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l’eredità di anna freud


http://www.queerblog.it/post/95133/leredita-di-anna-freud-il-romanzo-di-roberta-calandra

Editore:
besa controluce

Genere: psicologico

Estratto:
1.
Malgrado la sua ignoranza di figlia indesiderata di coltivatori di patate, perfino lei, perfino nel piccolo villaggio irlandese di Cong dal quale proveniva, aveva sentito pronunciare, seppur con ironico e grossolano scetticismo, il nome del padre della signora. Un nome austero e rispettabile,
quasi per sua interna musicalità destinato a essere immortale. Un nome che si ripeteva tra sé, spesso incoscientemente, quasi canticchiando: Sig-mund-Freud! I vecchi chiacchierano sempre troppo, aveva sentito dire, i vecchi temono la solitudine, in cambio di quel poco che sei costretta a chiedere per sopravvivere ti domandano l'attenzione costante, volubile, di un bambino prematuramente
inacidito. Trascurati dai parenti più vicini, persi nella preziosa labilità di una memoria continuamente reinventata, soggetti a capricciosi mutamenti d'umore quanto a improvvise e ineludibili richieste, dominati dai propri urgenti bisogni corporali, che li trovano goffamente impreparati, costringendoli al feroce confronto con la propria inedita inadeguatezza, con una fastidiosa vulnerabilità, i vecchi esercitano tiranniche pretese sull'invidiata giovinezza che li assiste.
Sarah era preparata a questo. Si era figurata che un'anziana signora, per giunta di illustre fama, sconfinata cultura, presupposta ricchezza, costretta dopo una vita di attività inesausta su una sedia a rotelle, sarebbe stata la nemesi alla sua precipitosa fuga dall'Irlanda. Dominata da un inconscio
bisogno di punizione per la sua esistenza passata, mai rivelata ad alcuno e modificata perfino nei dati anagrafici, era rimasta alquanto sorpresa dalla brevità del colloquio avuto con Anna. Una conversazione secca, assolutamente informale, durante la quale si era trovata più di una volta
ad abbassare lo sguardo, come una scolara indisciplinata, pur senza aver fatto nulla. Era stata, forse per entrambe, si sarebbe detta in seguito, l'intuizione di una misteriosa occasione di complicità, basata su una comune e non esplicitata richiesta di silenzio e discrezione. Se mai avesse dovuto
combattere in futuro con quella donna, avrebbe scoperto presto, sarebbe stato per tentare di scheggiarne l'irriducibile, orgogliosa indipendenza. Quasi intimorita dalla sua dignità adornata di un riserbo quasi innaturale, Sarah si sarebbe scoperta premurosa esecutrice di compiti semplici,
che avrebbe eseguito con una gentilezza della quale lei per prima non aveva mai avuto coscienza di essere portatrice. Resa invalida da un'anemia perniciosa, complicata da un attacco al cervelletto e da un'incipiente artrite che, a suo dire, le crocifiggeva le mani, la signora, infatti, le esternava
solo la malinconica impotenza derivatale dal non poter esercitare più le sue passioni innocenti, che per una vita l'avevano accompagnata, distraendola dalla pressione costante dei suoi numerosi impegni. Prima aveva dovuto abbandonare l'equitazione, poi l'adorato vino, poi il ricamo
e il merletto; infine anche lo sfogliare i suoi album di francobolli, rigorosamente classificati negli anni con accurata, quasi maniacale precisione, le era divenuto troppo penoso. Data la sobrietà dell'arredamento della seppur comoda dimora, la pressoché totale assenza di ninnoli, di cristallerie
e di quant'altro avrebbe potuto ingombrare l'abitazione di una donna di quell'età e quella levatura, la ragazza si trovava spesso a esercitare su di lei delicate pressioni affinché quegli innocenti passatempi potessero rivivere, per interposta persona, tra le sue goffe dita spaccate dal lavoro della
terra, deformate dall'acqua gelata ma ancora veloci e agili. Così sfogliare la raccolta dei preziosi francobolli americani commemorativi diventava per entrambe un prezioso momento di raccoglimento. Era quasi commovente ascoltare la signora, che mai nulla di personale concedeva della propria privata memoria, raccontarle la storia di un piccolo topo in mutande rosse, dell'enigmatica stella svedese dal nome suggestivo, "Greta Garbo", del giovane cantante dagli occhi color ghiaccio, sospettato di colludere con la malavita organizzata… Anche la noiosa arte del tombolo a fuselli le era diventata pian piano familiare e interessante, e dolce l'eseguire le scarne indicazioni della signora, che preferiva insegnarle a formare i suoi disegni ancora irrealizzati,
