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Kage Queen – L’Eredità


Affascinante...

Si, affascinante, come il suo protagonista. Incontrare Kage la prima volta è come fare un salto nel buio: mi fido o non mi fido? A me dava il brivido del serial killer, freddo, imperturbabile, arrogante, cattivo. Ma poi ci sono barlumi di luce che danno la speranza che la sua anima non sia così dark. Un po' come il manto della sua gatta Lilù, co-protagonista, misteriosa, anzi quasi mistica, che lo affianca nei suoi momenti di black-out.
Una giusta fusione di paranormal e giallo affrontata dall'autore che effettua il suo debutto in questo campo, col botto, direi.
Sarà difficile lasciarlo a metà, una volta iniziato!

Editore:
Selfpublishing

Genere: Thriller/Paranormal

Estratto:
Parte I: Kage Queen

Capitolo 1 – Presagi di morte

Tap, tap, tap
Un rumore prodotto dalla suola in cuoio di scarpe eleganti a contatto con il marmo screziato della scalinata, riecheggiava in tutto l'edificio.
Cinque rampe separavano ancora Kage dalla porta del suo alloggio ma il comodo ascensore, che si presentava invitante al termine di ogni piano, non lo allettava affatto.
Con passo cadenzato e postura rigida, saliva attento, gradino dopo gradino, lungo quelle scale fredde e solitarie.
Si soffermò due piani dopo, voltando lo sguardo verso la porta alla sua sinistra. Si sentì osservato, e quella sensazione non gli piacque affatto.
Sottolineò il suo disagio lanciando una torva occhiata in direzione della porta; un leggero sfavillio rilucette dietro lo spioncino, seguito da un rumore metallico quasi impercettibile.
Quella sgradevole sensazione svanì, e Kage riprese a salire le scale, con il medesimo incedere di prima.
Infine giunse di fronte a un massiccio portone blindato, estrasse una lunga chiave dalla tasca e aprì la serratura, producendo tre scatti rumorosi.
«Meooow!»
Fu il saluto che ricevette una volta entrato in casa.
Kage richiuse la porta e si chinò per accarezzare la piccola gatta nera dal pelo lucente, che lo aveva benevolmente accolto.
Sollevandosi sulle zampe posteriori, la gatta diede una strusciata gentile sulla guancia di Kage, che restituì l'affettuoso saluto accarezzandole la bazza.
Si diresse poi verso la cucina; la gatta gli andò dietro.
Prese una pentola e la riempì sotto la cannella, poi scaldò dell'acqua sul fornello, quindi estrasse dalla credenza un piattino e lo immerse nell'acqua.
Si spostò verso il frigorifero, prese una confezione di filetti di salmone, ne tolse uno e lo lasciò fuori dal frigo.
Intanto la gatta era salita sul tavolo poco distante, e lo osservava attentamente, con aria impaziente.
Kage estrasse il piattino dall'acqua, tamponandolo per asciugarlo a dovere, poi vi adagiò il filetto di salmone e lo porse alla gatta. Questa lo annusò insistentemente e infine si decise a mangiarlo.
La osservò mangiare per un po', quindi si decise a prepararsi la cena, con meticolosità e precisione.
Consumato il suo pasto, si sedette sul divano a sorseggiare un caffè nero, quasi amaro. Subito la gatta saltò su un bracciolo, preannunciando il suo arrivo con delle sonore fusa.
Se ne stava seduta sul posteriore con le zampe anteriori diritte, e lo fissava insistentemente.
«Cosa c'è, Lilù? Vuoi forse dirmi qualcosa?» domandò lui, restituendole lo sguardo.
I suoi occhi si persero nelle iridi feline della piccola gatta nera...

