search
top

Il suono del silenzio


In una calda mattina di metà luglio, il Professor Grant, illustre insegnante dell'Università di Boston, viene contattato telefonicamente dal Dottor Wehner, direttore del Medway Maritime Hospital di Sheerness che intende sottoporre al suo giudizio un particolare paziente del policlinico. Grant, titubante, si lascia convincere e parte per l'Europa alla volta dell'ospedale dove conosce l'avvenente e astuta Dottoressa Hampton che ha in cura il degente in questione, noto ormai a tutto il personale con il soprannome di Pianoman: un uomo privo di identità che si rifiuta di comunicare con chiunque, ma dalle straordinarie doti artistiche rivelate grazie alla melodia che è in grado di sviscerare dai tasti di un pianoforte. Ma qualcosa accade: proprio mentre i due visitano la stanza del paziente un attentato mette a repentaglio le loro vite e il cadavere di Pianoman viene ritrovato nei laboratori dell'ospedale.
Il Professor Grant e la Dottoressa Hampton entreranno così nel mirino dei principali sospettati dall'Interpol e intraprenderanno un'indagine del tutto personale che li condurrà a riscoprire il passato e i segreti dell'enigmatico pianista; un uomo controverso, custode di un segreto inviolabile che suscita l'interesse del governo e di un potente gruppo religioso, entrambi disposti a screditarlo a costo della reputazione e dei propri ideali.

Editore:
Boopen Editore

Genere: Giallo, Noir, Romanzo

Estratto:
PROLOGO

Mare del Nord, Maggio 2006

Circa venticinque chilometri a nordovest della Normandia, la Mary Princess, una delle navi da crociera più prestigiose mai realizzate, affrontava una tempesta fuori stagione in direzione dello Stretto di Dover solcando acque sempre più torbide.
Il design nautico, raffinato e all'avanguardia, conferiva un'eleganza unica alle centoventi cabine con ampie vetrate rivolte verso il mare, alla piscina con solarium, alla sala fitness, la boutique, il casinò e il teatro, gettando quasi trentacinquemila tonnellate di peso sulla superficie dell'acqua che le consentivano di navigare con una stabilità incontrastata anche durante il maltempo.
Seduto davanti a una slot machine, nella fila centrale del casinò al secondo piano, Jean Bouchard sorbiva circospetto l'ultimo sorso del suo drink scrutando alternativamente la sala e la vetrata qualche metro dietro le sue spalle, su cui i goccioloni del violento temporale si battevano con furore scivolando via verso il basso.
Ma la sua attenzione era inchiodata su ben altri particolari. Ormai ne era sicuro: due passeggeri della nave lo controllavano a vista da almeno due giorni.
La scoperta che l'aveva portato a essere su quella nave, purtroppo per lui, non era rimasta un segreto.
Era in pericolo.

