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Intervista alla scrittrice BARBARA BERTUCCI

Intervista di Federica Ferretti a Barbara Bertucci.

Esordi di una scrittura

Da piccola stavo in disparte. Non riuscivo ad entrare in contatto con gli altri bambini. Erano qualcosa di difficile e arduo per me. A quattro anni non giocavo con loro. Rimanevo ferma a guardarli mentre si rincorrevano come belve selvagge in un giardino pieno di sole. Spalancavano le loro fauci e urlavano. Non capivo il motivo di tutto quel chiasso. Il loro diventar simili a indemoniati punti che fuggivano l’orizzonte. Non capivo il motivo di quell’esistere privo di grazia. Roboante. Un baccano infernale. Da far sanguinare le orecchie. Io mi sono sempre trovata a quel punto. E sempre, temo, mi ci troverò. Osservare da un diverso scorcio in penombra. Guardare il mondo con occhi distorti. L’accadere scandito dal mio battito ciliare. Restare in disparte, nonostante tutto. Rimanere ferma a guardare. Registrare il reale e scrivendo annullarlo. Questo, l’esordio. A quattro anni capire. L’incapacità di entrare in contatto con gli altri. Soffrirne. La scrittura poi, come un ponte gettato nel vuoto a colmare quell’abisso. Un faro potente ad illuminare me. Nell’ombra. Affinché gli altri riescano a vedermi.

Dove trova le sue parole?

Le sento affiorare nella vena del polso destro. Sono colpi scanditi che risuonano come rintocchi di campanile. Quando arrivano a cento io scrivo. Ho bisogno di contare fino a cento. Poi lasciarle uscire. Una danza sincopata ad appendermi il respiro. Quando scrivo la gola si occlude. Vado in apnea. Le parole mi sommergono. E nel contempo mi salvano, raccogliendomi gentili da terra.

Ha un qualche modello letterario di riferimento?

Divoro libri come un’orgia di sangue scomposta. Ognuno di essi penetra dentro di me e mi trasforma. Come nutrimento consono di aria e luce. Le fiabe e la poesia di Emily Dickinson sono ancelle che sostengono l’incedere spasmodico delle dita che battono sui tasti. In loro, respiro.

Riscriverebbe il medesimo libro?

“Céline” l’ho scritto nel dolore di una perdita. “Céline” è figlia di un lutto feroce della ragione. Prepotente è in me l’istinto di perfezionismo ossessivo. Ho scritto un romanzo a cui ho rimesso mano 70 volte in 12 anni. E tutt’ora non ne sono pienamente soddisfatta. Penso che tutto ciò che scrivo sia rivedibile, migliorabile, perfettibile. Non “Céline”. “Céline” non l’ho mai cambiata di una virgola. Per le circostanze in cui è stata scritta per me è intoccabile. Anche se volessi non potrei. E’ sacra. Perché è manifestazione di uno strazio che ha infettato carne e anima. E come tale, integra deve restare. Non potrei mai più riscrivere “Céline”. Nemmeno se volessi. E per le stesse ragioni non avrei mai potuto scrivere niente di diverso da lei, a quel tempo. “Céline” è figlia del mio tempo. Di quel tempo particolare in cui ho camminato vicino al cratere della vertigine. Un tempo in cui ho perduto me stessa. Ed è uno strano destino, quello di questo libro. Concepito in un momento doloroso. Ha visto la luce della pubblicazione in un momento altrettanto doloroso. Anzi di più. E’ un ciclo, forse. Ed io sono di nuovo sospesa ferocemente su quel baratro.

Quanto viene influenzata dalla contemporaneità?

Nella mia casa io abito. Da sola. Con il mio cane. Appoggiata appena ai muri silenti che sostengono il mio corpo. Il cuore di nero vestito come in una deviante monacazione. Ferma. Immobile. Non è il mondo che mi è lontano. Sono io ad essere lontana da lui. E scrivo, scrivo per sopportarne bellezza e brutture. Perché non so fare altro. Scrivo per sopportare tutto questo.

Sente l’influsso della rete nel suo sentire?

Ho un blog, aperto nel 2007, sul quale tutt’ora scrivo (www.demoniafuriosa.blogspot.com). Mi piace definirlo come il tempio della mia anima. Quasi una casa a cui far ritorno sempre e comunque. Porto sicuro del mio mare in tempesta. Si bussa tre volte per entrare. In punta di piedi come in un’elegante danza. Ho inoltre un profilo e una pagina facebook (https://www.facebook.com/BarbaraBertucci.83). Questi però sono solo strumenti. Finestre che apro al mondo affinché chiunque possa leggermi, apprezzarmi o lapidarmi. A seconda dei gusti. La mia scrittura non ha niente a che fare con tutto ciò. Necessita di silenzio. O di musica in sottofondo. Preferibilmente Schubert o le L7.

Progetti per il futuro.

Addestrare un pipistrello. Pubblicare il libro dalle 70 e passa stesure. E coltivare un vaso di eliotropi sul davanzale della finestra. Ma per il momento l’unica occupazione che mi riguarda è occuparmi del mio babbo, affetto da mesotelioma pleurico a causa dell’esposizione all’amianto nei trent’anni di lavoro in fabbrica.




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