«Kage, accomodati. Mi dispiace che dobbiamo rivederci dopo così tanto tempo, in queste tristi circostanze.»
«Zio Wescott, so che tra te e mio padre non correva buon sangue, almeno non in seguito alla morte di mia madre.»
«Kennet era un uomo molto severo, riservato, rigido. Non ho mai capito cosa avesse trovato Julia di tanto amabile in lui. D'altra parte lei era molto brava a vedere il buono nelle persone, talmente brava che riusciva a scorgerne traccia persino dove in realtà non ve ne era affatto.»
«Nemmeno io adoravo mio padre e le sue scelte di vita, ma penso che almeno in questa circostanza potremmo evitare di mancare di rispetto alla sua memoria, non credi?»
«Bene, allora veniamo subito al dunque. Tuo padre è stato molto preciso nelle sue disposizioni testamentarie, immagino che avrai già letto la copia del testamento che ti ho fatto avere.»
«Sì, l'ho letta attentamente.»
«Eeeh, Kage, mi dispiace davvero molto ma, in qualità di esecutore testamentario, devo attenermi alla lettera alle disposizioni lasciate da tuo padre.»
«Lo immagino, anche perché escludendo me, diventerai tu il beneficiario delle sue fortune.»
«Oh, il denaro non mi interessa, voglio solo onorare il mio ruolo fino in fondo. Inoltre, non puoi incolpare me della tua esclusione, ma tuo padre, e te stesso.»
«Come viva la mia vita non era affare di mio padre, e non è affar tuo!»
«Questo è vero, ma se ti fossi sposato e avessi avuto un erede maschio, adesso le fortune di tuo padre, questa enorme tenuta, la sua società, sarebbero tuoi.»
L'uomo prese un sigaro dalla scatola sulla scrivania e lo accese dando delle secche tirate.
«Se vuoi prendere qualcosa, un ricordo di tuo padre o di tua madre, puoi farlo, te lo concedo. Basta che non sia nulla di valore.»

Kage reclinò la testa e tornò in sé, mentre Lilù si accucciava sul bracciolo del divano.
«Quindi mio padre morirà tra pochi giorni?»
Lilù strizzò gli occhi.
Accarezzò la gatta per qualche minuto, riflettendo su ciò che aveva appreso, poi andò in bagno per lavarsi il viso.
L'acqua fredda lo aiutava a pensare, a essere vigile e presente, ma per quanto continuasse a gettarsela sul viso a piene mani, stavolta non ebbe l'effetto desiderato. Continuò finché non avvertì più il freddo pungente che gli causava al contatto con la pelle.
Poggiò le mani sul lavandino, drizzandosi sulle braccia tese, poi fissò lo specchio che aveva di fronte con sguardo torvo.
I suoi occhi scuri fissarono il loro riflesso intensamente, come se si tuffassero in quelli di un rivale, di un acerrimo nemico, piuttosto che in loro stessi. I suoi lineamenti duri e il suo volto serio gli apparvero più contratti del solito. I capelli neri erano inzuppati sopra la fronte a causa dei copiosi getti d'acqua riversati sul viso. Mentre fissava lo specchio, un ricordo sopito dell'infanzia riaffiorò nella sua mente...

«Key, è pronta la cena. Lascia stare le macchinine e vieni a mangiare con me e tuo padre!»
«Oh, ancora un po' mamma, per favore!»
«Ma è tutto il pomeriggio che sei sdraiato su quel tappeto, non hai nemmeno fatto merenda, non hai fame?»
«Verrò a mangiare se prima guardi cosa ho imparato a fare!»
«D'accordo, Key, fammi vedere...»
Il piccolo Kage prese due macchinine, una per ciascuna mano, le allineò l'una di fronte all'altra e frappose una terza tra loro, esattamente a metà del percorso.
Cominciò a muoverle entrambe, con la medesima velocità, ma, un istante prima che impattassero sul terzo modellino, questo si sollevò da terra quanto bastasse per evitarle, e rimase sollevato per alcuni istanti, prima di ricadere.
La madre di Kage sgranò gli occhi, poi sussultò quando una mano le si posò improvvisamente sulla spalla.
«Qualcosa non va, Julia?»
«Ke-Kennet... Key, ha fatto... è successa una cosa molto strana!»
«A me pare che stia solo giocando, non ho notato nulla di insolito. E comunque ti ho sempre detto di non chiamarlo Key: il suo nome è Kage!»
«Sì, ma, ma...»
«Nessun ma, Julia, andiamo a cena. Vieni, Kage!»
Il bimbo sbuffò, poi si alzò svogliatamente, passò accanto ai genitori e proseguì verso la cucina.
Kennet strinse la presa sul trapezio della moglie, provocandole dolore.
«Ricorda bene: non hai visto nulla di strano, quindi non c'è motivo di farne parola con nessuno, siamo intesi?»