La settimana precedente si trovava nel suo appartamento di Nizza, in cui era nato trentatrè anni prima e dove aveva vissuto per anni insieme ai suoi genitori.
Fin da bambino non passò inosservato: compiuti da poco i tre anni imparò a leggere e a scrivere nel giro di pochi mesi. L'accaduto lasciò senza parole i genitori, in particolare la madre che aveva gridato al miracolo. Il padre, più concretamente, aveva deciso di sottoporre il figlio alla visita di uno specialista. I risultati furono chiari fin dall'inizio e il medico, senza troppe esitazioni, attribuì ad un quoziente intellettivo superiore alla norma il talento dimostrato dal piccolo Jean. I genitori, ben compresa la situazione, non vollero che il bambino si sentisse per questo disadattato, diverso dagli altri e decisero di tenere per loro la notizia senza cercare di indirizzare il figlio verso istituti privilegiati o scuole per geni: Jean avrebbe dovuto vivere una vita normale e spensierata come tutti i bambini della sua età.
Non risultò essere un compito facile.
All'età di 6 anni Jean iniziò a frequentare la scuola dimostrando fin da subito una spiccata predisposizione per le materie scientifiche e la musica. Nel tempo libero la madre lasciava che il piccolo incontrasse gli amici per trascorrere insieme a loro qualche ora di divertimento nonostante qualche volta lui preferisse restare solo col suo pianoforte a coda.
All'età di 12 anni suonava già Chopin, Beethoven, Verdi, Bach e altri grandi maestri della musica classica internazionale.
Anche la passione per la matematica e i numeri non tardò ad affiorare e alle scuole superiori partecipò ai Campionati Matematici di Parigi classificandosi al secondo posto superato per un solo punto da Michelle Costa, una giovane ragazza di Le Havre. Durante il campionato i partecipanti, dai sedici ai ventidue anni, potevano trascorrere insieme il tempo libero e i due, Jean e Michelle, affascinati l'uno dall'altro, finirono col passare ore incandescenti tra le camere dell'albergo. A Jean la sconfitta non sembrò pesare troppo, il secondo posto gli consentì comunque di ottenere una cospicua borsa di studio, e sua madre sospettò che avesse lasciato vincere di proposito Michelle, che senza i soldi del primo premio non avrebbe potuto frequentare l'università.
Al compimento dei 19 anni Jean era un ragazzo splendido, alto e slanciato con una folta testa di capelli biondi, un ottimo partito per le ragazze della facoltà di Matematica, che lo guardavano da dietro mentre attraversava il cortile dell'edificio. La sua opinione era sempre tenuta in grande considerazione dagli insegnanti del Dipartimento ed era ben disposto ad aiutare gli altri ragazzi del corso.
‹‹Per me è naturale.›› soleva dire a chi lo lodava.
Dopo alcuni anni in facoltà si specializzò in geometria interessandosi in modo ufficioso alla crittografia e non faticò a trovare lavoro, inizialmente come ricercatore e poi come insegnante, nell'università.
I momenti ritagliati per se li trascorreva chino sul pianoforte scrivendo intricatissime equazioni sugli spartiti, sempre convinto nel ribadire ai colleghi perplessi che la musica fosse matematica. Cercò di dimostrare che servendosi di numeri trascendenti, ovvero numeri con infinite cifre dopo la virgola, poteva estrapolare intere sinfonie e letteralmente suonare la matematica. Fu lavorando a questo concetto che si svegliò nel cuore di una notte con la certezza di poter svelare chissà quale verità universale celata nel pi greco: trasformò tutte le cifre decimali in lettere e impiegò due giorni di lavoro, chiuso in ufficio, per scoprire che dopo la milionesima cifra era celata la frase Shakespiriana "To be or not to be". Era consapevole del fatto che, se pur bassa, la probabilità di trovare una frase di senso compiuto c'era, ma ciò servì in particolar modo a convincere i colleghi delle sue teorie.
Da lì a pochi giorni avrebbe appeso fuori dal suo studio un foglio con la fatidica frase.
La sua vita sentimentale purtroppo non godeva della stessa fragranza. Frequentò diverse ragazze e pensò altrettante volte di aver trovato la donna della sua vita, ma ogni volta concludeva lui stesso, in anticipo, i rapporti con la certezza di non essere stato compreso. Le sue partner cercavano di imitarlo, raggiungerlo, di essere come lui, come un matematico, un pianista, un genio, per lusingarlo e compiacerlo, ma ciò non le rendeva che ridicole di fronte a lui che semplicemente desiderava essere amato.
Dopo anni, Michelle era ancora un chiodo fisso nei suoi pensieri. Solo in seguito a laboriose ricerche seppe del suo matrimonio con uno spagnolo avvenuto qualche anno prima e questo non causò altro che l'apertura di un vortice ermetico nella vita di Jean, eclissato nei suoi numeri, protetto dai suoi codici e sommerso dalla musica.

