search
top

IL NICHILISMO


Il Nichilismo: il concetto più frainteso della storia. Chi vuole leggere un libro intitolato "Il nichilismo" sa che non si troverà di fronte un messale per la domenica. Tutti i testi che si occupano di questo argomento, infatti, ruotano attorno alla "morte di Dio". Proprio al contrario questo libro, facendo qualche passo indietro, non si chiede tanto e preliminarmente perché Dio muore, ma perché Dio nasce: qui la sua originalità.

Se gli dèi, come le filosofie ottimiste, socratiche, edificanti, non sono stati che "rimedi", questo testo si interroga sul "rispetto a che" essi siano stati rimedi. La finitezza e, più in concreto, la mortalità dell'uomo, è la risposta. Esso sottotitola: "Dalla sventura all'opportunità", alludendo al fatto che dopo il tramonto di tutti i valori tradizionali, convenzionali e supremi, vissuto con sgomento e disorientamento, è giunto il momento che tale naufragio cominci a lavorare per noi.

Editore:
Seneca Edizioni

Genere: Filosofia

Estratto:
INTRODUZIONE

Il nichilismo: il concetto più frainteso della storia , inestricabilmente intrecciato con la storia dell'Occidente . Con esso si indica il problema fondamentale del nostro tempo e la sua essenza è la crisi. Crisi () significa separare, distinguere, decidere, scegliere. Ciò spiega che si tratta della fine di un'epoca, da cui la successiva si separa, si distingue. Come ogni crisi questa non giunge all'improvviso, ma dopo una lunga inavvertita preparazione. Nel caso del nichilismo la preparazione è durata millenni.
Si tratta perciò di un fenomeno complesso, irriducibile ad una sintesi, che riguarda i fondamenti, i valori. In esso non vi sono aspetti margi-nali, una sintesi può occultare aspetti decisivi. Il nichilismo non è un sistema che si possa spiegare seguendo un ordine gerarchico, né può essere spiegato con strumenti ed accorgimenti tradizionali in ragione della sua multiformità. Esso richiede un lungo ragionamento, una lun-ga frequentazione, una ricognizione proporzionale alla lunga durata della sua preparazione. Per prima cosa, vanno eliminati gli equivoci impliciti nel suo complesso sviluppo. Gli equivoci sorgono per il fatto che diverse posizioni filosofiche, in totale buona fede e con buone ragioni, considerano "nichilista" una corrente avversaria: "quando la volontà fissa un valore, infatti, al tempo stesso lo oppone a un altro valore ritenuto negativo, a un disvalore" . Così "l'accusa di nichilismo è oggi tra le più diffuse, tra quelle che più volentieri vengono rivolte all'avversario. È probabile che tutti abbiano ragione" . Ma, detto que-sto, il problema si presenta ancor più oscuro, perciò bisogna innanzitutto chiarire quali forze sono in campo e quale l'oggetto fon-damentale della contesa originaria.
Le principali forze in contesa sono: la metafisica occidentale, essen-zialmente platonico-cristiana, e la tradizione filosofica ad essa estranea. La prima ritiene nichilista la seconda perché, a suo modo di vedere, quest'ultima, considerando l'uomo autonomo in un mondo senza Dio e senza scopo, dove la finitezza è semplicemente un dato di natura, lo ha gettato nell'insensatezza del vivere e lo ha escluso dalla speranza e della salvezza. La tradizione non cristiana ritiene invece nichilista l'avversaria perché quest'ultima, inscrivendo nel registro della colpa il dolore e la morte, ha allettato l'uomo con promesse illusorie di salvez-za eterna e di exitus dalla sofferenza. Secondo questo ultimo schema interpretativo, l'uomo è vissuto fuori misura, al di sopra dei limiti sta-biliti da natura. Infatti mentre nel cristianesimo si soffre perché si è colpevoli (è la colpa che genera il dolore), per i Greci al contrario si è colpevoli perché si soffre (il dolore, coessenziale alla vita e perciò ine-liminabile, genera la colpa). Omero, i tragici e i poeti mostrano con insistenza che il mancato rispetto dei propri limiti mortali per uscire dal dolore equivale ad un anteporre se stessi al valore del Tutto. Que-sto atto di stoltezza è la colpa cui segue un implacabile castigo.
Proprio a questo "fuori misura" (una , visto con occhi greci) a-dottato dalla tradizione cristiana sarebbe da ascrivere la conseguente disillusione cui poi segue il crollo dei valori. La contesa dunque investe un modello assiologico. Per la tradizione cristiana i valori sono legati alla salvezza dalla rapina del nulla. Essa adotta perciò il tempo venturo, l'escatologia, che si alimenta con l'attesa, con l'uscita dall'esilio della vita, sperando in un futuro senza dolore.
Anche il tempo si separa: per la tradizione pagana, il tempo è o cicli-co, come nei Greci, dove si ripropongono sempre le medesime figure che la natura mostra o, successivamente, progressivo, dove le sorti umane, non più legate ad un disegno salvifico divino, sono invece consegnate alle mani dell'uomo mediante scienza e tecnica.
Il fulcro del dibattito innescato dal nichilismo, dunque, sono proprio i "valori": una volta decaduti mettono in questione il "senso" del vivere che ad essi si ispira, nel presupposto che le cose abbiano un senso in sé. La designazione di nichilismo, in questo caso, ha un carattere nega-tivo, ed è il significato che è prevalso condizionando l'uso del termine. Tale uso ha messo in mora l'altro uso del termine, quello positivo (o emancipativo), che si propone di fornire all'uomo un modello di vita autonomo e secondo natura (esistenziale) rispetto a quello che si de-pone (metafisico). Quest'ultimo viene considerato come "errore prospettico", illusione, ingenuo ottimismo. Il nichilismo positivo inve-ce si manifesta come momento di sviluppo ulteriore, emancipazione, superamento, come afferma Nietzsche il quale, come è noto, per primo suddivise la questione del nichilismo in passivo e attivo, non nascon-dendone l'ambiguità: "I medesimi sintomi potrebbero indicare sia un tramonto, sia una forza." , perché "il malcontento, il nichilismo, po-trebbe essere un buon segno" . In altre parole il momento negativo e positivo del nichilismo sono fusi in un unico evento di crisi:

