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La croce e la notte


Dimenticate i vampiri fotomodelli che frequentano la scuola fianco a fianco ai mortali e partecipano a party in piscina, in pieno giorno. Ritornate ad una dimensione più gotica delle creature della notte ed ambientate il tutto nel medioevo. Scoprirete che i vampiri sono esseri affascinanti, ma al tempo stesso crudeli e spietati, agitati dalle stesse brame di potere degli umani e con un innato spirito di sopravvivenza. Essi vivono di sangue e vivono nel sangue!

Con questa premessa, leggerete di Gualtiero Greco, giovane cavaliere normanno originario della città di Taranto che, al servizio del principe Beomondo di Altavilla, prende parte alla prima spedizione con destinazione la Terrasanta, con l'intento di proteggere i pellegrini cristiani.
Non onorerà mai la promessa fatta al suo signore. Convinto a partecipare al ritrovamento di una sacra reliquia, in circostanze inizialmente misteriose, subirà la trasformazione in vampiro. Ben presto, si renderà conto che qualcosa di soprannaturale e minaccioso guiderà le sue azioni e gli farà affrontare avventure sempre più pericolose, costringendolo a fare i conti con sé stesso prima ancora che con i suoi acerrimi nemici.
Tra soldati Franchi, Bizantini, Turchi, gente senza scrupoli e potenti creature della notte, dopo un'intricata trama di vicende, farà esperienza della sua nuova condizione di non-morto e porterà avanti la sua missione nonostante i numerosi ostacoli.

