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Il Vero Volto


Durante una tranquilla notte, i teli che hanno fatto parte del corredo sepolcrale di Cristo vengono trafugati dalle cattedrali in cui sono custoditi da secoli. La Sacra Sindone a Torino, il Volto Santo a Manoppello, il Sudario a Oviedo, la Santa Cuffia a Cahors, i Sacri Teli a Kornelimunster e il Santo Sudario a Carcassonne. Nessuno viene risparmiato. Dietro i furti, lo zampino di una misteriosa setta che decide di farli analizzare in gran segreto per svelare il mistero che avvolge i teli. Saranno mossi da semplice desiderio di sapere o avranno in mente qualcosa di più macabro?
Il Gran Maestro dell'Ordine dei Templari richiama al castello i suoi uomini migliori per mettersi sulle tracce dei teli scomparsi. Marco, ritiratosi a vita privata per coltivare l'amore che prova per Paola; Elisa, addestrata in gran segreto dal professor Lunardi, membro influente dell'Ordine, scomparso in circostanze poco chiare; Aldo e Stefano, veterani dell'Ordine del Tempio; Antonio, Lorenzo e Giovanna, giovani reclute al termine del loro addestramento. Tutti iniziati all'arte degli assassini, addestrati alle pratiche dello spionaggio e del sapere esoterico.
Aiutati da Lamech, ex mercenario convertitosi a spia papale e ostacolati da Sigmund, un enigmatico negromante straordinariamente affascinato dai reperti di Girolamo Segato, i protagonisti raggiungono il luogo in cui sta per consumarsi un incredibile e macabro sacrificio.
La profezia di Nostradamus sta per avverarsi.
Alcuni medici e studiosi vengono rapiti e chiamati a comporre un team ad hoc con il solo obiettivo di scoprire la verità sui Sacri Teli. Le ricerche portano ad una conclusione del tutto inaspettata: la Sacra Sindone è autentica, ma con essa, anche tutti gli altri teli. Il professor Morcaldi, esperto di datazioni al radiocarbonio, scopre attraverso quale processo chimico fisico si è formata l'immagine di un uomo crocifisso sul telo di lino; finalmente la verità sta per venire a galla.
Inganni, tradimenti e colpi di scena si susseguono in un romanzo che vede come teatri degli scontri alcuni tra i più suggestivi luoghi d'Europa.
Riusciranno mai, i protagonisti, a riconsegnare le Sacre Reliquie ai legittimi proprietari?
Sarà pronta l'umanità a scoprire attraverso quale processo si è formata l'immagine impressa sul più venerato e osannato telo sepolcrale di Cristo?
Ma ancora di più, sarà pronta l'umanità a scoprire qual è il nesso tra la Sacra Sindone e il famigerato Santo Graal?
Solo la soluzione dell'enigma potrà dare una risposta. E questo dipende da te.

Editore:
Narcissus.me

Genere: Thriller esoterico religioso

Estratto:

Il Vero Volto




1


Ore 02:57 Oviedo, Principato delle Asturie, Spagna

Due grossi fuoristrada neri attraversarono la Calle de San Vicente e passarono davanti alla statua del celebre filosofo spagnolo Benito Jerónimo Feijóo, proprio di fronte alla facoltà di psicologia dell'università di Oviedo, immediatamente dopo voltarono a destra e si fermarono di colpo.
«Passami le munizioni» l'uomo che era seduto al posto del passeggero era molto agitato, questa non era una delle loro solite operazioni, sembrava tutto così facile e veloce. L'amico che era al posto di guida gli passò due caricatori pieni e poi tornò a fissare il monitor del computer che era posizionato sul cruscotto.
«Se sarai costretto ad usarle vorrà dire che avremo fallito nella nostra missione» fece un sorriso e non appena vide nel suo orologio da polso scoccare le tre in punto fece un cenno con la testa «andate, e siate veloci!». Dai due fuoristrada uscirono sei uomini con i volti coperti da passamontagna, altri due erano rimasti a bordo dei mezzi ai posti di guida, tenevano i motori accesi ed erano pronti a rimettersi in marcia non appena gli altri fossero tornati. I sei a terra si diressero verso la Calle de Santa Barbara e si fermarono davanti ad un grosso cancello in ferro che dava accesso ad uno degli ingressi laterali della cattedrale, protetto da un portone in metallo. Mentre due dei sei stavano montando un grosso treppiede esattamente di fronte al cancello, un altro tirò fuori da una borsa un arnese molto pesante, era una tronchese idraulica, ottima per tagliare senza difficoltà persino le barre dei cancelli più resistenti. Dopo meno di un minuto aveva aperto un varco, ora veniva la parte più rumorosa. Sul treppiede era posizionata una grande ballista d'acciaio, i due uomini che la manovravano la puntarono verso il portone. Due tonfi secchi turbarono la quiete della notte, i dardi d'acciaio si erano conficcati con forza nel metallo. Uno dei due uomini attraversò il varco nel cancello e vincolò due cavi d'acciaio sulle code dei dardi, l'altro fece cenno all'autista del primo mezzo di procedere. Senza aspettare nemmeno un secondo il fuoristrada si mosse in retromarcia, il cavo d'acciaio si tese tra il gancio e i dardi trascinando con se il portone e i mattoni a cui erano fissati i cardini, via libera. Quattro uomini entrarono nel piccolo e buio corridoio, il primo aveva tra le mani una semplice mappa scritta a mano con una matita, ora toccava alla seconda porta sulla sinistra. Un forte calcio bastò per far saltare il lucchetto; i quattro salirono velocemente su per le scale a chiocciola in legno e si ritrovarono nella prima sala del museo della cattedrale, il fascio di luce infrarossa rilevò i loro movimenti e il rumore assordante della sirena d'allarme attaccata al muro inondò le sale del museo, ora tutti sapevano della loro presenza, quell'operazione non era più un segreto. Sulla destra altre due porte li separavano dal loro obiettivo. L'uomo con la borsa prese un grosso martello e prima di colpire il forte lucchetto che teneva serrate le due aste in ferro diede una rapida occhiata ai lati. C'erano due rappresentazioni di un telo, la didascalia di quella a destra riportava "REVERSO", mentre quella di sinistra "ANVERSO". Presto sarebbero diventate solo raffigurazioni di un vecchio ricordo. I quattro entrarono e scesero giù per le sei scale che li separavano dall'altra porta, intanto alle loro spalle una telecamera stava riprendendo i loro movimenti. L'ultimo lucchetto e non avrebbero avuto più ostacoli. Questa volta però era un po' più difficile, quello che avevano davanti era uno di quei lucchetti rinforzati anti-scasso, serviva dell'esplosivo. L'uomo con la borsa posizionò una carica esattamente sopra le aste tenute unite dal lucchetto. Il frastuono coprì per un attimo il rumore dell'allarme, mentre i quattro tenevano le mani a protezione delle orecchie. Finalmente raggiunsero la loro meta, la Camera Santa. L'ennesimo cancello da aprire con la tronchese idraulica. Due uomini entrarono all'interno e afferrarono un grosso quadro contenente un telo ormai sbiadito dal tempo, incuranti degli altri tesori li contenuti, velocemente ripercorsero la strada a ritroso, coperti dagli altri due. Quando uscirono all'esterno ritrovarono la stessa situazione che avevano lasciato entrando. Erano stati così veloci da non permettere alla polizia di intervenire in tempo per fermare il tutto. I sei uomini risalirono velocemente sui mezzi sistemando il quadro nel primo e gli arnesi usati per l'operazione nel secondo. Fortunatamente tutto era andato per il verso giusto.
«Sei minuti e quarantotto secondi, molto meglio del previsto» l'uomo che era alla guida del primo fuoristrada era molto soddisfatto dell'operato dei suoi uomini.
«Fortunatamente non ci sono stati imprevisti, se soltanto un particolare fosse stato differente da quanto ci era stato detto sarebbe andato tutto storto, era questo il motivo per cui ero nervoso, sembrava troppo facile». I due fuoristrada si incamminarono verso Calle de San José e scomparvero nel buio. Erano passati appena sei minuti dal momento in cui era scattato l'allarme, due pattuglie della polizia con le sirene spiegate si fermarono davanti alla cattedrale, i cancelli e i portoni erano chiusi, tutto sembrava al proprio posto. Il frastuono delle sirene cessò improvvisamente e quattro uomini scesero dalle auto.
«Qui sembra tutto in ordine, non vedo segni di scasso, seguitemi, controlliamo l'accesso laterale» i quattro agenti si diressero di corsa verso Calle de Santa Ana, le loro mani erano posizionate sui fianchi pronte ad estrarre la pistola al primo cenno di anomalia. Infatti così accadde, non appena voltarono l'angolo videro il grosso portone in metallo riverso per terra, sotto di esso si trovava ciò che restava del cancello esterno. Gli agenti impugnarono immediatamente le armi e le puntarono contro l'ingresso posteriore della cattedrale, con cautela avanzarono verso l'interno e si diressero verso la Camera Santa. Lo spettacolo che si presentò ai loro occhi non fu affatto tranquillizzante, la porta che proteggeva i tesori era squarciata al centro ed il grosso lucchetto che doveva tenerla chiusa era li a terra. La situazione ora sembrava tranquilla, gli intrusi che avevano fatto scattare l'allarme erano già andati via, assolutamente indisturbati. Uno dei quattro agenti digitò un codice sul tastierino posto al disotto della sirena e pose fine a quel frastuono. Gli altri tre diedero un'occhiata all'interno della Camera Santa, la prima cosa che saltava agli occhi era quell'enorme spazio vuoto proprio dietro la Croce degli Angeli, il reliquiario era stato portato via.