piuttosto che costringersi davanti al largo specchio del soggiorno a eseguire i suoi esercizi per le gambe. "Non ho voglia di guardare questa vecchia, lasciami guardare te, piuttosto…", e Sarah, pur dispiaciuta di non poterla assistere doverosamente come avrebbe dovuto, si rassegnava a distogliere Anna dallo specchio, versarle mezzo dito di vino pregiato, per condividere con lei quella
inimmaginabile, quasi pietosa trasgressione. Complicità. Qualcosa che assomiglia troppo pericolosamente all'intimità, al calore, a un vago senso di familiarità, una sensazione
di benessere e sicurezza che mai avrebbe pensato di incontrare all'interno di un lavoro improvvisato, dove ogni sgradevolezza era stata messa in conto. Eppure come altro
definire quegli improvvisi incontri di sorrisi che sfuggivano impudentemente alla severità del loro vivere quotidiano? Un vivere quasi ascetico, scandito da silenzi monacali, frugali
pasti condivisi rapidamente, anche per sua insistenza, poiché la signora sembrava inizialmente ostile anche alla minima forma di contatto personale. Ma qualcosa, attraverso la burbera distanza iniziale, aveva presto cominciato a renderle vicine. Forse le numerose notti passate sotto temporali
insistenti, la strana scoperta di prediligere cibi semplici come il pane di segale, la marmellata di arance amare, la carne bianca passata appena nella farina.Sarah si era resa conto che la signora sembrava provare quasi piacere nell'attribuirle compiti progressivamente più impegnativi, come riordinare la scrivania o rispondere al telefono, per esercitare una facoltà che lei più di ogni altra
sentiva di aver appreso nella sua breve e infelice esistenza:quella della negazione.
"La signora non può venire… È inutile che riprovi a telefonare… Mi ha pregata di confermarle l'assoluta impossibilità di riceverla… La prego di non insistere…"
Frasi come queste erano diventate dunque per lei una sorta di quotidiano esercizio spirituale, che eseguiva con compunta attenzione e crescente sussiego. Ma le telefonate non accennavano a diminuire, anzi: psicologi, giornalisti, speaker radiotelevisivi, ammiratori, semplici curiosi, la met
tevano ogni giorno in contatto con un mondo sconosciuto, mai nemmeno incoscientemente desiderato, per giunta in una posizione di asimmetrica superiorità, che le regalava ogni volta una sorta di misteriosa soddisfazione, simile al gusto di un'insperata rivalsa sulla vita stessa. Eppure anche Sarah avrebbe desiderato conoscere qualcosa in più della vita della signora da giovane, pensava, spolverando quasi con reverenza l'imponente biblioteca che annoverava interi
scaffali di libri, il cui frontespizio recava il nome della stessa Anna e titoli a lei incomprensibili, tradotti in numerose lingue. Tutto ciò che aveva compreso si fermava a un'ingombrante
presenza di bambini in vario modo malati nella vita della signora che, per quanto lei ne sapesse, non aveva mai avuto figli propri, né un marito o un compagno di sorta. Evidenza che inquietava e rassicurava insieme la contadina irlandese, affamata di oltre sconosciuti, mascherati da un
costante e avido bisogno di silenzio. Un giorno, riordinando i cassetti di un'antica credenza,
le sue mani ferite erano cadute su di un vecchio album in carta patinata, rilegato in pelle bordeaux. Erano soprattutto ritagli di giornale, uno dei quali l'aveva colpita in particolar modo: "…Il suo tailleur di seta blu marina a pois bianchi aveva una piccola guarnizione a forma di v di pizzo sulla
parte anteriore della giacca, e portava un doppio filo di piccole perle annodato davanti…" aveva letto con la stentatezza che la sua scarsa educazione le concedeva. Così dunque vestiva Anna durante le sue conferenze americane! E chi mai sarà stata quella Dorothy che le stringeva forte la mano? Forse una sorella? Eppure no, il cognome era un altro, forse allora una sorella sposata? Ed era stato in quel mentre che il telefono aveva squillato, facendola sussultare e chiudere il
cassetto con un improvviso senso di colpa, simile a quello di un bambino che avesse casualmente avuto accesso a un archivio di famiglia, carico di ingombranti segreti.

