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Generazione Magica


Un tremendo incidente distrugge per sempre la famiglia Island, lasciando orfani Samuel e Sebastian che si salvano per miracolo. Ma nessuno immagina che il miracolo è Samuel che grazie ai suoi poteri psichici ha salvato e guarito se stesso e il fratello.
Samuel cresce generoso e responsabile: si iscrive alla facoltà di medicina e si innamora perdutamente di Alice Hunter, a cui però nasconde la sua natura. Sebastian invece non si fa scrupolo di usare i suoi poteri: cinico e irresistibile ottiene successi in ogni campo e si circonda di bellissime donne, senza mai legarsi a nessuna.
Anche Alice però nasconde un segreto: quando i fratelli sono testimoni della misteriosa uccisione del padre, Samuel è costretto a usare il suo potere per salvarla. Sconvolta dagli eventi e tradita dalla verità che ha scoperto, Alice fugge e sparisce nel nulla.
Cinque anni dopo Samuel è un medico affermato e Sebastian è prossimo alla laurea, quando nelle loro vite irrompe Elizabeth Arrow. Sola e spaventata trova in Samuel un tutore, ma l'incontro con Sebastian è diverso: se ne innamora a prima vista e con l'aiuto dell'amico Robert cerca di conquistare il suo cuore freddo.
Nel frattempo Alice incontra più volte di nascosto Elizabeth: ossessionata dai fratelli magici indaga sulla loro famiglia da anni. L'inevitabile incontro tra Alice e Samuel sarà esplosivo e porterà alla luce sentimenti e segreti nascosti che sconvolgeranno ancora una volta la famiglia Island.

Genere: romanzo rosa, fantasy

Estratto:
Prologo




11 Novembre 1989

La vecchia jeep grigia di Michael Island procedeva lentamen-te lungo la statale che li avrebbe riportati a casa, venti chilometri di strada dissestata e poco illuminata. Quella notte la visibilità era scarsa a causa delle grosse nuvole che coprivano la luna piena e della pioggia che scrosciava ininterrottamente.
Sua moglie, accoccolata sul sedile del passeggero, stringeva forte la cintura di sicurezza e continuava a guardare con appren-sione la strada, poi i loro figli seduti sul sedile posteriore e di nuovo la strada.
Samuel giocava disegnando con il dito sul vetro appannato, mentre il piccolo Sebastian era crollato non appena saliti in auto dopo la festa di suo fratello John.
"Mamma quanto manca?" chiese Samuel mentre sbadigliava e si stropicciava un occhio.
"Ancora un pochino tesoro, papà deve guidare piano perché con questo temporale non si vede nulla."
"Uffa, sono stanco però la festa dello zio John è stata miti-ca!"
Nina sorrise, tutto quello che riguardava suo fratello minore era mitico per i suoi nipoti, del resto uno zio pilota che portava regali da ogni parte del mondo non poteva essere niente di me-no che un dio.
"Davvero mitica tesoro."
"Pensi che smetterà presto di piovere? Ormai sono settimane che va avanti. Il campo di calcio a scuola è inagibile."
"Non lo so tesoro, le previsioni non sono incoraggianti. Per-ché non esprimi un desiderio? Magari si avvera…"
"Nina no…" la rimproverò Michael appoggiandole una ma-no sulla gamba come ammonimento.
"Va bene, come non detto, ma vai piano Mike, non si vede nulla."
"Lo so, non ti preoccupare" le rispose cercando di sembrare tranquillo, ma anche lui era agitato e in allerta. Guidare con quelle condizioni meteorologiche era pericoloso, per fortuna dopo pochi chilometri sarebbero arrivati a casa.
Non vedeva l'ora di infilarsi a letto e di addormentarsi ab-bracciando Nina sotto il loro caldo piumone. Avrebbero messo i bambini a nanna, ma come sempre Sebastian si sarebbe sve-gliato nel cuore della notte e sarebbe corso nel loro letto, accoc-colandosi contro la mamma e ficcando i piedini nella sua schie-na. Quel pensiero lo fece sorridere, per fortuna Samuel era ab-bastanza grande da dormire solo, altrimenti avrebbero dovuto comprare un letto fuori misura.
