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I bisogni primari

Nonostante tutti i suoi difetti era un brav'uomo. Nessuno se lo sarebbe mai aspettato.
Il dottor Luca non cercava un pretesto migliore per liberarsi di uno di loro. La crisi aveva colpito anche la sua azienda e da un paio di mesi gli operai lavoravano sottopressione. Ore su ore, ritmi incessanti e continui battibecchi. Era diventato impossibile.
Riccardo Carta era uno come tanti, con la sua vita fatta di alti e bassi, una famiglia, l'affitto, le rate della macchina, qualche amico, il calcio. Un po' patito per la politica, ma neanche tanto. Il Carta non era un fanatico. Nessuna tessera di partito e nemmeno un passato dietro le barricate. Non si può dire che fosse stato eccessivamente aggressivo. Un po' testa calda, certo. Testardo, ma non un tipo violento. Al massimo qualche scazzottata da giovane.
Mara, sua moglie, aprì la porta del loro appartamento al secondo piano, in via Matteotti. Una casa modestissima, che la donna custodiva con grande cura.
« Non so se vi vuole vedere » disse a bassa voce « è particolarmente scontroso »
« Solo cinque minuti » fece uno dei due tizi
Il Degna e Giovanni Bortoli erano amici del Carta da una vita. Il primo lavorava come commesso nel negozio di suo padre e conviveva da un paio d'anni con la fidanzata. L'altro, faceva il magazziniere in una fabbrica di materie plastiche. Single. Ovviamente non per scelta. Ne avevano passate di tutti i colori insieme, eppure non avevano mai visto il loro amico ridotto in quelle condizioni.
Riccardo Carta stava incassato nel divano con la tv accesa, sintonizzata su uno dei tanti telequiz in onda a quell'ora di sera. Il volto impietrito, lo sguardo fisso su delle ballerine in abiti succinti che esibivano il loro corpo perfetto ai telespettatori. Manco li salutò quando i due amici gli si avvicinarono.
Il Degna, che era uno dalla battuta pronta, non sapeva nemmeno cosa dire.
Fu lo stesso Carta a rompere il ghiaccio.
« E adesso cosa faccio? Quel maledetto bastardo... »
« Vedrai che le cose si sistemeranno » lo rassicurò il Degna con tono incerto.
« Non so cosa cazzo sia successo, cioè non me lo riesco a spiegare. È stato un attimo. Una frazione di secondo. Non ce l'ho fatta più. Sono scoppiato »
« Lascia stare » ribatté il Degna « Vedrai che il lavoro salta fuori »
Il Carta non rispose. Il presentatore del telequiz teneva il pubblico sulle spine.
« Si fanno un po' di sacrifici e si riparte, come sempre no? » esclamò Mara alle loro spalle
« Eh già » annuì il Bortoli « Ma non ti ha denunciato vero? »
« Sperò di no! » proruppe il Carta con il volto acceso di rabbia « Quella merda ne sarebbe capace. Stronzo! Schiavista! Con la scusa della crisi ci stava mandando tutti fuori di testa »
« Riccardo non alzare la voce, che svegli le bambine » lo esortò sua moglie
Il Carta e Mara avevano due gemelle di otto mesi. Mandare avanti la famiglia non era semplice. Milletrecento euro lui, un lavoro part-time lei.
« Come stanno le pesti? » chiese scherzosamente il Degna
« Fosse per loro... Stanno facendo i denti, si lamentano un po', sai com'è »
Mara sorrideva. Il suo viso asciutto riluceva ogni volta che si parlava delle figlie. Sembrava una donna fragile, delicata, iper-sensibile, invece aveva dimostrato a tutti di saper tirar fuori gli attributi al momento giusto. La sua grinta talvolta sembrava incontenibile, per un corpo così minuto. Quello debole era suo marito.
Parlarono del più e del meno per una buona mezz'ora. Il Carta a tratti seguiva i discorsi, a tratti sembrava completamente assorto. Il rumore della tv sembrava crescere, minuto dopo minuto. Pareva addirittura infastidito dalla loro presenza ed emetteva qualche verso con la bocca, come a scacciar via il ronzio di una mosca.
