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IL BUIO OLTRE LO SPECCHIO


Sei racconti sulla follia del nostro mondo scritti con uno stile diretto e scorrevole. L'autrice ci propone incubi, purtroppo tutt'altro che impossibili: programmi che schiavizzano il loro creatore, cloni senz'anima e clonatori senza speranza, bambini manipolati per restare tali in eterno, e poi la follia della guerra e la prospettiva della distruzione totale. Ma ognuno di questi incubi si porta dietro una speranza, un'ipotesi di salvezza: la riscoperta della natura e di una vita più semplice ("Selvaggia e i fiori di lavanda"), una società pacifica ("L'ultimo giorno"), l'amicizia e la bellezza come antidoti all'odio e alla guerra. I racconti sono godibili, a mio giudizio i migliori sono "Una chimera di nome Jack" per la precisa descrizione della presa di coscienza del protagonista, e "Ghaliya non deve morire" per il senso disperato di occasione perduta che lascia.

Editore:
0111 edizioni

Genere: surreale-fantascenza

Estratto:
GHALIYA NON DEVE MORIRE
Il frastuono dei carri armati e le urla concitate dei soldati riempivano
ogni strada e vicolo, penetravano attraverso le imposte chiuse come un
fiume che straripa, aleggiavano col loro fetore nell'aria delle stanze
come una nube tossica; la realtà circostante era invece immobile, coi
muri bianchi scrostati dagli ordigni esplosi nei paraggi, i patii invasi dai
calcinacci e le finestre discretamente chiuse, come a tenere fuori un
mondo di cui si vuole ignorare l'esistenza, e un silenzio opprimente da
quelle case che parevano abbandonate.
Un quartiere residenziale di gente benestante sinché le bombe non
avevano bussato anche alle loro porte.
A parte soldati e carri armati, le strade erano deserte di vita quotidiana.
«Perquisite dappertutto, cantine, soffitte, armadi, stipiti, qualunque
buco vi troviate davanti, non ci deve sfuggire niente; trascinate fuori
tutti, vecchi, bambini, donne, questi maledetti sono tutti uguali,
nascondono terroristi e armi mentre fanno finta di essere gente per
bene, qui non c'è nessuno per bene, cazzo, questi ci vogliono tutti
morti; fate attenzione, sparate a ogni sospetto, ci è arrivata una soffiata,
sono qui, ce ne sono altri, interrogateli tutti, sì, anche i bambini…»
Ordini e imprecazioni arrivavano come raffiche di mitra, José,
l'ufficiale al comando della squadra, era elettrizzato eccitato e
terrorizzato insieme e nei suoi occhi brillava una luce che aveva
qualcosa di demoniaco; il suo era lo sguardo di chi è sospeso fra realtà
e finzione, come se non fosse perfettamente cosciente dei suoi stati
d'animo né di quel che stava vivendo, e neppure degli ordini che urlava
a tutto spiano come se fosse impazzito.
Yoel saltò giù dalla camionetta desiderando soltanto di potersi tappare
le orecchie, piantare il fucile lì in terra e andarsene fischiettando, le
mani in tasca, come in un brutto sogno a lieto fine.
"Maledizione!" grugnì a denti stretti cercando una via per sfuggire allo
sferragliare opprimente degli ordini, a quella cacofonia di note aspre e
impregnate di esaltazione che uscivano dalla bocca di José,
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"Maledizione!" ripeté a se stesso come fosse l'unica parola rimasta del
suo vocabolario.
Si guardò intorno come un animale braccato, nel cervello e nell'anima
si annidava un nemico che lo guardava beffardo e incrinava ogni
visione della realtà avesse mai avuto, mettendo a ferro e fuoco ogni sua
convinzione.
"Maledizione!" e gli parve di boccheggiare in un universo di fumi che
gli impedivano di vedere il mondo reale per quel che era perché lo
impregnavano di veleno: una miccia ficcata in ogni fibra del suo essere.
José stava suddividendo gli uomini in gruppi, i suoi ordini concitati
rimbalzavano da un soldato all'altro come eco impazzite, Yoel fece
finta di niente e si allontanò come se fosse estraneo a tutto quel che lo
circondava, pedina solitaria tra uomini che correvano in ogni direzione.
Nel caos passò inosservato e si allontanò tra i vicoli e le case silenziose.
Girò a casaccio nel quartiere immobile finché non riuscì a dissipare il
velo di follia che gli aveva annacquato i sensi, allora si guardò
nuovamente intorno e si accorse di essere solo.
La voce stridula di José, le risposte concitate dei compagni e il cigolio
metallico dei carri armati sullo sfondo.
Yoel si guardò indietro, improvvisamente spaventato, quasi alla ricerca
di quella lontana e rumorosa sicurezza, la sensazione di centinaia
d'occhi che lo fissavano attraverso le imposte discretamente chiuse:
avrebbe dovuto darsela a gambe, però gli anfibi rimasero incollati
all'asfalto.
«Sono un perfetto idiota.» disse a se stesso, più che altro per sentire
l'effetto consolatorio della propria voce, «Basta un attimo, un cecchino
appostato ovunque e sono morto, un imbecille morto.»
Restò immobile per qualche lunghissimo istante, quasi in attesa del
colpo di fucile che avrebbe messo la parola fine a quel suo attimo di
follia suicida, l'orecchio teso a captare il click che l'avrebbe strappato a
questa terra.
Un secondo dopo era ancora vivo, in lontananza il rumore metallico dei
carri armati e gli spari delle perquisizioni appena cominciate. Yoel si
allontanò ancora.
"Dove diavolo sto andando? Che cazzo credo di fare? Ci rimetto la
