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Lacrime di un soldato tedesco

Alberto Ferrero - LACRIME DI UN SOLDATO TEDESCO

Domenica, 23 Gennaio 2011

Gelsenkirchen, Germania

La giornata della memoria è quel libro che nessun scaffale accoglierebbe, quel cielo oscuro in cui il sole mai brillerebbe, quell'atroce, ingannevole destino che ognuno rifiuterebbe di rimembrare seppur solo per un attimo, un triste attimo in cui si eviterebbe d'incrociare col proprio sguardo persino quel frammento, quel minuto barlume di ricordo fuoriuscito inavvertitamente dal vecchio baule di anni ormai passati, anni trascorsi a dimenticare di essere se stessi, ricordandosi invece di non appartenere ad alcuna razza umana, a niente che di umano facesse parte di questo mondo, ma nient'altro che polvere spazzata via dal razzismo nazista e dall'etica xenofoba e fanatica di un folle deus ex machina il cui soffio di vento spira ancora, incessantemente, attraverso le lande della nostra storia.

Diavolo travestito da genio affabulatore, quanti morti dietro la sua scia, laddove essere ebreo era una colpa che doveva divorare l'anima fino a lasciare che scomparisse ogni traccia di sé, laddove essere vicino ad un ebreo poteva d'improvviso divenire elemento impuro da lavare con l'onta dell'odio, del disprezzo e dell'isolamento, vergognandosi di essere al suo pari. L'ariana ragione da far valere e la gente che ciecamente ubbidiva, ammutolita da quell'odio reale artefice dei funesti campi di concentramento ben prima che questi ultimi fossero effettivamente edificati.

Una domenica tremendamente uggiosa, scrosciante pioggia che suonava a tambur battente lungo le affollate strade di Gelsenkirchen, viavai di ombrelli e sfuggenti figure che tentavano in ogni modo di divincolarsi dai tentacoli del maltempo, monotono, pedissequo, quotidiano tran-tran che faceva di quel giorno niente di più che una normale domenica come tante altre.

Shoah. Cosa sia questa parola, il suo reale significato il cui suono lascia rabbrividire la carne fin dentro le sue ossa, la luce che non si vorrebbe mai far passare attraverso le fessure della finestra della nostra vita, l'accecante bagliore che nessuno sguardo sosterrebbe. Forse è questo che distraeva la gente di Gelsenkirchen, la paura di ricordare che giorno fosse, perché ricordare quel giorno era un eclissi di sole, che faceva scappare via per il terrore e lo stupore qualunque tedesco avesse provato, almeno per quel giorno, ribrezzo di essere appunto tedesco, di essere stato in passato quel tipo di tedesco.

Ma loro no, sei milioni di motivi da non dimenticare, sei milioni di rancori che lacrimavano ancora gli occhi di quei vivi che maledicevano di esser vivi e di quei morti che maledicevano di esser morti, sopravvissuti e trapassati, dalla terra e da sottoterra si sollevava ancora quel grido di dolore e di giustizia che, nemmeno volendo, l'inesorabile scorrere del tempo avrebbe mai potuto far tacere.

La succursale di Buchenwald si elevava ancora a baluardo difensivo della falsa e fuorviante ideologia nazista, pur essendo ormai nient'altro che un cumulo di mattoni, mattoni che però, se avessero parlato, avrebbero sputato fuori il sangue di chi tra quelle mura vi morì, di chi di alcun reato si fosse mai macchiato, a parte che l'essere un ebreo.

Non molto distante dal campo di concentramento, buio, fitto, denso di alberi così come di orrori e di misteri racchiusi ancora tra quei rami, spuntava il bosco del Grobe Imperialen Habicht, al cui ingresso il passo spedito del progresso sembrava essersi irrimediabilmente fermato. Una stradina, ridotta a fango e sassi dalla pioggia, conduceva verso la chiesetta di St. Marie Jungfrau, esattamente al centro del bosco. Numerosi quelli che vi si recavano, sopportando l'inerpicarsi su quel sentiero che la pioggia, in quel frangente, rendeva ancora più insidioso e faticoso.