« Va beh, adesso noi andiamo » disse infine il Degna « Se hai bisogno, chiama »
« Oh, ci sentiamo » aggiunse il Bortoli, menandogli una pacca sulla spalla « Ah! Se vuoi domani ci possiamo bere qualcosa, dopo le sei, va bene? »
Il Carta non rispose. Sì alzò e andò verso la finestra per fumare.
« Grazie della visita ragazzi » aggiunse Mara, accompagnando i due amici alla porta, che parecchio sconvolti, guardarono un'ultima volta il Carta prima di uscire.

Erano state due mattine fa. Il Carta lavorava a turno in una cartotecnica. Mattina, pomeriggio, notte. Due pause, giusto il tempo per pisciare e sciacquarsi la faccia col caldo. Milletrecento euro al mese a caricare scatoloni su dei bancali ed imballarli prima di metterli sul bilico. Un lavoro pesante, ma non aveva trovato altro e si era dovuto adattare. Anche perché con Mara e le bambine non poteva permettersi colpi di testa.
Il Carta però era uno preciso, di quelli che le cose o le fanno bene o non le fanno proprio. Teneva un quaderno a quadri nel secondo cassetto del comò. Lì, annotava tutti i movimenti finanziari della sua famiglia e gestiva l'economia della loro vita, nonostante Mara lo spronasse spesso ad essere più elastico. Lui non che non lo fosse, ma gli anni lo avevano indurito e le responsabilità talvolta gli gravavano sulle spalle come enormi macigni.
Due mattine prima, probabilmente si era sentito bell'e spensierato per aver fatto quello che aveva fatto. Doveva aver avuto la zucca completamente vuota, per non essersi, un attimo prima dell'accaduto, trattenuto dal liberare tutta la sua ira.
Il dottor Luca passeggiava con aria indisponente tra i macchinari, nel reparto dove lavorava il Carta. Era un uomo del cazzo, una mezza fichetta. Nella vita c'aveva avuto solo una botta di culo: essere figlio di un uomo che aveva fatto la fortuna col suo ingegno. Passando chiamava in rassegna gli operai. Domandava loro cosa stessero facendo, li correggeva, li ammoniva a lavorare con maggior lena. Talvolta, non mancava di umiliarli.
Il Carta stava disponendo su un bancale una pila di scatoloni, come al solito. Era stremato e fuori di se. La macchina sembrava impazzita. Continuava a fermarsi.
Da poco era entrata in vigore una normativa, che per motivi d'igiene, imponeva di tenere in testa una cuffia elasticizzata. Faceva un caldo pazzesco e il Carta al colmo dell'esasperazione se l'era tolta.
« E la cuffia? » sibilò il dottor Luca alle sue spalle
« Mi scusi dottore, la rimetto subito »
Il Carta raccolse la cuffia da terra e se la mise in testa, sperando che con questo il suo titolare avesse chiuso.
E invece no. Il dottor Luca sembrava particolarmente indispettito. Restò a pochi passi ad osservare il suo operaio che lavorava. La macchina si fermò nuovamente e l'imprenditore andò su tutte le furie.
« Ma cosa sta facendo?! Non vede che si è inceppata! È già la terza volta da quando sono qua! Non è capace di sistemarla?! Cosa sta a fare qui?!... La verità » continuò « è che non ve ne importa un fico secco del vostro lavoro, lo fate solamente per portare a casa lo stipendio. Non ci mettete mai e poi mai un po' d'attenzione. Non pensate ai sacrifici che dobbiamo fare noi. Siete degli irresponsabili! Ecco cosa siete »
« Mi scusi dottore » mormorò il Carta « mi scusi »
« Eh, tante scuse. Tante scuse e basta! Piagnucoloni! Su mettila a posto, e alla svelta! »
Il dottor Luca si allontanò, scuotendo il capo e borbottando qualcosa fra i denti, ma la questione non era finita qui.
Mentre il titolare stava discutendo con il capo reparto, la macchina del Carta si era inceppata nuovamente e il dottor Luca, s'era scagliato contro il suo operaio come un animale inferocito. Tutti gli altri si erano voltati a osservare la scena. Riccardo Carta aveva letteralmente mandato a 'fanculo il dottor Luca e stava per abbandonare il posto di lavoro, mentre quest'ultimo lo minacciava e gli dava dell'imbranato, dell'incompetente e qualt'altro. Fu il tempo di un secondo. Un momento inaspettato per tutti.