pelle questa volta, come un perfetto idiota."
Però non si risolse a tornare indietro e proseguì per la strada dove il
tempo pareva essersi fermato e, con esso, ogni parvenza di vita. Lesse i
cognomi sulle porte: Jihad, Nasrallah, Khaled, non erano nomi
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completamente estranei, anche se avrebbero dovuto esserlo, Al-
Moghrabi…
Yoel si fermò di botto mentre la lingua si arrotolava intorno a quel
cognome "Al-Moghrabi, Al-Moghrabi…" come una filastrocca tornata
alla memoria dall'infanzia.
Soltanto sette, otto anni prima, quando desiderava ancora imparare a
suonare uno strumento ben diverso da quello che aveva fra le mani.
La vita aveva le sue sorprese; a domandarselo oggi, non sapeva più
perché avesse fatto quella scelta. Forse non sapeva neanche quando
l'avesse fatta.
Si fanno tante cose senza sapere perché. Per emulazione o perché ti
hanno ficcato in testa un sacco di idee che poi ti accorgi che non sono
tue.
Yoel si strappò a quelle considerazioni troppo gravose e si concentrò
sulla casa; a parte i calcinacci, i frammenti di vasi rotti e le piastrelle
scheggiate, restava una bella casa.
Si accorse di sudare freddo quando gli venne in mente che, da lì a poco,
quella casa sarebbe stata messa a soqquadro e ogni cosa contenesse
sarebbe andata distrutta, indipendentemente dal fatto che ci abitasse un
medico, un commerciante, uno qualunque, un terrorista o un trafficante
d'armi. José non faceva differenza.
Si strinse nelle spalle e salì i quattro gradini che portavano nel patio
quindi, istintivamente, bussò alla porta.
Poiché nessuno rispose, seguendo il solito istinto strinse la mano
intorno al pomello della porta e provò ad aprire: come fosse stato
atteso, pomello e porta obbedirono senza protestare e i cardini
cigolarono debolmente, discretamente come tutto il resto.
Yoel si chiuse la porta alle spalle.
Gli occorse qualche istante per abituarsi alla penombra, quindi mise a
fuoco un salone poco ammobiliato, soltanto qualche poltrona e un
tavolo basso, in cui gli unici abitanti di quel luogo immerso nel silenzio
erano libri e strumenti musicali poggiati su scaffali, sgabelli e tappeti.
Pile di spartiti ammucchiati negli angoli e i manifesti di decine di
spettacoli alle pareti: gli parve di essere in presenza di una orchestra
muta dove i musicisti erano violini, viole e violoncelli, e un pianoforte
verticale appoggiato a una parete.
Improvvisamente il giovane si sentì catapultato indietro nel tempo,
quando i desideri e le speranze dell'adolescenza lo avevano portato a
intercettare una strada ben diversa da quella che aveva intrapreso
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successivamente; il suo sguardo venne catturato da un manifesto
familiare e, come ipnotizzato, lasciò cadere il fucile per terra e si
avvicinò per guardarlo meglio, il cuore gli batteva forte e l'emozione
gli fece venire le lacrime agli occhi.
Rivide se stesso quindicenne davanti all'ingresso del piccolo teatro del
suo villaggio, l'edificio non veniva usato da tempo, ma quel
pomeriggio era tutto illuminato e si sentiva la musica dei concertisti che
eseguivano le prove: una bella musica, Mozart, Rossini, Ciajkovskij
forse; Yoel adolescente s'era avvicinato a uno dei manifesti appesi alla
facciata, esattamente come in quel momento e a quello stesso
manifesto, all'epoca prendeva ancora lezioni di violino, i suoi non
erano d'accordo ma lui aveva insistito sino a sfinirli, finché non
avevano ceduto.
Sul manifesto era riportato il nome di un noto direttore d'orchestra
palestinese, ma i nomi dei concertisti erano tutti israeliani, "Strano
connubio" aveva pensato Yoel adolescente.
Era abbastanza grande per sapere che quei nomi e quel connubio
avrebbero dovuto risultargli alieni, eppure ne era rimasto affascinato;
aveva guardato quando si sarebbe tenuto il concerto, sarebbe stato il
pomeriggio del giorno successivo e lui aveva deciso che ci sarebbe
andato, era gratuito.
"Unica serata come simbolo di una possibilità di pace e riconciliazione
nell'arte come nella vita" recitava in fondo al manifesto una bella
scritta in inglese, francese, israeliano e arabo, come se non ci fosse
differenza alcuna.
«Ciao, ti piace la musica?»
La voce femminile alla sue spalle l'aveva fatto trasalire e Yoel s'era
voltato, davanti a lui c'era una ragazzina con solo uno o due anni meno
dei suoi, una ragazzina palestinese a giudicare dall'abbigliamento,
bianco e di un verde tenue e un tessuto leggero che si muoveva alla
sottile brezza: pareva un'apparizione, una creatura saltata fuori dalle
pagine di un libro di creature fatate. Yoel era stato subito catturato dal
sorriso franco e dagli occhi nerissimi, le ciglia folte e scure come il
contorno delle palpebre che sembrava essere stato disegnato col cajal.
«Sì, la musica mi piace, sto imparando a suonare il violino.»
Il sorriso della ragazzina si era illuminato ancora di più: «Anch'io
suono il violino, come mio padre, guarda lì il nome, Alì Al-Moghrabi,
perché domani non vieni a sentire il concerto? E' molto bello e non
costa niente, ti trovo un posto in platea e lo ascoltiamo insieme.»

Acquisto:
http://www.ibs.it/code/9788863073188/petrulli-m-lidia/buio-oltre-lo-specchio.html




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