Kage scosse la testa, ritornando al presente. Si passò una mano sul viso, poi uscì dal bagno, deciso. Aveva ben chiaro in mente cosa intendesse fare, per suo padre e per se stesso.

Il mattino seguente si alzò presto, pronto a mettere in atto il suo piano, ma prima di ogni altra cosa, scaldò del latte e ne diede un piattino ricolmo a Lilù.
La sera prima aveva condotto una lunga e minuziosa ricerca via internet, per selezionare l'agenzia più adatta a soddisfare il suo particolare bisogno. Aveva tralasciato le più conosciute e rinomate, cercando tra quelle di seconda fascia.
Si era sempre attribuito la capacità di capire una persona guardandola in volto, quindi, appena scorse le foto di Briget Foster, decise che fosse quella giusta.
Preso il notes su cui si era appuntato un numero di telefono, fece una chiamata al cellulare.
«Buongiorno, risponde l'agenzia Soulmate, come posso aiutarla?» domandò gentilmente una voce femminile.
«Voglio fissare un appuntamento con la signora Briget Foster, per stamani.»
«La signora Foster è la direttrice della nostra agenzia, non si occupa direttamente dei clienti, se non di quelli molto speciali. Però potrei fissarle un appuntamento per il pomeriggio, con uno dei nostri migliori consulenti.»
«Come si chiama, signorina?» chiese Kage con voce risoluta.
«Il mio nome, dice? Io sono Penny, Penny Garland.»
«Penny Garland, non ho bisogno di un vostro consulente, e le ho detto che l'appuntamento lo voglio per stamani, non nel pomeriggio.»
«Signore, farò del mio meglio per soddisfarla, ma non credo sia possibile...»
«Lo renda possibile. So che non vorrà deludere il suo capo, o me, mettendo così a rischio il suo posto di lavoro.»
La ragazza restò in silenzio per qualche istante, poi disse gentile: «Aspetti un attimo in linea, sento se la signora è disponibile.»
Un minuto più tardi, la segretaria tornò all'apparecchio.
«La signora Foster ha mezz'ora libera verso le dieci, le può andar bene, signor?...»
«Per le dieci sarò là» decretò chiudendo la conversazione.
Quando si voltò, vide Lilù immobile ad osservarlo.
Kage sapeva cogliere perfettamente le espressioni facciali della sua gatta nera, e il loro significato. La sua testa leggermente reclinata e gli occhi sgranati indicavano stupore e curiosità.
«Fidati, Lilù: so quel che faccio! Presto ci trasferiremo in una casa più grande, con un bel giardino. Vedrai, ti piacerà.»
Si diresse al pesante quadro del salone, raffigurante un mare in tempesta e un'imbarcazione a vela che lotta tenacemente contro i flutti. Lo rimosse dalla parete e lo poggiò delicatamente a terra, rivelando dietro di esso una piccola cassaforte. Digitò la combinazione e, una volta aperta, prese una notevole quantità di denaro, che ripose in due buste.
Attese pazientemente per circa mezz'ora, seduto sul divano, con lo sguardo perso nel vuoto, e la gatta nera a fargli compagnia, accucciata sulle gambe.
«Meow!»
«Hai ragione, è ora che vada.»
Lilù si spostò pigramente, Kage si alzò deciso dal divano. Varcata la porta, la richiuse con tre scatti e si diresse alla sua auto.
Arrivato presso l'edificio in cui aveva sede l'agenzia, prese le scale, salendo fino al quinto piano, poi imboccò un lungo corridoio, al termine del quale un'ampia porta a vetri lo separava dalla hall.
Entrò dirigendosi verso la reception, e individuò subito una targhetta con il nome "Penny Garland".
Senza concederle il tempo di proferir parola, esordì deciso: «Ho un appuntamento per le dieci con la signora Foster.»