2


Ore 03:01 Cahors, Midi-Pirenei, Francia

«Seguimi, il cancello è proprio qui dietro» il primo dei due uomini incappucciati fece cenno all'altro di seguirlo, non appena arrivarono davanti al cancello in ferro si arrestarono e posizionarono a terra la tronchese idraulica che stavano trasportando. Rapidamente tranciarono tre sbarre ed aprirono un varco tale da far passare un uomo senza problemi, proseguirono oltre il cancello e si trovarono all'interno del chiostro della struttura annessa alla Cattedrale di Santo Stefano. Sul lato destro, a meno di dieci metri da loro c'era una porta in legno, la serratura d'acciaio era stata cambiata di recente, ma da quanto era stato detto loro non bisognava fare molta fatica per sfondare quella porta ed accedere alla sala retrostante. Uno dei due uomini impugnò con entrambe le mani l'ariete che l'altro stava trasportando a spalla e lo sbatté con forza contro la serratura del portone. Via libera. All'interno erano custoditi i tesori della cattedrale, sulla sinistra una teca conteneva alcuni calici in oro e argento e dei bastoni pastorali di grande valore.
«Cosa stai aspettando? Sai benissimo cosa devi prendere, muoviti!» uno dei due riprese il collega che si stava concentrando troppo su quella teca. Non c'era nessun sensore, nessun allarme, nessun codice d'accesso, era tutto così estremamente a portata di mano, un lavoro pulito. Entrambi uscirono da quella stanza, uno dei due trasportava un grosso oggetto ricoperto da un drappo rosso, mentre l'altro portava l'ariete a spalla e la tronchese idraulica tra le braccia. Improvvisamente le ante di una finestra al secondo piano proprio di fronte a loro si aprirono, era padre Piérre, il parroco della chiesa.
«Lasciate stare la reliquia! Ladri! Ladri! Qualcuno chiami la polizia!». Improvvisamente l'uomo che era rimasto indietro posò la tronchese ed estrasse la pistola, senza avere un attimo di esitazione sparò due colpi contro quella finestra, poi proseguì per la sua strada. Entrambi attraversarono il portone azzurro che dava accesso al giardino e salirono sul fuoristrada che era li fuori ad aspettarli.
«Secondo me qui devono essere tutti impazziti! Ma hai visto quanto oro c'era in quella teca, poteva essere tutto nostro!».
«Gli ordini erano chiari! Entrare nella camera del tesoro e portare via il reliquiario coperto dal drappo rosso! Nient'altro! Non voglio dare nessuna spiegazione al capo che giustifichi il furto di altri oggetti!». Il fuoristrada accelerò violentemente e, proseguendo su Rue de la Chantrerie, si allontanò dalla cattedrale.
«E che cosa ci sarà mai qui sotto? Il Santo Graal?» con forza l'uomo tirò via il drappo rosso dal reliquiario e portò alla luce ciò che si celava sotto di esso. Intanto il fuoristrada si allontanava dalle strade del centro storico e si dirigeva verso le rive del fiume Lot, non appena raggiunse il ponte Valentrè gli uomini scesero dall'auto e cominciarono a correre verso una piccola banchina in cemento costruita sul lato sinistro del ponte, portando con loro il reliquiario. Lì, un altro individuo li stava aspettando a bordo di un motoscafo, con il quale si allontanarono silenziosamente seguendo la corrente. Ancora scosso da quanto era accaduto, padre Piérre si rialzò in piedi, sulla sua camicia c'era ancora la segatura prodotta dai due proiettili che si erano conficcati nella finestra, rassegnato si diresse verso il telefono che aveva accanto al letto e compose il 112. La più importante reliquia custodita nella cattedrale di quella piccola cittadina francese era appena stata trafugata da alcuni sconosciuti.