Il Carta si era avventato sul dottor Luca e l'aveva spinto, facendolo ruzzolare per terra come un sacco di patate. Accortosi della malefatta, si era trattenuto prima di compiere qualche altro danno. Il dottor Luca, inizialmente sbiancato per lo spavento, rimessosi in piedi con l'aiuto del capo reparto e degli altri operai, forte della sua posizione, aveva iniziato a gridare come un pazzo, a inveire contro il Carta, che ammutolito non riusciva più a pronunciare nessuna parola. Con la testa china e un certo piacere nelle vene, non poteva credere a quello che era successo, come se lui fosse stato uno spettatore e non il diretto responsabile.
Venne licenziato in tronco.

Non era passata neanche una settimana da quando aveva perso il lavoro.
Il tizio di là della scrivania parlava un po' a lui e un po' al cellulare e vista la stazza, sembrava più badare a riempirsi la pancia, che alla sua occupazione. Non c'era tanto da fidarsi del sindacato, pensò il Carta, ma vista la situazione! Riccardo Carta aveva simpatizzato politicamente prima a sinistra, per poi sbandare a destra ed infine, come tanti del Bel Paese, sentirsi inerme di fronte alla classe governativa e diffidente di tutti gli apparati istituzionali.
« Non so cosa si potrà fare » gli disse sconsolato tale Stella, sindacalista Cigl
Il Carta respirò a fondo e si passò le mani sulla faccia.
« Lei è iscritto al sindacato? »
« ...No »
« Ho capito » continuò l'altro « Guardi, non so cosa fare. Capisco la situazione in cui si trovava, ma avrebbe dovuto agire prima. Ora non voglio che la prenda male, ma non so come si potrà riparare a questa cosa. Alla fine lei ha alzato le mani sul suo titolare. Non è poco »
Queste parole gli rimbombavano ancora in testa, mentre con il Bortoli si scolava un paio di birre al Bar Collando. Nonostante tutto, era straordinariamente affascinato da quel che aveva fatto, o meglio, sapeva che era una gran cazzata, forse una delle più grandi della sua vita, ma gli dava quel piacere e quella specie di fierezza di chi andrebbe in giro a vantarsene con tutti.
« Alla fine non me ne pento » disse al Bortoli, mentre questo sfregava un gratta e vinci « Lascia stare! Sono soldi buttati via, non si vince mai »
« E tu che ne sai, magari... »
« Seee! Magari.... Sai quanta gente pensa di risolvere la propria vita con un gratta e vinci?! Sperano tutti che gli vada bene. Invocano i santi per avere un po' di culo... Sbagliano! Dovrebbero mettersi a fare qualcosa per cambiare il sistema invece »
« Tipo prendere a pugni il proprio titolare? » esclamò il Bortoli, ridendosela sotto i baffi.
« Ridi, idiota! Ridi! Al di là del casino che è successo dopo, che sono stato licenziato e tutto il resto, quello che ho fatto lo rifarei. Gli stava bene a quel pezzo di merda! Ci trattava come fossimo i suoi servi. Anzi, ti dirò di più, maledetta quella volta che mi sono fermato. Avrei dovuto continuare, ammazzarlo di botte, finché il sangue non gli colava dalla bocca e non stramazzava al suolo come un cane »
« E cosa avresti risolto? » fece il Bortoli, pungolandolo con lo sguardo
« Niente » rispose leggero il Carta « ma almeno mi sarei tolto un peso. Avrei fatto quello che tutti farebbero se solo ne avessero il coraggio. Invece no, tutti abbassano la testa, mandano giù il rospo e tirano a campare »
« Le cose non stanno così, si risolvono in altre maniere »
« Sei il solito buonista »
« Non è vero. È un dato di fatto. La violenza non ti ha migliorato la vita, tutt'altro te l'ha complicata »
« Non c'è rivoluzione senza violenza »
« Sei un disfattista »
« Buonista! »
« Ti sbagli. Credo semplicemente che per cambiare le cose ci vuole pazienza, metodo e impegno »
Il Carta non ribatté. Col Bortoli parlare di certe cose era impossibile. Per lui, pace e amore. Era uno che alla fine non aveva combinato un tubo nella vita. Abituato a reprimere il dolore e la rabbia, a trasformala in gesti ragionevoli e misurati, a non lasciar trasparire mai un minimo di emozione in nulla. Tutto questo perché lui credeva nel buonsenso. E forse, ci aveva creduto anche il Carta un tempo, ma dal giorno del suo licenziamento non si sentiva più lo stesso. Ora, vedeva la realtà da un'angolatura completamente nuova. Finalmente, dopo un lunghissimo periodo di malattia era guarito e, più di ogni altro deciso a vivere, da adesso in poi le sue scelte sarebbero state irremovibili.