In realtà ogni grande crescita comporta anche un enorme sbriciolamento e deperimento: il dolore, i sintomi di declino fanno parte delle epoche di e-norme avanzamento; ogni fruttuoso e potente movimento dell'umanità ha creato contemporaneamente anche un movimento nichilistico. In determi-nate circostanze sarebbe segno di crescita incisiva ed essenzialissima, di trapasso a nuovi condizioni di esistenza, il fatto che venisse al mondo la forma estrema di pessimismo, il vero e proprio nichilismo.

Il nichilismo inteso negativamente, come sbriciolamento e deperimen-to, come perdita dei valori, come conclusione di un'epoca dai punti cardinali certi, non è che un necessario momento di uno sviluppo suc-cessivo, di un'opportunità. Insomma "potremmo accorgerci che ‘nichilista' non è poi un insulto" . Nietzsche, il più grande teorico moderno del nichilismo, il più grande "sbriciolatore", demitizzatore, l'inauguratore della "filosofia del martello", ci chiarisce questa ambi-guità del nichilismo e sembra affermare che il nichilismo può risolversi in una sintesi positiva, certo non in senso hegeliano. Nietzsche avversa l'idea di "storia", e altrettanto l'idea di "razionalità", perché per lui la storia è semplicemente un divenire a cui si è aggiunta arbitrariamente una direzione finalistica, e la razionalità è una forma di utilitarismo a cui si è aggiunta altrettanto arbitrariamente l'incondizionatezza. Non basta, tuttavia, dire "crisi" per pianificare un suo positivo ricomporsi, l'esito non è necessariamente né positivo né scontato. Per esempio Lukács avvertì che tale crisi può gettare gli uomini "in una disperata condizione interiore di disorientamento e confusione" . Dunque, pur a fronte di un'isostenia dei valori, gli esiti non sono affatto equivalenti e siamo avvertiti che ogni possibile mutamento può essere promessa, ma anche minaccia:

Fintanto che il nichilismo si limita a tale cognizione e fa da spettatore alla decadenza dei valori finora supremi, esso rimane "passivo". Il nichilismo "attivo" invece interviene, rovescia chiamandosi fuori dalla maniera tradi-zionale di vivere e infondendo in più a ciò che vuole perire "il desiderio della fine". "Il nichilismo rimane una grande rivoluzione (la terza dopo quella di Copernico e quella di Darwin), perché libera l'uomo da vincoli esterni inautentici, riconsegnandolo a se stesso e alla sua libertà e responsa-bilità creativa, perché fa saltare cose credute fisse e fondate su una ragione incrollabile, perché stronca molte e radicate superstizioni [...]" .

Da una parte rassegnazione e risentimento per la scoperta, dall'altra una volontà cosciente di condurre alla fine ciò che comunque ad essa è destinato in vista di una nuova pagina.
Ma perché, ad un certo punto, i valori perdono autorità? Non "ad un certo punto" ma, nel momento in cui vengono posti, inizia già il loro destinale tramonto. I valori hanno natura storica, perciò hanno una durata. Accade semmai che "ad un certo punto" se ne abbia coscienza. "C'è nichilismo e nichilismo – scrive infatti Heidegger –

Nichilismo non è solo il processo della svalutazione dei valori supremi, e neppure soltanto l'estrazione di questi valori. Già l'introduzione di questi valori nel mondo è nichilismo. La svalutazione dei valori non finisce con una progressiva perdita di valore da parte dei valori, al modo di un riga-gnolo che si perde nella sabbia, il nichilismo si compie nella estrazione dei valori, nella eliminazione attiva dei valori. Questa ricchezza essenziale interna del nichilismo è ciò che Nietzsche ci vuole rendere chiaro" .
Anche in queste brevi battute possiamo rinvenire la contrapposizione tra la corrente "esistenzialista" e quella "metafisico-cristiana" (questa distinzione è molto sbrigativa, ma la utilizziamo solo a scopo semplifi-cativo). La messa in mora dei valori supremi un tempo posti non avviene in base ad una volontà che avrebbe potuto anche decidere diversamente, ma avviene in modo necessario:

"La deposizione dei valori finora supremi non scaturisce da una mera ma-nia di cieca distruzione e di vanagloriosa innovazione. Scaturisce da una necessità e dalla necessarietà di dare al mondo quel senso che non lo de-gradi a mero passaggio verso un aldilà" .