"Sam per favore puoi coprire Sebastian con questa coperti-na?"
"Certo mamma" rispose diligentemente e si allungò verso la mano della madre che gli porgeva la copertina. Lo stava guar-dando sorridente quando lui intravide alle sue spalle due fari che puntavano proprio contro di loro. Un camion enorme aveva sbandato e correva senza controllo nella loro corsia di marcia, occupando tutta la carreggiata: impossibile evitare lo scontro.
"Papà, mamma!"
"Stai giù Samuel" urlò suo padre, mentre la mamma si girava per vedere la morte che le correva incontro.
Senza pensarci, si voltò verso il fratellino e gli fece scudo con il suo corpo urlando:
"Ci salveremo Sebastian, ci salveremo!"
Poi sentì il fracasso dello scontro, la lamiera che si accartoc-ciava, uno scoppio assordante e un forte odore di bruciato gli fece arricciare il naso.
Quando aprì gli occhi era sdraiato sul ciglio della strada con Sebastian tra le braccia. In lontananza il camion e quel che re-stava della loro jeep ardevano in un rogo che nemmeno tutta quella pioggia riusciva a contenere.
"Mamma, papà, no!"
Erano là in mezzo alle fiamme e non sarebbero tornati mai più. Si sentì mancare, stava per svenire. Cercò di sollevarsi sui gomiti per sedersi e trascinò il fratellino con sé, fu allora che vi-de la ferita sulla sua piccola testa. Era un taglio profondo da cui usciva tanto sangue e in mezzo al temporale non riusciva a ve-dere se fosse pallido o se respirasse ancora. Fu assalito dal ter-rore di perdere anche lui, come i genitori e lo scosse urlando:
"Sebastian, svegliati" singhiozzò in ansia "ti prego rispondi-mi."
Ma il fratellino non si mosse di un millimetro, era ancora vi-vo?
"Sebastian non morire" urlò mentre premeva con le piccole mani sulla ferita.
Improvvisamente un forte dolore lo aggredì alla testa e lo fe-ce urlare dal male. Si spaventò e si premette le tempie, ma non aveva nessuna ferita e il dolore stava già passando. Riappoggiò le mani sul fratellino e di nuovo fu come se mille spilli gli perfo-rassero il cranio, ma questa volta resistette e continuò a premere sulla ferita.
Dopo qualche minuto di sofferenza, quel tocco lo riempì di pace e di calore, sentì che le sue mani gelide sotto l'acqua bat-tente, si stavano scaldando fino a diventare bollenti. Si spaventò, ma l'istinto gli urlava di continuare e così premette ancora più forte le mani sulla ferita.
Quando sentì la sirena di un'ambulanza in avvicinamento, al-zò la testa e vide tra la pioggia scrosciante il lampeggiante blu. Rincuorato guardò il fratellino e gli sussurrò:
"Arrivano i soccorsi, resisti."
Quando spostò la mano dalla ferita, trasalì per lo shock. I capelli erano scompigliati e sporchi di sangue, ma non c'era traccia di alcun taglio. Spostò delicatamente le ciocche bionde in cerca di un segno, ma non trovò nulla sulla cute liscia. La ferita era svanita.








1




27 Gennaio 2012 – università di S. Thomas

Sebastian Island era noto per essere dannatamente bello e sfacciatamente fortunato, in ogni occasione della sua giovane vita aveva collezionato successi e donne, molte donne, anche se nessuna durava più di una settimana al suo fianco.
Quando entrò nel caffè del campus con al braccio la nuova conquista della settimana, come sempre ricevette numerosi sguardi: alcuni di pura invidia da parte dei maschi e altri di gran-de apprezzamento da parte delle ragazze e anche di qualche ra-gazzo.
Attraversò la sala a passo dinoccolato dirigendosi verso il suo tavolo, nell'angolo al sole vicino alle vetrate, dove lo aspettava-no stravaccati sulle sedie due suoi amici.
Paul frequentava come lui l'ultimo anno della facoltà di eco-nomia e lo seguiva come fosse la sua ombra fin dal primo anno. Robert invece frequentava il terzo anno della facoltà di informa-tica, ma nonostante fosse il più giovane, si era ritagliato un ruolo importante nella compagnia da quando era diventato un mem-bro fondamentale della squadra di hockey di Sebastian.
