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Emma l’Ape Regina La Rivelazione



Guido De Santis (RDS Radio Dimensione Suono)
Un giorno nella vita ti svegli e non sai esattamente chi tu sia; e non è detto che la cosa sia così spiacevole, come nel caso di Emma, la protagonista di questo fantasy. Una creatura particolare e così misteriosamente umana. Non le mancano le passioni, ma non ne è vinta. È nata per assecondare un dise-gno superiore: contribuire a migliorare e, se possibile, a salvare il mondo.
Cresce e prende consapevolezza di sé aiutata da una miste¬riosa e fitta rete di personaggi che la sorreggono e la fiancheg¬giano. Lei ci mette del suo per farsi voler bene; ma la sua bel¬lezza, esteriore e interiore, finisce inevitabilmente per far male a qualcuno. Ci si innamora di questo delizio¬so personaggio, ghiotto di miele, ma che non è un orsetto. È una vera donna, anche se la sua età farebbe dire il contrario.
Destinata a ruolo di assoluto prestigio. Deve rinunciare a molti affetti, ma va verso il grande amore. Un grande segreto ostacola il coronamento dell'idillio, ma lo rende al contempo più stuzzicante e controverso. Per lei e lui un destino da con¬dividere con l'insieme di esseri viventi che insegue un mondo più giusto e sano.
L'autrice in fondo sogna di poter essere la protagonista del suo scritto. Cerca di spiegare in questo delizioso racconto le sue scelte di vita. Vegana convinta, vuole far arrivare in ma¬niera non scontata il suo segnale, il suo messaggio. Sa che la sua scelta è quella giusta, ma non vuole cercare di imporla in maniera traumatica. È conscia che da vincere ci sono millenni di abitudini precostituite, le cui logiche cerca di smontare in maniera indiretta.
Il suo primo lavoro si mostra in tutta la sua freschezza, scor¬revolezza e densità di curiosi stratagemmi. La lettura è agevo¬le e spensierata. Una volta intrapresa, c'è voglia di tornare a casa e andare avanti almeno un paio di pagine per conoscere nuovi particolari di una storia non scontata.

Un fantasy che si muove su un terreno quasi inesplorato, al confine stretto con una realtà desiderata. Si tratta di qualcosa di diverso rispetto al consueto nel genere; non da subito si intuisce cosa debba diventare, quale compito debba svolgere, in realtà, la protagonista.
Chi lo sa quante Emma ci girano intorno; basta scoprirle, o cercare di farlo, per vivere in maniera più sana e compatibile.