Il nichilismo, qui inteso come deposizione dei valori ritenuti supremi, non può non avvenire. La svalutazione dei valori non è il nichilismo, ma è un suo aspetto, il suo compimento, che accade in modo necessa-rio per almeno due motivi di fondo: sia perché le premesse contengono l'esito, cioè questi valori, una volta posti, vengono poi rimossi in una fase successiva; sia perché quando qualcosa vale, qualcosa d'altro viene specularmente svalutato. La negatività del nichilismo esistenzia-le si rivela allora come problematicità. In altre parole, poiché il valore non ha altro significato ontologico che "stabilità", proprio questa vie-ne progressivamente corrosa dalla storia, dal suo stesso sviluppo. Vengono in luce le vere ragioni per cui si è creduto in un qualche valo-re, ritenuto incondizionato ed in-sé, si scopre che non esiste alcun fine né oggettivo né univoco. Rimane, a metamorfosi avvenuta, solo "un infinito nulla, dove alita solo lo spazio vuoto" . Ed è proprio per que-sto, per evitare il confronto con l'abisso, che tutta la metafisica occidentale non ha fatto che lottare e difendersi, tramite il suo stru-mento tipico della ragione, da tale eventualità. Platone è stato il regista della stabilità cercata: inaugurato "il mondo vero", qui vi ha posto del-le immutabili Idee, e da quel momento la configurazione del mondo si è radicata nella loro verità.
Per Nietzsche tutto questo semplicemente non esiste. La stabilità è un'astuzia utile per non guardare in faccia la realtà: l'uomo era e sarà sempre in divenire, perché "è l'animale non ancora stabilizzato" . L'istituzione di una fissità, l'Idea, l'Aldilà, il Cogito, Dio, l'Anima, l'Essenza, la Sostanza, l'Unità, il Fine, lo Spirito, la Monade, la Verità, il Bene, l'Essere, l'Iperuranio, le categorie, e così via, è perciò la premessa di una successiva rimozione: si scopre infatti che non si tratta di realtà in-sé, ma di alcune fra le tante idee dell'uomo, concepite per la rassicu-razione, a cui è stata aggiunta l'incondizionatezza. Astrazioni del pensiero a cui abbiamo concesso di diventare prima padroni, poi tiran-ni. In pratica la filosofia fin qui comparsa ha avuto, quale oggetto, cose inesistenti , e proprio per questo dalle mani dei filosofi non uscì mai nulla di reale.

§ Ontologia degli enti inesistenti.

Nietzsche coglie questa "idiosincrasia", e descrive il suo sviluppo così:

Mi chiedete tutto quel che è idiosincrasia nei filosofi … Per esempio la loro mancanza di senso storico, il loro odio per l'idea stessa di divenire, il loro egizianesimo. Credono di rendere onore a una cosa destoricizzandola, sub specie aeterni, facendo di essa una mummia. Tutto quel che i filosofi hanno avuto tra le mani per millenni, erano mummie di concetti; nulla di reale uscì vivo dalle loro mani. Questi signori idolatri del concetto, quando ado-rano, uccidono, imbalsamano, diventano un pericolo mortale per ogni cosa. La morte, il mutamento, la vecchiaia, così come la procreazione e la cresci-ta, per loro sono obiezioni, addirittura confutazioni. Ciò che è, non diviene; ciò che diviene, non è … allora credono tutti, addirittura con disperazione, a ciò che è. Ma giacché non arrivano a possederlo, cercano le ragioni per cui ne vengono privati. "Dev'esserci una finzione, un inganno, nel fatto che non percepiamo ciò che è; dove si nasconde l'ingannatore?" – "Lo abbia-mo" – gridano beati – "è la sensibilità! Questi sensi, peraltro sempre così immorali, ci ingannano sul vero mondo. Morale: liberarsi dall'inganno dei sensi, dal divenire, dalla storia, dalla menzogna, la storia non è altro che fede nei sensi, fede nella menzogna. Morale: dire no a tutto ciò che presta fede ai sensi, a tutto il resto dell'umanità: questo è tutto ‘popolo'. Essere filosofi, essere mummie, rappresentare il monotono-teismo con mimica da becchini! E soprattutto basta con il corpo, questa miserevole idée fixe dei sensi! Affetto da tutti gli errori della logica che esistano, confutato, persino impossibile, eppure tanto impudente da atteggiarsi a reale! …

L'uomo, così, si è fatto tiranneggiare dalle sue proprie ideazioni non riconoscendole né come ideazioni, né come proprie, né come tiranni. Il testo è così chiaro che è superfluo analizzarlo oltre; basta dire che que-sta è la premessa del manifesto, più noto, per il quale "il mondo vero finì per diventare favola", che analizzeremo più compiutamente oltre. La corrente metafisica in genere riconosce tale problematicità, ma ne ricusa le conseguenze perché, legata al principio di autorità e tradizio-ne, non riesce mai a sganciarsi totalmente dalle proprie basi dogmatiche, alle quali non può rinunciare. Esse prevedono un'escatologia soprasensibile, extramondana, una fondazione di signi-ficati che stanno al di fuori dell'uomo e del mondo e da cui l'uomo dipenderebbe. Anche le scienze positive, da parte loro, accettano il dibattito, ma stentano a riconoscere il loro fondamento metafisico, cioè non si riconoscono come "una delle tante ideazioni", mantengo-no un inavvertito in-sé ed una altrettanto inavvertita vocazione salvifica.
Il nichilismo, complessivamente, è un fenomeno di transizione, di cri-si, che mette in discussione i principi che hanno guidato l'uomo fino ad un dato momento per volgersi verso un futuro libero dagli errori generati dalla storia che precede. Come visto la critica ai predecessori di Nietzsche è chiara:

Credono di rendere onore a una cosa destoricizzandola, sub specie aeterni, facendo di essa una mummia. Tutto quel che i filosofi hanno avuto tra le mani per millenni, erano mummie di concetti; nulla di reale uscì vivo dalle loro mani.

Estratto un concetto dall'alveo in cui è sorto e che, esso solo, lo giusti-fica, i filosofi lo hanno cristallizzato, entificato, ontologizzato, rendendo reale una simulazione. Come si vede la critica fa perno sull'irrealtà dei concetti filosofici che hanno guidato per millenni la civiltà occidentale:

Operiamo né più né meno con cose che non esistono, con linee, superfici, corpi, atomi, tempi divisibili, spazi divisibili: come potrebbe anche soltan-to essere possibile una spiegazione, se di tutto noi facciamo per prima cosa una immagine, la nostra immagine!

§ Sostituzione dei valori.