3


Ore 03:02 Torino, Piemonte, Italia

«Questa proprio non ci voleva! Non hanno alcuna intenzione di schiodarsi da li! Tra gli spacciatori devono avere qualche informatore che ha fatto trapelare la notizia della retata di questa notte e sono venuti qui a indagare sul perché di questa messa in scena». I due agenti della polizia avevano posteggiato l'auto di fronte all'ingresso di palazzo Madama da circa mezz'ora, si guardavano intorno cercando di capire perché la piazza fosse deserta, di solito decine di gruppi di ragazzi occupavano quelle panchine, ma quella sera no. Il comando aveva ordinato di tenere d'occhio la zona dopo che nel pomeriggio un informatore aveva chiesto delucidazioni sulla retata che avrebbe dovuto svolgersi quella notte, ma polizia e carabinieri non erano affatto a conoscenza della cosa, per quella notte non era stata organizzata alcuna operazione. L'idea più plausibile era che qualcuno avesse deciso di divulgare quella falsa notizia seccato dalle urla e dal rumore prodotti da tutti quei ragazzi anche a quell'ora tarda, in quel modo avrebbe potuto riposare in pace. La situazione era tranquilla, soltanto alcune auto percorrevano la strada antistante Piazza Castello diretti verso la parte opposta.
«Devo farmi venire un'idea, a quest'ora dovevamo essere già li» dicendo queste parole, con espressione pensierosa, l'uomo che era seduto nel furgone sul lato del passeggero afferrò il telefono che aveva in tasca. Sul display aveva digitato soltanto tre numeri.
«Si, pronto … voglio segnalare una rissa lungo i Murazzi, sembra uno scontro tra due bande rivali, sono in molti» l'uomo aveva appena chiamato il 113 nel tentativo di far allontanare la pattuglia che era li per andare a controllare cosa stesse accadendo sulle rive del Po. Il suo piano aveva funzionato, passarono poco più di due minuti quando l'auto della polizia si mise improvvisamente in moto con i lampeggianti accesi e si diresse verso via Po.
«Bene, finalmente possiamo cominciare! Passiamo sotto le telecamere di via 20 Settembre in modo da essere ripresi dalle telecamere di sicurezza della ZTL, dopodiché torna qui ed attendi il nostro ritorno esattamente nella posizione stabilita». L'autista mise in moto il furgone ed imboccò via Pietro Micca, dopo circa trenta metri svoltò in via 20 Settembre come gli aveva detto il capo. Giunsero in piazza San Giovanni, esattamente di fronte al Duomo, quattro uomini scesero dal mezzo con strani fucili e funi per procedere con l'operazione. Il furgone scomparve dietro l'angolo imboccando Corso Regina Margherita. Due uomini si acquattarono lungo il muro del palazzo antistante il Duomo e, utilizzando due fucili ad aria compressa, scagliarono due arpioni verso la parte superiore del grosso finestrone ovoidale della cupola della cappella del Guarini, collegati a due lunghe funi che scendevano fino a terra. Gli altri due uomini vincolarono le loro imbracature alle funi e cominciarono ad arrampicarsi lungo il muro della costruzione adiacente al Duomo. Dopo aver raggiunto il tetto, proseguirono fino al finestrone, attraversandolo e penetrando all'interno della struttura. Gli altri due che erano ancora a terra li seguirono, tirandosi dietro le funi una volta giunti al finestrone. La parte interna era completamente occupata da una grossa impalcatura bianca in acciaio, serviva da sostegno alla struttura dopo l'incendio del 1997 e faceva da supporto alle decine di camminamenti, costruiti per permettere la minuziosa opera di restauro degli innumerevoli affreschi che erano stati rovinati dalle fiamme. Al di sotto dell'impalcatura c'era il grosso reliquiario in legno che aveva custodito la Sindone per decine di anni fino alla notte dell'11 aprile, in cui era stato rovinato dalla forza distruttrice del fuoco e dai colpi di mazza inferti dai vigili del fuoco, nel tentativo di mettere in salvo il telo. Quella notte però, nessun angelo custode vigilava. La Sacra Reliquia era diventata il principale obiettivo di quei quattro uomini che di li a poco avrebbero portato a termine la loro missione. Sfondarono facilmente la porta che dalla cappella conduceva all'interno del Duomo. Le ampie navate erano deserte, il rumore del vento che soffiava all'esterno rimbombava all'interno delle ampie volte. Le uniche luci accese erano quelle delle torce che ispezionavano ogni angolo della chiesa per evitare qualsiasi tipo di imprevisto. Finalmente erano giunti dalla parte opposta. Davanti a loro si trovava la porta blindata che dava accesso alla sala in cui era stata sistemata la Sindone dopo l'ultimo incidente che ne aveva messo a rischio l'integrità. L'uso dell'esplosivo che uno dei quattro stava trasportando avrebbe rivelato a tutti la loro presenza all'interno del Duomo, non si poteva fare altrimenti. Se fossero stati abbastanza veloci da ultimare in tempo tutte le operazioni, non sarebbe stato necessario usare le mitragliette Skorpion che portavano al seguito. Tutti erano in posizione dietro ai ripari, il capo fece cenno di procedere all'uomo con il radiocomando nelle mani. Una forte esplosione fece tremare le mura della chiesa. I quattro si rimisero in movimento, l'allarme acustico della sala blindata cominciò ad emettere un rumore assordante, era direttamente collegato con le centrali della polizia e dei carabinieri. Il capo si diresse verso il display che manovrava la grossa impalcatura in acciaio che proteggeva la Sindone. Dopo l'incendio del 97 il telo era stato sistemato in una teca in vetro antiproiettile, custodito all'interno di un apposito spazio ricavato nel muro, in assenza di aria e lontano da qualsiasi tipo di fonte di luce che avrebbe potuto danneggiarlo. Rapidamente digitò le 10 cifre che gli permettevano di sbloccare il dispositivo e avvicinare le lastre di vetro blindato ad una distanza tale da poter operare. L'esperto di esplosivi tirò fuori dalla borsa un rotolo di uno strano materiale, lo srotolò appiccicandolo lungo il contorno del vetro blindato inferiore e infilò un detonatore in una cavità ricavata nella fase terminale del nastro. Si trattava di uno di quegli esplosivi di nuova generazione, che sfruttano il principio della carica cava e permettono di buttare giù porte o alberi grazie alla sezione a L