Editore:
Youcanprint

Genere: Narrativa-romance-fantasy

Estratto:
CAPITOLO I

In un paesino a sud di Parigi. 14 gennaio 1994. Ore 23,50.
A velocità sostenuta, la macchina percorreva la strada sterrata alzando basse nuvole di polvere intorno a lei, come fossero banchi di nebbia. Non appena arrestò la sua corsa, nel vialetto d'ingresso che conduceva alla villetta, i fari vennero spenti.
«Siamo a casa» la voce di lui era appena un sussurro quando, nel buio dell'abitacolo, si rivolse alla delicata figura seduta sul sedile al suo fianco. L'uomo aprì lo sportello e scese. Un lungo sospiro e si avviò in direzione opposta alla sua. Raggiunse la moglie e l'aiutò a scendere. Alexandre circondò le spalle di Adeline, accogliendola protettivo nel suo abbraccio. Le depose un bacio sulla tempia, guidandola lentamente verso la porta d'ingresso.
Il viaggio, di ritorno da Parigi, era trascorso nel più totale silenzio. Avevano lasciato l'ennesimo studio medico, quella stessa mattina. Vagando poi, per il resto del giorno, senza una meta precisa, fino a quando, stanchi, avevano deciso di far ritorno.
«Mi dispiace». Il dottore seduto alla scrivania, di fronte a loro, aveva pronunciato quelle due semplici parole, scuotendo il capo, dopo aver letto le analisi che teneva nelle mani. Non c'era bisogno di dire altro. Lui era stato in grado di sopportare il verdetto. Non poteva dire lo stesso di Adeline. Per lei, avrebbe fatto di tutto. Di tutto. Solo qualche giorno prima, sembrava che i loro problemi fossero risolti. Avevano parlato a lungo, finendo per perdersi uno nelle braccia dell'altro. Dimenticando il resto. E ora. Ora erano di nuovo punto e a capo.
La testa piegata verso sua moglie, Alexandre avanzava verso casa. Una decina di metri li separava dall'entrata. Dalla tasca del cappotto tirò fuori le chiavi e alzò lo sguardo di fronte a lui. Il sangue gli si ghiacciò nelle vene. La temperatura esterna della notte era fredda, ma non da causare una simile reazione nel suo corpo. Almeno, non uguale a quella procurata dalla visione. ‘Uno scherzo di pessimo gusto! Di pessimo gusto!' pensò. Gli occhi sbarrati guardavano l'oggetto abbandonato sul gradino dell'uscio: una cesta. Di uno strano materiale. Ma una cesta. Poteva contenere di tutto. Persino un bambino! O essere vuota! Ancora peggio. ‘Uno scherzo di pessimo gusto!' ripeté a sé stesso. Non avrebbe potuto evitare alla moglie quella scena, neppur volendo. La sentì irrigidirsi al suo fianco. Ecco! L'aveva vista anche lei.
I due si guardarono. Immobili. Un gesto del capo di Adeline gli confermò che potevano proseguire. Ce l'avrebbe fatta, a sopportare. Doveva fidarsi di lei. Si avvicinarono. Il cuore di sua moglie batteva allo stesso ritmo del suo, in una danza frenetica. I respiri sbuffavano nuvolette di condensa, davanti ai loro visi. Sentì sua moglie scivolare via dal suo abbraccio. Adeline cadde in ginocchio, non appena fu di fronte allo strano contenitore. Stringeva una mano alla gola, il respiro spezzato. Alexandre era in piedi al suo fianco. Gli occhi incollati su quel visetto roseo. Addormentato. Si portò le mani al volto, passandole nervosamente sulle palpebre. Non riusciva a credere all'evidenza. ‘Cera!' pensò incredulo. La culla era fatta di cera. Di ottima fattura. Non riusciva a pensare ad altro. La forte emozione provata lo aveva reso incapace di riflettere oltre. Solo la voce di Adeline lo riscosse dalla sua immobilità.
«E' una bambina, Alexandre! Dio, è una bambina!» piangeva e rideva, mentre evidenziava l'assurdità della scena, «Come si può abbandonare una creatura così piccola?» chiese incredula, volgendo lo sguardo ansioso verso suo marito. Le guance rigate dal mascara nero, che colava sul viso, sciolto dalle lacrime.
Alexandre non rispose. Si piegò sulle gambe malferme e fece scivolare la mano nella piega che si era formata tra la copertina e il bordo della cesta. Tra l'indice e il medio, tirò su un biglietto. Carta riciclata. La riconobbe subito, al tatto, perché anche loro ne facevano uso. Si girò tra le dita quel foglietto, qualche secondo di troppo, prima di trovare il coraggio di aprirlo.