A questo punto non si potrebbe rimediare con una sostituzione dei valori? Non più: non si tratta più di sostituire i valori della tradizione con valori nuovi. Ciò accade perché la contemporaneità, erede della "morte di Dio", cioè l'eclissi dei valori tradizionali, non è più all'altezza di creazioni gigantesche e geniali da poter competere vitto-riosamente con le creazioni che precedono. C'è la coscienza che tutti i valori fin qui succedutisi non sono stati che inganni, maschere, rimedi, artifici finalizzati a dare un'illusione di stabilità alla vita contingente ed un senso ad un divenire senza scopo. Da quando si sono scoperte le ragioni per cui un valore è stato posto e creduto vero, è chiaro che da quel momento in poi qualunque valore richiama il sospetto che anch'esso sia ingannevole proprio come tutti gli altri, che non ne esista nessuno dotato di uno statuto speciale tale da poter essere ritenuto "vero" ed incondi-zionato rispetto al serbatoio, ormai immenso, dei valori finiti alle ortiche, ovvero "risveglia il sospetto che tutte le interpretazioni del mondo siano false" .
La crisi della modernità è più radicale di tutte le altre proprio per que-sto suo carattere di irreversibilità, di cui Nietzsche è testimone consapevole:

"Conosco la mia sorte – scrive – Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme, una crisi quale mai si era vista sulla terra, la più profonda collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato" .

Nella contemporaneità l'uomo vive, spesso a sua insaputa, con valori deboli o rimpiazzabili senza alcun pathos, nella più totale loro relativiz-zazione oppure ancora, a livello di volgo, crede di credere in qualche valore solo perché è condiviso dal maggior numero, ignorandone cau-salità, contenuti, origini di cui non sa render conto. Il suo malessere, perciò, non è quasi mai avvertito perché ritiene che questa condizione sia normale, non avendone mai sperimentato un'altra:

"Non c'è oggi uomo avveduto che voglia ancora negare che il nichilismo, nelle sue forme più diverse e più nascoste, sia la ‘condizione normale' dell'umanità […] Ne sono la miglior prova i tentativi esclusivamente di reazione contro il nichilismo che, invece che lasciarsi coinvolgere in un confronto con la sua essenza, praticano la restaurazione del passato" .

Anche in questo caso è possibile che l'uomo che non crede più ad un "mondo vero" sia considerato nichilista rispetto a chi si appoggia ad esso, e che l'uomo che crede nel mondo vero sia considerato nichilista da chi ha obliterato tale fede. In ambedue i casi non si tratta più di un problema culturale del momento, che una corrente culturale successiva rimedia, ma il terribile carattere di questo ultimo trapasso è la incon-trovertibilità. Come fenomeno della decadenza Il nichilismo non è eliminabile a piacimento, "non è in nostro potere eliminarlo. La ragione vuole al contrario che gli si riconosca il suo buon diritto" . Esso tra-volge ogni significato: l'etica, la politica, la storia, il senso di ogni fare umano, l'intero orizzonte. Il suo carattere è il più pervasivo che la no-stra civiltà abbia mai affrontato. Non si intravvede via d'uscita perché qualunque uscita, ormai lo sappiamo, è un rimedio, una finzione, un inganno, giacché "Il nichilismo comincia là dove cessa la volontà di autoingannarci" .

§ La misura.

La situazione umana è in sé lacerata, come ben hanno visto gli antichi Greci, perché sospesa tra le caduche sorti dell'individuo e le istanze della specie che gli sopravvive. Essa è indifferente all'uomo individuo, che invece il cristianesimo ha prima promosso (l'anima individuale), e poi incentivato (il Cogito, poi l'Io-penso, poi l'Ego freudiano, ecc.). È in questo scarto che si gioca il problema del nichilismo, nella accettazione della misura, del . Ma per riconoscere il limite devono prima essere questionati "i valori", e questi per essere criticati devono essere disso-ciati dal criterio della Verità e, a sua volta, la verità deve essere liberata dalla categoria della immutabilità. È proprio il ganglio della Verità che costituisce il "nuovo" rispetto al passato, nel senso che "La novità del-la nostra attuale posizione verso la filosofia è una convinzione che finora non fu propria di nessuna epoca: che cioè non possediamo la verità. Tutti gli uomini del passato ‘avevano la verità': persino gli scetti-ci" . Ma sarebbe assurdo averne nostalgia, perché ormai sappiamo "Che cos'è la verità? Inertia, l'ipotesi che ci soddisfa; minima spesa di forza mentale, ecc." .

§ Negazione delle fedi.

Nietzsche nega anche la fede scientifica: "È pur sempre una fede me-tafisica quella su cui riposa la nostra fede nella scienza" . In generale nega l'incondizionato, l'in-sé, l'oggettività, quindi nega tutte le fedi. La morte di Dio è la morte delle fedi, dell'ottimismo socratico, della metafisica platonica quali basi teoriche di tutto il pensiero occidentale, quindi il crollo delle verità universali, oggettive, immutabili e incondizionate. Sganciata la Verità dal Valore, nessun valore riesce più ad imporsi su un altro. È la fine di un mondo "vero" contrapposto ad un mondo "apparente":

Che cos'è una fede? Come si forma? Ogni fede è un tener per vero. La forma estrema del nichilismo sarebbe il sostenere che ogni fede, ogni tener per vero sia necessariamente falso: perché non esiste affatto un mondo vero. Dunque: un'illusione prospettica, la cui origine è in noi (avendo noi costantemente bisogno di un mondo ristretto, abbreviato, semplificato). In tal caso la misura della forza è costituita dal punto sino al quale possiamo ammettere, senza rovinarci, l'illusorietà e la necessità della menzogna. In questo senso il nichilismo, come negazione di un mondo vero, di un esse-re, potrebbe risultare un modo di pensare divino" .

