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Lasciami entrare


Sono Tony, e sono un alcolista.
Ogni giorno lo stesso saluto. Ogni giorno le stesse facce. Ogni giorno le stesse parole, le stesse lacrime, le stesse menzogne.
La storia di Tony, un uomo come tanti. Un disoccupato, un fallito, un ubriacone, un pervertito.
Giorno dopo giorno alle prese con la vita. Fingendo di voler cambiare. Fingendo di aver scelto la vita, e tutto questo solo per la figa! Solo per non perdere l'ennesima donna.
Una vita ai margini. Una vita vuota, banale, indegna persino di essere vissuta.
Ma cosa succede quando la vita ti offre un'occasione? Quando la vita ti mette nelle mani l'esistenza di un'altra persona. Quando puoi decidere se essere il salvatore o il distruttore di un'altra vita.
La storia di Tony, di Anna, di Rino, di Sofia.
Il rapporto tra un uomo infimo e una donna viziata. Il rapporto tra una schiava e il proprio padrone. Un viaggio nel sadismo più assoluto, dove il confine tra l'essere preda e predatore è un qualcosa di sottilissimo. A volte quasi impercettibile.
Un mondo incomprensibile fatto non solo dalla voglia di fottere, quanto di mordere, sbranare, umiliare, distruggere.
La scelta di Tony innanzi la vita. Innanzi la sola e unica occasione capace di dare un senso ai suoi giorni, o magari solo sangue per lenire il vuoto nel suo stomaco.

Una sinossi dura come una coltellata. Dura e senza pietà come questo stesso romanzo.
Tony e Sofia, due persone ai margini del mondo. Due persone come tante. Due persone egoiste, violente, false. Due persone proprio come noi tutti!
Non una storia d'amore, né una passione romantica, ma un viaggio nella violenza umana. In quella belva che si cela in ognuno di noi.
Una storia capace di soffocare il lettore, descritta in maniera magistrale. In ogni minimo dettaglio.Una storia capace di scandalizzare, commuovere, a volte anche ridere..
Una storia che saprà sbranare ogni maschera di perbenismo che indossiamo per vivere tra la gente, La maschera che Tony E Sofia vedranno cadere lentamente.