2.
È forse proprio questa spiacevole, imprecisa sensazione di essere stata scoperta, a farle odiare sin da subito quella ragazza: è una giovane studentessa, Judith, che, da subito, suscita in lei un'immediata, incomprensibile antipatia. Forse perché da quella brumosa mattina di novembre, in cui aveva bussato al numero 20 di Maresfield Gardens, si era sentita la sola legittimata a farlo, da tempo immemorabile.Fatto sta che Sarah cova dentro di sé la sensazione di essere stata l'unica, a causa di qualche merito silenzioso o in virtù di una sorta di risarcimento assegnatole dal fato per le troppe
pene sofferte, a poter varcare quella soglia, l'unica destinata ad assistere quella che sentiva come assolutamente padrona, l'unica designata a tutelarne l'assoluta solitudine, le cadenzate pause.
Judith non deve avere più di ventitré o ventiquattro anni, i capelli tinti di un nero quasi bluastro, cortissimi, un gabbiano tatuato sul polso, troppi orecchini a forarle un unico lobo e qualcosa di eccessivamente ardimentoso che si riversa già nella scampanellata.
"Abita qui Anna Freud?" le domanda la ragazzina in tono frettoloso, facendo vorticare nervosamente una sequenza di braccialetti appuntiti di metallo, che le tintinnano lungo
il braccio non tatuato. Sarah scuote la testa senza parlare, accingendosi frettolosamente a richiudere la porta, compresa del suo ruolo di guardiana del tempio, lo sguardo vitreo e ieratico mutuato dalle divinità ferine contenute nello studio, mentre l'altra infila rapida un piede nella fessura dello stipite e Sarah non può fare a meno di rivolgere uno sguardo di riprovazione al suo pesante stivale borchiato, di logora pelle, forse anni prima di colore nero. Si domanda rapidamente tra sé e sé se quella creatura invadente e aggressiva non sia anche pericolosa, se non nasconda alle sue spalle qualche amico più robusto e armato di cattive intenzioni, ma qualcosa di non meno minaccioso,
tremante e quasi disperato nello sguardo le fanno allontanare rapidamente quel pensiero. Ha sentito parlare di bande giovanili dai nomi per lei privi di senso, quali ‘dark', ‘punk', ‘new romantic' e simili, sa che molti di loro sono assolutamente innocui e passano il loro tempo a bighellonare,
dediti alla musica e alla birra; sospetta ne esista anche qualche frangia meno rassicurante, che annovera componenti pronti ad azioni illegali pur di procurarsi una dose di stupefacenti. È forse questa la ragione di quell'abbigliamento logoro ma curatissimo nei suoi dettagli? Del lieve
tremito delle lunghe dita nodose, quasi maschili, dell'altra? Sarah pensa che probabilmente, dietro un'apparenza che sembra separarle di almeno mezzo secolo, entrambe hanno la stessa età, e che ciò potrebbe bastare a renderle, in un modo ancora sconosciuto, rivali. "Ho scritto numerose lettere, ho anche provato a telefonare un miliardo di volte, ma non ho mai avuto una risposta!"
