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La morte è un’opzione accettabile


Inserisco le belle parole con cui l'Editore Aldo Moscatelli ha presentato il mio libro:
Di cosa parla "La morte è un'opzione accettabile"?
Al di là di un nebbioso antefatto, la trama è inizialmente lineare: una donna entra nella stazione di polizia di una città italiana e sequestra due agenti e una ragazzina, quest'ultima addetta alle consegne nel bar di fronte. Chi è e cosa vuole, la misteriosa sequestratrice? Queste le domande che ovviamente il lettore si porrà all'inizio. Ed è proprio attraverso la risposta a questi interrogativi che si snoda la trama. Il romanzo rientra nel thriller poliziesco ma per certi versi è un po' straniante: tutto parla un linguaggio italiano però… però c'è qualcosa di "americano" nell'anima dell'opera. Al contempo, è un thriller atipico: non c'è violenza, giusto una pistola data in testa a un sequestrato. È la possibilità della violenza a lasciare col fiato sospeso.Nella gestione di questa atmosfera segnata da una minaccia incombente, Gabriella è stata bravissima. E quando pensi che la storia sia alla fine e nulla possa ancora accadere, ecco che ti sorprende con un guizzo da manuale...
Di più non dico, per ora. Aggiungo solo una nota: quando Gabriella approfondisce la psicologia della protagonista e va a parare nel dramma, non perde in credibilità. Neanche un po'.
E' una cosa molto complicata, un equilibrio difficile da ottenere. Lei lo ha ottenuto.
Ci tenevo a sottolinearlo.

Editore:
Casa dei Sognatori

Genere: Thriller

Estratto:
CAPITOLO 2 – Ritorno alla vita



21 marzo 2009

Il primo giorno completamente suo! Aveva deciso da tempo di riprendere in mano la sua vita con l'inizio della buona stagione. In quella che lei definiva la sua vita precedente, le era sempre piaciuta la primavera. Anche adesso, seppure con prospettive diverse, rimaneva la sua stagione preferita.

Erano stati due anni interminabili. Non ricordava quasi nulla del suo risveglio, solo una vaga idea di spaesamento e solitudine. Aveva aperto gli occhi in quello che aveva poi capito essere un ospedale, senza sapere nulla di sé. La sua unica consapevolezza era quella immanente, vissuta attimo per attimo. Pochi istanti alla volta, frammentati da lunghe assenze, man mano accalcati in una memoria ogni giorno più cosciente fino al completo ripristinarsi dei ricordi, alla disperata scoperta dell'accaduto.
Era sola. E da sola affrontò il lungo calvario della riabilitazione, gesti, parole e pensieri riacquistati lentamente, con doloroso affanno.
Di questi due anni la cosa che più le era rimasta impressa era la fatica: la fatica necessaria alla sua mente per risvegliarsi e ai suoi arti per riacquistare il pieno controllo del movimento; la fatica di ricordare chi era e cosa faceva, chi amava e chi le era indifferente; e connesso alla fatica, il dolore fisico e mentale.
Tutto aveva avuto un nuovo inizio da lì, da uno sguardo sul mondo, occhi aperti a fissare il soffitto di una camera d'ospedale, dopo l'annullamento di sé concesso dal coma. Se avesse potuto scegliere, se qualcuno le avesse chiesto "pillola rossa o pillola blu?", lei avrebbe certamente preso quella blu. Si sarebbe riaddormentata, e fine della storia.
Non era successo. Si era svegliata. E dopo il dolore, dopo lo sconforto, attraverso la lenta risalita alla normalità era giunta la decisione.
Avrebbe ottenuto giustizia.
All'inizio aveva lavorato quasi esclusivamente sulla ripresa fisica, aiutata dai vari fisioterapisti e logopedisti, tutte persone gentili e disponibili, indispensabili al corpo ma inutili alla sua mente man mano che questa riacquistava memoria. Adesso occorreva lavorare su un altro fronte.