L'operazione restituisce dignità al divenire, fino a fonderlo con l'essere: è il divenire la stabilità cercata e negata: "Imprimere al divenire il carattere dell'essere – è questa la suprema volontà di potenza. […] Che tutto ritorni, è l'estremo avvicinamento del mondo del divenire a quello dell'essere, culmine della contemplazione" . I risvolti delle filosofie nichiliste sono ontologici, apertura che viene colta in particolare da Heidegger, il quale chiude i conti con le matrici teologico-metafisiche del nichilismo a suo modo di vedere insite ancora in Nietzsche e, in genere, in tutti i pensatori che a lui si richiamano, per aprire un nuovo sentiero della filosofia che, quanto a risultato, raccolta la riflessione di Nietzsche, esclude dal proprio baricentro qualunque orizzonte teolo-gico. Si deve fare attenzione all'interpretazione heideggeriana di Nietzsche e del nichilismo, perché, come si potrà vedere oltre, essa non rende ragione a Nietzsche laddove Heidegger tende a chiarirla in base non alla sua comprensione (verstehen), che "apre un orizzonte di ascolto", ma alla sua spiegazione (erklären) in base ad "un orizzonte prestabilito" . Infatti "È possibile spiegare pienamente qualcosa senza comprenderlo" .
Noi pensiamo invece che Heidegger non fosse interessato né a spiegare né a comprendere Nietzsche, perché la sua attenzione non era né di carattere storico né ermeneutico, bensì il suo interesse si esauriva nell'incorporare alcuni ineludibili temi della filosofia di Nietzsche nella sua propria filosofia. In base a questo la sua libertà di intendere a suo modo Nietzsche è giustificata, e resa comprensibile la sua convinzione che Nietzsche si sia mosso ancora entro le maglie della metafisica oc-cidentale, sia pur come sua conclusione.

§ Dopo il sisma.

Nel dopo-Nietzsche il problema teologico non viene ignorato, ma declassato rispetto alla filosofia. Da queste differenze si può risentire già la biforcazione del nichilismo vista all'inizio: Nietzsche, in quest'ottica, è legato ancora alla tematica romantico-teologica (l'incipit della riflessione sul nichilismo), mentre Heidegger, Jaspers, Sartre, e-margineranno questa dimensione per privilegiare una positiva considerazione ontologica del nulla improntata a ricondizionare l'uomo alla nuova situazione venutasi a creare. In altre parole la filoso-fia successiva a Nietzsche non è né religiosa né atea, si lascia alle spalle l'orizzonte romantico nel quale Nietzsche si muove ed elimina lo stu-pore per la morte di Dio, considerandolo un dato acquisito e cassato. Il problema non è più il rapporto uomo-Dio, ma il rapporto uomo-Essere. La differenza è enorme perché l'essere in Nietzsche è ancora Dio, pur in quanto negato; negazione che consiste, appunto, nel nulla che l'uomo si trova di fronte dopo la morte di Dio. Diversamente la filosofia suc-cessiva, liberata dal Dio-Essere, può concentrarsi tutta nell'ontologia per interrogarsi sul senso dell'esistenza umana a partire da essa stessa, e cioè indipendentemente dalle influenze della metafisica, e ricavando così l'idea di uomo e del suo fondamento sulla base del suo solo esi-stere. Tutto questo, ovviamente, non senza un grande debito nei confronti di Nietzsche.
La trascendenza, per così dire, diventa superamento, fa parte della vita umana, la quale non si trascende dal mondo ai retro-mondi, ma dalla dimensione inautentica e insensata alla dimensione autentica e fornita di quel nuovo senso che vanno reperiti esclusivamente nell'uomo. Questa è la positività del nichilismo, l'opportunità che per suo tramite ci viene offerta. Il nichilismo positivo vuole rispondere ontologica-mente: se il divenire e l'essere sono lo stesso (anzi sia per Nietzsche che Heidegger, per motivi diversi, l'Essere e il Nulla sono lo stesso), se non ci sono immutabilità e verità da inseguire, se la distinzione mondo vero e mondo falso è una simulazione fuorviante, ciò che può fare l'uomo è solo "giocare", come aveva già visto benissimo Nietzsche.

§ Fine del fine.

Ora, la , fa e disfa continuamente. L'uomo che ha chiuso i conti con il soprasensibile ed è rimasto fedele alla Terra non può che imitar-la. Fare e disfare senza un fine: "Un divenire e un trapassare, un edificare e un distruggere, senza alcuna imputazione morale, con eter-namente eguale innocenza, sono presenti, in questo mondo, unicamente nel giuoco dell'artista e del fanciullo" . Da questo punto di vista la corrente del nichilismo positivo si avvicina alla filosofia greca pre-platonica, in particolare eraclitea . Il mondo è apparso vano nel presupposto indimostrato che dovesse avere un fine. Chiusi i conti con la finalità escatologica, solo il gioco non presuppone un fine da rag-giungere, il gioco torna circolarmente su se stesso, non ha direzione, non raggiunge mète (scopi, verità, unità, sostanze, ecc.), coincide con l'andare lungo il sentiero, è il cammino stesso: "Il gioco, l'inutilità, come ideali di chi è sovraccarico di forza, come il ‘fanciullesco'. Dio come ‘fanciullo'." . Non è un caso che l'arte, il creare, corrisponda per Nie-tzsche alla liberazione. L'arte è quanto ci rimane dopo aver acquistato la coscienza dell'eterno ritorno, cioè il nulla eterno:

Pensiamo questo pensiero nella sua forma più terribile: l'esistenza, così com'è, senza senso e senza scopo, ma inevitabilmente ritornante, senza un finale nel nulla: l'eterno ritorno. È questa la forma estrema del nichilismo: il nulla (la ‘mancanza di senso') eterno! […] È la più scientifica di tutte le ipotesi possibili. Noi neghiamo i traguardi finali: se l'esistenza ne avesse uno, esso sarebbe già stato raggiunto.

