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LA CASA DELLA MOSCHEA

LA CASA DELLA MOSCHEA

Het huis van de moskee, 2005 – Traduzione dal nederlandese e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo

 

“Ho scritto questo libro per l’Occidente. Ho scostato il velo per mostrare l’Islam come modo di vivere… un Islam moderato, domestico, non quello radicale.”

 

PREMIO GRINZANE CAVOUR 2009 – SEZIONE NARRATIVA STRANIERA
P
remiazione 20 giugno al Castello di Grinzane Cavour

 

VOTATO DAGLI OLANDESI 2° MIGLIOR ROMANZO MAI SCRITTO NELLA LORO LINGUA

Pubblicato con il sostegno del Programma Cultura 2007-2013 dell’Unione Europea

 

IL SOGGETTO

L’impatto del fondamentalismo islamico sulla vita quotidiana di una famiglia tradizionale persiana, un romanzo corale in cui i destini dei personaggi s’intrecciano alla storia di un popolo e ne diventano i protagonisti. Sospesa tra un mitico passato e un drammatico presente, la casa della moschea è un cuore pulsante di vite e di Storia, da cui si osservano gli eventi che cambieranno il volto dell’Iran, dal regime dello scià alla rivoluzione di Khomeini fino alla guerra con l’Iraq. L’autore migrante di Scrittura cuneiforme è tornato a casa per donarci il suo capolavoro.

 

LA TRAMA

Da secoli la famiglia di Aga Jan, ricco mercante di tappeti e capo del bazar, ha legato i suoi destini alla moschea di Senjan, nel cuore della Persia. La vasta dimora adiacente alla moschea è pervasa da miti e antiche tradizioni, immagine armoniosa di una società che sta per essere attraversata dagli sconvolgimenti del presente, come fa presagire la massa nera di formiche che invade il cortile della casa nell’incipit del romanzo. Gli abitanti della casa della moschea sono tutt’uno coi loro rituali quotidiani: il cieco Muezzin chiama alla preghiera dal minareto e plasma vasi, mentre ascolta musica dagli auricolari, Faqri Sadat, la bella moglie di Aga Jan, coglie i motivi per gli splendidi tappeti del marito dalle piume degli uccelli che si posano sul tetto, le due nonne si occupano delle faccende domestiche e dell’imam Alsaberi che, immerso nei suoi libri, volta le spalle ai rivolgimenti culturali e ai sussulti politici che toccano l’Iran di fine anni Sessanta. Quelli che a Teheran sta vivendo Nosrat, fratello di Aga Jan, che osserva con la sua videocamera il diffondersi dei nuovi costumi edonistici e liberali incoraggiati dal regime dello scià. Ma anche il giovane Shahbal, figlio di Muezzin e pupillo di Aga Jan, sa che non si può ignorare ciò che accade nel mondo e introduce nella polverosa biblioteca dell’imam un televisore, per mostrargli lo sbarco sulla Luna. Perché bisogna conoscere il nemico per affrontarlo e il piccolo centro religioso di Senjan rischia di rimanere lontano sia dalla modernizzazione filo-americana imposta dallo scià sia dall’intransigente reazione oscurantista che si prepara nella roccaforte degli ayatollah di Qom. Proprio da Qom arriva un giorno il giovane imam Ghalghal, per prendere in moglie Seddiq, figlia di Alsaberi e, quando questi muore accidentalmente (proprio quando si era deciso a fare una predica “politica”), sarà lui a sostituirlo. Se dapprima sembra che la moschea abbia finalmente trovato una guida forte, all’entusiasmo succede presto lo sgomento: le sue parole si fanno sempre più arroganti e tentano di sfociare nell’azione violenta. Quando Farah Diba, moglie dello scià e immagine dell’emancipazione femminile, arriva in città per inaugurare un cinema, si trova assediata da una folla sobillata da Ghalghal, che dopo la sommossa sfugge alla polizia e raggiunge Khomeini per preparare la rivoluzione dall’esilio. Nella quiete apparente si preparano nuovi arrivi e partenze: le nonne vanno in pellegrinaggio alla Mecca e lì concludono degnamente la loro esistenza fiabesca, il nuovo imam seduce Zeynat, la vedova di Alsaberi, che dal rimorso per questa sua passione si trasformerà in una fanatica castigatrice dei costumi. Abbandonata da Ghalghal, Seddiq ritorna per partorire suo figlio, un bambino handicappato soprannominato Lucertola, mentre il fratello Ahmad, terminati gli studi da imam, prende il posto del padre, ma si fa incastrare dalla polizia dello scià a causa della sua dipendenza dall’oppio. Shahbal lascia la casa per studiare a Teheran ed entra in contatto con i gruppi clandestini di sinistra, che si oppongono allo scià e presto diverranno invisi anche al regime degli ayatollah. Khomeini intanto prepara il suo ritorno con manifestazioni clamorose filmate e diffuse da Nosrat, che contagerà con la sua passione per il cinema anche il vecchio ayatollah, ma scoprirà quanto è rischioso avvicinare l’obiettivo ai potenti. Mentre la Repubblica islamica è ormai realtà, Ghalghal, divenuto l’oscuro braccio destro di Khomeini, assume le vesti del “giudice di Allah”, incaricato di far piazza pulita del vecchio regime e di tutti i nemici della rivoluzione, con processi sommari in cui fronteggerà Ahmad, accusato di connivenza con i servizi segreti dello scià, e il fiero Javad, figlio di Aga Jan, che ha seguito Shahbal sulla strada della resistenza clandestina e ne pagherà caro il prezzo. Ma anche per Ghalghal arriverà la resa dei conti. I personaggi vanno e vengono dalla casa: alcuni indossano la maschera cupa del regime o forse mostrano il loro vero volto, tutto muta e il paese diventa campo di battaglia di ideologie e interessi economici, su cui si stende il bavaglio della repressione e il manto funebre della guerra con l’Iraq. Privato del suo prestigio sociale, tradito da coloro che gli erano stati amici, Aga Jan rimane al cuore doloroso di ogni vicenda: testimone del presente e custode del passato continua a redigere la cronaca della casa e conservare le tracce dei suoi grandi uomini nella “stanza del tesoro”. Saggio e paziente, Aga Jan affronta le ferite e le umiliazioni con la perseveranza che gli viene da una fede profondamente umana, immune alle strumentalizzazioni del radicalismo. Mentre recita le sure del Corano per sostenersi nei momenti più duri (come quando assiste all’umiliazione pubblica di Ahmad o cerca invano una sepoltura per il figlio Javad), è capace di scorgere il procedere umile e tenace della vita in mezzo alle devastazioni della Storia. E così la lettera che riceve da Shahbal, che ha ricevuto asilo in Olanda e ha cominciato a scrivere delle sue esperienze (segnalandosi come inequivocabile alter ego dell’autore), gli conferma che solo affidando il passato alla memoria collettiva si può continuare la propria storia.

