro la persona e, nello specifico della violenza sessuale, risente di tratti maschilisti e banalizzanti, la questione si aggrava di indifferenza ulteriore e colpevole distrazione generale quando si tratta di donne tossicodipendenti. Sono coloro che più di altre nell’immaginario collettivo ” …se la sono andata a cercare”.

Se a tutto ciò si uniscono conseguenti sensi di colpa e di vergogna ed un meccanismo pervicace da eliminare quale l’auto-biasimo, appare di facile lettura il mancato ricorso allo strumento della denuncia.

Quotidianamente il cittadino globale è chiamato a confrontarsi con il silenzio rispetto a quanto subisce e alla paura di quanto può verificarsi nella sua stessa esistenza. Sembra che i nuovi “esclusi” non provino questi sentimenti. Sembra che agli stessi non sia consentito nutrirne. Della paura sono  considerati  origine, non sono certo loro i destinatari di tutti quei proclami inneggianti alla sicurezza su cui si gioca il consenso politico da infima campagna elettorale.

Quasi completamente trascurata nella donna-vittima-tossicodipendente non è meno paura.

La paura che possa verificarsi ancora, la paura di non essere  più in grado di avere una vita normale, la paura di essere lasciata sola.

Nulla come la paura ci spaventa.

Eppure nulla è più patogena di una cura che non sa guardare in viso le proprie angosce.

Escludiamo l’altro per non sentire i nostri timori, per non sentire i suoi, con l’unico risultato di essere tutti sempre più soli ed impauriti.

Dinnanzi al reato di violenza sessuale, poi, ogni sentimento è consentito anche se alcuni addolorano.

Perché chi subisce uno stupro – al contrario delle vittime di altri reati – si sente costretto a vergognarsi?

La reticenza delle donne a denunciare quanto subito non finisce per implementarsi là dove al senso di vergogna derivata dall’aggressione si unisce quello relativo al fare uso di sostanze?

Quanto la cultura dominante, consolidatasi negli ultimi anni nel nostro Paese,  non è responsabile di una visione minimizzante del rispetto per la sessualità femminile?

All’indifferenza, al giudizio, alla facile condanna si unisce, poi, la vittimizzazione secondaria che queste donne subiscono dalla società (definibile civile solo facendo leva sull’incondizionata generosità), alcune volte dagli stessi operatori e, molto spesso, da se stesse.

 




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