"Signorina… Mi dispiace, forse ha sbagliato abitazione…" – la sua natura di giovane contadina si nutre di quell'appellativo zampillato improvvisamente da qualche oscuro recesso della memoria, appellativo talmente inappropriato da risultare mortificante.
"Non mi freghi sai? Tutti a Londra sanno la storia di questa casa e di chi ci abita!" replica quella aggressivamente,e poi, a sorpresa, aggiunge con tono quasi implorante: "Per favore, devo vederla almeno un attimo…" "Per quale motivo?" "Prima di tutto perché l'ho sognata!"
Sarah si trova talmente spiazzata da quell'affermazione insensata, pronunciata con un'intensità insolitamente dolorosa, che sa rispondere semplicemente: "Mi dispiace, non insista".
La ragazza sfila il piede dalla porta, per poi colpirla lateralmente con un calcio, lasciandovi i segni scuri della suola. Poi, come rendendosi conto solo dopo dell'inusitata violenza di quel gesto, si affretta a sputarsi su di un palmo, per subito sfregarne via le tracce.
"Non volevo, non volevo" pigola adesso, ma Sarah pensa che abbia passato la misura e che finalmente esiste un valido motivo per esternare tutta la rabbia che quel brevissimo
colloquio le ha suscitato. "Ci penso io, ma adesso vada via o chiamo la polizia, e non si faccia venire in mente di tornare mai più!" grida perentoria. Richiude la porta, pensando a quanti inutili balordi popolino la città, mentre l'altra corre via furiosa. "… Solo qualcuno che aveva sbagliato indirizzo", spiegherà alla signora, che sicuramente le avrebbe domandato chi fosse.
Anna invece non le chiede nulla, ha dormito profondamente, come comincia a capitarle da qualche giorno, e si è alzata con la mente confusa: "Sono una patetica balorda, lo sono sempre stata…" mormora, per poi accasciarsi silenziosa davanti alla televisione.

3.
Dalla stanza accanto proviene il consueto russare leggero, composto, rassicurante. La ragazza percorre a piedi scalzi il corridoio, dirigendosi verso la porta del bagno, per raggiungere la quale dovrebbe oltrepassare lo studio, colmo di quelle sgradevoli presenze. Un raggio chiaro di luna filtra
dallo spazio tra le tende purpuree, illuminando la stanza di una luce biancastra e densa, che sembra ritagliare in strane forme multidimensionali tutte le statue contenutevi. Come in un macabro gioco di ombre cinesi, Sarah ha l'impressione di vederle muoversi e danzare, in un circolo sempre
più stretto; lo stesso lettino che tanto la aveva incuriosita, il tappeto dagli allegri arabeschi, le appaiono d'un tratto come un funereo catafalco, pronto a ingoiarla. Si porta una mano alla gola e subito richiude la porta. Chi era stato veramente l'uomo che lavorava in quella specie di museo? Lei aveva sentito dire che fosse un grande dottore, ma cosa curava esattamente? E perché era la sola
persona di famiglia che Anna a tratti nominava, con empiti di nostalgia talmente intensi da lasciar pensare che quel padre fosse l'unico essere umano che lei avesse veramente amato?