L'esistenza non ha un fine, accade e basta. È possibile allora assumere l'illusione che ci fa vivere dimenticando il suo carattere illusorio? Que-sta dimenticanza non è quell'inganno ultimativo che ci fa comprendere che non si esce dall'alternativa fra assenza di senso ed illusione sul sen-so?
Bisogna che l'uomo faccia coincidere il necessario con la propria volon-tà: "Sì. Io voglio continuare ad amare soltanto ciò che è necessario! Amor fati sia il mio ultimo amore!" . Dalla rassegnazione all'accettazione, e dall'accettazione alla volontà che le cose stiano così come sono: "Ogni ‘così fu' è un frammento, un enigma, una causalità orrida, fin quando la volontà che crea non dica anche ‘ma così volli che fosse'! Finché la volontà che crea non dica anche ‘ma io così voglio! Così vorrò!'" . Inutile resistere alla necessità, si segue comunque il suo corso: "Ducunt fata volentem, nolentem trahunt" dice Seneca . Nie-tzsche propone non di rassegnarsi, ma di volere che le cose stiano così.

§ Il nostro titolo

"Il nichilismo. Dalla sventura all'opportunità". Esso ruota attorno all'idea di necessità ed irreversibilità del nichilismo, ritenendolo non superabile. Tuttavia il titolo vuole mostrare l'ambivalenza del nichili-smo, cioè come sia possibile trasformare una sventura in una occasione. Nietzsche, forse più opportunamente, chiama questa ambi-valenza "ambiguità", accentuando così il fatto che non è mai facilmente distinguibile l'elemento decadente da quello emancipativo, spiegandolo così:

Il carattere ambiguo del nostro mondo moderno: proprio gli stessi simboli potrebbero significare decadenza e forza. E le caratteristiche della forza, della raggiunta emancipazione, potrebbero venir malamente intese come debolezza se ci si basasse sulle tradizionali e arretrate valutazioni. In bre-ve, il senso dei valori non è all'altezza dei tempi. In termini generali, il sentimento del valore è sempre arretrato, esso esprime condizioni di con-servazione e di crescita di un tempo molto anteriore; si oppone a nuovi condizioni di esistenza, da cui non è sorto e che necessariamente frainten-de; insegna a guardare con diffidenza, ostacola, suscita sospetti contro il nuovo …

In questo passo è indicata non solo la doppiezza del fenomeno, ma anche le ragioni per cui essa si dà. Su questa ambiguità si gioca tutto il significato del nostro libro: mostrare che non siamo mai all'altezza dei tempi, cioè che non siamo mai sovrastorici, perché valutiamo con i criteri di sempre, cioè della tradizione, da cui siamo sorti, e che perciò sono errati perché perennemente fuori-tempo. In pratica siamo sempre inattuali, ma non nel senso in cui Nietzsche parla di se stesso, ma proprio all'opposto siamo inattuali perché costantemente antiquati. Nietzsche può dire di sé "sono arrivato troppo presto" , noi dobbiamo dire "siamo arrivati troppo tardi". Così i fenomeni, le scoperte e i pensieri sono sempre così nuovi da non poter essere adeguatamente intesi. Fraintendiamo più spesso di quanto non comprendiamo. La tradizione, la nostra abitudine, la nostra educazione "insegna a guardare con diffi-denza, ostacola, suscita sospetti contro il nuovo"; ogni novità è un attentato alla tranquillità. Noi crediamo che la sventura, ineliminabile dalla vita umana perché ad essa coessenziale, possa sempre tradursi in emancipazione, purché correttamente intesa. Questo è oggi il compito del pensiero.

§ Il Tutto e l'individuo.

Molti passi antichi tratti da poeti, frammenti, iscrizioni funerarie, sono stati qui illustrati nella loro funzione di "suggeritori", e non per mostra-re l'antichità del fenomeno del nichilismo, di esclusiva pertinenza del pensiero moderno. Essi indicano semmai l'antichità di un'interrogazione. La prima impressione che può essere colta dai testi antichi, e che ab-biamo in parte già visto riproposta da Nietzsche, riguarda la contraddizione tra la vita della natura nel suo insieme (la ), che si eternizza per specie, e la vita dell'individuo, che, in quanto mortale, è destinato alla necessaria fine. Questo è il cuore del tragico. Di qui l'impressione dell'insensatezza dell'umano esistere, il silenzio alla do-manda "perché", la perentoria imposizione del non-essere sull'essere, il continuo "essere stato", la vittoria del negativo sul positivo. Da parte sua Nietzsche, sulla scorta di Schopenhauer, rileva questa sistematica contraddizione tra uomo e natura, tra produzione e distruzione, tra creazione di forme di vita sempre nuove e nullificazione delle stesse, e scrive:

"Lotta, sofferenza e tedio si avvicinano all'uomo per rammentargli ciò che in fondo è la sua essenza – qualcosa di imperfetto che non può mai essere compiuto. E quando infine la morte porta il desiato oblìo, essa sopprime insieme il presente e l'esistenza, imprimendo in tal modo il sigillo su quella conoscenza – che l'esistenza è solo un interrotto essere stato, una cosa che vive del negare e del consumare se stessa, del contraddire se stessa".

Goethe, d'altra parte, lo aveva già anticipato:

"Natura […] Il suo spettacolo è sempre nuovo, perché essa crea sempre nuovi spettatori. La vita è la sua invenzione più bella e la morte è il suo artificio per avere molta vita. Essa avvolge l'uomo nell'oscurità e lo sprona eternamente verso la luce. Non conosce né passato né futuro. Il presente è la sua eternità" .

