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La scuola che ho visto io…


“C’era una volta… dunque sarà ancora!”





Ho sempre qualche problema nel rispondere quando qualcuno si informa circa la mia professione. Sì perché non so mai se dire “sono un insegnante” oppure “ faccio l’insegnante”. Non è proprio una questione di lana caprina, almeno nel mio caso. In realtà provo un piacere quasi inspiegabile nel crogiolarmi nel dubbio fra l’una e l’altra risposta; e invece di sentirmi incerto dentro l’incertezza, dico che stare in mezzo al guado è, una volta tanto, un lusso che è bene concedersi. Se non altro perché permette di conservare la consapevolezza del proprio “imprinting” senza soffocare dentro le strettoie di un ruolo codificato, liberando le risorse necessarie a reinventarsi ogni giorno la propria “faccia”. Insomma, provare a fare l’insegnante come il cuoco, l’imbianchino o lo scienziato ogni giorno sapendo che per riuscirci devi essere cosciente, in qualche angolo di te, di esserlo…
Sarà stato questo gioco delle parti tutto personale forse ad avermi dato la possibilità, o ad avermi obbligato, a sviluppare qualche semplice considerazione che mi piace condividere non in un sito specializzato per insegnanti, ma in una comunità “aperta”. Se non altro perché la scuola è un punto di osservazione privilegiato sulla società ma poi, in fin dei conti, non ne è che uno specchio terribilmente lucido.
La scuola che ho visto io è popolata di tante persone di buona volontà che mettono l’anima per fare quello in cui credono; fino al giorno in cui si sentono beffati perché scoprono di essere lasciati da soli.
Nella scuola che ho visto io queste persone a volte si stufano perché se sono troppo oneste o troppo serie, nel migliore dei casi non se ne accorge quasi nessuno.
Nella scuola che ho visto io ci sono macchine potenti lasciate senza benzina; ci sono idee ed energie che per trovare voce devono vincere la corsa contro gli ostacoli della burocrazia, dell’immobilismo e del “va bene così”.
Nella scuola che ho visto io la colpa è quasi sempre degli altri, e gli altri quasi sempre sono un po’ più deboli.
La scuola che ho visto io è un inarrivabile manifesto di nobili principi e sacrosanti diritti, come acqua purissima alla sorgente delle intenzioni; succede però ancora spesso che si riesca a berla solo quando arriva a valle, forse un po’ meno limpida.
Nella scuola che ho visto io ogni comportamento è ben codificato e ogni regola, tante regole sono scritte e con dovizia di particolari, di eccezioni e di sanzioni, affinchè sia più facile trasgredirle.
Nella scuola che ho visto io gli insegnanti fanno quello che possono ma molte cattedre si trasformano lentamente in barricate o in fossati, senza che se ne accorgano.
Nella scuola che ho visto io gli studenti imparano a sopravvivere e imparano perfettamente le regole di funzionamento, quelle non scritte curiosamente molto meglio della altre.
Nella scuola che ho visto io viene facile ad un certo punto rifugiarsi in parole come “una volta non era così”, “ai miei tempi era tutto diverso”, “c’era una volta, sì, ma ora non c’è più…”.
La scuola che ho visto io però sta cercando di capirsi e cerca nuove strade.
Nella scuola che ho visto io se nessuno ti dice come fare, ci si crea lo stesso strumenti nuovi per comunicare meglio.
Nella scuola che ho visto io ci sono spinte di novità e richieste di cambiamento che vengono dal basso e che quando vengono ascoltate, (intendo dire, ascoltate veramente!) cambiano tutto in un battito di ciglia.
Nella scuola che ho visto io c’è chi tira la carretta e chi si fa tirare; ma anche se chi tira lo sa, non per questo smette di tirare e merita quella gratitudine di tutti che forse nessuno gli comunicherà.
Nella scuola che ho visto io la vera potenza sono i ragazzi, la cui unica vera richiesta è che si dia spazio alla loro voce e in cambio avremmo tutti le loro straordinarie energie.
La scuola che ho visto io non dice più “c’era una volta” ma come in quel film di angeli nel cielo sopra Berlino “c’era una volta, dunque sarà ancora”.
La scuola che ho visto io… non somiglia forse un po’ all’Italia? E non potrebbe starci, che so, un imprenditore innovativo, o un ricercatore di talento e chi ne ha più ne metta?
E’ da un pò di tempo che guardandola meglio e osservando con più attenzione i giovani che ci si sono formati, mi pare che la vera novità siano proprio le spinte che vengono da loro. La mobilitazione per l’ultimo referendum è stato solo l’ultimo segnale, mi pare, di una rinnovata voglia di partecipazione alla costruzione dei loro destini da parte di ragazzi a cui quest’Italia fatta ad immagine e somiglianza degli “eterni vecchi” non va poi così bene. Forse troppo frettolosamente si è appiccicato loro addosso l’etichetta di qualunquisti, indifferenti o egoisti. Siamo forse caduti nella trappola generazionale dell’ostinarsi, semplicemente, a guardare la realtà con le lenti dei propri valori e stili comunicativi?
La scuola che ho visto io mi ha aiutato a pulire per bene gli occhiali. Ora so che è un’operazione necessaria, di tanto in tanto, per gustare a pieno il colore intenso di tante energie sane; e per poter rispondere con certezza, alla domanda ricorrente, che “c’era una volta, dunque sarà ancora”.
A scuola come in piazza o in rete, per quei “vecchi” cui gli anni hanno portato in dote anche un po’ di umile saggezza, non resta che prendersi una sedia e mettersi in ascolto…

Diego Bizzotto




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