Ore sette e trenta, la suoneria della piccola sveglia emise solo un breve trillo prima che la sua mano la spegnesse, sfiorandola. Fu subito in piedi. Aveva tante cose da fare.
Nei lunghi mesi trascorsi in terapia aveva programmato i passi necessari da compiere nel momento in cui avesse riacquistato la piena autonomia. Prima di tutto doveva sapere con precisione cosa era successo. Doveva capire perché la sua vita era andata in pezzi. La conoscenza era fondamentale, poiché fino a quel momento era riuscita a ottenere solo frammenti dell'accaduto.
Camminò allora per strade mai percorse, visitò edifici ignoti, frequentò persone che non aveva mai incontrato prima. Lesse vecchi articoli di giornale, resoconti morbosi e macabri redatti per soddisfare l'insana curiosità della gente.
E adesso anche la sua.


CAPITOLO 4 – Quinto passo, la costrizione

21 maggio 2012, ore 8.30

Finalmente era pronta.
La sede del commissariato si trovava in un piccolo palazzo a forma di elle, con il lato più corto che guardava il mare e quello più lungo, con ingresso separato sulla facciata principale, riservato al Palazzo di Città. Sebbene fosse maggio inoltrato, a quell'ora del mattino faceva ancora fresco e la lunga giacchetta di tela della donna, abbottonata quasi fino al collo, non destava alcun sospetto.
Isabella salì i tre gradini di marmo del palazzo e varcò con passo tranquillo l'ingresso del commissariato, rivolgendo un sorriso al piantone di guardia. "Se ti rivolgi a qualcuno sorridendo in modo gentile", pensava, "e avanzi con l'aria sicura di chi sa dove andare, difficilmente lo invogli a fare domande indiscrete sulla tua presenza".
Il suo aspetto mite le faceva gioco, inoltre. Era soltanto una donna di mezza età ancora piacente, vestita con un semplice tailleur con pantalone e mocassini di pelle scamosciata.
Sapeva perfettamente come raggiungere la sua destinazione, nei mesi precedenti si era recata più volte, a vario titolo, nell'edificio. Portava una borsa a zainetto sulle spalle, non piccola ma nemmeno tanto grande da destare sospetti e spingere il piantone a controllare. Si sa, le donne mettono di tutto nelle loro borse…
Per sua fortuna il commissariato non presentava rivelatori di metallo agli ingressi per il pubblico.
Aveva anche pensato a soluzioni alternative, ma era evidente che nessuno si aspettava che entrassero cittadini armati proprio lì, nel tempio dei custodi della Legge.
Salì la rampa di scale che la portò al primo piano, inoltrandosi nel corridoio scarsamente affollato. Il suo obiettivo era la quarta e ultima porta prima dell'ascensore sulla destra. Una targhetta di plastica avvitata sul legno recava la scritta "Ispettore Capo Lamberti".
Aveva fatto carriera in quei sette anni.