In quel mentre, la lancetta dell'orologio posto sopra l'ingresso, scoccò le dieci.
«Oh, è lei... venga, le faccio strada» replicò la segretaria, sforzandosi di sorridere.
Il suo volto sorridente tradì un breve sguardo rancoroso, ma Kage non dette alcun peso a quell'astio, aveva ben altro di cui occuparsi in quel momento.
La signorina Garland gli aprì la porta, annunciandolo alla direttrice: «Signora Foster, è arrivato il suo appuntamento delle dieci.»
«Grazie, Penny» rispose Kage con un sorriso perfido, entrando nell'ufficio.
«Ho saputo che ha chiesto espressamente di me, con una certa urgenza e insistenza» disse la direttrice tendendogli la mano.
Kage la strinse con decisione per alcuni istanti.
«Esatto» rispose accomodandosi sulla poltrona.
«In che posso aiutarla esattamente?»
«Signora Foster, sarò chiaro e diretto, e da lei mi aspetto altrettanto. Ho bisogno che mi trovi una donna, vedova, con un figlio di non più di dieci anni, disposta a sposarmi subito.»
La donna fece un'espressione stranita e un sorriso forzato, quanto imbarazzato.
«Beh, non penso che sarà tanto facile, ma... posso chiederle il motivo di una richiesta così specifica?»
«Ho bisogno che mi trovi ciò che le ho chiesto, in fretta» ribadì Kage con fermezza.
Infilò una mano nella tasca interna del cappotto nero in pelle, ed estrasse le buste con il denaro, poggiandole con decisione sulla scrivania, per poi farle scorrere verso la donna.
Briget lo fissò seria, poi allungò la mano, prese le buste e cominciò ad esaminarne il contenuto. Cercò di non mostrarsi così interessata all'ingente somma, ma i suoi occhi sgranati dimostravano chiaramente il contrario.
Mentre contava il denaro, Kage aggiunse: «Le risparmio la fatica, sono diecimila dollari.»
La direttrice richiuse le buste e si lasciò andare sulla poltrona.
«E cosa dovrei fare di preciso per questa cifra, oltre a trovarle ciò che mi ha chiesto?»
«Dovrà far sparire ogni traccia della donna dai vostri database, e scordasi che il nostro incontro, e questa conversazione, siano mai avvenuti.»
La donna sorrise, facendo ondeggiare la poltrona a destra e sinistra, poi diede un'altra occhiata furtiva al denaro sulla scrivania e aggiunse: «Non mi pare poi così difficile, vediamo se riesco a trovare qualcuna che fa al caso suo.»
Prese il telefono, componendo rapidamente un numero interno.
«Penny, rimanda tutti i miei appuntamenti della mattina, stamani sarò impegnata, grazie.»
Si mise poi a digitare sulla tastiera del computer.
Propose alcune donne a Kage, ognuna delle quali rispondeva ai requisiti indicati. Lui valutò attentamente ogni candidata, ma non intendeva esprimere alcuna scelta definitiva prima di averle viste tutte.
«Questa è l'ultima che corrisponde a quanto ha richiesto. Si chiama July Anchor. Stando alla sua scheda, ha ventisette anni, e un figlio, Kevin, che ne ha compiuti nove da poco. È vedova, il marito risulta disperso da diversi anni. Attualmente lavora come cameriera in un fast food.»
«Mi faccia vedere la sua foto.»
La donna ruotò il monitor, quanto bastasse per permettergli di vederla. Kage diede un rapido sguardo alla silhouette della ragazza, snella ma dalle forme generose, soffermandosi poi sul suo viso.
Dei lunghi capelli biondi le scendevano fluenti e delicati sulle spalle, coronando i suoi tristi occhi azzurri. Il suo sorriso, appena accennato, mostrava tutt'altro che felicità, bensì una profonda tristezza e solitudine.
Per un brevissimo istante, si riconobbe in quello sguardo. Pensò a quanto il nome di lei somigliasse a quello della madre, persino il nome del figlio era perfetto, del tutto attinente ai nomi di famiglia.