"Il suo nome è Emma, e adora il miele.
Alexandre e Adeline Sommers, confido in Voi.
Abbiate cura di Lei".
«Credo che non sia stata abbandonata...» sospirando lasciò che lo sguardo percorresse il perimetro intorno a loro. Alla disperata ricerca di un segno. Uno qualsiasi. Difficile dire se qualcuno li stesse osservando, era buio. L'oscurità poteva essere tagliata con un coltello. «...Almeno non nel comune senso della parola. Non è un caso che sia stata lasciata qui» asserì con sicurezza. Era inequivocabile, la scritta su quel pezzo di carta, «Chiunque lo abbia fatto voleva che fossimo noi a prenderci cura di Emma» disse mentre lo porgeva distrattamente a sua moglie. Il pensiero prese a correre rapido, alla ricerca dell'identità sconosciuta dell'artefice di quell'atto. Nessuno era al corrente del loro problema. Nessuno: eccetto loro due. Eppure... Eppure niente accade per caso. Si disse. Mentre un brivido gli risaliva veloce lungo la schiena. «Adeline vieni, portiamola dentro. Prima che qualcuno la veda!» disse prendendo finalmente in mano la situazione.
Era ancora addormentata quando le braccia amorevoli di Adeline l'adagiarono sul letto matrimoniale. Era incantata: una femmina. Aveva desiderato da sempre averne una. Fin da bambina. Nel calore dell'ambiente circostante, la piccola spalancò i suoi grandi occhi azzurri screziati di pagliuzze dorate.
«Mio Dio!» esclamò la donna, guardandola con ammirazione, «Guarda i suoi occhi, Alexandre! Hanno il colore del sole e l'azzurro del cielo unito insieme. Qualcuno deve aver ascoltato le nostre preghiere» socchiuse, per un istante, le palpebre, «Alex, pensi che potremmo tenerla con noi?» chiese con un tono colmo di speranza.
Alex le afferrò le spalle, con entrambe le mani, un espressione seria sul volto, «Non lo so! Ma credimi tesoro, ti prometto che farò tutto quello che è in mio po¬tere perché questo avvenga... la nasconderò al mondo, se sarà necessario. Arriverei anche a sacrificare la mia vita per lei» le garantì.
Le parole di Alexandre erano una calda coperta nella fredda notte. La vide rilassare le spalle contratte, lasciandosi rapire definitivamente da quel batuffolo.
«Grazie Alex, ti amo così tanto» abbracciò suo marito, il viso nascosto nel calore del suo petto.
«Ti amo anch'io. Vedrai, insieme ci prenderemo cura di questa meravigliosa creatura. La nostra pic¬cola Emma», piegò il capo verso il viso della moglie, il profondo bacio suggellò la promessa fatta. Sentì il cuore sciogliersi nel petto. Sarebbe andato tutto bene, ora. ‘Grazie!' pensò. ‘Chiunque tu sia', rivolgendosi mentalmente a... Nessuno in particolare.
Ventotto anni Alexandre, ventisei Adeline, queste erano le età dei suoi genitori quando Emma entrò a far parte delle loro vite. Il non poter avere figli era l'unica nota stonata del loro gran¬de amore. Adesso avevano lei, che era appena divenuta il centro delle loro esistenze. Era avvolta in una camiciola di un tessuto quasi impalpabi¬le, tanto che, quando sua madre cercò di sfilargliela, venne via come zucchero filato, lasciando scoperto un corpicino paffu¬tello e perfetto. Adeline accostò il viso a quello della piccola.
Le raccontava sem¬pre che quell'istante fu il più emozionante della sua vita: «Eri così bella Emma, e la tua pelle aveva il profumo del mie¬le, improvvisamente, le tue piccole labbra morbide, si appoggiarono al mio viso e presero a succhiarlo: in quell'attimo pensai che il mio cuore si fosse fermato». La stringeva forte a sé cullandola, ogni volta che ricordava quel mo¬mento.
Il resto della notte era trascorso in tranquillità. La piccola si era addormentata tra le braccia di Adeline, risvegliandosi solo il mattino successivo, alle prime luci dell'alba.
«Ci serve subito del miele, credo proprio che Emma abbia fame» disse la donna rivolgendosi al marito.