"Ciao, che si dice?" Senza nemmeno permettergli di rispon-dere Paul proseguì:
"È vero che la professoressa McBreak ti ha messo trenta e lode?"
Sebastian lo guardò di traverso con uno sguardo divertito e annuì con un lieve cenno del capo, poi facendo un gesto alla cameriera disse:
"Un caffè per favore."
Si voltò verso la sua accompagnatrice e aggiunse "tu vuoi be-re qualcosa Mary?"
La ragazza arrossì e rispose quasi balbettando "un bicchiere d'acqua gasata e mi chiamo Margot."
Robert soffocò una risata per l'errore dell'amico sorprenden-dosi che a volte capitasse anche a lui di sbagliare, ma poi scrollò le spalle ricordandosi che anche se avesse chiamato ogni ragazza con il nome sbagliato, nessuna avrebbe mai lasciato il posto al suo fianco.
Paul fremeva aspettando una risposta. Senza scomporsi Se-bastian si rivolse nuovamente alla cameriera e disse:
"Allora un'acqua gasata e il caffè fammelo doppio per favo-re."
Lei gli rispose con un sorriso abbagliante e trotterellò felice verso il bancone per preparare la sua ordinazione, che come sempre diventava la prima della lista anche se molti altri aspetta-vano di essere serviti.
Robert ne approfittò per urlarle: "anche una coca grande per me", ma chissà se lo aveva sentito, occupata com'era a svento-larsi il viso con la mano.
Paul restò ancora un attimo in attesa, poi non riuscì a tratte-nersi dal ribadire:
"Allora con la McBreak? Come hai fatto?"
Dopo averlo fatto friggere ancora qualche minuto, finalmen-te Sebastian gli rispose con un tono divertito:
"La professoressa ha convenuto che la mia preparazione fos-se ottima. Perché la cosa ti stupisce Paul?"
In effetti la faccenda sembrava un miracolo. Da quando pre-siedeva la cattedra di economia internazionale, secondo la leg-genda popolare da più di mezzo secolo, la famigerata professo-ressa Amelia McBreak non aveva mai dato un trenta a nessuno studente, anzi d'abitudine bocciava a tutto spiano e per molti il suo esame era l'ultimo ostacolo prima della tesi.
Quando doveva interrogare iniziava a scorrere lentamente con il dito l'elenco degli studenti iscritti all'esame, prima indu-giava sui nomi in alto così i ragazzi con il cognome che iniziava dalla emme in poi tiravano un sospiro di sollievo. Puntualmente alzava gli occhi e guardava lentamente tutti, da sopra gli occhiali troppo grandi per il suo viso, cercando un temerario che la guardasse negli occhi, senza trovare mai nessuno. Poi ripartiva a scorrere la lista dal basso e dopo cinque minuti di terrore pro-nunciava il nome della sua sfortunata vittima.
L'interrogato si posizionava di fronte alla cattedra e lei inizia-va a torchiarlo per ore con domande a trabocchetto o chieden-do il contenuto di una nota scritta in piccolino a pagina trecento o giù di li. Alla fine se si era stati fortunati, arrivava un diciotto e lei puntualmente chiedeva:
"Lo accetta? Purtroppo le rovinerà la media."
Lo studente puntualmente acconsentiva, come un condanna-to a morte di fronte alla grazia, quindi lei si affrettava a scara-bocchiare sul libretto, ripetendo sempre la stessa spiegazione:
"Alle domande di teoria ha risposto più o meno a pappagal-lo, ma quando l'ho spronata a ragionare, allora li casca l'asino!"
Spesso i suoi ex studenti continuavano a sognarla di notte anche molti anni dopo: rinomati professionisti con una o persi-no due lauree alle spalle, la notte si svegliavano di soprassalto da un incubo in cui la professoressa McBreak li aveva appena boc-ciati.
Però quando si trattava di Sebastian i miracoli accadevano e a dirla tutta, se c'era qualcuno in grado di estorcere la lode alla vecchia megera, quello sarebbe stato Sebastian Island. Pensan-doci bene Paul si sorprese di essersi meravigliato e concluse:
"Mi stupisce che non ti abbia dato di più, amico mio!"