Kage non credeva alle coincidenze, era fermamente convinto che certi dettagli, che potrebbero apparire insignificanti, fossero invece una sorta di segni del destino, e, una volta colti, difficilmente riusciva ad ignorarli.
«Lei!» Asserì deciso. «Voglio che la contatti, subito. Fissi un appuntamento per oggi pomeriggio, a qualsiasi ora mi sta bene, basta che sia in un luogo privato, casa mia; o, se rifiutasse, la sua andrà bene.»
«È sicuro?» Domandò la Foster.
Kage le rispose lanciandole un'occhiata severa. La donna prese in mano la cornetta del telefono e digitò in fretta il numero di July Anchor.
«Signorina Anchor, sono Briget Foster dell'agenzia Soulmate. La chiamo per dirle che un nostro socio ha espresso un vivo interesse per lei, e vorrebbe conoscerla al più presto, anche oggi stesso se fosse possibile...»
Kage restò impassibile, in attesa di conoscere la risposta della donna.
«Informazioni, dice?»
La Foster realizzò solo in quel momento di non conoscere neppure il nome di quello strano individuo, ma il denaro ancora sulla scrivania, proprio di fronte a lei, la indusse a improvvisare.
«È un uomo sulla trentina, di bell'aspetto, altezza media, elegante, atletico... capisco, vuole sapere se è una persona affidabile e con una buona posizione...»
La donna gettò uno sguardo verso Kage, in cerca di aiuto e informazioni, nel contempo, pose una mano sulla cornetta, per impedire a July di sentire.
«Ho un buon lavoro, una casa di proprietà e adoro i bambini. Presto concluderò un affare che mi sistemerà per il resto della vita: ho solo bisogno di una compagna fidata al mio fianco» suggerì lui prontamente.
«July, è sicuramente un ottimo partito: ha un buon lavoro, una bella casa, e non vede l'ora di conoscere lei e Kevin» sintetizzò lei.
Kage annuì.
«Perché ha scelto lei, chiede? Ha detto che il suo sguardo gli ispira fiducia.»
Passarono alcuni interminabili attimi.
«Ha la serata libera? Perfetto. Per il primo incontro, se per lei non ci sono problemi, vorrebbe incontrarla a casa sua.»
La Foster fece un cenno di assenso.
«Non si preoccupi, non mi pare un tipo dai propositi meschini, ha l'aria di essere una persona integerrima e affidabile» affermò lei, sostenendo l'esatto contrario di ciò che il suo istinto le suggeriva circa la natura dell'uomo che aveva davanti.
«Bene, allora le do subito il suo indirizzo, e lo avvertirò che conferma per le otto...» disse lei, prima di tappare nuovamente la cornetta, in attesa delle informazioni necessarie.
«Quarta strada, Evergreen Terrace, numero tredici, settimo piano: Kage Queen.»
La donna ripeté le informazioni, salutò la ragazza e terminò la conversazione.
«Bene, signor Queen, ha accettato di vederla. Adesso dipende tutto da lei.»
«Ha svolto bene la sua parte, ma non è ancora finita. Se l'incontro andrà nel verso giusto, riceverà una mia chiamata, dopodiché dovrà cancellare tutti i dati di July Anchor dal vostro database, e dimenticarsi per sempre di lei e di me.»
«E se non dovesse andar bene?»
«Allora tornerò domattina e tenteremo con un'altra donna. Ora mi dia il suo numero privato.»
Annuendo, la Foster aprì un cassetto per farvi scivolare all'interno le buste del denaro, quindi scrisse il suo numero su un post-it e lo consegnò a Kage.
«Sono certa che andrà bene, penso che lei sappia essere molto persuasivo quando vuole ottenere qualcosa.»
Accennato un leggero sorriso, Kage se ne andò senza aggiungere altro.