Editore:
Damster

Genere: Hard boiled

Estratto:
Erano ormai le undici di sera, se non più tardi. Io fissavo la luce del neon nella cucina, come ipnotizzato, mentre bevevo la quarta birra comprata in quel cesso di bar del Leone.
La luce brillava su di me, e io non sapevo neanche perché la stavo guardando. Perché me ne stavo lì seduto a fissare quella cazzo di luce, proprio come una schifosa mosca.
Chissà, magari stavo diventando un dannatissimo dotto Seth Brundle o qualcosa di simile. Magari sarei finito a sputare acido sulla gente e a mangiare merda, anche se la prima cosa mi piaceva di più della seconda.
Comunque fosse, non finii ad arrampicarmi sulle pareti di quella bellissima cucina Ikea, ormai ridotta a un cesso.
No, svuotai la mia birra e la poggiai sul tavolo, accanto a due piatti con dentro degli avanzi di pasta con il sugo: la cena mia e di Sofia.
Accesi una sigaretta e andai verso il frigo, per prendere un'altra birra.
La presi, la stappai, e come un automa tornai a sedermi, bevendo, fumando e fissando il vuoto.
Lei entrò all'improvviso nella cucina, avvolta da un profumato accappatoio bianco.
Sembrava un dannato pugile con quel cappuccio bianco in testa,anche se né Cassius Clay né Rocky Marciano avrebbero mai preso ad asciugarsi i capelli da quel cazzo di coso, tanto meno avrebbero mai sculettato.
E lei venne verso di me, continuando a sculettare. Continuando a camminare come una gattina. Una gattina avvolta da un mantello bianco.
Si mise a sedere accanto a me, e si tolse quel cappuccio, mostrando i suoi riccioli.
Io mandai giù un sorso di birra, lei accavallò le gambe mostrandomi la fica.
Restammo qualche istante in silenzio. Il mondo scorreva fuori da quell'appartamento, mentre lì dentro le lancette degli orologi si erano ormai fermate.
Fu lei a muoverle, purtroppo.
"Dopo ciò che è successo non mi fotte più di niente" disse fissandomi con aria fredda, quasi seria.
Io mandai giù altra birra e diedi un tiro alla mia cicca.
Lei allungò la mano verso di me velocemente, strappandomi la birra di mano.
Io la fissai, lei mi fissò.
"Tu non sai cosa mi hai fatto!" riprese a dire, fissandomi con odio. "Quei corpi, i loro… i loro… i loro cazzi! Dio, sento ancora quella puzza. E… e… non posso crederci ancora di averli avuti dentro. Di aver preso quei… qeui… quei cosi dentro!".
Io sorrisi. Sorrisi cinicamente.
"Ma fammi il cazzo di favore!" dissi strappandole la bottiglia di mano.
Poi le diedi un sorso, appoggiai la bottiglia sul tavolo e mollai una strippata alla mai cicca.
"Ne avrai presi così tanti dentro. Uno o due in più, che cazzo vuoi che cambi".
"Sei un pezzo di merda. Mi fai schifo!" urlò lei, guardandomi con disgusto.
E si alzò di colpo. Si alzò, voltandosi, come a voler sparire per sempre.
Si voltò di scatto. E cazzo, sembrava uno spettro! Lì immobile davanti a me, con quella luce del neon che si rifletteva sul suo accappatoio bianco.
"Ti ha eccitato la cosa?" disse, con appena un filo di voce, fissandomi con le lacrime agli occhi.
Io abbassai lo sguardo, guardando la bottiglia nella mia mano. Guardando quel liquido giallo e pieno di bollicine, lì, silenzioso e intoccabile in quella bottiglia.
"Sì" risposi, senza dire altro. E ancora una lacrima scese sul suo viso.
Io la vidi, pur senza alzare lo sguardo. Ne percepii la consistenza, il suo spessore, la sua forza.
Lei l'asciugò con la manica di quel sudario sul suo piccolo corpo.
"Bene!" fece "Dunque ti ha eccitato vedere quelli mentre mi scopavano".
"No?" le risposi. E la sua espressione mutò di colpo. La sua rabbia si tramutò di colpo in stupore.
"Non vederti mentre ti scopavano. Ma mentre ti trattavano da troia" le dissi.
Lei abbassò di nuovo lo sguardo. Una lacrima ancora le scese dal viso.
E cosa provava? Cosa provava quella ragazza da me violentata più volte? Quella ragazza costretta a farsi fottere dal mio amico. Costretta a farsi sbattere da cinque merdosi sconosciuti raccattati per strada.
Non lo sapevo!