del nastro. Quella forma riesce a direzionare e concentrare tutta la forza esplosiva lungo una sola linea, in modo tale da creare un taglio netto al momento dello scoppio. I quattro si allontanarono ed attesero l'esito della detonazione. Tutto aveva funzionato alla perfezione, lo spesso strato di vetro si era staccato dall'impalcatura ed era caduto al suolo semplicemente crepandosi in tanti piccoli frammenti, tenuti uniti dagli strati di elastomeri interposti tra le varie lastre di vetro. Chi aveva progettato quel sistema di protezione aveva fatto un ottimo lavoro, perlomeno aveva preservato l'integrità del telo anche in quella situazione in cui la cosa giocava a vantaggio dei ladri di reliquie. Per qualche attimo i quattro uomini provarono uno strano senso di soffocamento, doveva essere colpa del gas inerte presente all'interno della teca, si era sprigionato nell'aria ed aveva reso l'ossigeno più rarefatto. Rapidamente liberarono il telo dai vetri e lo ripiegarono riponendolo in una borsa. Sicuramente non erano le cure che meritava quel Sacro Telo, ma era solo una misura provvisoria dovuta all'urgenza di abbandonare quel posto nella maniera più veloce possibile. I quattro ripercorsero la strada a ritroso e si arrampicarono velocemente sulle impalcature della cappella del Guarini. Due auto della polizia intanto erano sopraggiunte nella parte antistante il duomo, sembrava che non ci fosse nulla di strano, ma nella loro mente riaffiorarono i ricordi di quell'incendio del 1997 e subito si diressero sul lato destro. Si accorsero immediatamente di strane ombre che si muovevano sul tetto. Intimarono l'alt. Per tutta risposta uno dei quattro imbracciò la mitraglietta e sparò una raffica in direzione degli agenti, che subito corsero ai ripari, sorpresi dalla dura reazione degli individui sospetti. Uno di loro si avvicinò nuovamente all'auto più vicina e afferrò la ricetrasmittente posata sul cruscotto per chiamare i rinforzi. Intanto un'Alfa Romeo 147 era sopraggiunta da via 20 settembre. L'autista, nel vedere tutto quel trambusto si era fermato incuriosito. Alla seconda raffica di mitraglietta due proiettili si conficcarono esattamente al di sopra della ruota posteriore destra, forando il serbatoio del gasolio. Una macchia di liquido trasparente si diffuse rapidamente sull'asfalto. L'autista, avendo capito la gravità della cosa, si allontanò prontamente abbandonando l'auto. Due dei poliziotti, appostatisi dietro gli angoli della piazzetta avevano cominciato a rispondere al fuoco con le loro calibro 9. Il capo dei quattro, sul tetto della struttura adiacente al duomo, dal riparo di circostanza dietro al quale si era spostato, aveva notato il getto di gasolio che fuoriusciva dall'auto dell'ignaro passante. Non si fece sfuggire l'occasione, poteva essere un ottimo diversivo. Puntò la mitraglietta in quella direzione e fece partire tre colpi. Le fiamme avvolsero rapidamente l'auto e il carburante ancora presente nel serbatoio esplose producendo un rumore assordante. Il liquido infuocato si diffuse in tutta l'area circostante. Uno dei tre poliziotti venne investito da alcuni schizzi che gli incendiarono la manica sinistra della giubba. Era quello il momento di fuggire senza guardarsi indietro. I quattro sul tetto calarono la fune nella parte posteriore della struttura, quella che si affacciava sulla Piazzetta Reale, rapidamente scesero lungo il muro alto poco più di quattro metri. Appena giunti a terra lanciarono fumogeni al di sotto del porticato che avevano alle spalle.
«Sbrigatevi! Ce l'abbiamo quasi fatta!» non era quello il momento di avere esitazioni. Si diressero verso palazzo Madama, guardandosi attorno e alle spalle per essere certi che nessuno li stesse tenendo sotto tiro. Mancavano pochi metri per raggiungere il furgone che li aspettava all'angolo di Piazza Castello. L'autista aprì il portellone e li fece salire a bordo. In quel momento un'auto dei carabinieri stava sopraggiungendo da via Po ed aveva assistito alla corsa dei quattro uomini verso il furgone. Prima di chiudere il portellone l'ultimo dei quattro sparò una raffica di mitraglietta in direzione dei carabinieri costringendo l'autista a fermarsi di colpo. I due agenti scesero e cominciarono a fare fuoco contro il furgone con le loro mitragliette M12. Il furgone iniziò a muoversi a tutta velocità verso via Pietro Micca nel tentativo di sfuggire alla cattura, le ruote cominciarono a slittare sull'asfalto facendo sollevare una piccola nuvola di fumo nero. Durante i primi metri di corsa alcune raffiche lo investirono in pieno producendo diversi buchi sulla fiancata e forando la ruota anteriore destra.
«Cessate il fuoco! Cessate il fuoco! Hanno la Sindone!» un poliziotto raggiunse alle spalle i due carabinieri urlando come un forsennato. Ignari di quanto fosse accaduto prima di quel momento, cessarono il fuoco, continuando comunque a tenere sotto tiro il veicolo, per difendersi da una eventuale nuova aggressione. Il furgone, intanto, aveva preso velocità e si stava allontanando, quando ad un tratto, inspiegabilmente, urtò violentemente con il cerchione della ruota forata contro la banchina della fermata del tram e cominciò a sbandare vistosamente, come se l'autista non riuscisse più a mantenerne il controllo. Dopo ancora una decina di metri andò a sbattere contro il palo di un semaforo pedonale ed arrestò la sua corsa. I due carabinieri e i quattro poliziotti si avvicinarono lentamente tenendo le armi ben puntate contro il furgone. Improvvisamente, in maniera del tutto inaspettata, una nuova esplosione lo fece letteralmente saltare in aria. Semmai qualcuno al suo interno fosse sopravvissuto alle raffiche di mitra, ora non c'era più alcuna speranza, sembrava inoltre che in quelle fiamme stesse andando in fumo anche la più importante reliquia della cristianità. Gli agenti restarono sgomenti, uno di loro, in un gesto di pietà nei confronti degli occupanti e del Sacro Telo fece il segno della croce. Ormai non c'era più nulla da fare, sembrava proprio che quella reliquia, resistita a quasi duemila anni di storia fosse stata completamente distrutta in un attimo, avvolta dalle fiamme, per colpa di individui sconosciuti che avevano tentato di trafugarla.