Capitolo 2 – July Anchor

Il taxi condusse July fin sotto l'ingresso dell'edificio al numero tredici di Evergreen Terrace.
La ragazza pagò la corsa, si aggiustò gli abiti e trasse un profondo respiro, prima di dirigersi al portone.
Cercò il campanello giusto, trovandone solo uno con le iniziali K.Q. Lo suonò e, un istante dopo, una voce seria domandò: «July Anchor?»
«Sì!» rispose lei, secca.
«Sali. Ti sconsiglio di usare l'ascensore.»
La serratura fece uno scatto, accompagnato da un leggero rumore che ne indicava l'avvenuta apertura.
July deglutì ed entrò
Seguì il consiglio di Kage ed evitò l'ascensore, pensando che magari potesse avere un malfunzionamento di qualche tipo. Cominciò a salire lungo la prima rampa di scale.
Toc, toc, toc
I tacchi alti e sottili delle sue scarpe eleganti, oltre a produrre un fastidioso rumore a contatto con il marmo delle scale, le facevano male ai piedi, mentre la stretta gonna, che saliva fin sopra al ginocchio, le rendeva difficile la salita.
Si appoggiò al muro e si tolse le scarpe, per facilitare almeno in parte il suo incedere. Procedette spedita fino al piano successivo, spronata ad accelerare il passo dai gelidi gradini. Arrivò al settimo piano e identificò l'ingresso dell'appartamento di Kage, sulla cui porta comparivano le medesime iniziali del campanello.
Era chiusa.
July si domandò perché, sapendo del suo arrivo, non la avesse lasciata socchiusa, o magari non fosse uscito sul pianerottolo per accoglierla.
Si rimise le scarpe, poi si aggiustò nuovamente lo stretto abito elegante, che si intravedeva appena da sotto il cappotto socchiuso. Per quella serata aveva scelto quanto di più raffinato offrisse il suo modesto guardaroba.
Fu assalita da una certa ansia: un primo appuntamento nella casa di un uomo, può voler dire molto su quali possano essere gli intenti di lui. Lasciò da parte queste considerazioni e fece per bussare, quando la porta si aprì, anticipandola di un soffio.
La ragazza scucì un sorriso appena accennato quando vide che il misterioso K.Q. non era l'essere rivoltante che temeva fosse, bensì un uomo giovane, dal fisico snello, perfettamente vestito da un'elegante giacca scura, sotto la quale spuntava una camicia blu senza cravatta, con l'ultimo bottone aperto.
«Salve July, io sono Kage. Prego, accomodati» esordì con sguardo suadente e un sorriso appena accennato.
La ragazza entrò; lui controllò con una rapida occhiata che nella rampa di scale non vi fosse nessuno, poi richiuse la porta.
«È un piacere conoscerti, Kage!» disse lei con voce squillante, tendendogli la mano.
Lui la strinse, poi la portò a sé con una certa irruenza, poggiandole una mano alla schiena e dandole un bacio sulla guancia. Lei sussultò per quel contatto imprevisto.
La aiutò a togliersi il soprabito e le disse: «Prego, vieni.»
Le fece strada verso il salotto.
July si guardò rapidamente intorno.
La casa era pulita e perfettamente ordinata, le pareti erano adornate da quadri raffiguranti paesaggi marini, perlopiù mari tumultuosi in tempesta, oppure imbarcazioni che affrontano un fortunale lottando contro i flutti.
Dentro alcune teche ben chiuse, erano esposte delle armi da taglio, all'aspetto antiche, sia di fattezze orientali che di natura medioevale europea.
«Preferisci le vongole o i funghi con le linguine?» domandò lui, dopo averle dato il tempo di ambientarsi.
«Ehm, fa lo stesso, mi piacciono entrambi. Decidi tu.»
«Non conoscendo i tuoi gusti, ho preparato due piatti diversi, ma se posso scegliere, preferisco i primi di mare.»
La ragazza annuì, poi si sedette sul divano in pelle, mentre Kage si diresse verso la cucina.
«Oh, ma hai un gatto stupendo!» esclamò notando l'animale sul divano.
«È una gatta davvero unica, ma non è molto abituata agli estranei.»
July le avvicinò cautamente la mano per accarezzarla ma, prima che questa arrivasse a contatto con il fulvo manto nero, la gatta drizzò la testa di scatto, voltandola con fare intimidatorio verso di lei.
La ragazza le sorrise, per nulla impaurita dallo scatto e rimase ferma per lasciare che l'animale la inquadrasse.
Lilù si alzò, ritraendosi guardinga, poi annusò le dita piccole e affusolate della mano di lei rimasta a mezz'aria, quindi le mandò uno sguardo indagatore, diritto negli occhi, che la stupì per la sua intensità. Infine si acciambellò sul divano, riprendendo a dormire.
July decise di non disturbarla e ritrasse la mano.
«Vieni, è pronto.»
La giovane andò in cucina. Kage la fece accomodare, poi prese posto a sua volta. Sul tavolo, due piatti fumanti di linguine alle vongole emanavano un aroma delicato e invitante.