«Potrei provare da quell'apicoltore che si trova sulla strada verso il paese» azzardò lui, strofinandosi dubbioso il mento.
«Sì, sarebbe perfetto Alex. Portane più che puoi, mi racco¬mando: la nostra piccola deve crescere sana e forte».
Poi Alexandre si allontanò in macchina. Così comincia questa storia.
«Desidera?» chiese l'uomo all'entrata del cancello.
«Buongiorno» rispose Alex scendendo dalla macchina, «Mi chiamo Alexandre Sommers, abito non lontano da qui, nella casa alla fine della strada sterrata» disse presentandosi.
«La conosco. La casa intendo» rispose l'uomo.
«Beh ecco... ho bisogno di miele, anzi di tutto quello che può vendermi» lo informò.
«Mi dispiace, ma non posso» fu la ferma risposta dell'uomo.
«La prego, glielo pagherò bene» insistette Alex, colto alla sprovvista da quel rifiuto.
«Ho detto che non posso darglielo, non che non glielo avrei vendu¬to» ribadì quello, scuotendo il capo incredulo.
«Accidenti, ma qual è il suo problema? Questo miele c'è o no?» sbottò Alexandre, che non capiva il gioco di parole.
«Ieri notte... una catastrofe» iniziò l'apicoltore.
Alexandre cominciava a perdere la pazienza. La perdeva an¬che quando, per la centesima volta su richiesta della piccola, le rac¬contava com'erano andate le cose, quel giorno.
«Di cosa parla, quale catastrofe? Non ci siamo accorti di nul¬la, mia moglie e io. Ci sono stati dei morti?» chiese con palese preoccupazione.