Non ero un'attivista per i diritti delle donne io,ma capivo bene che lei non avrebbe mai cancellato dalla sua mente il pensiero di averlo preso dentro. La sensazione di quei pezzi di carne nel suo corpo. La pressione di quelle spinte. I loro respiri, il loro tanfo, e quella sborra densa e puzzolente nella sua bocca, fino a scenderle nella gola.
E fu forse con queste sensazioni in corpo che lei, a testa bassa e ancora in lacrime, si voltò e uscì da quella stanza.
La lasciai andare via senza dire niente. E in fondo cosa avrei dovuto dirle?
Perdonami per tutto? Per avertelo messo dentro e per averti fatta scopare da degli sconosciuti?
Magari sarei dovuto correre lì nel corridoio e abbracciarla. Stringerla forte, baciarla teneramente e dirle che mi dispiaceva tremendamente.
Magari avrei anche fondato un associazione per la tutela dei diritti delle donne e l'avrei chiamato Sofia, proprio in suo onore.
Ma non lo feci! No, me ne guardai bene dal farlo.
Ridicola e patetica puttana, pensai, mandando giù altra birra.
Quella da una vita faceva sbavare gli uomini dietro al suo culo, trattandoli come zerbini, e ora faceva la vittima solo per aver preso qualche cazzo dentro.
Che si fottesse, lei e tutte le troie del mondo. Quelle schifose puttane che non pensavano ad altro che a truccarsi e mettere in bella vista bocce e culo, per poi menarla su quanto fossero speciali e profonde.
Le odiavo! E forse odiavo anche Anna a dire il vero.
Cena tra amiche un paio di palle! Come il cinema o altre stronzate varie.
Quella era una puttana bella e buona, ecco cos'era. Magari a quell'ora si stava facendo sbattere da Manuel, Ramon o Carlos. E io stavo lì a sorbirmi i piagnistei di quell'altra troia, che dopo aver fatto la puttana a destra e a manca, si era riscoperta di colpo femminista.
No no no, lurida puttana! Pensai alzandomi di colpo da quella cazzo di sedia.
Ora vado lì e me la scopo a dovere.
Sì, entro in quella cazzo di stanza. Vado lì, le strappo i vestiti di dosso e glie lo pianto dentro.
Ecco quello che avrei dovuto fare. Ecco la cosa giusta da fare.
E così diedi un ultimo sorso alla mia birra, finendola, e poggiandola sul tavolo.
Gettai la cicca sul pavimento,sbattendomene di tutto, e deciso andai verso la sua stanza. Verso quella troia da punire.
Entrai dentro, la luce era spenta, e lei era sul suo letto.
Decisi di non accenderla.
Non sapevo perché, ma non mi andava di farlo.
Andai avanti in quella stanza, al buio, attento a non calpestare vestiti, peluche, e altre merdate simili.
Arrivai fino al letto. La guardai. La guardai li stesa su quel letto, nuda, sotto le coperte, mentre i piccoli filamenti di luce proveniente dalla finestra la illuminavano appena.
Allungai la mano per tirare via la coperta. Pronto a scoparla. Pronto a sfondarla. Pronto a distruggere ogni sua difesa.
Ma la mia mano di colpo si fermò. Si fermò a mezz'aria, in bilico tra lei e me, e forse tra la pazzia e la ragione.
Lei aprì gli occhi. Due luci bianche abbagliarono la stanza, perforandomi il cervello.
Io rimasi fermo. Lì fermo davanti a quel letto, trapassato da quegli occhi.
La mia mani si ritrasse, e io restai lì immobile a fissarla, senza più la voglia di scoparla.
Lei allungò la mano verso di me, io non l'accolsi. La lasciai lì ferma, nel vuoto, nel buio, senza che potesse stringere nulla.
Sofia allontanò da me la sua piccola manina, portandola sotto al suo cuscino.
Lo strinse. Strinse quel coso e chiuse gli occhi, mentre io li sentivo ancora su di me. Mentre li sentivo ancora sul mio corpo.
Poi una voce. Un piccolo sussurro in quel buio.
"Per favore, mi faresti compagnia finché non mi addormento" mi disse, lì in quel suo letto, al buio, con gli occhi chiusi.
Io non sapevo più cosa rispondere. Ero inerme. Debole innanzi quella sua richiesta. Davanti a quella sua tenerezza.
No, non era più una donna, ma una bambina! Una bambina da proteggere. La mia figlia da difendere. E quella bambina continuava a fissarmi pur senza aprire gli occhi. Quella bambina continuava a lacerarmi le carni, pur senza accendere in me nessun senso di colpa.
Mi misi a sedere per terra, proprio accanto al suo letto.
Tolsi giubbotto, maglietta e scarpe, e restai lì, nel silenzio, senza dire niente, percependo solo il profumo di vaniglia del bagnoschiuma sulla sua pelle.