Anna stessa… come aveva condotto la propria vita, perché non si era mai sposata né aveva avuto bambini? Come mai nessuna fotografia, se non quella dell'anziano Sigmund, restava esposta nell'ampia dimora, e ancora, chi era mai quella donna accanto alla quale era sembrata, probabilmente per lungo tempo, così intimamente felice? Poi, perché tutti quei libri? Era mai possibile che un essere umano, tanto più una donna, potesse davvero averli letti tutti? Averli scritti? A cosa serve un libro in fondo? Cosa c'entra con la vita? Lei non ne aveva mai letto nemmeno uno tutto intero, ma intuiva che anche un libro potesse aiutare forse a nascondersi, a dimenticare. Tutto ciò che le è sembrato poco interessante fino a quel momento le accende ora, nell'inquietudine di quella notte tranquilla, agitata soltanto dal frusciare delle foglie del giardino lì fuori, una inedita,
bruciante curiosità. Quelle stesse stanze, che le ispiravano una pace sconosciuta, i mobili antichi ed essenziali, i loro troppi cassetti che mai aveva osato avvicinare, le sembrano il deposito di segreti ineludibili, senza conoscere i quali la sua stessa povera vita ignorante non avrebbe avuto più alcun
senso, se mai ne avesse avuto uno. Sarah va in bagno, si sciacqua il volto pallido e chiazzato da strane macchie, frutto dell'ansia, torna indietro verso la porta di casa, la socchiude, spia fuori, in cerca di qualche minaccia in agguato, possibile causa di quella improvvisa irrequietezza, ma la strada è silenziosa e immobile, regolarmente rischiarata dall'ampia luce dei lampioni. Resta
qualche istante a contemplare l'armoniosa asimmetria di quelle particolari orchidee, capaci di fiorire anche in quel clima insolito per loro. Che strana pianta, l'orchidea: un parassita di straordinaria eleganza, le radici nell'aria… Una contraddizione in termini, petali talmente fragili su di uno stelo robusto come un tronco, una fatica improba per fiorire e talmente poco tempo per godere dell'aria, dei raggi solari, una scommessa con la vita stessa, in fondo, riflette Sarah, sorpresa di pensarci. Un parassita così elegante da non sembrare tale. Qualcosa di quel fiore la fa pensare a sé, che certo elegante mai si è sentita. Poi ammira il lievissimo stormire dei fiori che rifrangono di candidi bagliori notturni, fino a che una nuvola non le appanna il bel quadro.


4.
Londra, 12 settembre 1982.
Cara Anna, perdonami se mi sono permessa di regalarti delle rose ma è come una rosa nel deserto che ho vissuto la chiacchierata di ieri tra di noi, forse per te totalmente insignificante e pure un po' fastidiosa. Probabilmente a te di me non importa niente e magari la mia presenza ti risulta anche un po' irritante, invece la tua per me è quella di un angelo. Io ho sempre amato quello che scrivevi, forse mi prenderai per pazza e non me ne importa veramente niente, sai? Ho imparato da piccola che bisogna un po' fregarsene di quello che la gente pensa di noi, tanto alla fine pensa sempre male anche quando fa vedere il contrario. Sto attraversando un periodo veramente difficile della mia vita, ho paura di tutto e anche se non sembra, sono molto confusa, anzi, probabilmente lo sembro anche. Non sono mai stata una persona molto felice, ma in questo momento è peggio perché pensavo di avere trovato finalmente l'amore e invece non era vero o forse non era semplicemente come credevo e speravo. Ieri mi hai parlato tantissimo della tua infanzia e per me è stato un regalo pazzesco, che a malapena ci potevo credere, avrei avuto anche tantissimo bisogno di parlare di me, ma non era proprio il caso, anche se in così tanti momenti ti avrei voluta interrompere, che mi sembrava proprio di scoppiare. Ho avuto un'infanzia orribile, ma adesso non è proprio urgente parlare di questo, solo che pensavo di avere imparato a stare benissimo da sola, a proteggermi e a organizzarmi, ma