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Io t’ho amato sempre non t’ho amato mai


Un'aura onirica pervade il romanzo Io t'ho amato sempre non t'ho amato mai di Giuseppe Fiorenza, edito da l'Angolo Manzoni di Torino. Una ossessionante storia d'amore diventa il pretesto per congelare le immagini in uno strano realismo estatico, calato in una dimensione sociale destrutturata e in via di dissoluzione.
Un ragazzo incontra una ragazza al mare e se ne innamora. E' la prima volta che gli capita, sicché questo sentimento imprevedibile e nuovo gli sconvolge la vita. Non sa dominarlo, non sa indirizzarlo, non sa gestirlo. La sua testa è preda delle sue sensazioni e queste gli fanno vivere l'amore al confine con l'ineluttabilità del sogno e la follia del quotidiano.
Una storia così concepita sarebbe banale, se non fosse per la realtà in cui è calata e il modo con cui è raccontata.
La prima dimensione è il mondo critico della Calabria, in ispecie una realtà dell'entroterra jonico destinata alla dissoluzione, teatro della storia d'amore, dove si vive, e bene, con le piccole cose del quotidiano: partite a carte, calcio, mare e musica. Anzi dove non si vive più dal momento in cui il protagonista è travolto dalla passione amorosa.
In questa realtà, i grandi mali storici del meridione non vengono toccati, vengono solo annotati qua e là, come cose da tenere a mente, importanti o no lo decide il lettore, perciò qualcuno viene ammazzato dalla mafia, qualcuno emigra ancora, qualcuno è disoccupato.
Ma ciò non turba né interessa il nostro protagonista, che ha un solo scopo: costruire una ragnatela il cui fine è quello di dichiararsi alla ragazza. Ma perché, diremmo se non conoscessimo quella realtà, deve essere così farraginoso e complicato esprimere un sentimento ad una ragazza? Lo è, lo è. In Calabria, in quella Calabria, dove una ipotetica educazione sessuale (diremmo anche sociale e culturale) apparirebbe fuori luogo, un non sense, bisogna trovare artifici che giustifichino ogni comportamento.
La seconda dimensione riguarda la forma e lo stile dell'autore. Su questo piano, c'è da dire che la novità fondamentale è rappresentata da un pastiche linguistico, dove, pur conservando struttura e forma della lingua italiana, l'autore cerca di trasmettere il modo di pensare, lo schema mentale del dialettismo calabrese, anzi come la chiama lui, di una delle lingue calabresi. E ci riesce, anche se all'inizio la lettura può apparire ostica, quando si entra nell'ottica visuale del personaggio, le locuzioni appaiono pertinenti ed efficaci come e più dell'italiano.
Ciò crea uno stile dell'autore per certi versi innovativo e visionario, in linea con il carattere onirico di cui dicevamo all'inizio, capace di dare dignità linguistica e efficacia narrativa ad un tentativo di raccontare la Calabria fuori dai cliché giornalistici e dai luoghi comuni consolidati nel tempo, dei quali, fino ad ora, la letteratura non ha mai cercato di contrastare il danno non solo di immagine, ma anche sociale e culturale.

Editore:
Edizioni Angolo Manzoni

Estratto:
«… un cozzitumbolo al cuore. Sbarrò gli occhi sul passaggio tra il bar e le cabine, dove i bagnanti sbucavano per andare in spiaggia, ed ebbe una vampata di calore. Non rifiatò, restò incollato alla seggia come un ammazzacani. I muscoli e i nervi si attisarono. Il cuore invece si mise a pulicijare come un cavallo selvaggio. Dovette portarsi la mano sulle costate per attenuarne il battito. Restò ammagato da quella visione che gli aprì un abisso profondo. Un abisso che non dava felicità ma inquietudine e insicurezza più di prima…»




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