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GUIMAUVE


«Il romanzo "Guimauve" di Paola Farah Giorgi rappresenta, narrativamente, una costante vivisezione dell'animo umano fino a penetrarne le zone segrete. Nella corsia numero sette, all'ultimo piano della clinica dermatologica in Sur le Dessus, uno psicoterapeuta incontra i suoi pazienti che presentano strane macchie rossastre sulla pelle. Partendo da questo pretesto narrativo, Paola Farah Giorgi pone sulla scena una galleria di personaggi strabilianti, da amare e da odiare, divertenti ed odiosi, ingenui e perfidi, meravigliosi e indecenti. E' la "danza lenta o vorticosa di ogni anima", fra nascita e morte, amore e dolore, come ad osservare terapeuticamente la trama della vita con tutte le sue contraddizioni, incertezze, ossessioni e facezie. Come al languore di un tango tutto si impregna di tristezza così davanti alla bellezza di un'opera d'arte tutto diventa estasi: l'amore per una donna è il tappeto dorato sul quale volano tutti i desideri. Il romanzo è dolce come una guimauve e, al contempo, amaro come l'assenzio. La scrittura di Paola Farah Giorgi è ardente come fiamma infernale, nuda come l'innocenza, cruda come il dolore della vita. Tutto scorre, seguendo la realtà quotidiana, fino a quando, a causa di una ingiusta sospensione, lo psicoterapeuta non potrà recarsi in clinica per qualche giorno e tutti i suoi pazienti, miracolosamente, guariranno: perché non penseranno più, ossessivamente, al loro presunto male. In quel momento, sentiranno di confessare che "il paradiso è in terra", proprio in quell'ospedale. D'altronde, come scrive Paola Farah Giorgi, "il Bene e il Male hanno un unico volto, il volto di Dio, sani e pazzi, tutti siamo come il volto di Dio"». Massimo Barile

Editore:
Edizioni Montedit

Genere: narrativa

Estratto:
La corsia numero sette è all'ultimo piano dell'ospedale, con sette stanze ed una lunga vetrata nel corridoio lato sud. L'architetto Jacques Peyron l' ha progettata così: vista a centottanta gradi sul percorso quotidiano del sole, dall'alba al tramonto, e sui tetti della città vecchia. Mi piace guardare i tetti, rosso mattone. Alcuni svettano sino a forare il cielo, e banderuole a forma di Cupido lanciano dardi. Qui i venti s'incontrano, confabulano, agiscono anche, quando rintracciano il giusto cuore da insanguinare. C'è amore, sotto i tetti, passione, bellezza, e la danza lenta o vorticosa di ogni anima fra la nascita e la morte, passo dopo passo. Osservo questa danza, i suoi passi, e li seguo a volte, mentre escono dai vecchi portoni, in un dedalo di strette viuzze incrociate come trama fitta di un tessuto. Osservo la vita. Alcune vecchie case ed alcuni antichi bistrò si riflettono nei canali. Sono verdi i canali, le vecchie case rosso ocra, e le insegne dei bistrò spaziano nell'arcobaleno più caldo, dipinte su ferro battuto. Il cielo è blu, invece, come il mare profondo, giorno e notte, e sembra di poterlo toccare.
Anche stasera berrò un caffè in tazza grossa al Flying Souls's Cafè, dove canta Sarah. Mi piace la sua voce. Ormai tutti mi conoscono, mi sorridono e mi salutano, quando entro. Sanno che dirigo da qualche mese il nuovo reparto, quello sopra le righe, e che, nonostante il mio riserbo e gli abiti sgualciti, sono un tipo simpatico. Non ho mai curato l'abbigliamento né il taglio dei capelli. Non mi rado di frequente. Quando i capelli rasentano le spalle li metto per qualche settimana ancora dietro le orecchie, la sera, ed in ospedale li lego con l'elastico. Ho tutto il fascino over quaranta, dicono.
-Ciao. Sei un artista? – mi ha chiesto Sarah la prima sera.
-Un medico – le ho detto.
-Non è possibile – pensava che scherzassi – non raccontarmi storie.
Ha gli occhi verdi Sarah, limpidi come l'acqua della fontana in piazza. Si vede il fondo, della fontana e del suo cuore. Ed è un cuore felice, come ne vedo raramente.
-Sei sposato?
-No – ho risposto.
-Questa volta sei sincero, lo so, ma come medico non mi convinci.
Quando esco dal bistrò, ogni sera, il suo sguardo rimane impresso sulla mia retina e si pone sopra ogni altra immagine come un marchio. Lo porto con me nella notte. Passeggio. Ciondolo. Non si cancella. Solo la corsia numero sette all'ultimo piano dell'ospedale perde quel marchio. Non posso distrarmi, lì. E loro, d'altra parte, non hanno alcuna garanzia di felicità.
Arrivo sempre in ospedale alle otto e quaranta.
Pedro e gli altri hanno appena finito di gustare il profumo del pane croccante, con la crema di burro che scivola e sporca le dita. Quando ne cade una goccia nel caffè - spesso succede - galleggia come una zattera senza guida lasciando scie dolciastre a ghirigoro, prima di sprofondare. La superficie poi ritorna calma. Il caffè si raffredda. Pedro lo rimescola più volte, fra un sorso e l'altro. Non vuole lasciare zucchero sul fondo. Florabelle e Assunta al contrario non mangiano nulla. Si siedono a tavola per mostrare al mondo la loro forza di volontà. Ne vanno fiere. Rancio le guarda fra disprezzo e compassione, troppo banali per lui, mentre Padre Maurice fa un segno di croce su ogni commensale a ripetizione. Benedice le virtù ed esorcizza i vizi del mondo, dice, e conosce rituali segreti, troppo pericolosi per essere divulgati. Philippe e Louis sogghignano senza ritegno. Si somigliano, loro, stesso stile, senza dio, giacca e cravatta alle otto di mattina. Padre Maurice ha pazienza, ma non troppa. Si sente deriso.
Mi diverto a guardarli, i miei pazienti - vengono qui da ogni dove - e mi affeziono, a volte troppo.
Tutti nascondono con cura meticolosa le macchie rossastre sulla pelle, quelle dalla causa ignota già assodata. Nessuno di loro ne parla con gli altri e tutti fingono di non sapere che anche gli altri le hanno.

Acquisto:
http://www.montedit.it/scheda-libro,2288/paola-farah-giorgi/guimauve.html




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