Padre Roger Picardi, sacerdote italo-americano trasferitosi in Germania già cinque anni prima, aveva appena finito di celebrare messa. Aveva contato in tutto un'ottantina di persone. Nessuno si sarebbe mai perso un suo sermone. Un uomo molto saggio, umile, vero timorato del Signore, da tutti amato e rispettato. Aveva scelto, quando non aveva che soli 37 anni, quel posto immerso nella quiete "lì dove mi sento davvero accanto a Dio". Il vecchio Mehmet, il sagrestano, un emigrante turco convertitosi al cristianesimo "perché nessun Dio ordinerebbe ad un qualsiasi fedele di uccidere in suo nome, ricompensandolo poi, per giunta, con un Inferno mascherato da Paradiso", si stava già affrettando a portare le offerte in sagrestia seguito dal parroco: bisognava chiudere e la sera si stava approssimando.

Padre Picardi aveva la sua stanza di fianco la sagrestia, viveva solo ed aveva uno stuolo di fedeli che gli volevano bene e che di lui si curavano procurandogli, di tasca loro, viveri, lenzuola, coperte per l'inverno e quant'altro di cui abbisognasse, nonostante lo stesso parroco volesse ogni volta disobbligarsi. Ma Mehmet abitava in città e scendere il sentiero con una vecchia bicicletta munita semplicemente di un fanale dalla fioca luce, quando tutt'intorno era buio, non poteva di certo definirsi una tranquilla e spensierata passeggiata al chiaro di luna.

Ma un uomo. Un uomo seduto su di una delle panche in ultima fila non sembrava avesse alcuna voglia né alcuna fretta di andar via. Era già lì da un'ora, eppure padre Picardi sembrava che lo avesse notato soltanto in quell'istante. Distinto, anziano, all'incirca sulla settantina d'anni, ben vestito, almeno per quel tanto che si vedeva da un lungo cappotto marrone chiaro che gli scendeva fino alle ginocchia, un cappello grigio ed un nero ombrello grondante d'acqua posti accanto ed il suo sguardo come perso nel vuoto, in cerca di qualcosa che neppure l'occhio più attento aveva modo di scrutare. Padre Picardi intravedeva nei suoi occhi una tristezza infinita, manifesta ma composta, occhi lucidi ma non lacrimanti, un dolore mantenuto con forza d'animo e dignità, ma che forse attendeva solo il momento giusto per esplodere.

"Lascia pure le offerte in sagrestia ed avviati a casa, sarà di certo qualcuno che vorrà confessarsi", fu la premura che padre Picardi usò a Mehmet senza nemmeno considerare il rischio di rimanere da solo, in mezzo al bosco, con un uomo apparentemente calmo, ma dall'aria anche così cupa che, forse, qualche timore lo avrebbe suscitato. Il sagrestano lasciò intendere che lo avrebbe atteso volentieri, ma padre Picardi volle insistere nel farlo andar via e che avrebbe chiuso lui il portone d'ingresso della chiesa a chiave, avendo deciso infatti di capire quale tormento interiore corrucciasse quell'uomo, quale fosse il peso che lo spingesse a non lasciare ancora la sua chiesa: quasi come se egli gli chiedesse aiuto con la sola forza del pensiero.

A passi lenti, cadenzati, padre Picardi si avvicinò a quell'uomo, ma non per invitarlo ad uscire per tornare magari l'indomani, come qualche altro sbrigativo sacerdote di sicuro avrebbe già fatto; messagli invece una mano sulla spalla sinistra, quasi sussurrandogli, lo pregò con parsimonia di seguirlo in confessionale: "Credo che lei abbia qualcosa da dirmi, sono pronto a ricevere la sua confessione". Quell'uomo alzò pian piano lo sguardo verso di lui, risvegliandosi per incanto dal suo torpore, da una sorta di fase di trance che sembrava interminabile: "Non abbia timore" aggiunse padre Picardi "sono qui per ascoltarla. Lasci che l'aiuti". Fu allora che l'uomo in questione emise un tenue sorriso. Padre Picardi aveva già raggiunto il confessionale, frattanto la presunta pecorella smarrita lo raggiungeva muovendosi quasi a fatica, lasciando ombrello e cappello sulla panca.

L'uomo s'inginocchiò, si fece il segno della croce e raccontò la storia più incredibile, più assurda, più terrificante che padre Picardi avesse mai ascoltato:
"Il mio nome è Dietmar Schulte, ufficiale dell'esercito tedesco, 470° reggimento del Terzo Reich, agli ordini del generale Wolfgang Feiersmacker, di stanza presso il campo di concentramento di Gelsenkirchen, succursale di Buchenwald. Il 23 gennaio del 1943 cinque bambini ebrei, di un'età compresa tra i 10 e i 12 anni, scapparono dal campo scavando un buco, di notte, al di sotto del filo spinato, stando attenti, non so come, a non lasciarsi sorprendere dalle guardie. Si rifugiarono qui tra i boschi, esattamente in questa chiesa, chiedendo ospitalità all'anziano padre Hans Brunnell, che non esitò un attimo ad accoglierli ed a nasconderli, nella speranza che i tedeschi non arrivassero mai fin lì.