Sebastian gli sorrise in risposta e fece spazio alla cameriera che portava il vassoio con le bibite. Mentre appoggiava il caffè di fronte a lui, se lo mangiò con gli occhi, poi passò un bicchiere d'acqua a Margot senza degnarla di uno sguardo. Robert afferrò la sua bibita dal vassoio scuotendo la testa alla vista di tanta sfacciataggine.
Dopo aver bevuto il caffè Sebastian fece per alzarsi e allora Robert chiese:
"Te ne vai subito? Ci vediamo stasera al pub?"
Margot, che fino a quel momento aveva sorseggiato l'acqua in silenzio, lo guardò con aria speranzosa, allora aggiunse:
"Per una bella bevuta tra uomini."
Ci mancava solo che la bambolina stupida gli si appiccicasse addosso nelle loro serate al pub. Non capiva come il suo amico potesse sopportare tutte quelle pupattole che gli giravano intor-no, certo erano bellissime, ma messo da parte l'aspetto esteriore c'era il vuoto più totale. Erano tutte oche, interessate solo agli abiti di marca e alle belle automobili sportive, che tiravano avan-ti ad acqua e insalata e che non avevano nulla di interessante da condividere.
"No Rob, stasera andrò da Samuel" rispose senza aggiungere altro.
"Tuo zio è già tornato in città?" indagò curioso, ben sapendo che quando lo zio John, un uomo considerato da tutti loro un genio per il suo stile di vita, tornava a casa la famiglia, o quel che ne restava, si riuniva.
"No, credo sia dall'altra parte del mondo in questo momen-to. Devo vedere solo mio fratello: mi ha cercato più volte negli ultimi giorni, ma non l'ho richiamato perché dovevo occuparmi di Amelia" disse sottolineando in modo ironico l'ultima parte.
"Certo, te ne sei occupato eccome!"
Esclamò Paul mentre rideva e gli porgeva la mano per batte-re il cinque. Robert si unì alle risate mentre Margot restò in si-lenzio con un'espressione confusa dipinta sul viso bellissimo, di sicuro non aveva capito la battuta.
Probabilmente per compensare tanta bellezza doveva manca-re in altro, sentenziò Robert e lanciò uno guardo eloquente agli amici che annuirono concordi.
"Già, allora ci vediamo domani" salutò Sebastian mentre si alzava.
"Ciao" disse timidamente Margot e se ne andò felice al fian-co del suo accompagnatore.
Mentre percorrevano il vialetto in direzione del parcheggio, Sebastian camminava disinvolto mentre ricambiava i saluti di tutti quelli che incrociavano. Margot era orgogliosa di essere al fianco di uno studente tanto bello e popolare, tanto che cammi-nava tenendo il seno prosperoso in fuori e il mento leggermente sollevato.
Nel parcheggio della scuola, arrivati di fronte alla sua corvet-te rossa fiammante, le rivolse la parola per la prima volta da quando erano usciti dal bar:
"Vieni Margot, ti accompagno a casa" e le aprì la portiera.
Lei gli sorrise e salì in auto felice per quel gesto galante, pen-sando che in fondo lui ci teneva a lei, anche se aveva avuto un lapsus con il nome: una piccola innocente dimenticanza.
Stavano insieme, o si frequentavano, da solo pochi giorni: il sabato precedente era andata al pub con la speranza di vederlo e di potergli parlare. Si era messa tutta in ghingheri, i lunghi capel-li sciolti in una cascata bionda, le labbra rosse come il vestito sexy che aveva scelto.
I suoi sforzi erano stati premiati ed era riuscita a farsi notare da lui. Lo aveva fissato mentre la squadrava dalla testa ai piedi e si allontanava dal suo gruppo di amici per andarle incontro. A-vevano chiacchierato di qualcosa, ma non si ricordava l'argomento tanto era forte l'emozione che provava nel stargli così vicina. Poi lui l'aveva accompagnata a casa e si erano scam-biati baci appassionati. Sì lui doveva decisamente tenerci a lei, si rassicurò.
Il rombo del motore la distrasse dai suoi pensieri e si voltò a guardarlo mentre guidava sicuro fuori dal parcheggio.