Ulteriore chiarificazione del significato di "nichilismo": è il "pensiero ossessionato dal nulla […] in tal senso Gorgia potrebbe essere conside-rato il primo nichilista della storia occidentale per la fulminea inferenza che di lui ci è stata tramandata: ‘nulla è, se anche fosse non sarebbe conoscibile; e anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile' " .
Il problema è dato dalla situazione precaria, transitoria, incerta, finita dell'uomo. Questo è comune al pensiero antico e moderno. Proprio per questo occorrono delle precise distinzioni.

§ Prima distinzione: i motivi per i quali la vita umana si trova in queste condizioni nel mondo antico differiscono totalmente rispetto ai motivi che precarizzano la vita nel mondo moderno. Per comprendere questa dif-ferenza tra antico e moderno potrebbe essere utile la seguente considerazione, che, cioè:

"il dolore, la malinconia, il disgusto e la rabbia di coloro che, nel secolo scorso, soffrivano di ‘dolore universale', ancora non si riferivano, come la malattia del giorno d'oggi, alla ‘insensatezza' della vita e del mondo, bensì alla loro miseria; e innanzi tutto a quel prevalere del dolore creaturale su qualunque gioia creaturale così efficacemente sostenuto da Schopenhauer. La miseria odierna, al contrario, è, come abbiamo visto all'inizio, la conse-guenza di una cosa del tutto differente: […] Per i malati di dolore universale la vita e il mondo sono privi di senso perché sono miserandi. Per noi contemporanei la vita e il mondo sono miserandi perché sono privi di senso." .

Domanda di senso causata dal dolore e dalla morte, è terreno comune. Ma il testo appena visto, benché alluda esplicitamente a Schopenhauer, offre uno spunto di riflessione basilare nel confronto con l'antichità. La riflessione antica conosce il contesto tragico, capisce la contraddizione tra vita del Tutto e morte dell'individuo, conosce la necessità e il destino, afferma che la vita è una miseria:

"Non nascere è il destino migliore (), il secondo, appena nati tornare subito da dove si è venuti".

Nel contesto moderno non è questa la base della flessione nichilistica. Non è cioè a partire dalla considerazione afinalistica dell'esistenza umana che gli an-tichi lamentano la finitudine, ma dai dolori che essa reca con sé. Nella prospettiva filosofica moderna, al contrario, non si soffre per questi dolori, che pur ci sono, quanto per la loro vanità, perché manca il fine, manca la risposta al "perché". Gli antichi avevano acquisito una loro risposta: la causa del dolore e della morte risiede nella natura, sta nelle cose stesse. Inutile perciò invocare rimedi (quanto meno fino al Fedone platonico). Qui cerca di inserirsi il cristianesimo, mediando il rimedio platonico con la rivelazione (di cui Platone non disponeva) , e poiché la diagnosi cristiana è una colpa originaria, tramite la sua redenzione pos-siamo aspirare alla salvezza. Propone, cioè, di salvarsi dalla natura grazie ad una sovra-natura. Ma, dopo la morte di Dio, del tutto invano.
Oggi il problema è la domanda di senso: "oggi noi possiamo dire che la domanda di senso è la versione secolarizzata della domanda della teodicea. O la domanda di giustificazione camuffata dell'ateo." . La medesima ambiguità, data dalla differenza e allo stesso tempo dalla me-desimezza dei due paradigmi, la possiamo ritrovare in ogni ambito speculativo. Quando la filosofia per secoli si misura con il Destino, Dio, la Natura, non vuole altro che imporre il disegno dell'uomo sul suo antagonista del momento. Nel mondo moderno però ciò non è più possibile perché non c'è più un disegno dell'uomo da opporre al destino, o al dio, o alla natura, perché l'afinalismo è l'esatto contrario del disegno. Il pro-blema è alla radice.
Ciò che contraddistingue il nichilismo moderno dalle sue fasi embrio-nali antiche è l'assenza di fine e, non ultimo, la virulenza con cui esso esplode negli ultimi due secoli. Gli antichi hanno dibattuto la posizione problematica dell'uomo nel mondo ma, stante la loro formazione intel-lettuale modellata sulla natura, si sono sempre tenuti "al di qua" di un preciso confine: "conoscerai inoltre di dove la volta celeste che tutto circuisce nacque e come la Necessità guidandola la costrinse a osservare i limiti degli astri" . La necessità che muoveva il cosmo era un valore supremo al quale si informava l'etica, la scienza, la politica, la metafisi-ca, la religione, la ragione, ecc. Questo non può più essere vincolo nel mondo moderno, perché anche il più inaccessibile processo fisico non gode più della venerabilità del finalismo naturale e cosmico, ma viene sciolto in particelle indagabili razionalmente e addirittura prevedibili. Il cosmo e la natura non sono più un modello, ma fondo a disposizione e teatro di conquista: manca il paradigma che forniva la misura. Se, in progres-sione temporale, tutto finisce per essere risolto in processo razionale osservabile con strumenti adeguati, fuori da ogni considerazione finali-stica, che cosa potrebbe ancora vincolarci ad un "valore" stante il nesso che lega fine e valore?
La cosa è ben sintetizzata da Nietzsche il quale, interrogandosi sul si-gnificato della tendenza fondamentale della sua epoca, risponde così: "manca il fine, manca la risposta al ‘perché?'; che cosa significa nichilismo? Che i valori supremi si svalutano." (daß die obersten Werthe sich entwer-then) . Questa risposta è l'immagine più chiara della situazione moderna: non esiste più alcun punto di riferimento stabile, perché tutti sono stati messi in questione e si è scoperto che non si trattava che di illusioni, simulazioni, convenzioni, inganni: non c'era alcuna verità. "Il nichilismo è quindi un indice della svalutazione dei valori superiori, cioè di quei valori che orientano il senso complessivo dell'esistenza dell'uomo nel mondo" .

