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Il tempo non esiste

Sono nella sala d'attesa di una clinica: gente che va e che viene, infermiere indaffarate, ed io seduta con la faccia imbambolata in attesa del mio turno per una tac. Attenzione, non una semplice Tac, ma una TAC CON CONTRASTO.
Normale routine, niente di male. E no, per un tipo ansioso come me il male c'è, eccome.

Prima di presentarmi in clinica ho avuto la malaugurata idea di fare una ricerchina in internet per leggere gli effetti che il liquido di contrasto può dare. "Apriti cielo": una sfilza di malesseri, nausee, vomiti, bolle blu su tutto il corpo e, per concludere, pure un morto per shock anafilattico a Napoli. Scatta il terrore puro, quello che ti fa scendere la gocciolina di sudore lungo la schiena.

Si, perché se io so che a qualcuno è capitato un guaio fisico di qualsiasi natura è quasi automatico che poi venga anche a me. A furia di pensare "ma, non mi succederà la stessa cosa? E se io sono fra quei casi sfigati?", cresce l'ansia ed ecco che la reazione avversa si manifesta.
Che organo altruista il mio cervello, sempre pronto a darmi ragione!

Ho chiamato subito il medico che me l'ha prescritta rifiutandomi categoricamente di sottopormi a tale tortura. Lui, conoscendo bene da che gamba vado zoppa, mi ha risposto dolcemente dicendo che sarebbe stato inutile fare la tac senza contrasto, poi è partito con un crescendo d'incitazioni del tipo "tira fuori le palle, che le hai", "hai passato di peggio nella tua vita", e via dicendo.
Cosa ha ottenuto? Che mi sono sentita una bambina sciocca impaurita e non una donna di 39 anni, di cui più della metà avanti e indietro per ospedali.
Toccata nell'orgoglio sono andata incontro al mio destino.

Ed eccomi qui.
Attendo il mio turno quasi in apnea e con l'occhio lucido.
Okay, lo confesso, piango proprio, calde e silenziose lacrime solcano il mio viso. Il tempo non passa più, ogni minuto ne vale 100. Lo so, sembra una frase fatta ma per me è proprio così, persino le lancette dell'orologio sembrano prendermi per il naso, incuranti della mia ansia di buttarmi nella mischia e risolvere il problema.

E'arrivato il mio momento.
Mi alzo e raggiungo la porta dello studio come Sean Penn in "Dead Man Walking" e il tempo si dilata, mi sembra pure di sentire in sottofondo la colonna sonora del film.
Sfiga vuole che il paziente uscito prima di me abbia una fioritura di visibili chiazze sul volto, viene tolto immediatamente dalla mia vista per una pera di cortisone nello stanzino attiguo.
Lo sto ancora seguendo con lo sguardo, quando la dottoressa mi invita ad entrare. Mi giro verso di lei e in maniera plateale dico "sicuramente succederà la stessa cosa a me, si prepari al peggio!", (con lo stesso tono di Russel Crow in "al mio segnale scatenate l'inferno").

Alla mia affermazione segue una valanga di domande sulle mie presunte allergie, alle quali rispondo sempre negativamente. Vai tu a spiegarglielo a questi scienziatoni che è tutto un problema di testa! Per loro le cose sono meravigliosamente chiare: se sei allergico stai male, se non lo sei allora "vieni qui che ti metto l'ago per il liquido a contrasto".
Ma poi, io dico, come faccio a sapere se sono allergica se non l'ho mai fatto questo esame? Dobbiamo scoprirlo proprio oggi?

Mentre sto per inveire contro l'ignara dottoressa esce un infermiere/cherubino dal gabbiotto dei macchinari e soavemente pronuncia queste parole "signora è la prima volta che la fa?", parte un mio cenno del capo con aria di sfida, e lui "ma allora non può avere reazioni allergiche, capita solo eventualmente dalla seconda volta in poi, perché il fisico si sensibilizza".
Ora, parliamoci chiaro, se qualcuno mi avesse detto una boiata del genere in un altro momento gli sarei scoppiata a ridere in faccia, ma in questo frangente la suddetta boiata è un balsamo per la mia mente in preda alla follia. Con decisione mi sdraio sul lettino allungando il braccio alla dottoressa con aria spavalda.

Mentre mi inserisce l'ago nel braccio per la flebo ha la pessima idea di spiegarmi nel dettaglio i sintomi che mi procurerà il prezioso elisir: vampate di caldo, sensazione metallica e amara in bocca. "Ma dura solo un momento", specifica l'aguzzina.

Ok si parte.
Lentamente il lettino si sposta e sono sotto la macchina. Le prime due passate sotto i raggi sono indolore, "fai un bel respiro, trattieni, respira ancora", come da routine. Ma ecco che il famoso liquido entra in circolo per l'ultimo giro. Come da copione mi infiammo per autocombustione, ma è un caldo strano, a chiazze qua e la a piacere. Anche l'amaro in bocca puntuale si presenta. Penso che se mi avesse detto "ballerai la samba in bilico sul lettino" avrei fatto pure quello, tanto è ubbidiente e servizievole il mio cervello!

La tortura finisce in un battibaleno. La dottoressa non fa in tempo a dirmi che è tutto finito che sono già nello stanzino a rivestirmi, non prima di aver lanciato uno sguardo complice ed estremamente grato all'infermiere/angelo.

Esco dalla clinica respirando aria di libertà a pieni polmoni.
E il tempo riprende a scorrere al ritmo di sempre.

Autore: Barbara Ponzoni

Genere: Tragicomico




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