Quel giorno portava i capelli scompigliati, un ciuffo ribelle gli ricadeva sugli occhi, due pozze verdi screziate da pagliuzze do-rate. Era uno sguardo che non lasciava scampo, da togliere il fia-to e la volontà. La pelle era bianca, non una sola lentiggine compariva su quel volto dai lineamenti forti eppure delicati.
Deglutì mentre abbassò lo sguardo sulle labbra carnose fatte apposta per baciare e per farlo come un dio. Scese ancora più giù ad ammirare le spalle larghe e i pettorali ben definiti e a quel punto dovette distogliere lo sguardo perché si sentì avvampare e non voleva farsi scoprire ad arrossire. Lui non si voltò mai, guardava dritto davanti a sé, immerso nei suoi pensieri.
Quando mise la freccia e si accostò alla sua casa, lei si rattri-stò di essere già arrivata, non voleva scendere dall'abitacolo, così disse stupidamente:
"Allora non vuoi portarmi a conoscere tuo fratello?"
Lui la guardò fugacemente e rispose senza pietà di no, cosa che la fece vergognare all'istante e arrossire abbassando lo sguardo. A quel punto lui sembrò dispiacersi per la sua condi-zione, così aggiunse, sfiorandole una guancia:
"Non preoccuparti, dimentichiamoci di questo argomento. Non parleremo mai più della mia famiglia, ora salutiamoci in modo appropriato."
Il comando si insinuò lento nella sua mente e lei sembrò confusa, vacillò un istante e poi con la testa vuota si avvicinò per posare le labbra sulle sue. Dopo quel breve bacio lui le sor-rise e le intimò:
"Ora vai a casa e non pensarmi più. Passa una bella serata."
Il comando giunse nuovamente nella mente della ragazza, come una nebbiolina che si insinua dalle finestre e lei annuì e scese dalla macchina. Restò impalata sul marciapiede a guardare l'automobile che si allontanava, poi entrò in casa spensierata.







2




Erano le otto di sera quando Sebastian entrò nel parcheggio dell'ospedale dove lavorava Samuel. Gli ospedali non gli piace-vano e cercava di evitarli, ma da quando suo fratello aveva co-minciato il tirocinio di medicina anni prima, era stato costretto ad andarci qualche volta per poter parlare con lui.
Nei giorni precedenti Samuel lo aveva cercato al telefono, gli aveva lasciato messaggi in segreteria chiedendogli di richiamarlo perché doveva comunicargli qualcosa di importante, niente di preoccupante, aveva aggiunto, ma aveva bisogno di vederlo al più presto.
Lui non gli aveva ancora telefonato perché era troppo preso dall'esame con la professoressa McBreak, il suo ultimo esame prima della tesi e della laurea. Quella sera aveva deciso di veder-lo di persona, perché voleva sbandierargli in faccia il suo trenta e lode e per assicurarsi che non se la fosse presa per non essere stato richiamato, anche se era certo di no: suo fratello, a diffe-renza sua, non era il tipo che si arrabbiava per una cosa del ge-nere, anzi sembrava non conoscere affatto la collera.
Non era incuriosito dalla notizia annunciata in segreteria, co-noscendolo dava per scontato che fosse una nuova iniziativa di solidarietà o un progetto per fare del bene alla collettività: Sa-muel era piuttosto prevedibile nella sua illimitata generosità.
Non fu difficile trovare un posto libero, perché a quell'ora le visite non erano più permesse e il parcheggio si svuotava in fret-ta. Era certo di trovarlo ancora li perché il ligio dottor Island si fermava sempre oltre la fine dei suoi turni, che comunque dura-vano molto più del lecito.
Come facesse un medico a restare lucido e a non commettere errori dopo dodici ore filate di lavoro era un mistero, o forse un miracolo. Commettere un errore in sala operatoria non era co-me sbagliare un dato nella stesura di un bilancio o bruciare un hamburger per distrazione. Lui non si sarebbe mai fidato di un medico che aveva lavorato così tante ore, magari di notte e con poco sonno alle spalle. In realtà non si sarebbe mai fidato di nessun medico e basta, ma per fortuna non aveva mai dovuto farlo e mai gli sarebbe successo in futuro.