quando ho incontrato Helen mi sono accorta subito che non era vero per niente. Lei è bellissima e se la vedi sembra assolutamente il contrario di me: è bionda, molto delicata e gentile, io non pensavo che avrebbe mai nemmeno guardato una come me, invece lo ha fatto e mi ha anche baciata. Era la primavera scorsa, abbiamo passeggiato un po' ubriache sulla riva del Tamigi, io ho provato a baciarla e lei ha risposto! È stato il momento più bello della mia vita, sai? Anche una dura e un po' rozza come me ha sentito suonare i violini… Ma chi lo avrebbe mai detto che succedeva quando io mi inventavo le scuse all'università per chiederle gli appunti?! Invece lei mi ha detto che era proprio colpita da me e che anche lei aveva pensato di baciarmi, anche se mi ha tenuta in tiro per mesi, ha detto che era solo spaventata. Poi, quando ha mollato, ha mollato tutto insieme e fare l'amore è stato per tutte e due il paradiso. È incredibile dopo che sei stata tutta la vita separata da un vetro da tutte le cose scoprire che due corpi possono fondersi e squagliarsi come caramelle, così dolci, e perdere il senso del tempo e anche il tempo del senso…Forse a te queste cose non interessano molto, si vede che nella vita hai deciso così e, anche se mi dispiace, capisco che non ti va molto di parlarne… ho letto che eri un po' irritata quando
ti arrivavano in cura gli omosessuali che non si accettavano perché questo poteva essere di molta resistenza alla terapia, quindi ho pensato che volevi si accettassero, e che insomma tutta la questione non costituisse poi questo grande dramma per te… ma questo non è il mio problema, il mio problema è l'amore, io con Helen stavo benissimo ma adesso lei dice che è un po' confusa, che non sa quello che vuole e che comunque vuole avere dei bambini e con me sarebbe impossibile anche perché la soffoco e a me si è spalancato dentro l'inferno. Sono stata così male che lei ha detto che forse è il caso di non vederci per un po', ma io se non la vedo sto ancora peggio, allora che devo fare? Mi sembra di diventare pazza, e non me lo posso permettere: io devo laurearmi, devo andare via dal mio schifo di casa, devo trovare un lavoro e diventare molto più felice
di quanto sono mai stata fino adesso, ma come si fa? Come è possibile che io diventi felice senza Helen? Tu mi dirai ‘Ma io che c'entro?!'... E io non ti so rispondere esattamente, malo sento, lo sento benissimo che tu puoi aiutarmi, spero di non averti spaventata, so che nella vita hai
visto molto di peggio. Ti prego non cacciarmi anche tu, lasciami entrare, scusami se ti sto dando del tu ma come potrai immaginare non potevo raccontare cose così in un'altra forma, giuro però che quando ci rivediamo la smetto!
Judith

5.
Tramestii leggeri alle sue spalle la fanno trasalire.
"Sarah, cosa succede? Che fai qui?" – lei avrebbe preferito piuttosto che il più temibile dei grifoni si fosse sinistramente animato per avventarlesi contro a fauci spalancate.
"Signora, mi scusi, non riuscivo a dormire…"
"E cosa fai qui?"
"Io… Io, ecco, pensavo di cercare… Un libro!"
"Un libro? Qui dentro? Tra i tomi di filosofia e teologia
di mio padre?" Sarah non sa cosa dire e si lancia in un goffo: "Ammiro
tanto la sua famiglia, signora…"
"O forse il nostro piccolo scorcio di follia quotidiana ti
ha agitata più di quanto non vorresti ammettere?"
"Cosa avevano tutti i suoi bambini?" . L'altra, a sorpresa, con un interesse sincero nella voce
rotta dall'imbarazzo: "I miei pazienti, dici?"
"Sì…"
"Varie malattie della vita, credo… Ma tu cosa ne sai?"'
"Niente, è che pensavo, stanotte… Ma che significa
esattamente, cioè, ‘della vita' come ci si ammala?"
"Ognuno a modo suo, ma l'importante, sai, è che tutti
possiamo guarirne…"
"Lo crede davvero?"
"L'importante è trovare una vita che ci appartenga, non
importa da dove veniamo…"
"Lo pensa davvero per tutti?"