Portava al collo un piccolo registratore vocale, seminascosto dalla giacca. Velocemente lo accese. Era predisposto per mettersi in funzione al suono della voce e per andare in stand by dopo dieci secondi di silenzio.
Bussò alla porta ed entrò.
«Permesso?»
«Prego.»
L'uomo seduto alla scrivania rispose senza alzare lo sguardo dalle carte che aveva davanti.
Isabella entrò nell'ufficio. Era una stanza piccola, sulla destra una parete ingiallita recava un orologio da muro e il cartello "vietato fumare"; lungo la parete di sinistra si incontrava per prima cosa un piccolo tavolo ingombro di carte e faldoni, poi una più ampia scrivania occupata da un uomo intento a leggere dei documenti. Sul fondo, una finestra si affacciava sul mare increspato.
L'uomo aveva un viso regolare e privo di tratti distintivi. Era alto, lo si intuiva anche da seduto, ma il suo restava un viso anonimo.
Isabella diede un opportuno colpetto di tosse e girò silenziosamente la chiave nella serratura, senza che il poliziotto – ancora a capo chino – si accorgesse di nulla. Poi si avvicinò alla scrivania e impugnò la Beretta semiautomatica che portava appesa all'interno della giacca con una cinghietta di pelle. Aveva studiato a lungo prima di scegliere quale arma procurarsi, poi a casa aveva fatto diverse prove per controllarne la maneggevolezza e l'impugnabilità. Non aveva mai posseduto una pistola e voleva essere certa di adoperare quella più adatta alla sua mano e di acquisire la giusta confidenza. Si era esercitata in luoghi isolati fino a riconoscerla come una sua estensione; in questo modo avrebbe dimostrato di saperla usare e di non avere alcun timore nel farlo.
Non disse nulla, aspettando che il poliziotto la guardasse per la prima volta.
«Prego, si sieda» disse lui mentre richiudeva la cartellina. «Mi dica pure…»
Alzò finalmente lo sguardo e sobbalzò alla vista della pistola puntata contro di lui.
Isabella temeva che la sua voce tremasse. Nella sua vita non aveva mai avuto a che fare con la violenza, per cui ora interpretava un ruolo che non le era di certo congeniale, ma la sua vita era profondamente cambiata e lei di sicuro non era la stessa persona di sette anni prima. La voce le uscì aspra e tagliente, persino tranquilla.
«Sta' zitto e fai come ti dico.»
Anche la sua mano era ferma mentre reggeva l'arma. Aggiunse:
«Alza le braccia e incrocia le mani dietro la nuca.»
«Cosa… cosa vuole?»
Il poliziotto era sconcertato, non avrebbe mai creduto possibile una cosa del genere lì, al commissariato. Era una squilibrata? Sembrava troppo calma. Una terrorista, allora?
Lei sembrò intercettare quelle riflessioni:
«Non muoverti e non parlare. Non pensare neppure.»
Sfilò lo zainetto dalla spalla, lo aprì con la mano libera e ne tirò fuori un paio di manette e una fascia elastica per capelli. Posò i due oggetti sul ripiano della scrivania.
«Prendi lentamente con la mano sinistra le manette e la fascia, poi rimettiti nella posizione di prima, mani dietro la testa.»
Una volta che l'uomo ebbe eseguito gli ordini ingiunse ancora:
«Ora alzati in piedi e allontanati dalla sedia. Cammina lungo la parete. Okay, fermo e faccia al muro.»
Stava bene attenta a tenersi a distanza dall'ispettore. Non aveva idea di come avrebbe potuto reagire e certo non era in grado di sostenere uno scontro fisico. Per il momento l'uomo sembrava accondiscendente, ma era logico pensare che stesse prendendole le misure per capire con chi avesse a che fare.
«Qualsiasi cosa abbia in mente» le disse mentre volgeva il viso contro la parete, «sta commettendo una sciocchezza. Si rende conto che siamo circondati da poliziotti e che non appena capiranno cosa sta succedendo interverranno? Che speranze crede di avere contro un intero commissariato? Le spareranno senza esitare. Vuole forse morire così?»
Cercava di spaventarla, ma non ebbe successo.
«La morte è un'opzione prevista e accettabile» rispose lei con gelida calma. «Ora inginocchiati.»
Alla sua esitazione nell'obbedire aggiunse:
«Posso anche spararti a una gamba e ottenere lo stesso risultato. Scegli tu.»
Il poliziotto iniziava ad avvertire l'approssimarsi della paura. Non riusciva a catalogare la donna. La calma delle sue parole contrastava con la pericolosità del suo comportamento. Si inginocchiò.
«Allarga le gambe, sì, come nei film.»
Aveva preparato ogni parola, ogni mossa. Non poteva rischiare una reazione improvvisa. Mantenere il controllo era fondamentale quanto tenere sotto tiro il prigioniero.
«Ora mettiti la fascia sul viso a coprirti gli occhi.»