Quando Samuel terminava il turno di lavoro, si fermava spesso a prestare servizio volontario come membro delle squa-dre di primo intervento, oppure come docente delle lezioni di primo soccorso oppure ancora come semplice compagnia per i pazienti del reparto pediatrico.
Una volta lo aveva persino visto con addosso uno di quei na-si rossi di plastica da pagliaccio, mentre cercava di annodare un palloncino per dargli la forma di un cagnolino.
In pratica suo fratello viveva in ospedale e tornava a casa so-lo di passaggio.


La loro casa era vuota da tempo, negli ultimi cinque anni lui si era trasferito a vivere vicino all'università, condividendo un appartamento con Paul e Nicholas.
Lo zio John tornava di rado in città e negli ultimi tempi ave-va preso l'abitudine di alloggiare in albergo, forse per non di-sturbare i nipoti o forse perché non aveva mai sentito come sua la loro casa, la casa che avevano comprato i loro genitori, la casa della sua defunta sorella.
Quando erano rimasti orfani, soli al mondo senza altri paren-ti se non quello zio scapestrato, avevano rischiato di finire in una struttura di accoglienza. L'assistente sociale aveva sentenzia-to che lo zio non fosse assolutamente adeguato per il compito di tutore perché, oltre ad essere scapolo era anche sempre as-sente per lavoro e il suo appartamento non era minimamente adatto ad accogliere due bambini.
Lo zio si era allora impegnato a cambiare casa, trasferendosi nella villetta dove erano nati e si era fatto assegnare ai voli di corto raggio, rinunciando per qualche anno ai voli interconti-nentali che adorava. Inoltre aveva assunto in pianta stabile la si-gnora West, una vicina di casa a cui i bimbi erano affezionati, in veste di bambinaia quando lui fosse stato assente.
In realtà la signora West era molto più che una baby-sitter, di fatto si occupava anche di pulire casa, di fare la spesa, di cucina-re e pagare le bollette, perché ripeteva sempre:
"Succederà che il signor John, con la testa tra le nuvole, se ne dimenticherà e ci troveremo al freddo e al buio."
L'anziana signora con il suo impegno nei loro confronti, era stata decisiva nella scelta del giudice di accordare la patria pote-stà allo zio e negli anni successivi era stata una presenza rassicu-rante nella vita dei fratelli.


Le gocce di pioggia che iniziarono a ticchettare sul parabrez-za lo distolsero dai ricordi. Aprì la portiera e uscì dall'auto, ripa-randosi dalla pioggia con il cappuccio della giacca a vento. Si af-frettò verso l'entrata del pronto soccorso diretto al banco di ac-cettazione. L'infermiera di turno, di cui non si ricordava il no-me, gli fece un cenno di saluto con la mano e disse:
"Buonasera, è un po' che non la vedo da queste parti. Come sta?"
"Buonasera, Clarisse." Fece in tempo a sbirciare il nome scritto sul cartellino. "Sì sono stato preso con gli ultimi esami all'università. Sa dove si trova mio fratello?"
"Oh congratulazioni, allora presto avremo un altro dottor I-sland?"
Sorrise, il pensiero di essere chiamato con quel titolo gli tra-smetteva ilarità.
"Devo ancora terminare la tesi, ma spero di laurearmi entro fine anno."
"Due fratelli uno più bravo dell'altro. I vostri genitori sareb-bero così fieri di voi" rispose l'infermiera, poi continuò "suo fratello è in pediatria, è così buono verso quei poveri bambini. Se tutti i medici fossero come lui…"
"Grazie" tagliò corto Sebastian, per evitare di sentire per la milionesima volta la lista infinita delle virtù del suo meraviglioso e generoso fratello e si avviò verso le scale per salire al secondo piano.
Terminata l'ultima rampa, si imboccava un corridoio con le pareti decorate da disegni colorati. La striscia verde in basso rappresentava il prato, arricchito con fiori vivaci, su cui si posa-vano farfalle variopinte e cespugli da cui sbucavano simpatici coniglietti. Su quell'erba verde passeggiavano bimbi spensierati, che ridevano e guardavano in alto gli aquiloni leggiadri che svo-lazzavano nel cielo blu. L'ambiente era stato reso il più piacevo-le possibile per distrarre i piccoli ospiti durante il ricovero.