"Vi ho dedicato la mia, di vita… E forse è quello che ho fatto anche io per me stessa".
"Perché, era malata?" Anna ride.
"Mi scusi, non volevo…"
"Non ti preoccupare: ero viva, questo sì".
"Guarirà anche quella ragazza, Judith?"
"Solo se lo desidera veramente, credo. Per guarire dobbiamo rinunciare a tanto, a tutto quello a cui siamo stati abituati, che ci ha permesso di andare avanti quando non potevamo fare altro, ma che poi invecchia, e diventa una trappola. Rinunciare è la parte più difficile, non tutti ne sono capaci".
"E lei a cosa ha rinunciato?"
"A un gran numero di possibilità, credo, ma non ne sono pentita, solo che mi sento molto stanca e saperti qui da sola in compagnia del fantasma di Siggie mi agita un po'… cosa ne diresti di tornare a dormire?"
"Mi scusi tanto, ci provo".
Anna la vestale spegne la luce del tempio e, fiaccamente, si avvia verso la sua camera senza guardarsi indietro. Sarah la segue con discrezione, preoccupata delle lunghe ore insonni che la attendono.

6.
Se fosse stata una sua paziente in terapia, Anna avrebbe saputo che le esternazioni della ragazza l'avrebbero comunque aiutata a verbalizzare i pericoli esterni e interni, gli affetti terrorizzanti che il suo io debole e indifeso non era in grado di armonizzare. Sicuramente si sarebbe appropriata della formulazione letterale delle sue interpretazioni analitiche, intessendole in un flusso crescente di fantasie ansiogene. Così direbbe un manuale, così direbbe lei stessa che di soggetti del genere tanto
ha scritto nella sua vita. Ma la verità è che Judith non è in cura da lei. Nessuno è in cura da lei già da parecchi anni e lei stessa per prima fatica a prendersi cura di sé. Anna continua a dirsi che si sente in un momento della vita in cui ciò che conta è godere delle piccole abitudini quotidiane,
ripassare con serenità gli automatismi rassicuranti, godere di gioie passive come un libro divertente o una buona crostata, inserire minuscoli gesti creativi all'interno di trame già note, come in un disegno a telaio. Ma allora perché si è fatta trascinare in un progetto così intimo come il racconto
di sé da qualcuno che l'ha avvicinata per scopi pretestuosi, deliranti? Anna faticherebbe ad ammetterlo anche a se stessa, ma c'è forse qualcosa nella follia della ragazza che le ricorda il suo lato in ombra, la parte inquieta mai affiorata alla coscienza per scarso permesso di aria. Da un lato Judith, la sua avidità, la sua irruenza, la sua brama continua di un infinito impossibile, dall'altra Sarah, enigmatica come una sfinge, rassicurante solo in apparenza, come le acque scure di un lago in inverno. Due facce alterne di se stessa, entrambe incomplete, entrambe diversamente inquietanti. D'altro canto, è così che si vive quando ci si trova da soli: accontentandosi degli scarti degli
altri, accogliendo ciò che la vita propone perché, come un rapace l'odore del sangue, essa fiuta l'inermità, l'incapacità di solide scelte alternative. La solitudine sembra rendere forti, ma in realtà indebolisce. Eppure lei non può certo dire a se stessa di essere una donna che non abbia saputo
scegliere. Attraverso numerose non scelte, anzi, può dire di essere riuscita a setacciare per sé tutte le pagliuzze dorate di cui aveva realmente bisogno. E una preziosa pepita, Dorothy. Difficile parlarne, raccontarla, spiegarla, e lei, che ha dedicato la sua vita all'analisi, trova ora nella sua memoria
le immagini dolci e fluide di un incontro di sintesi. La sintesi era stata lei, Dorothy; la sintesi, in una vita, è quell'alchimia per la quale non si ha quasi mai bisogno di spiegare perché tutto già è intuito.




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