Genere: Romanzo gotico

Estratto:
Un giovane cavaliere procedeva in uno stretto cunicolo alto poco più di un uomo e largo a mala pena per farne passare tre. Sulle pareti, ad intervalli regolari, erano posizionate delle torce che rischiaravano la tetra atmosfera. Indossava una cotta d'arme foderata, imbottita e composta da una tunica di stoffa, grezza e un po' usurata dal tempo e dalle vicissitudini della marcia e della guerra. Aveva maniche larghe e pantaloni lunghi fin sotto il ginocchio. La cotta era ricoperta da file di piccoli cerchi di ferro che si sovrapponevano uno agli altri per fasciare il corpo del cavaliere. La testa, avvolta nel camaglio, era ulteriormente protetta da un elmo di bronzo con una lamina a copertura del naso. Il suo aspetto appariva minaccioso e bellicoso. Sopra la cotta, indossava una tunica smanicata tinta di un blu un po' sbiadito e tenuta stretta in vita da un cinturone. All'altezza del petto, era stata cucita una croce rossa.
La prospettiva di trovare in fondo al cunicolo un grande tesoro lo allettava moltissimo e il desiderio di spingersi avanti, superava la paura di non sapere dove si trovasse e che cosa ci fosse più in là. Inoltre, il rischio di essere tacciato di diserzione per essersi allontanato durante la notte, senza alcun permesso per farlo, aumentava in lui l'adrenalina e l'eccitazione.
Avanzava con passo deciso ma stando sempre attento a qualsiasi imprevisto potesse accadere. Alto davanti a sé, a protezione del torace e del collo, teneva uno scudo di legno cerchiato di ferro e dalla caratteristica forma a mandorla. Era dipinto di blu, tagliato in diagonale da una scacchiera bianca e rossa, e ricoperto di tagli e segni lasciati da armi nemiche. La spada, larga, piatta e con una lama a doppio taglio, era affilata solo nel primo quarto della lunghezza dalla punta. Il giovane cavaliere la teneva puntata verso l'oscurità. In tutto e per tutto, era pronto per una battaglia. Solo gli occhi ed una parte del viso rivelavano che sotto quell'armatura c'era un uomo.
Il pericolo non si fece certo attendere. Quando ormai l'estremità conosciuta del tunnel era diventata non visibile, il cavaliere si ritrovò davanti ad un'improvvisa schiera di figure che avanzavano silenziose verso di lui. Oltre la prima fila, si scorgeva solo l'oscurità.
Tornare indietro di corsa era un'opzione, ma in quel cunicolo, stretto e scarsamente illuminato, la possibilità di scivo-lare e ritrovarsi inermi e scoperti era molto alta. Sentiva il cuore battere all'impazzata ed un gelido sudore gli rigava il viso. In quel frangente di smarrimento, prese la decisione di affrontare l'eventuale scontro.
Rinfoderò la spada, troppo lunga per permettergli di muoversi agevolmente in quell'ambiente, e sguainò una lama corta che teneva attaccata al cinturone. Le figure erano ormai ben visibili e rischiarate dalle torce. Uomini, o per lo meno lo erano stati. Sembrava una schiera di straccioni e di pezzenti, con i volti emaciati e le orbite scavate.
"Cosa ci fanno questi uomini qui? Da quanto tempo sono qui? Da quanto non mangiano?" una serie di domande si affollò nella mente del giovane cavaliere. Ad ogni modo, sembravano esseri non ragionevoli ed ostili e non restava altro che prepararsi ad essere aggrediti. Erano molti, ma privi di armi e di difese. Per questo motivo, il cavaliere pensò che se avesse attaccato per primo e avesse buttato per terra qualcuno di loro, gli altri avrebbero esitato e forse si sarebbero ritirati. Sfruttando il peso del proprio corpo, si lanciò verso di loro con lo scudo levato e proteso in avanti. L'impatto fu violento, si sentirono rumori sordi di ossa rotte. Nonostante ciò, nessuno di loro cadde. Le file più indietro continuarono a spingere quelle più avanti facendo loro da contrappeso. Quelle mani ossute cominciarono a toccare la tunica sopra la cotta, sembravano volergliela strappare di dosso. Il cavaliere cominciò a menare fendenti con la lama corta, usandola di punta e trafiggendo le sue vittime dal basso verso l'alto; riproponendo la tecnica militare dei legionari romani di quasi mille anni prima. Aveva avuto la fortuna di essere addestrato da un maestro non solo bravo nell'uso delle armi ma anche colto, erudito ed esperto delle antiche tecniche di combattimento.
La sua lama penetrava nel loro addome con estrema facilità e, con altrettanta, la estraeva e ripeteva il gesto con l'assalitore più vicino. Tutto era vano, restavano in piedi e continuavano a circondarlo. Dalle loro ferite non sgorgava sangue, bensì un grumoso liquido nero. L'odore di putrefazione appestava la già pesante ed umida aria nel cunicolo. La veste blu era ormai lurida di sangue marcio e di pus. Dopo i primi attimi di foga militare, il cavaliere iniziò a rendersi conto che quelli non erano uomini, ma erano demoni, erano morti risvegliati da qualche potente stregone. Il loro numero era spaventoso e le forze per tenerli lontani, ben presto, l'avrebbero abbandonato e sarebbe stato sopraffatto.
A peggiorare la situazione già critica, intervenne un dolore crescente ed acuto al capo che cominciava ad annebbiargli la vista ed a renderlo meno lucido. Poco dopo, il cavaliere avvertì anche una lancinante fitta allo stomaco e poi ancora un'altra. Questo secondo ed improvviso dolore gli tolse il fiato e gli indebolì le gambe che non sopportarono più il suo peso. Cadde carponi per terra. Sapeva di non essere stato colpito, eppure aveva l'impressione che una lama arroventata ed invisibile l'avesse trafitto. Ormai era inerme, sarebbe stato ucciso. Quegli esseri adesso non lo attaccavano più. Non cercavano di strappargli la tunica né si aggrappavano allo scudo né afferravano con le loro scheletriche mani la lama affilata che facilmente tagliava di netto le loro le falangi. Sembravano essere caduti in uno strano stato di torpore, erano completamente indifferenti alla presenza del cavaliere.
Fu l'ultima osservazione che la sua mente fu in grado di cogliere. Subito dopo, mentre giaceva steso per terra, percepì un forte dolore al centro del petto. Il malessere si estese rapidamente alle spalle, alle braccia, alla schiena, ed infine anche ai denti e alla mandibola. Nel giro di un paio di minuti che sembrarono un'eternità, il cuore di un giovane cavaliere, giunto in Anatolia per combattere il sultanato d'Iconio e ricondurre quelle terre sotto il dominio di Bisanzio, smise di battere.

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