Cosa stavo facendo? Chi ero, dove andavo?
Forse avrei dovuto porre a Dio tali risposte, o forse al caro Marcello. Ma lì dentro non ci stavano che io e lei. Noi da soli, nel buio di quella stanza.
E la sua mano sbucò dal nulla. La sua mano mi raggiunse lentamente, stringendo la mia. Quella mia mano che tante volte l'aveva picchiata. Che tante volte l'aveva violentata.
La strinse forte, e io sentii la sua piccola mano nella mia. Quella mano fredda, quasi gelida, stretta alla mia.
"Per favore, vieni qui con me" mi disse "Non lasciarmi sola questa notte".
Io alzai lo sguardo, vedendo solo il vuoto. Fissando non altro che il vuoto. Sentendo solo la sua voce rimbombarmi nelle cervella, e il tepore della sua mano nella mia.
Mi alzai lentamente, molto lentamente, attento a non lasciare la sua piccola mano.
Mi avvicinai di più al letto. Lei si scansò, alzando la trapunta.
Percepii un sorriso, ma forse fu solo un illusione dettata dal buio. Ma comunque fosse andai verso di lei. Mi stesi lì, in quel letto, proprio accanto a lei.
Sofia coprì entrambi con la coperta. Io sentii il tepore di quella stoffa, il tepore del suo corpo accanto al mio, il tepore del suo respiro sulla mia pelle.
Non riuscii a trattenermi, fu più forte di me!
Infilai un braccio sotto alla sua testa, e il mio braccio affondò tra i suoi riccioli poggiati sul cuscino.
Lei mi lasciò fare. Alzò la testa e la poggiò sul mio braccio. Poi piazzò la mano sul mio petto nudo.
Cominciò ad accarezzarmi, ad accarezzarmi il petto lentamente.
Io le accarezzai i capelli con la mano sotto alla sua testa. Lei affondò di più la testa sul mio braccio, continuando ad accarezzarmi il petto.
Sentii il tepore delle sue dita, il profumo dei suoi capelli tra le mie dita.
Lei affondò la presa. L'affondò con forza, quasi a volermi entrare dentro. Come a le carni le carni.
Alzò lo sguardo verso di me, e aprì i suoi occhi pieni di lacrime.
Io li guardai. Io li osservai.
"Non vuoi scoparmi questa notte?" mi chiese.
Io non risposi. Non dissi niente. Non sapevo cosa dirle.
Restai lì in silenzio ad accarezzarle i capelli. Trapanato dal suo sguardo. Perforato dal suo dolore.
Lei chiuse gli occhi e appoggiò la testa sul mio braccio. Le sue lacrime mi scesero lentamente sulla pelle, bruciandomi come fossero acido.
Sofia affondò le mani nella mia carne. Con forza! Con una tale forza che sentii le unghia quasi conficcarsi nella mia pelle. Proprio lì dove stava il mio cuore, quasi come se volesse afferrarlo.
Io la strinsi più forte, mentre le sue lacrime mi scendevano sul braccio, e le sue dita raggiungevano il mio cuore, o quel che n'era rimasto.
"Lasciami entrare" mi disse, con un filo di voce, lì stretta a me, con le sue dita nel mio cuore.
Io la strinsi ancora più forte, mentre copiose le sue lacrime corrodevano il mio braccio, e forse anche la mia mente.
Poi sentii il suo respiro. Le lacrime venir meno, e le sue dita smettere di stringere il mio cuore.
Ma avevano smesso per davvero?
No, non lo sapevo!
Rimasi con lei lì, in silenzio, al buio, senza riuscire a trovare pace. Più tormentato del solito.
Rimasi lì a vederla dormire. Serena, tra le braccia del suo carnefice. Al punto che non riuscivo più a distinguere chi tra noi fosse la vittima e chi il boia.
Rimasi lì con lei per minuti, forse ore. Non importava mica!
No, il tempo si era fermato. Il tempo non aveva più senso. E quando lei fu lontana, persa in un mondo non schifoso come quello in cui vivevamo, io mi alzai lentamente dal letto, attento a non svegliarla.
Andai in cucina e presi un'altra birra. Con me avevo portato il telefono, e Anna mi aveva scritto un messaggio in cui mi diceva di amarmi.
Le risposi di amarla anch'io, continuando a bere la mia birra. Bevendo una birra dopo l'altra, per tutta la notte, mentre la mia schiava dormiva nel suo letto. Mentre la mia bambina dormiva nel suo letto, e io sentivo ancora le sue dita sul mio petto. Il suo dolore fin dentro al mio petto.

Acquisto:
http://www.damster.it/index.php/features/eroxe-dove-l-eros-si-fa-parola/item/lasciami-entrare




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