Sentì delle risate provenire dalla stanza in fondo al corridoio e proseguì fino alla porta di ingresso. Sbirciando dentro vide che i bimbi erano seduti in cerchio sul grande tappeto morbido e si tenevano per mano. In mezzo a due di loro sedeva a gambe in-crociate suo fratello, mentre leggeva la storia della buona notte prima che i bimbi tornassero nei loro lettini.
La bambina alla sua destra sembrava molto piccola, così ma-gra e pallida, ma doveva essere in età scolare perché la vide spingersi sopra il libro e muovere le labbra mentre leggeva. A sinistra invece era seduto un bambino pallido e scheletrico con un pigiama rosso fuoco e una bandana in testa con una macchi-na da corsa stampata sopra. Purtroppo doveva essere un ospite fisso del reparto.
"E così il lupo cattivo si bruciò tutta la coda e tornò nel bo-sco a pancia vuota e i tre fratellini vissero per sempre felici e contenti" terminò Samuel chiudendo il libro con un gesto tea-trale.
I bimbi applaudirono e Sebastian sorrise quando sentì i più piccoli chiedere entusiasti "ancoa, ancoa."
Samuel sorridendo guardò i suoi adorabili spettatori e rispo-se:
"Ora si va a nanna piccoli, dormite bene e fate tanti sogni d'oro."
Le due infermiere che erano nella stanza aiutarono i bimbi ad alzarsi e li ordinarono in due file, poi tenendosi per mano usci-rono imitando dei trenini.
"Ciuf ciuf, trenino per nannalandia!" Cantava una delle in-fermiere.
Sebastian si scostò dalla porta per fare uscire i due trenini, e quando il bimbo con la bandana rossa gli passò accanto lo vide salutarlo con un bel sorriso da angioletto. Sorrise a sua volta e gli diede una carezza sulla testa.
In quel momento Samuel si accorse della sua presenza e sor-ridendogli gli fece un cenno di saluto con la mano.
"Ciao, allora non mi stai ignorando del tutto."
Lo raggiunse e gli appoggiò la mano sulla spalla per tirarlo a sé in uno dei suoi abbracci fraterni.
"Certo che no, sono solo stato preso con l'ultimo esame." Gli rispose mentre si staccava dall'abbraccio imbarazzato.
"Hai dato l'ultimo esame? Bravo, congratulazioni!" Un altro abbraccio veloce.
"Già ho chiuso in bellezza con un trenta e lode."
Si pavoneggiò distaccandosi. Mentre stava per cominciare il racconto di come avesse scritto un'altra leggenda nella storia della facoltà, suo fratello sbadigliò. Aveva gli occhi arrossati e cerchiati di nero come se non dormisse da giorni.
"Da quante ore sei in ospedale esattamente?"
"Ho attaccato alle cinque stamattina." Rispose scrollando le spalle come se fosse una cosa normale. "Ci sono tante cose da fare qui, ma ho finito per oggi, usciamo insieme?"
Si avviò verso l'ascensore in corridoio, posando una mano sulla sua spalla per indicargli la via.
"Ok, dove vuoi andare a parlare?" Gli chiese mentre lo se-guiva. "Ci facciamo una birra al pub qui di fronte?"
Samuel guardò l'orologio, erano quasi le nove, e passandosi una mano fra i capelli rispose:
"Meglio andare a casa, vorrei parlarti li."
"Sì magari in pantofole di fronte a una camomilla. Che noia fratello, non possiamo uscire per una volta?"
"Vorrei parlarti con calma e spiegarti tutto, meglio a casa no-stra. Dovrebbero esserci un paio di birre in frigo."
"Certo quelle che avevo comprato io l'ultima volta che lo zio è tornato." Sbuffò spazientito, poi capitolò:
"Va bene allora andiamo a casa, ma cosa mi devi dire di così importante? Un piccolo indizio?"
"È una faccenda complicata, devo spiegarti tutto fin dall'inizio."
Poi rendendosi conto che poteva farlo preoccupare aggiunse sorridendo: "Niente di brutto, anzi è una bella novità."
Strano, gli luccicavano gli occhi e sembrava quasi felice.