4


Il fetore dei sotterranei si diffondeva in tutti i corridoi. Pozze di acqua stagnante ricoprivano i pavimenti in lastricato. Dalle celle più lontane provenivano striduli e fiochi lamenti, forse di qualche detenuto a cui restavano pochi giorni di vita. Nel corridoio sulla sinistra alcune candele emanavano una luce intensa, sembrava quasi di sentire il loro languido calore che si diffondeva in quelle fredde stanze. Verso il fondo del corridoio la luce era ancora più intensa, li decine di candele trasformavano il buio di quella cella putrida in un lontano ricordo, un buio che l'uomo che da più di un mese era stato rinchiuso là dentro ormai conosceva bene. Al centro dell' ampia stanza c'era lui, o quel che ne restava, vestito soltanto di pochi stracci che gli coprivano le vergogne. Era inginocchiato, lo sguardo basso, sembrava che i suoi deboli muscoli non avessero nemmeno più la forza di sorreggerlo. Intorno a lui tre aguzzini stavano attenti a qualsiasi movimento potessero fare quelle braccia ormai smagrite e lacerate. L'inquisitore era a pochi passi da quell'uomo, tra le mani reggeva un tomo spesso più di quattro dita, il suo sguardo era puntato su quel libro.
«E così, lurido verme, ti ostini ancora a rinnegare tutte le accuse che vi sono state mosse. I tuoi compagni non hanno avuto il tuo stesso coraggio. Ricordo ancora l'ultimo che urlava e implorava pietà mentre le sue gambe arrostivano nei carboni ardenti, piagnucolava come un agnellino. Guerrieri, guerrieri che avrebbero dovuto difendere la Terra Santa da quegli infedeli. O dovrei dire dai vostri amici infedeli? Non mi sorprende che anche San Giovanni d'Acri sia caduta nelle loro mani. Quanti anni sono passati? Forse venti… e da quel giorno tu e i tuoi porci compagni avete cominciato ad adorare il demonio. Ma io porrò fine a questa eresia, vi farò bruciare tutti, dal primo all'ultimo. Solo il fuoco potrà purificare i vostri peccati!».
De Molay alzò lo sguardo, i suoi occhi carichi di odio fissarono intensamente quelli dell'uomo che stava parlando. In un gesto di disprezzo sputò verso i suoi calzari, ma quello che uscì dalle sue labbra fu soltanto un mucchio di aria e polvere. Provò a sollevarsi, ma le sue gambe non si piegarono al suo volere. Nogaret cominciò a leggere a voce alta il libro che aveva tra le mani, era una Bibbia:

"Giovanni 19,1.
Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: "Salve re dei Giudei!". E gli davano schiaffi"