La famiglia Carta consumava i pasti nel soggiorno-cucina del loro appartamento in via Matteotti.
Una tana perfetta in due, strettina con le gemelle, impensabile quando queste sarebbero diventate grandi. Il Carta ricordava spesso la casa di suo padre. Una reggia a confronto, ma erano altri tempi. In quegl'anni le case se le facevano. Case di tutto rispetto, comode e con un pezzo di terra intorno. E suo padre, non era mica un imprenditore! Invece, a quelli della sua generazione che non godevano di qualche rendita, toccavano dei bugigattoli per topi.
Il Carta e sua moglie cenavano in silenzio, con la tv accesa.
Il tg dava le notizie del giorno.
« Balle! Sono tutte balle! » inveì il Carta, come se l'annunciatrice oltre lo schermo lo potesse sentire « Non ci raccontano altro che un sacco di stronzate! Il lavoro sta aumentando. La crisi è finita. Ma dove?! »
Si riempì la bocca con l'ultima forchettata di pasta al ragù e masticando disse:
« L'altro giorno ho trovato Cesco. Quello che sta con la Sabri, hai presente no? Mi ha raccontato che dove lavora lui, che è un'azienda grande, che fanno pelle, ne hanno lasciato a casa un centinaio. E i nostri politici ci dicono che la crisi è finita! Dovrebbero venire in fabbrica, anche solo per un giorno a vedere se è finita, quelle merde »
Mara non fiatava. Il Carta continuò.
« Basta! Dobbiamo fare qualcosa. Dobbiamo reagire a questo sistema. Scendere in piazza, fare casino, mettergli la paura sotto il culo... Ma mi stai ascoltando? »
La donna aveva cominciato a sparecchiare la tavola.
« Dovresti pensare a trovarti un nuovo lavoro invece. Sei andato all'ufficio di collocamento oggi? »
Il Carta, allontanando bruscamente il piatto, si alzò in piedi.
« Vedi come sei?! » esclamò « Come tutti gli altri. Per voi questa storia che mi hanno licenziato alla fine è colpa mia! »
« Riccardo, io non ho detto questo... »
« Sì invece, è solo colpa mia! Non riuscite ad aprire gli occhi. Non vi accorgete dell'opportunità »
« Ma cosa stai dicendo, caspita?! »
Improvvisamente il Carta divenne viola, si gonfiò tutto e assunse uno sguardo che terrorizzò la moglie. Mara non l'aveva mai visto così.
« Vaffanculo! Mi hai rotto il cazzo anche te! Sono stufo di questa vita di merda! Mi sono fatto il culo per anni e vivo in questo schifo di appartamento, che tu con le tue cazzo di manie tieni come se fosse il palazzo della regina d'Inghilterra. Io non faccio lo sfigato per tutta la vita, hai capito?! »
Con un colpo violento rivoltò una sedia per terra. Mara rifugiatasi in un angolo non osava aprir bocca. Si copriva il petto con le braccia e guardava basso, mentre l'uomo che aveva sposato con un altro eccesso d'ira spaccò un piatto per terra. E poi un altro ancora.
Le gemelline che dormivano nella stanza accanto scoppiarono a piangere. La donna si precipitò verso di loro. Il Carta urlava e menava calci ovunque. Le bimbe piangevano e lui gridava come un forsennato. Alla fine sbattendo la porta uscì dall'appartamento. Prese la macchina e guidò a caso per un po'. Poi, decise di andare dal Bortoli. Quando arrivò lì, l'amico rimase sconcertato, lo fece entrare e accomodare su una sedia. Il Carta era fuori di se e non voleva sentir ragioni. Gli spiegò che a casa non voleva tornarci e che si sarebbe trasferito da lui almeno per un paio di giorni.