«Maledizione, ma che vuoi da me?» protestò mentre obbediva, conscio di consegnare la propria vita nelle mani di quella pazza.
«Porta le braccia dietro la schiena e ammanettati. E stringi bene!»
A casa aveva provato, si poteva fare.
Solo dopo che Lamberti si fu stretto le manette ai polsi, si avvicinò per controllare. Appoggiò la canna della pistola sulla sua nuca, vide le spalle dell'uomo contrarsi al tocco del metallo, e si chinò a esaminare i polsi. Come prevedibile, le manette erano molto lente. Gliele strinse con forza senza commentare.
«In piedi» ordinò. «Non ti muovere.»
Lo perquisì in cerca della pistola d'ordinanza.
«Non sono armato. Quando sono in ufficio tengo la pistola nella scrivania. Controlla pure se vuoi, sta nel primo cassetto.»
In effetti non aveva armi addosso, l'unico rigonfiamento era riconducibile al cellulare, che lei prese e ripose nella tasca sinistra del suo pantalone. Poi Isabella indietreggiò fino alla sedia su cui aveva posato lo zainetto, lo aprì e ne estrasse una cintura di tipo militare, alla quale aveva legato sei piccole cariche esplosive e un ricevitore elettronico di impulsi. Pose la cintura esplosiva sul ripiano, infilò nuovamente la mano nella borsa e prese una fascetta di plastica da cablaggio. Tornò vicino al prigioniero ormai inoffensivo, lo afferrò per un braccio e lo spintonò fino alla scrivania.
Lui tentò di farla ragionare:
«Senti, siamo ancora in tempo per tornare indietro. Facciamo finta che non sia successo nulla. Nessuno si è fatto male, non è stato sparato nemmeno un colpo. No?»
«C'è una sedia dietro di te, siediti» gli intimò come se non avesse sentito una parola. Lui obbedì in silenzio. Isabella si portò alle sue spalle, infilò la fascetta tra le sbarre dello schienale e bloccò la catena delle manette. In questo modo l'uomo non poteva nemmeno alzarsi in piedi.
Si voltò verso la finestra. Per il momento non c'era nessuno che potesse vedere cosa stava succedendo, ma non poteva rischiare. Tirò giù le veneziane, girando le lamelle orizzontali in modo che precludessero completamente la visuale della stanza. Poi tornò vicino all'uomo legato, prese la cintura con l'esplosivo e gliela passò attorno alla vita, serrandola ben stretta sulla pancia.
Lamberti, ancora bendato, si agitò.
«Che stai facendo?» le chiese.
Lei lo ignorò. Prese dallo zainetto un oggetto dalla forma sottile, lungo una decina di centimetri e simile a un accendino. Soltanto allora gli tolse la benda dagli occhi.
L'uomo valutò velocemente la situazione e deglutì due volte prima di riuscire ad articolare una frase.
«Cristo santo, che cosa vuoi farmi?»
«Vedi questo arnese? È un detonatore a pressione o meglio, a cessazione di pressione. Ora io lo collego elettronicamente al ricevitore di impulsi che ho posizionato sulla cintura, in questo modo.»
Premette il primo di due bottoncini, che si illuminò di una lucina rossa. Impugnò bene lo strumento con la mano sinistra, stringendolo fra le quattro dita.
«Poi schiaccio questo pulsante in cima al detonatore e…»
«No!» la interruppe spaventato Lamberti tentando inutilmente di alzarsi. «Non lo fare!»
La luce rossa sul ricevitore prese a lampeggiare.
«Non temere, non è ancora giunto il momento» e gli mostrò il detonatore, il pollice saldamente premuto sul pulsante. «D'ora in poi, l'esplosivo brillerà solo se verrà meno la pressione del mio dito. L'idea me l'ha data un film che piaceva tanto a mio figlio.»
Lo sguardo vagò per un breve attimo nel vuoto.
«Ti rendi conto di cosa significa, ispettore?»
«Sì, non sono un idiota. Se qualcuno fa irruzione, io sono morto» rispose lui con voce tremante.
«Non solo questo. Pensaci bene. Se i tuoi colleghi mi dovessero sparare, e mi uccidessero sul colpo, il mio dito non sarebbe più in tensione e… boom! Se qualcuno avesse la bella idea di usare un gas… stesso risultato. Boom. Capisci, occorre un atto di volontà per mantenere schiacciato il pulsante.»
«Ma si può sapere che cazzo vuoi da me? Cosa sei, una cazzo di terrorista o cosa?»
«Voglio giustizia. E il turpiloquio non mi fa nessuna impressione.»
«Giustizia? Per cosa? Ma se neanche ti conosco!» esclamò l'uomo con voce alterata dalla paura e dalla rabbia.
«Io sì» rispose lei fissandolo sprezzante negli occhi. «E abbassa la voce, se non vuoi che qualcuno interrompa la nostra chiacchierata. Perché in quel caso…»
«Sì, lo so. Boom.»
«Già.»
Tranquilla, seduta alla scrivania al posto del poliziotto, Isabella si accese una sigaretta. Sorrise tra sé, osservando il cartello "vietato fumare" esposto sulla parete. Stava commettendo un altro reato.


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