Yaacov, Mikhael, Avigail, Edna ed Ephraim, almeno questi erano i loro nomi, per quel che io ricordi. L'indomani sarebbero morti, insieme ad altri loro coetanei, nelle camere a gas. Yaacov aveva, per caso, ascoltato una conversazione tra due ufficiali che, scherzosamente, commentavano la prossima penosa fine dei bambini ebrei; un senso di orrore lo animò e tentò ad ogni modo di convincere gli altri suoi coetanei ad andarsene. Ma non tutti vollero credergli ed andò a finire che in quattro, appunto, lo seguirono, ovvero i suoi inseparabili amici Mikhael ed Ephraim più le sorelle Avigail ed Edna.

Una volta scappati, accorsero frettolosamente tra i boschi con quanto fiato avessero in gola, lottando strenuamente contro la fatica e il freddo: la chiesa di padre Brunnell fu per loro l'attesa liberazione, convinti che nessuno li avrebbe mai scovati. E padre Brunnell li nascose come meglio ebbe modo, pregando Dio di salvare quelle anime e che la mano del diavolo risparmiasse almeno loro. Ma il diavolo era già sulle loro tracce. Il generale Feiersmacker fiutò infatti i loro passi, prese una trentina di noi, me compreso, impartendoci il ferreo ordine di seguirli attraverso il bosco dell'Habicht, armati di mitragliette, cani e torce. Nessuno protestò, nessuno osò muovere nemmeno la più lieve tra le obiezioni, temendo infatti l'ira di Feiersmacker.

Nessuno, tranne il giovane Ernst Muller, un ragazzo di soli 18 anni la cui voce sembrò spegnere, per un attimo, l'inestinguibile sete di sangue del Reich: "Non sono che dei ragazzi, signore, non credo abbia senso dar loro la caccia...per quel che ne so io, potrebbero anche essere morti assiderati tra i boschi...sfido chiunque a sopravvivere a questo freddo". "Come hai detto, ragazzo ?", lo raggelò Feiersmacker squadrandolo da capo a piedi, "con quale ardire discuti un ordine di un tuo superiore? Chi sei tu?". "Ernst Muller, signore, fedele ufficiale dell'esercito del nostro fuhrer". "Ed allora, in quanto tale, taci di fronte ad un mio ordine. Io rappresento il fuhrer. E l'ordine è quello di estirpare questa feccia con ogni mezzo, in ogni dove e ovunque si nasconda" facendosi poi più sarcastico "non sarai mica uno di loro, spero?". "Nossignore", rispose Ernst con un fil di voce. "Più forte, non sento!". "Nossignore!". "Bene, bene". Tutt'ad un tratto, Feiersmacker si tolse il guanto nero della mano destra: "Cosa credi che possa capitare a chi osa discutere un mio ordine di fronte ai suoi compagni?". "La corte marziale, signore" rispose Ernst fortemente rammaricato.

Non so se ebbe il tempo di rendersi conto che Feirsmacker aveva già estratto la sua pistola da sotto il cappotto; e frattanto Ernst aveva lo sguardo rivolto verso il basso, ben conscio di quanto gli sarebbe costato il suo coraggio, il generale gli sparò...a bruciapelo, un colpo in testa, senza alcun rimorso o la benché minima esitazione: "Sbagliato!". Ci guardammo tutti noi negli occhi, atterriti dalla paura che una sola parola ci avesse fatto fare la stessa fine: "Una mela marcia può contaminare l'intero albero" tuonò freddamente "buttate quest'infame tra le carcasse da incendiare". Nessuno di noi avrebbe voluto farlo, ma dovemmo, pena la nostra vita. Setacciammo l'Habicht, nel cuore di una notte gelida e nebbiosa, da cima a fondo, finchè i cani non ci spinsero verso una chiesa nel bel mezzo del bosco, questa chiesa, padre, abbaiando fortemente al suo indirizzo. Feiersmacker avanzò senza nemmeno farselo ripetere e bussò forte, col pugno, sul portone della chiesa.