Passò una settimana. Riccardo Carta viveva ancora dal Bortoli, nonostante il secondo non avesse più nessuna intenzione di condividere quel monolocale con l'amico e di vederlo trasformarsi giorno dopo giorno da un'umilissima dimora a un porcile. Era pur sempre la sua abitazione, cazzo! Solamente che il Carta era intrattabile. Non si poteva rivolgergli la parola se non con l'affabilità con cui si potrebbe parlare a chi ti sta per raccomandare una rendita di un milione di euro. Andava e veniva come voleva, si rifiutava di sentire la moglie che disperata continuava a chiamarlo, fumava e beveva in casa. E come se non bastasse, pianificava storie assurde, che il Bortoli doveva assecondare per non rischiare che s'incazzasse come una bestia.
Dal canto suo il Carta passava la maggior parte delle ore a zonzo a meditare. Era angosciato dall'idea che poi tutta quella meditazione gli avrebbe mandato in pappa il cervello, e che invece doveva sbrigarsi ad entrare in azione. Passava anche numerose volte davanti all'azienda dove aveva lavorato. Si fermava dinanzi al cancello con l'auto accesa. Si guardava intorno e poi ripartiva.
Alla sera andavano al bar. Il Carta intratteneva discorsi di politica con chiunque, dal vecchio di ottant'anni all'immigrato di venti. A volte si finiva che litigava, allora il Bortoli con la cacarella addosso, allontanava l'amico dagli astanti riparando in mille scuse e convenevoli.
Una sera s'incontrò con loro anche il Degna. Il Bortoli era ricorso in suo aiuto, perché non tollerava più la situazione. Davide de Agnoi, detto il Degna era un tipo molto impegnato, ma si faceva in quattro per gli amici. Spiritoso, allegro per natura, buttava in vacca qualsiasi cosa. Forse l'antidoto giusto per la rabbia del Carta, pensò il Bortoli mentre raggiungevano in macchina il Bar Collando.
« Ma che succede? » gli chiese subito il Degna « Giovanni mi ha detto che te ne sei andato di casa. Sei matto?! E Mara? E le bambine? »
« Oh! Non farmi la predica. Sei diventato prete?! »
« Non serve che mi rispondi così. È solo che mi preoccupo per te »
Il Carta non voleva discuterne. Cercò di cambiare argomento.
« Bah! Secondo me l'hai presa troppo male... » sbuffò il Degna
L'amico lo fulminò con gli occhi.
« La fai facile te, che sei sempre stato un paraculato! »
Il Degna non ci stava.
« Paraculato un cazzo! La fortuna me la sono anche cercata. Non è che mi è caduta dal cielo »
« Ah sì! Il lavoro è quello di tuo padre, la casa te l'ha comprata lui... »
« Ok, avrò avuto i miei vantaggi, ma te? Ti sei sempre lamentato per tutto. Muoviti, fa qualcosa! »
Il Carta montò su tutte le furie. Scattò in piedi come una molla, collerico in faccia. Con una mano afferrò il Degna per la gola.
« Non ti permettere di dirmi una cosa del genere! Che mi sono fatto il culo, nella vita, io! Non come te che hai trovato sempre la pappa pronta. Non ti permettere, capito! »
« Oh! Calma Riccardo, calma » lo esortò il Bortoli, trattenendolo per un braccio « ...Non ti ha detto niente »
Il Carta allentò la presa. Tutta la gente del bar si era fermata a osservare la scena. Tossendo, il Degna lo fissava, orribilmente incredulo.
Si guardò intorno e adesso tutta la sua foga sembrava svanita. Era stranito, spaesato, come un animale in cattività. Senza dir altro, prese e se ne andò dal locale. Quella notte non avrebbe dormito dal Bortoli, ma in macchina. Il giorno successivo sarebbe entrato in azione.