«Le Api!» esclamò l'uomo annuendo.
«Le Api?» replicò lui. Chiedendosi subito dopo da che parte avrebbe dovuto colpirlo. Sul viso o sul posteriore, per riuscire a ottenere una spiegazione razionale da quell'individuo? Fece un profondo respiro per riacquistare la calma, quando quello, scosso da chissà cosa, forse aveva il dono di leggere il pensiero, cominciò a piangere, senza che nessuno lo avesse toccato. Poi tirò su con il naso e cominciò.
«Nel pomeriggio avevo notato una certa agitazione, sa... io la sento nell'aria» vantandosi delle sue abilità sensoriali.
«Certo, certo» lo assecondò Alex, corrugando visibilmente la fronte, in una smorfia scettica.
«Ieri sera, prima di andare a dormire, ero passato a control¬lare i miei alveari. Sembrava tutto tranquillo».
«L'agitazione era passata?» interpretando le parole di quel soggetto.
«NO!» urlò l'uomo, «Bisogna essere degli esperti per capire che qualcosa non va, anche se sembra che va» e fece una pausa.
Alexandre stava pregando affinché un fulmine a ciel sereno, nonostante il sole brillasse alto in quella mattina di gennaio, colpisse in pieno quel pazzoide di un apicoltore.
«Così, ho fatto finta di andarmene. E, invece, mi sono nasco¬sto dietro una grossa quercia. Ah!Ah!Ah!» proseguì l'uomo, sghignazzando.
Alex era ammutolito. Che cosa aveva fatto di male per me¬ritare quel tizio?
«Nel momento in cui hanno creduto di essere sole, le ho fregate» l'apicoltore fece un'altra pausa.
Cosa mai, poteva essere successo? Pensò Alexandre. «Chi?» chiese poi.
«Le Api guardiane» sentenziò l'uomo, rifacendo un'ennesima pausa.
Le pause proprio non le sopportava più. Alexandre fece un gesto d'incitamento, affinché l'uomo continuasse il suo rac¬conto.
«Vede, le Api guardiane si erano sistemate all'entrata dell'ar¬nia, con le mandibole aperte, le ali pronte a spiccare il volo e le armi in pugno» mimò la scena neanche fosse un incallito attore di teatro.
«Da quando le api fanno uso di armi?» si lasciò sfuggire Alex, nascondendo a fatica una risatina.
«Mio caro signore, si vede lontano un miglio che lei di api non capisce niente. Sono un esperto io, sa, nel riconoscere i tipi come lei» affermò l'apicoltore palesemente indignato dall'inesperienza del suo interlocutore sull'argomento in questione.
Era vero, Alexandre di apicoltura non ne capiva molto, ma mentalmente stava diventando esperto in calci nel sedere.
«Per armi intendo il loro pungiglione e, mi creda, quelle ave¬vano tutta l'aria di essere pronte a subire un attacco e a morire, pur di difendere la propria Regina. Ancora nascosto, aspettai. Non mi crederà quando le dirò cosa successe di lì a poco. Saranno state le nove di sera, il cielo era buio, ma non ab¬bastanza da non vedere dove i miei piedi andavano. Potevo ancora distinguere gli alveari, sa... Quando a un tratto, sento un ronzio in lontananza diventa¬re sempre più forte, mi giro e cosa vedo?» gli occhi come due palle da biliardo.
«Che cosa vide?» lo incitò Alexandre, ancora una volta.
«Tanti di quegli sciami di api, che quella parte di cielo era diventata nera come la pece» proseguì l'uomo, ora immerso nel racconto, «Li vidi dirigersi verso i miei alveari, e capii che stava per accadere qualcosa di veramente brutto. Non è così frequente, sa, che una comunità di api ne attacchi un'altra. Per farlo devono esserci dei buoni moti¬vi. O sono api degenerate, che in vecchiaia si dedicano al saccheggio di altri alveari, spesso per lo scarso raccolto, op¬pure siamo alla presenza di una vera e propria faida tra clan diversi. Fatto sta, che i corpicini delle mie api cadevano a terra. Morti. A centinaia. E io non potevo farci niente. La parte più tragica arrivò quando ne ebbi la certezza» accompagnando le parole con un sospiro. Pausa.
«La certezza di cosa?» volle sapere Alexandre, al colmo dell'impazienza.
«Che la guerra era iniziata. Deve sapere, lei che ignora queste cose, che noi apicoltori segniamo con una vernice speciale la Regina Madre dell'alve¬are, in modo da tenerla sempre sotto controllo. La mia l'avevo, appunto, colorata di giallo, un pallino sulla testa s'intende, visibile anche al buio. Nel bel mezzo di quel caos, eccola lì, l'avevo intercettata. Scortata dalle sue guardie cercava una via d'uscita. Non per codardia, s'intende, salvaguardare la regina è impor¬tantissimo per la comunità delle api, sa. Mentre assistevo al fatto, con la coda dell'occhio, mi resi conto che dalla parte opposta un gruppo di api esploratrici segnalava la strada libera ad altre guardie che, in tutto quel caos, riuscirono ad allontanarsi portandosi via qualcosa.
Mentre queste ultime si distanziavano, purtroppo, la mia Ape Regina soccombeva sotto il raggomitolamento. Capisce, lei non cercava di fuggire, voleva attirare l'attenzione su di sé, così che altre potessero mettersi in salvo» e pianse come un bambino.
«Cos'è il raggomitolamento?» e, subito dopo averlo chiesto, se ne pentì. Il rischio di ri¬manere bloccato per il resto della mattinata stava diventando reale.
«Lei proprio non sa niente, caro il mio signore. Il raggomi¬tolamento è una tecnica con la quale altre api si ammassano sulla Regina sino a soffocarla. Povera la mia Susy, come farò senza di lei?» piagnucolò l'uomo.
«Chi è questa Susy, adesso?». No! Alexandre l'aveva rifatto.
«Chiamavo così la mia reginella, sa» e ricominciò a sin¬ghiozzare, mentre le mani cercavano freneticamente, un fazzoletto nelle tasche dei pantaloni, senza trovarlo, «Troppe, quelle assassine, troppe. Le mie api non avrebbero mai potuto farcela contro tutti quegli sciami. Un vero e proprio attentato: organizzate, ecco com'erano. Chissà da quanto tramavano!» soffiandosi, poi, il naso rumorosamente nella stoffa ingiallita della camicia, che pendeva fuori dai calzoni.
La scena non piacque particolarmente ad Alexandre, che rimase alquanto inorridito dal gesto. Cercò una via di fuga per allontanarsi. Suo malgrado, aveva esaurito le buone maniere. Non aveva più tempo da perdere.
«Non vuol sapere perché non posso darle il miele?» lo redarguì l'apicoltore, bloccandolo con la mano usata per soffiarsi il naso.
«Certamente, sono qui apposta» mentì lui, colto in flagrante, in procinto di risalire in auto, mentre lo sguardo cadeva schifato all'altezza della presa delle dita dell'uomo, sul suo braccio.
«Sempre nascosto dietro la quercia, continuavo a veder soc¬combere le mie piccoline. Nessuno si era accorto ancora di me, poteva diventare pericoloso, sa? Lo sciame che aveva at¬taccato i miei alveari, non sembrava ancora soddisfatto. An¬che dopo aver ucciso la regina cercava ancora qualcosa, ma cosa? E fu in quel momento che mi videro dietro l'albero. Mi creda. Non avrei mai pensato che all'età di sessant'anni potessi correre a quella velocità. Gambe in spalla, mi rifugiai nel casolare dove, appunto, conservavo i miei barattoli di pregiato miele. Lo sa lei, che non sa niente sulle Api, che il mio era il miele più buono di tutta la regione? La mia Susy, buona anima, mi forniva del più squisito nettare che lei abbia mai assaggiato, in tutta la sua vita. Avevamo vinto un'infinità di premi, lei e io, sa?» si vantò l'uomo.