Padre Brunnell, un sessantenne curato di campagna, aveva fatto costruire lui St.Marie Jungfrau trent'anni prima, attratto dalla quiete del bosco e consapevole di dover trascorrere un'esistenza votata quasi al semi-eremitismo, isolato com'era, eppure era felice e mai un giorno pentito della scelta fatta. Di fronte a Feiersmacker gli passò improvvisamente tutta la vita davanti e, fingendosi sorpreso di quella visita, chiese con voce decisa: "C'è qualche motivo serio per disturbare a quest'ora la casa di Dio?". Ma il generale non si curò neanche di rispondere, spalancando il portone d'ingresso ed intimandoci di mettere la chiesa a soqquadro: "Trovatemi all'istante quei mocciosi, rivoltate sottosopra questa catapecchia!". "Cosa le fa credere che io possa nascondere qualcuno nella mia chiesa?", protestò padre Brunnell, evitando di dare a vedere l'enorme paura che i bambini fossero trovati. "I miei cani non si sbagliano mai!", rispose Feiersmacker guardandosi circospetto intorno, ma senza mai voltarsi verso Brunnell, che non riteneva degno di alcuna considerazione, tracotante, intrepido, arrogante. E non le nascondo, padre, che, al ripensare alle parole del povero Ernst ed a tutta quella incresciosa situazione, ci sperai tanto che i cani si fossero sbagliati, che avessimo fatto un viaggio a vuoto e sapere i bambini lontano, chissà dove, stremati, ma vivi.

Li trovammo invece in una stanza attigua la sagrestia, la cui porta era nascosta da un armadio in legno; doveva essere una sorta di ripostiglio e, tra cianfrusaglie varie, li acciuffammo tutti. Tutti". Dietmar s'interruppe, piangendo amare lacrime e cercando poi, comunque, la forza per parlare ancora: "Tanto per essere sicuro che non scappassero ancora, Feiersmacker ce li fece fucilare, insieme a padre Brunnell, al di fuori della chiesa...senz'alcuna pietà...e non pago di quanto appena fatto, ci costrinse a bruciare i loro corpi con due taniche di benzina, portate per l'occasione, ed a disperdere le loro ceneri nel bosco. Non dormii per tre giorni. Ed il quarto giorno disertai l'esercito e, sotto falso nome, lasciai la Germania per rifugiarmi in America.

Quando i russi invasero Berlino, Feiersmacker fu arrestato ed impiccato per crimini contro l'umanità, almeno stando a quanto mi scrisse il mio fidato amico Ulrich, l'uomo a cui debbo l'aver ottenuto quei documenti falsi che mi servirono per scappare in America. E degli altri miei compagni non so nulla, forse morti, forse fuggiti anch'essi chissà dove. Ogni anno, in questo stesso giorno, il mio cuore, padre, sgorga lacrime e sangue, le lacrime di un soldato tedesco obbediente per vigliaccheria ed il sangue di sei innocenti. E da allora e per tutto il tempo ancora, sono destinato a vagare per l'Habicht, afflitto dal dolore e dal tormento, roso dal rimorso per ogni momento che questa terra verrà sempre calpestata dai miei passi". Padre Picardi rimase totalmente esterrefatto e non sapeva come rispondere, quando Dietmar ultimò il suo racconto con la più agghiacciante delle confessioni: "Lei ha detto di volermi aiutare, padre, ma non può...io son già morto di crepacuore il 23 gennaio di dieci anni fa". Padre Picardi scattò fuori dal confessionale, ma di Dietmar non vi era più traccia e la chiesa assolutamente deserta.

"Sei milioni di lacrime perdute, sei milioni di anime innocenti, anni inutili di guerra, storie di vani e tardivi pentimenti, tetri assassini in divisa, platee plagiate e consenzienti, frattanto il mondo alla deriva, crudeltà senza paraventi, mille famelici aguzzini, divoratori di umanità, superiori, a dir loro, per razza, ma forse di più per viltà, loro che credevano di poter davvero dominare il mondo, fin quando irrimediabilmente non hanno toccato il fondo, e sparendo lì nel nulla da cui tutti loro erano venuti, rimase la fatica di dimenticare i martìri vissuti, per tutti loro che quell'inferno se lo sono ricordati ancora, vivi e morti una preghiera di speranza, come allora così ora".


ALBERTO FERRERO

Autore: Alberto Ferrero

Genere: Narrativa




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