«Le hai davvero preparate tu?» domandò dubbiosa.
«Certo. Mi piace mangiare bene, e trovo che la cucina italiana sia una delle migliori al mondo. Con gli ingredienti giusti e un minimo di meticolosità nella preparazione, non è difficile cucinare un buon primo.»
July assaggiò un consistente boccone, arrotolando le linguine con forchetta e cucchiaio. Il mugolio sottile che ne seguì dimostrò il suo gradimento.
«Sono buonissime, davvero, ma scottano un po'.»
«Ci vuole del vino allora» replicò Kage, servendole una coppa di bianco leggermente mosso.
July sorseggiò quel trasparente nettare, che si armonizzava perfettamente con il piatto di mare. Cominciava a ricredersi sul brutto presentimento avvertito sin dalla chiamata della Foster.
Qualcosa però non le tornava. Coglieva una certa ambiguità nei gesti gentili di Kage e nel suo sorriso appena accennato, che non la convincevano appieno.
Le sembrò un comportamento forzato, tradito per brevi istanti dalla comparsa di sguardi più severi e penetranti, rispetto a quelli cordiali inviati, puntualmente, ogni volta che avvertiva su di sé lo sguardo di lei .
«Il vino è molto buono, ha un sapore particolare» sostenne July, per avviare la conversazione.
«Ti dispiace se parliamo dopo cena? Non amo farlo a tavola.»
«Oh, sì, va bene» rispose lei, con una certa accondiscendenza.
Terminata la portata, July attese qualche istante affinché Kage finisse la propria.
Era abituata a lavorare e mangiare in un fast food, e i suoi tempi a tavola erano piuttosto rapidi, sopratutto in confronto al modo compassato e lento che Kage stava dimostrando di avere a tavola.
«Erano davvero ottime, complimenti! Sono praticamente sazia.»
«Bene, perché ho preparato un solo piatto. Preferisco una portata unica, ma corposa» precisò lui.
«Va bene così anche per me.»
«Per dessert, se ti va, ho una torta al limone, ma stavolta non l'ho preparata io» precisò disse sforzando un sorriso.
«Sì, volentieri, ci starebbe proprio bene!»
Kage le servì la torta e ne prese un po' anche per se.
La osservò con attenzione, mentre spazzolava via il dolce forchettata dopo forchettata. Questo la mise un po' a disagio, e la indusse a rallentare.
«Buona. Ora però lascia che ti dia una mano a pulire.»
«Assolutamente no» replicò lui. «Ci penserò più tardi, ora abbiamo diverse cose di cui parlare.»
«Sì, volentieri!» rispose lei.
La condusse al salone, mostrando una certa impazienza, come se la cena non fosse stata che un rituale necessario, da sbrigare seguendo una certa etichetta, ma del tutto fine a sé stessa.
Lilù li vide arrivare, con l'occhio socchiuso sempre vigile anche nel dormiveglia. Si alzò svogliatamente, si stiracchiò e scese dal divano, salendo poi sulla poltrona poco distante.
«Accomodati» la invitò lui, gentile ma sbrigativo. «La Foster mi ha parlato di te a grandi linee. So che hai ventisette anni e un figlio di nove, di nome Kevin.»
Lei annuì e provò a rispondere ma Kage proseguì senza dargliene il tempo.
«So che sei vedova, tuo marito è stato dichiarato scomparso diversi anni fa. Posso chiederti in quali circostanze?»
July sospirò, poi rispose: «Non era certo il genere di domanda che mi sarei aspettata di ricevere, perlomeno non all'inizio della serata. Comunque ti risponderò ugualmente...»
Kage annuì.
«Il mio ex marito era uno stronzo. Mi dispiace, ma non saprei come altro definirlo. Quando Kevin aveva appena tre anni, lasciò l'esercito, beh, diciamo pure che venne cacciato, e cominciò a lavorare per un'agenzia di sicurezza privata.»
Kage la ascoltò con attenzione, lasciando capire che volesse saperne di più.
«Un giorno, un incaricato dell'agenzia venne ad informarmi della sua scomparsa. Non disse nemmeno in quale paese o in che circostanze avvenne, mi consegnò solamente una lettera firmata dal loro dirigente, in cui mi notificava la scomparsa in azione e l'avvenuta denuncia alle autorità locali, insieme a una modesta liquidazione.»
«In seguito hai avuto notizie più precise?»
«Non ho più avuto contatti con loro e, a dire il vero, non ho indagato più di tanto. Inoltre un anno dopo la società si è sciolta. Mi pare di aver letto che non operassero in maniera legale, e il suo fondatore si dette alla fuga in seguito a un'inchiesta. Comunque la scomparsa di Lammare non è stata un male. Mettermi con lui fu un errore, eravamo giovani e io rimasi incinta, dovevo ancora compiere diciotto anni.»

Acquisto:
http://tinyurl.com/KageQueen




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