"Una faccenda complicata e una bella novità? Si tratta forse di una femmina?"
Gli chiese fissandolo attentamente, mentre la speranza si af-facciava nella sua mente.
"Sì c'è di mezzo una femmina, ma…"
"Veramente?"
Lo interruppe sorpreso Sebastian, mentre un gran sorriso si allargava sul suo viso.
Samuel ha una donna? Alleluia!
Suo fratello non aveva più guardato una donna da quando Alice era uscita dalla sua vita, sparita nel nulla cinque anni prima portandosi via il suo cuore. Pensava che non si sarebbe mai ri-preso dal dolore di quella perdita e a dire la verità Alice era mancata tanto anche a lui.
Invece ora aveva conosciuto un'altra donna: impossibile, in-credibile. La curiosità divampò dentro di lui, doveva essere una persona a dir poco speciale per aver risvegliato il suo cuore dal freddo gelo in cui era sprofondato.
"E chi è?"
"Per favore preferirei spiegarti tutto con calma a casa."
Sebastian non aveva nessuna intenzione di aspettare, gli a-vrebbe scucito ogni dettaglio riguardo a questa donna all'istante.
Mentre stava per ripartire all'attacco con le domande, fu in-terrotto da un'infermiera che correva verso di loro.
Nelle sue intenzioni di certo voleva correre velocemente, ma il suo fisico corpulento si muoveva come al rallentatore e ad o-gni passo il seno prosperoso ballonzolava su e giù.
Trattenne a stento una risata, quando se la trovò di fronte con le guance rosse come peperoni e l'aria trafelata.
"Dottor Island un'emergenza al pronto soccorso, il dottor Simmons è già andato a casa e Brad" arrossì violentemente "il dottor Nixel, intendevo dire, è impegnato in sala operatoria."
Mentre Sebastian si domandava dove diavolo fossero gli altri medici, suo fratello non accennò nemmeno a protestare e senza esitazioni partì di corsa verso le scale. Mentre lo guardava allon-tanarsi come un razzo, sentì che gli urlava:
"Ti aspetto domani sera a cena, così ti spiegherò tutto. D'accordo?"
"Sì" fece solo in tempo a rispondere mentre il fratello era già sparito dalla sua vista.


Mentre usciva dal palazzo e si avviava al parcheggio Seba-stian imprecò tra sé e sé per essere stato mollato così su due piedi senza risposte.
Possibile che non ci fosse un altro dannato medico reperibi-le? Samuel era li dalle cinque di mattina, ben oltre le sedici ore filate: era davvero troppo.
L'unica conclusione sensata era che la direzione dell'ospedale si approfittasse della disponibilità di suo fratello. Quando sei troppo buono finisci sempre per essere sfruttato, sentenziò.
E poi per che cosa? Uno stipendio da fame, nessuna tutela e senza contare che la parola ferie non era contemplata. Scosse la testa, non avrebbe mai capito fino in fondo le motivazioni di suo fratello.
Aprì la portiera dell'automobile e salì a bordo, accese il mo-tore e mise la ventilazione dell'aria rivolta verso il parabrezza appannato. Mentre aspettava che il vetro si schiarisse per parti-re, ripensò alle parole di suo fratello. Riassumendo gli aveva det-to che aveva una novità: bella, ma complicata e riguardava una donna. Quindi suo fratello frequentava una donna, dopo cinque anni di solitudine in cui non aveva degnato nessun altra di uno sguardo.
Chi mai poteva essere riuscita nell'impresa di conquistarlo? E poi quando poteva averla conosciuta?
Samuel praticamente viveva in ospedale, non usciva, non a-veva hobby né altri impegni che non fossero legati alla sua mis-sione medica.
Doveva averla incontrata in ospedale: un'infermiera sexy? Sorrise all'idea di suo fratello, integerrimo nel fare il suo dovere, sedotto sul divano nella saletta medici.
No, non poteva essere una ragazza normale, lui non le vede-va nemmeno. Viveva nel ricordo di Alice, disperato perché non sapeva che fine avesse fatto, ma con la speranza segreta di po-terla riavere un giorno.
Forse il tempo guarisce davvero ogni ferita?
No, non quella ferita, era impossibile.

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