Alexandre era veramente sfinito, se non usciva al più pre¬sto da quella situazione, la sua piccola Emma sarebbe potuta morire di fame. Doveva resistere ancora un po' e, forse, quell'uomo lo avreb¬be finalmente lasciato libero di andarsene. Si fece coraggio e chiese all'apicoltore di proseguire.
«Come le dicevo, sospirai di sollievo quando entrai nel caso¬lare, pensando che la mia vita non fosse più in pericolo. E quelle cosa vanno a fare? Radunatesi tutte, vicino la porta d'ingresso, le sentii fare leva su di essa, fino al punto di buttarla giù con un gran tonfo. "È finita!" pensai "Neanche il tempo di salutare mia moglie". Rimasi impietrito, aspettando l'inevitabile. Già vedevo la mia fine... migliaia di punture di Api sul cor¬po, mi sarei gonfiato così tanto che chiunque avrebbe faticato a riconoscermi. Mi stupirono ancora una volta: non ero io il loro bersaglio, bensì i miei barattoli, colmi di miele fresco. Fu una distruzione di massa, si avventarono a gruppi di centinaia sugli scaffali, li vidi staccarsi dal muro uno dopo l'altro, non ne rimase in piedi neanche uno e, inutile a dirsi, la produzione di miele era andata persa. Com'erano venute, se ne andarono, lasciandomi solo, in un mare di vetro appiccicaticcio. Ecco perché non posso venderglielo, non ne ho più» concluse ingenuamente l'uomo.
Cosa? Più di un'ora di racconto solo per informarlo che non aveva più miele? Alexandre non poteva crederci. Era sì, dispiaciuto per il dan¬no subito da quell'uomo, più che altro era dispiaciuto per la tragica morte di quegli esserini indifesi, ma non era quello il momento giu¬sto per fargli da consulente psichiatrico. Il tempo stringeva e la bambina doveva pur mangiare qual¬cosa.
«Comunque, se proprio le serve tanto, può comprarlo all'emporio del paese: il signor Morel ne ha acquistato una gran partita la settimana scorsa» lo informò finalmente l'apicoltore.

Questo era veramente troppo, si sarebbe meritato un bel calcione, uno di quelli che aveva circolato nei suoi pensieri, durante tutto il tempo del racconto. Alexandre se ne andò, senza neanche salutarlo.

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