 

L’AUTORE

Kader Abdolah, nato in Iran nel 1954, perseguitato prima dal regime dello scià e poi da quello di Khomeini, scrive su un giornale d’opposizione e pubblica due libri in patria prima di essere costretto all’esilio. Giunto come rifugiato politico in Olanda nel 1988, ha cominciato a scrivere in nederlandese. È ormai uno degli autori più importanti di questo Paese, costantemente nella lista dei best-seller, e un noto opinionista con una rubrica fissa su un importante quotidiano nazionale. Dopo le prime raccolte di racconti è con Il viaggio delle bottiglie vuote (1997) in cui affronta il dramma dello sradicamento e dell’esilio, che conquista il pubblico internazionale. Scrittura cuneiforme (2000) conferma il suo impegno etico e poetico nell’intessere autobiografia e storia collettiva, creando ponti tra culture, una missione portata avanti anche in Calila e Dimna (2002), che offre al lettore europeo un percorso tra le meraviglie della novellistica orientale, e nel viaggio di Ritratti e un vecchio sogno (2003), in cui le radici dell’esiliato si rispecchiano obliquamente nel paesaggio “altro” del Sudafrica. La casa della moschea (2005) può considerarsi il culmine di questo percorso esistenziale e creativo: la voce dell’autore si fonde nella coralità di un’epopea che segna la sua complessa e sofferta riconciliazione con l’Iran. L’opera di Abdolah, figlio di un riparatore di tappeti, è un lavoro continuo di tessitura di motivi e legami tra la sua cultura d’origine e quella d’adozione, come conferma la sua ultima duplice opera pubblicata in Olanda quest’anno, De Koran e De Boodschapper: una personale traduzione del Corano accompagnata da una biografia di Maometto (“Il Messaggero”, in preparazione Iperborea).




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