Esattamente dietro di loro c'era una grossa panca, su di essa erano poggiati numerosi strumenti di tortura, tra cui una corona di spine. Nogaret guardò negli occhi uno dei tre aguzzini, poi indicò con lo sguardo il flagello che era sulla panca e gli fece un cenno con la testa. L'uomo fece qualche passo indietro, afferrò con forza la sferza che aveva davanti e tornò accanto agli altri due. Alcuni tuoni rimbombarono anche in quei lugubri sotterranei, la pioggia intanto bagnava le polverose strade di Parigi. Improvvisamente un urlo turbò la quiete di quel posto infernale, il flagello aveva colpito con forza la nuda schiena dell'uomo chino per terra. Due, tre, quattro, dieci volte … Ad ogni colpo i corridoi bui di quei sotterranei venivano scossi da disperate urla di dolore, davanti ad ogni cella si erano radunati decine di prigionieri ansiosi di capire cosa stesse accadendo e chiedendosi se anche a loro sarebbe stato riservato lo stesso trattamento. Nogaret guardava con soddisfazione i fiotti di sangue che sgorgavano dalla pelle dilaniata dai colpi di flagello, alcuni schizzi gli colpirono il volto, con disprezzo si passò la manica del mantello sulla guancia, poi protese una mano verso il flagellatore e gli fece cenno di fermarsi. Un sorriso solcò il suo volto, gli aguzzini sapevano già cosa dovevano fare. Uno di loro afferrò la corona di spine che era sulla panca. Il respiro di De Molay si era fatto affannoso, alcuni rivoli di sangue gli scendevano lungo i fianchi, per un attimo aveva provato un senso di sollievo non sentendo più quel duro cuoio sbattergli contro la schiena e i glutei; prima che i suoi sensi si offuscassero, era riuscito a contare più di cinquanta colpi, ma a giudicare dalla quantità di ferite che poteva vedere sui suoi fianchi e sulle gambe dovevano essere stati più di cento. Continuò a tenere la testa bassa; udì dietro di se i passi di uno dei tre uomini, capì che non era ancora finita. Si sentì afferrare per i lunghi capelli color cenere e alzò la testa. Davanti a lui Nogaret teneva ancora il libro tra le mani, non era soddisfatto.
«Confessa e ti verrà data una morte rapida e indolore». De Molay lo guardò diritto negli occhi, i muscoli del suo volto sembrarono irrigidirsi; per un attimo Nogaret pensò di aver vinto, poi una rauca risata rimbombò tra le mura della cella. Gli occhi dell'inquisitore ritornarono sull'aguzzino, il prigioniero aveva fatto la sua scelta. De Molay sentì qualcosa posarsi sulla sua testa, poi in diversi punti avvertì un dolore lancinante, gli sembrò di sentire come delle spade conficcarsi nelle tempie, improvvisamente vide solo il buio. Il prigioniero era svenuto. Uno dei tre uomini afferrò un secchio pieno di acqua e aceto che era a pochi passi da lui, accanto al muro. Senza pensarci due volte lo rovesciò sull'uomo riverso per terra. De Molay spalancò gli occhi, l'aceto era penetrato nelle ferite ed aveva bagnato la carne viva, nonostante il bruciore procuratogli sulle lacerazioni sentì i suoi sensi risvegliarsi; in un gesto disperato raccolse le ultime forze che possedeva per sollevarsi sulle ginocchia e strappare il flagello dalle mani dell'uomo che era accanto a lui, con forza lo colpì sul volto e lo vide cadere all'indietro, il prossimo sarebbe stato Nogaret. Fece appena in tempo a sollevarsi quando sentì un forte colpo dietro la nuca, senza opporre resistenza si riversò di nuovo al suolo, privo di sensi. Passarono alcuni minuti, lentamente si sentì tornare in sé, le ferite sulla schiena e sul capo gli pulsavano ad ogni battito del cuore, aprì gli occhi. Vide la volta della cella, era disteso per terra, supino, le braccia gli erano state legate lungo delle assi in legno, anche l'addome era legato con una corda ad una trave che gli era stata posizionata dietro la schiena, si guardò intorno, purtroppo tutto era così chiaro, non aveva alcun dubbio, stava per essere crocifisso. Nogaret fece qualche passo e si portò esattamente davanti a lui, un ghigno diabolico era stampato sulle sue labbra.
«Ti ostini ancora a rinnegare tutte le accuse. Dopo il trattamento che sto per riservarti cambierai idea, vedrai che riuscirò a farti confessare». Sentì qualcosa di freddo toccargli il polso destro, quasi ebbe paura di guardare, vide un grosso martello librarsi per aria, poi un tonfo secco. Il ferro gli si era conficcato nella carne, sentì i nervi del braccio irrigidirsi, la mano si era chiusa sotto i colpi dell'aguzzino. La stessa cosa avvenne per l'altro braccio e per i piedi, ormai non sentiva più alcun dolore, la vista gli si era completamente annebbiata, non riusciva nemmeno più a sentire il fetore di quella cella. Due aguzzini afferrarono l'impalcatura in legno e lo sollevarono in posizione verticale, il capo gli si reclinò in avanti. Nogaret sembrava finalmente soddisfatto. Fece qualche passo verso la panca su cui erano posizionati gli strumenti di tortura ed afferrò un lancia. Improvvisamente udì un rumore provenire dall'ingresso dei sotterranei, doveva essere molto strano, aveva dato ordine di non far entrare nessuno.
Come mai la guardia non aveva eseguito l'ordine che gli era stato dato? Chi poteva avere un'autorità superiore a quella del grande inquisitore di Francia?
Un uomo accompagnato da quattro guardie stava avanzando lungo il corridoio, presto la luce delle candele avrebbe rivelato la sua identità.
«Lasciatelo stare! Ci serve ancora vivo!».
Il volto di Nogaret assunse una espressione mista tra stupore e rabbia.
«Come desiderate, mio re».
Filippo IV era sceso fin lì per revocare l'ordine di uccidere De Molay. Nogaret sentì un brivido lungo la schiena, dietro tutto questo doveva esserci lo zampino del Papa. Gli occhi gli si riempirono di odio, la mano strinse con forza l'arma che stava impugnando, in uno scatto d'ira si voltò e la scagliò verso il prigioniero. La lancia percorse la cella per quasi dieci metri e andò a conficcarsi con violenza nel costato dell'uomo crocifisso. Il silenzio cadde in tutti sotterranei.
...
Marco si svegliò di soprassalto, madido di sudore, il cuore gli batteva forte, il respiro era pesante, si guardò attorno, Paola era accanto lui, stava bene, era stato soltanto un incubo. Posò la testa sul cuscino e aspettò che il battito del suo cuore tornasse regolare, voltò lo sguardo verso la sveglia che era sul comodino accanto al letto, erano da poco passate le sei. Facendo attenzione a non svegliare Paola, si alzò dal letto, una doccia lo avrebbe aiutato ad affrontare bene la giornata. Quel brutto sogno gli aveva fatto tornare in mente il suo passato, ormai era trascorso quasi un anno da quando aveva varcato la soglia del castello ed aveva detto addio al signor Guidotti, ma in cuor suo sapeva che un giorno o l'altro si sarebbero rincontrati, e quel giorno non era affatto lontano. Sfilandosi la maglietta si diresse verso il bagno. Paola era ancora avvolta nelle coperte, assopita, non si era accorta che Marco si era allontanato. Da quando si erano trasferiti in quell'appartamento alla periferia di Firenze la vita di quella giovane ragazza era cambiata radicalmente, niente più scrivanie e documenti da archiviare; lei e Marco avevano deciso di starsene un po' tranquilli senza alcuna preoccupazione, le vicende che erano seguite al loro incontro avevano segnato la vita di entrambi. Marco era da poco uscito dal bagno e stava preparando la colazione, aveva appena tirato fuori dal microonde due cornetti caldi quando sentì suonare il campanello. La cosa lo sorprese, era alquanto insolito ricevere visite a quell'ora del mattino, c'era qualcosa di strano. Aprì il cassetto della posateria e impugnò un grosso coltello, la prudenza non sarebbe mai stata troppa. Si avvicinò alla porta e diede un occhiata attraverso lo spioncino, non c'era nessuno. Non poteva essere stato un sogno anche quello, qualcuno aveva suonato il campanello e poi si era allontanato velocemente. Aprì la porta per dare un occhiata nel cortile, non c'era anima viva, sentì qualcosa scricchiolare sotto i suoi piedi ed abbassò lo sguardo, era una lettera. Senza esitare si chinò per afferrarla, il sigillo che era attaccato sulla busta poteva voler dire soltanto una cosa. Prima di rientrare in casa si guardò attorno, sapeva che dietro qualche albero o dietro un angolo al di là della strada doveva esserci qualcuno che lo stava osservando per assicurarsi che trovasse il messaggio. Se avevano deciso di ricontattarlo sicuramente c'erano delle serie motivazioni. Senza aspettare altro tempo, o chiedersi il perché di quel messaggio, infilò la punta del coltello sotto il sigillo in ceralacca e lo staccò dalla busta, due uomini su un solo cavallo, era quello il simbolo raffigurato, il sigillo templare. Nella busta c'era un biglietto ripiegato in due parti:

