IL NICHILISMO
Questo è un libro di rilievo. Da quindici anni (1996), da quando fu pubblicato “Il nichilismo” di Franco Volpi, non appare in Italia un testo che prosegua la ricerca e la chiarificazione di questo tema. Non uno qualunque dei temi di moda del nostro tempo, ma l’evento cardine irreversibile nel quale siamo immersi tutti.
L’epigrafe del libro recita: “Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle. Un libro deve essere un pericolo”. È una frase di Emile Cioran (1). Più che un “benvenuto”, sembra un avvertimento.
Sappiamo che cos’è il nichilismo, ne abbiamo sentito parlare e “Nichilista” ci è sembrato un insulto. Per di più questo evento, che si concreta con la “svalutazione dei valori supremi” e quindi, alla fine, di tutti i valori, non è propriamente un evento, cioè qualcosa che si verifica ad un determinato momento. Avviene, invece, che “ad un determinato momento” se ne abbia coscienza, perché il nichilismo c’è sempre stato. Esplode con virulenza nell’800 europeo. Per evitare che lo sguardo si fissi sul dito che indica, è bene premettere che i valori non si svalutano in seguito a tale momento di coscienza, ma in esso ci si avvede che i valori supremi, incondizionati, assoluti, immutabili, non erano né incondizionati, né assoluti, né immutabili, bensì solo nostre illusorie e consolatorie costruzioni del pensiero atte a rassicurarci e consentirci di vivere in un mondo problematico. Siamo vissuti in un mondo simulato, fittizio, perché non abbiamo sopportato il mondo così com’è. A nostra insaputa lo facciamo ogni giorno, nei gesti più comuni. Non sopportiamo il caffè, lo vogliamo decaffeinato. La curiosa espressione è di Bülent Diken, il quale spiega
“Di qui la nostra ossessione per tutta una serie di prodotti privi di loro proprietà negative: caffè senza caffeina, crema senza grasso, birra senza alcool [...] Nell’era della ‘realtà decaffeinata’, nella quale l’antagonismo, il conflitto e la lotta sono geneticamente silenziati (gene-silenced), anche il pensiero radicale rischia di perdere la sua sostanza maligna. Così, un post-strutturalismo senza crudeltà, o un marxismo senza rivoluzione e così via, non è più eccezionale, ma fa parte della normalità nelle università di oggi” (2).
Curiosa espressione, ma questo testo, recentissimo, coglie nel segno, perché ci fa capire che “Nella sua origine il nichilismo è l’incapacità di accettare il dolore, il conflitto, l’antagonismo. Fintanto che questi fanno parte della vita, la ricerca di un mondo libero dal dolore equivale alla negazione del mondo così com’è. Così, in origine, il nichilismo è l’invenzione di un altro mondo illusorio in cui dolore, conflitto e antagonismo cessano di esistere, un paradiso trascendente, ragion per cui Nietzsche chiama ‘religioni nichilistiche’ le tre religioni monoteistiche, Ebraismo, Cristianesimo e Islam” (3) . Ed il problema è proprio questo: dolore e morte, non compresi come facenti parte dell’esistenza in quanto coessenziali all’uomo per natura, e perciò ineludibili, promuovono quella stagione dei “rimedi”, delle filosofie ottimistiche ed edificanti che, da Socrate al cristianesimo, hanno affiancato la civiltà per sorreggerla in base a questa incapacità di guardare nell’abisso. Il tema, quindi, è tragico. Un cascame della tragedia possiamo rinvenirla anche nella Bibbia, questo insospettabile e sconosciuto testo, quando dice:
“13 Mi sono proposto di ricercare e investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. È questa una occupazione penosa che Dio ha imposto agli uomini, perché in essa fatichino. 14 Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento. 15 Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare.” (4)
L’inutilità di tutto ciò che si fa sotto il sole, la svalutazione del nostro operare, soffrire, godere, è già una delle prime pietre miliari del nichilismo. Perché tutto è vano? “14 Il saggio ha gli occhi in fronte, ma lo stolto cammina nel buio. Ma so anche che un’unica sorte è riservata a tutt’e due. 15 Allora ho pensato: “Anche a me toccherà la sorte dello stolto! Allora perché ho cercato d’esser saggio? Dov’è il vantaggio?”. E ho concluso: “Anche questo è vanità”. 16 Infatti, né del saggio né dello stolto resterà un ricordo duraturo e nei giorni futuri tutto sarà dimenticato. Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto. 17 Ho preso in odio la vita, perché mi è sgradito quanto si fa sotto il sole. Ogni cosa infatti è vanità e un inseguire il vento.” (5)
Eppure da questa sventura può sorgere l’opportunità. Il libro sostiene, alla fine, proprio questo. Il nichilismo è una “rivoluzione copernicana dello spirito”, come dice Sossio Giametta. Oppure “una permanente possibilità umana”, “implicito nell’umana natura” (6) , come dice Rosen. Oppure ancora “il nichilismo non è sinonimo di decadenza, perché a decadere non è la vita, ma solo una lunga e veneranda tradizione, dietro cui la vita si era nascosta; il nichilismo è transizione, in cui fine e principio sono intrecciati come la notte intreccia tramonto e aurora. Ne segue una lettura del proprio tempo come tempo del bisogno, della carenza …” (7).
Ed è dalla lettura del nostro tempo che nasce questo libro, che si propone di mostrare, con puntuali ricognizioni storiche, ermeneutiche e teoretiche, che se la presa di coscienza, con cui abbiamo compreso di esserci ingannati su tutto, in un primo momento ci ha lasciati disorientati e orfani, è giunto il momento che questo tracollo cominci a lavorare per noi. La visione tragica dei Greci, che per primi hanno tematizzato il dolore come problema filosofico, lontanissima dalla concezione cristiana del dolore come espiazione di una colpa, non si risolve nella “rassegnazione”. Da essa “nascono quelle due forme, non di rassegnazione, ma di resistenza al dolore che sono: il ‘sapere’ che consente di evitare il male evitabile, e la ‘virtù’ che consente, entro certi limiti, di dominare il dolore. Perché la virtù, qui intesa come forza e coraggio di vivere al di là delle avversità, sia efficace, è necessaria la misura, senza la quale anche la forza e il coraggio di vivere vanno incontro alla sconfitta, perché l’uomo che vuole andare oltre il proprio limite decide anche la sua fine.” (8)
RICCARDO DRI
Note
(1) Cioran E.M., Squartamento, Adelphi, Milano, 1981, pag. 87.
(2) Diken B., Nihilism, Routledge, New York, 2009, pag. 1-2.
(3) Diken B., [2009], pag. 2-3.
(4) Qoh, I, 13-15.
(5) Qoh. II, 14-17.
(6) “permanent human possibility” […] “implicit in human nature”, Rosen S., The Nihilism. A Philosophical Essay, Yale Univ., New Haven – London, 1969, Pref. pag. XIV e XVIII.
(7) Galimberti U., Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente, Feltrinelli, Milano, pag. 535.
(8) Galimberti U., Il segreto della domanda, Apogeo, 2008, pag. 25.
La scheda del libro:
Riccardo Dri – Il nichilismo (dalla sventura all’opportunità), Seneca, Torino, 2010, pag. 302.
ISBN-10: 88-6122-246-3
ISBN-13: 978-88-6122-246-5
Disponibile (da fine settembre) nelle migliori librerie e nei book stores on-line (come IBS.it, Deastore.com, libreria universitaria.it, hoepli.it, lafelitrinelli.it, ecc.)
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