Era una mattina di prima estate quando il Carta, dopo una nottata trascorsa in macchina, col mal di testa e un brutto aspetto, s'avviò ad andatura lenta verso la fabbrica dove aveva lavorato per diversi anni.
Non sapeva esattamente cosa avrebbe fatto, ma qualcosa doveva pur combinare. Aveva riflettuto parecchio in quei giorni. Tutti quei propositi non potevano rimanere incompiuti. Non poteva essere sempre così la vita. Non doveva essere sempre così!
Arrivato davanti al cancello della fabbrica parcheggiò l'auto. Scese e suonò al citofono. Quando la segretaria gli rispose, le disse che era Riccardo Carta, e cercava il titolare, il dottor Luca. Questa gli aprì.
Invece di aspettare nell'atrio come tutti, salì al secondo piano dove stavano gli uffici. Passò in mezzo ai vari impiegati, responsabili, commerciali, che lo guardavano attoniti e si diresse verso lo studio del dottor Luca, nonostante le sollecitazioni della segretaria che lo invitava ad attendere un attimo. Entrò senza bussare.
L'imprenditore era al telefono. Il Carta non disse una parola.
« Scusami un attimo » mormorò il dottor Luca al cellulare « Ti chiamo io più tardi »
Poi rivolgendosi al suo ex dipendente:
« Cosa ci fa lei qua? Cosa vuole? »
Il Carta non riusciva ad emettere un suono. Tutta quella rabbia che aveva covato per giorno e giorni sembrava come implosa. Adesso, che si trovava di fronte all'uomo che più odiava al mondo, pareva immobilizzato.
« Allora mi vuol dire cosa è venuto a fare qui? Non ho tempo da perdere con lei » gli ripeté il dottor Luca, comodamente seduto nella sua poltrona
« ...Mi hai rovinato la vita » disse infine il Carta
« Come prego? »
Il dottor Luca lo guardava al di là della scrivania tra l'indignazione e lo stupore. Con quel mezzo sorrisetto stampato sulle labbra era come se stesse dicendo, questo qua è tutto scemo. Allora il Carta avanzò di un passo.
« Qualcuno mi vuol dire cosa ci fa qui questo signore? » ringhiò l'imprenditore rivolgendosi alla segretaria e al responsabile amministrativo, che nel frattempo si erano affacciati alla porta dello studio del loro titolare.
« Non lo so, dottore » rispose la segretaria « È salito e... »
Il responsabile amministrativo, tale Mianzan, si accinse ad accompagnare il Carta fuori dall'ufficio, afferrandolo per il braccio, ma questo con la rapidità di una serpe si divincolò dalla presa. Il Mianzan timorosamente si ritrasse. Il Carta avanzò ancora di un passo.
Fissava il suo titolare senza muovere un dito. Troppi pensieri gli si accavallavano in testa.
Il dottor Luca tutt'un tratto sembrava impallidito. Un velo aveva offuscato il suo sguardo cristallino e penetrante. Continuava a minacciarlo per difendersi in qualche modo da quel silenzio che stava diventando, secondo dopo secondo, sempre più preoccupante. Erano accorsi anche altri impiegati, che si guardavano l'un l'altro, indecisi sul da farsi. Nel frattempo il Carta, passo dopo passo, era arrivato a ridosso della scrivania. Appoggiò i palmi delle mani sul tavolo, sporgendosi tutto in avanti. Qualcuno avrebbe detto che era irriconoscibile.
« Se ne vada adesso » disse a fil di voce l'imprenditore, ben aggrappato ai braccioli della poltrona. Poi, rivolgendosi alla segretaria: « Marina, le prenda un appuntamento per domani »
Poi, ritornando sul Carta: « Ecco, venga qui domani. Con più calma potremo parlare »
Il Carta era chino sul suo ex titolare, che in una manciata di secondi, sembrava essere invecchiato di dieci anni.
Un impiegato, tale Carlo Guderzo, tra i più giovani nell'azienda, ebbe la bella idea di avvicinarsi al Carta, avvinghiarlo, e strattonandolo invitarlo ad uscire immediatamente dall'ufficio. Si beccò un dritto sul naso che lo spedì sanguinante al tappeto.
Senza fiatare, come era venuto il Carta se ne andò.

Autore: AndreaMarchi




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