Devi assolutamente aiutarci a ritrovarli
ti aspettiamo al castello

Su quel pezzo di carta erano scritte soltanto queste parole, ma cosa stavano a significare? Nel corridoio si udirono dei passi, era Paola, si era appena svegliata. Con gli occhi ancora semichiusi si avvicinò al tavolo al centro della sala e prese posto su una sedia, non si era accorta che lo sguardo di Marco si era fatto cupo e pensieroso. Allungò un braccio ed afferrò il telecomando del televisore che era di fronte a loro. Quello schermo che fino a qualche secondo prima era grigio cominciò a trasmettere delle immagini, era un'edizione straordinaria del telegiornale. Marco si avvicinò a Paola e con una mano le accarezzò una guancia. La sua attenzione, però, era ancora rivolta a quello schermo, finalmente aveva capito il significato delle parole scritte su quel biglietto. Le immagini che scorrevano riguardavano posti che Marco conosceva bene. L'inviato dalla Spagna si trovava nella cattedrale di Oviedo, Marco immediatamente riconobbe quelle pareti intarsiate e gli archivolti in stile gotico del Sancta Santorum, dietro di lui c'era un cancello squarciato da un'esplosione, frammenti di vetro si trovavano sul pavimento, era la sala che custodiva il Santo Sudario. Paola sorpresa dalle immagini che stava osservando si voltò verso Marco e notò il biglietto che era tra le sue mani, lentamente glielo sfilò dalle dita e lo girò in modo da poter leggere cosa c'era scritto. Entrambi si guardarono negli occhi, Marco non aveva altra scelta. Oviedo, Cahors, Kornelimunster, Manoppello, Torino, nessuna era stata risparmiata, la situazione era molto grave.
«Maledetti!» gli occhi di Marco si erano riempiti di rabbia, non poteva restare impassibile dinanzi a quello che stava vedendo.
«Vengo con te!» Paola aveva già capito tutto.
«Scordatelo! Non voglio rischiare di perderti ancora una volta. Tornerai a Modena, dai tuoi genitori. Voglio partire sapendo che sei al sicuro. Non voglio commettere gli stessi errori che ho commesso in passato» le parole di Marco erano dure, ma forse era la soluzione migliore. Corse in camera e spalancò le porte dell'armadio, tirò fuori una piccola borsa e la aprì, posandola sul pavimento. La riempì con le poche cose che avrebbero potuto servigli almeno per il viaggio, sapeva che al castello, il signor Guidotti, gli avrebbe procurato tutto ciò di cui avrebbe avuto bisogno. Paola lo osservava mentre preparava la borsa, gli si avvicinò e protese il braccio destro verso di lui, nella mano stringeva una collanina con un piccolo pendaglio, un mezzo cuore.
«Prendilo, ti ricorderà che l'altra metà sarà qui ad aspettarti» aveva il volto triste, sapeva che Marco stava per lanciarsi di nuovo in una delle sue pericolose avventure. Prese la collanina e se la legò al polso.
«Non preoccuparti, non mi accadrà nulla di male, il signor Guidotti non mi permetterà di allontanarmi dal castello neanche per un attimo, mi vuole li solo per dargli consigli su come muoversi per ritrovare i teli, non mi metterò nei guai, puoi stare tranquilla» Marco non era perfettamente sicuro di quello che stava dicendo, e neanche del fatto che quelle parole avrebbero mitigato le preoccupazioni di Paola.
«Non mi servono le bugie, lo so benissimo che resterai in quel castello solo il tempo che basta per decidere dove andare e cosa fare, l'importante è che fai attenzione e che ogni volta che dovrai prendere una decisione pericolosa pensi anche a me» Paola non aveva creduto a quella bugia, infondo sapeva perfettamente chi era Marco, conosceva bene anche la forza che lo animava e l'impegno che profondeva ogni volta che aveva degli obiettivi da perseguire. In passato aveva messo a repentaglio la propria vita per salvare quella dei suoi collaboratori, e sapeva che, se la situazione lo avesse reso necessario, lo avrebbe fatto ancora, senza esitazione. In fondo lei si era innamorata di lui proprio per queste sue qualità, e non c'era alcun motivo per cui fargliene una colpa.
«Oggi pomeriggio prenderò il primo treno per Modena, non preoccuparti per me, ormai so benissimo come funziona, quando potrai sarai tu stesso a contattarmi. Aiuta i tuoi amici e non deluderli, sono fiera di te». Questa nuova sfida faceva tornare nel cuore di Marco vecchi ricordi e vecchie paure, quando aveva varcato il portone del castello e si era lasciato alle spalle la sua storia e le sue avventure sentiva già che purtroppo non avrebbe mai potuto abbandonare quel mondo, fatto di segreti, tradimenti, spie e intrighi internazionali che coinvolgevano la gran parte dei potenti del mondo. Quell'ambiente era stato la sua casa sin da quando era un bambino, la scuola, l'addestramento, le conquiste e le sconfitte, facevano tutte parte integrante di lui, verità che non possono essere svelate perché agli occhi dei molti sembrerebbero fantasie di pazzi in cerca di gloria, storie giornalistiche su cui far scoppiare scandali internazionali, linee di separazione tra leggenda e realtà. Quella lettera che stringeva ancora tra le mani rappresentava il biglietto per tornare in quel mondo riservato ai pochi eletti, chiusa con il sigillo in ceralacca rappresentante due uomini in sella ad un solo cavallo, l'Ordine dei Templari, prima osannato agli occhi del mondo e poi condannato con la peggiore delle accuse e distrutto come se fosse un peccato da dimenticare e di cui vergognarsi per il resto della vita.

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