§ Seconda distinzione: Un'altra grande differenza determinante tra antico e moderno riguarda il fatto che il mondo antico (quanto meno dal plato-nismo in poi), nell'affrontare questi temi, si è salvaguardato con "rimedi". Il mondo moderno, dopo il disincantamento, non può più assumerli, proprio per il loro smascherato e ormai riconosciuto caratte-re illusorio. La svalutazione è irreversibile. Di qui l'insensatezza del vivere: se i valori non sono più tali, se nessuna norma merita la funzio-ne di guida, se non ci sono più fini ai quali fare riferimento, la vita dell'uomo si libra in uno spazio vuoto senza più punti cardinali: "Non stiamo precipitando verso un infinito nulla?" Anche l'ultimo rimedio, in ordine di tempo, escogitato dall'uomo, la tecnica, non è più sotto la sua guida. Guidare, infatti, presuppone un fine verso cui si guida, ma se non esiste più alcun fine di cui si possa dire che non è illusorio, sarà allora la tecnica (un mezzo) che guida se stessa (come fine). L'approdo del nichilismo quindi è tecnico e in-agibile. Se senza fini è impossibile agire o, se si vuole, l'agire è insensato, tutto l'apparato della praxis non regge più. Non ci sono più azioni in senso stretto e l'uomo è azionato dall'apparato tecnico da lui posto in essere, come un dispositivo, un oggetto, una macchina. Ne risulta una perversione tra mezzi e fini che, proprio perché normalmente inavvertita, ha caratteri "fatali". Essa con-traddice quel principio romantico che affermava: "L'uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo" .

§ Terza distinzione: il nichilismo esistenziale e il nichilismo storico. Sono spesso intrecciati, ma il nichilismo esistenziale è quello propriamente filosofico, quello storico ha origini letterarie e politiche, e riguarda una frattura tra tradizione e nuovo corso come avviene, a livello esemplifi-cativo, nei salti generazionali, dove i figli contestano i padri per instaurare nuovi valori che i padri non conoscono e perciò non com-prendono. È il caso del romanzo russo Padri e figli, che esplicita il significato di "nichilismo" in questi termini: "Nichilista è un uomo che non si inchina davanti a nessuna autorità, che non accetta nessun prin-cipio alla cieca, qualunque sia il rispetto che lo circonda" . Ma il padre del nichilismo russo è un nome universale: Dostoevskij, con tre fon-damentali opere, Delitto e castigo (1863), I demoni (1873), I fratelli Karamazov (1879). Il rapporto stretto tra Nietzsche e Dostoevskij è attestato da uno dei massimi esperti italiani di letteratura russa, Vitto-rio Strada . In questo ambito "l'epiteto di nichilista viene ad equivalere alla denuncia del terrorismo fanatico come una possessione diabolica. Ma il tormento che percorre le pagine del grande romanzie-re, a cui Nietzsche presterà vivissima attenzione, è l'inquietudine e lo smarrimento per la perdita di Dio" .

§ Quarta distinzione: nichilismo positivo e negativo. Come detto il nichili-smo non va inteso in un significato solo negativo. Il nichilismo positivo è uno stato di crisi, di oltrepassamento, ed ha un significato nettamente emancipativo, che potrebbe essere come dire "illuminista", "progressi-sta", "rivoluzionario", "innovatore", e così via. Nel caso del contesto russo, poi, il nichilismo storico ha avuto un ruolo fondamentale nel contesto della rivoluzione anti-zarista e, altrove, diede i natali al movi-mento anarchico. Questo movimento si proponeva la liberazione dell'uomo da qualunque tipo di schiavitù. In filosofia qualcosa del ge-nere può essere incarnato in Max Stirner per i suoi scritti demolitivi, di carattere umanistico-esistenziali, dove è l'egologia ad assumere il ruolo decisivo contro il teismo e qualunque tipo di trascendenza, e le cui pa-role d'ordine sono rivolta e rivoluzione. Il contesto esistenziale del nichilismo storico, per il biasimo incontrato nell'opinione pubblica del tempo in cui sorse, trova così una sua prima collocazione spregiativa, quella che è giunta fino a noi i quali, a nostra insaputa, usiamo comu-nemente il termine "nichilista" all'interno di un giudizio di valore generalmente negativo. Ma è un errore. Il momento negativo nelle filoso-fie nichilistiche sicuramente c'è, ma esso ha un significato di questo peso solo se viene comparato alle filosofie ottimistiche. In tal modo queste filosofie hanno dischiuso scenari razionali, comprensibili, conso-latori, che per il nichilismo filosofico sono stati espedienti, maschere, finzioni. Nietzsche si trova in una posizione intermedia tra nichilismo negativo e positivo, ed egli stesso, del tutto consapevole di questa posi-zione, dice di se stesso di sentirsi:

… un uccello profeta, che guarda indietro mentre narra ciò che avverrà, come il primo nichilista compiuto d'Europa, che ha già vissuto in sé il ni-chilismo sino alla fine, e ha il nichilismo dietro di sé, sotto di sé, fuori di sé."

e allo stesso tempo si propone di liberare l'umanità "dalla grande nau-sea, dalla volontà del nulla, dal nichilismo" . Il significato di "nichilismo" in Nietzsche è infatti duplice "tanto che Nietzsche può presentare se stesso sia come colui il quale ha oltrepassato il nichilismo europeo, sia come il più perfetto nichilista. Perché ‘nichilismo' è sia la volontà del nulla che è propria del pensiero metafisico, sia il ‘supera-mento della volontà del nulla per




Leave a Reply

*
top
Better Tag Cloud