Ovunque andasse aveva due uomini alle calcagna che fingevano disinteresse ogni volta che incrociava i loro sguardi.
Jean Bouchard rientrò in cabina sudato, preoccupato per la sua sorte e convinto di avere addosso delle microspie.
Prese il coltellino svizzero dal cassetto del comodino e dopo aver sfilato l'orologio smontò il quadrante e il vano della pila per verificare che non contenesse delle cimici.
Vuoto.
Aveva il respiro affannato.
Allora smontò la grata dell'allarme antincendio, i piedi della scrivania e i quadri appesi alle pareti, senza alcun risultato.
Se erano state piazzate delle microspie potevano trovarsi ovunque, avrebbe potuto setacciare inutilmente tutta la cabina per giorni interi.
Stava diventando pazzo? O peggio paranoico?
Cominciò a credere che alla fine la matematica e la musica gli avessero dato alla testa.
La decisione di premunirsi contro la perdita definitiva della sua scoperta scrivendo una lettera all'uomo che lo aspettava a Londra fu essenziale, ma anziché spedirla la nascose appropriatamente: in quel modo, anche in caso di morte, qualcuno forse avrebbe scoperto la natura della sua disgrazia.
Maledizione, si stava già dando per spacciato?
Tornò a sedersi alla scrivania per riflettere sul da farsi e battendo sulla sedia con la scarpa ebbe un'intuizione.
Sfilò svelto la scarpa destra e rimosse affannato il tacco armeggiando furiosamente col coltellino.
Un congegno elettronico rotondo, non più grande di una moneta da 50cent, ne spuntò fuori scivolando a terra.
Lentamente si chinò a raccoglierlo con mano tremante e lo portò all'altezza degli occhi per esaminarlo. Era evidente, il pericolo che correva era reale e non il frutto della pazzia.
Aprì la finestra del balconcino e istintivamente gettò la microspia fuoribordo e a seguire la scarpa, poi l'altra, in un gesto al limite della nevrosi.
Un calore improvviso cominciò ad attanagliarlo e uscì sul balconcino sotto la pioggia; il sudore imperlava la sua fronte confondendosi con le gocce d'acqua.
Quando allungò la mano per sbottonarsi la camicia una pistola sbucò alla sua sinistra. Nello stesso istante qualcosa lo colpì ad uno stinco procurandogli un dolore lancinante che lo fece cadere a terra. Sentì l'arma caricarsi e infine la vide puntata contro di lui.
"E' la fine." pensò.
‹‹Fine della corsa, Monsieur.›› lo avvertì un accento francese.
Bouchard si accasciò stringendosi la gamba dolorante.
‹‹Chi sei?›› domandò ansimante.
L'uomo lo fissò a lungo con uno sguardo gelido prima di rispondere. ‹‹E' un'ottima domanda, se lo stanno chiedendo in molti e a dire il vero forse l'ho dimenticato anch'io.››
Bouchard era sconvolto per il dolore e per l'intera situazione. Doveva prendere tempo e pensare a qualcosa o la sua vita avrebbe avuto termine entro breve.
‹‹Io sono qui per eliminarla Signor Bouchard.›› esordì il francese. ‹‹Lei deve aver toccato qualcosa di inestimabile o aver messo le mani su oggetti davvero intoccabili perché una simile istituzione si rivolgesse ad un criminale come me.›› deglutì interrompendo il suo chiaro accento.
Bouchard restò muto, paralizzato dalla paura.
‹‹Lei ha una mente brillante e mi rincresce dover mettere fine ad un genio che potrebbe aiutare la società con il solo ausilio del cervello.›› asserì calmo l'aggressore.
‹‹Non c'è nessuno che la costringe.››
‹‹Ma è il mio lavoro.›› sogghignò malefico l'uomo prima di continuare. ‹‹Ed è difficile ricevere una grazia dal sottoscritto, ma con lei voglio essere buono.›› prese un profondo respiro. ‹‹Quelli che mi hanno commissionato il suo omicidio hanno intralciato i miei piani addossandole due uomini, e il tutto contro ogni mio ordine. Bene, io voglio far pagare loro questa sfiducia nei miei confronti lasciandole una possibilità di salvarsi. Lei sa nuotare Signor Bouchard?››
‹‹Cosa?›› sperò di non aver capito bene.
Il tono dell'assassino divenne chiaro, scandito e privo di qualunque emozione.
‹‹Scelga Signor Bouchard: o si lancia dal parapetto o la ucciderò io e mi creda, la prima condizione le lascerà più probabilità di salvarsi.››
‹‹Lei è un folle!›› gridò Jean rialzandosi.
L'assassino scosse la testa deluso. ‹‹Già, mi rendo conto, dicono tutti la stessa cosa e la prego non pensi che gridare possa essere una buona soluzione, causerebbe solo altre vittime. I testimoni sono una scomoda seccatura.›› rispose con una smorfia. ‹‹Le offro cinque secondi per prendere una decisione.››
Con la mano libera controllò l'orologio al suo polso.
‹‹Uno…››
Jean, intrappolato all'angolo del balcone, si sentì alle strette.
‹‹…due...››
Non c'era nulla che potesse afferrare e quella pistola contro di lui lo rendeva inerme.
‹‹…tre...››
Anche se in un certo senso le sue scoperte lo aiutavano offrendogli delle certezze, non aveva intenzione di morire.
‹‹…quattro…››
‹‹Va bene.›› sospirò trasalendo. ‹‹Mi lancerò.››
‹‹Un'ottima scelta.››
‘O una prova di fede' pensò Jean salendo sul cornicione del balconcino consapevole delle sue scarse probabilità di salvezza.
Se fosse riuscito a lanciarsi abbastanza lontano forse non sarebbe stato risucchiato dalle eliche della nave e nuotando per un po' in mare aperto forse... I pensieri si accavallarono.
‹‹Vai con Dios.›› il carnefice lo spronò con la pistola. Dall'intera altezza della nave il corpo di Bouchard cadde in picchiata verso il mare in una precipitosa verticale senza freni. Al momento del salto aveva cercato di buttarsi in avanti con tutte le sue forze lasciando correre le braccia lungo i fianchi. Sperò di poter sfruttare il forte vento per poter cadere il più distante possibile dalla nave, ma i suoi pensieri si offuscarono durante la caduta, pervasi dal tremore e accecati dalla pioggia.
Dall'alto il killer vide il corpo del ragazzo immergersi tra le onde spumeggianti infrante dallo scafo della nave.
Solo un miracolo avrebbe potuto salvare la sua vittima da un mare così turbolento.
Infine lanciò in acqua la pistola e uscì dalla cabina richiudendola con il passpartout con cui era entrato.
Avvolto nello smoking nero, elegante, tornò nella folla del casinò mescolandosi agli altri turisti, come se nulla fosse accaduto.

Acquisto:
E' possibile acquistare il libro tramite il sito della casa editrice.
http://www.boopen.it




One Responseto “Il suono del silenzio”

  1. Lorenzo says:

    Racconto davvero interessante, ne consiglio l’acquisto.

Leave a Reply

*
top
Better Tag Cloud