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L’icore umano


L'icore: sangue degli dei e liquido secernente dai tessuti cancrenosi, ecco di cosa è composta l'umanità la cui natura appare divina nelle manifestazioni dell'arte e della cultura e corrotta in quelle della violenza e dell'egoismo; ma anche nella malattia, nella fragilità. L'uomo è divino e imperfetto nella sua doppia natura. Così il protagonista di questa storia, chiuso in una sorta di autismo volontario, è legato al mondo dai ricordi, ma allo stesso tempo ne è allontanato dalla paura.

Editore:
Amazon

Genere: Fantastico

Estratto:

Mi sono ritrovato nel mondo.
Il luogo in cui stavo prima non lo capivo, ma mi piaceva. Avevo una vaga percezione del mio intorno: uno spazio che prima si contraeva e poi si dilatava; mi potevo muovere, ma non sentivo il bisogno di farlo, stavo sospeso in un tepore costante. Intorno a me spesso si sentiva parlare. Una voce femminile cantava: non era come le altre voci, ovattate e distanti, mi rimbombava dentro e tutto vibrava; faceva battere più forte il mio cuore. Che dire? Quella era voce di angelo e io sorridevo al sentirla.
Ero felice in quel luogo, poche volte inquieto, come quando lo spazio interno cominciava a muoversi e ballonzolarmi, o la voce giungeva con una nota di tristezza, allora, avrei pianto anch'io. Però non piangevo e subito la voce si riscuoteva, si faceva forza e tornavamo a essere felici, io e lei.
In quel luogo in cui stavo, a consumare avido la felicità, ogni dolore o malumore era attutito dal liquido in cui ero immerso: dalla sacca che delicatamente mi proteggeva. Non avevo bisogno né di mangiare né di bere, ero un po' angelo anch'io, sempre sazio, privo di necessità. Non sapevo cosa fossero i colori, però ero in grado di vederli, di infondermi in loro. Improvvisamente davanti a me esplodeva il giallo, a volte il rosso, il blu e il mondo non aveva forme, solo quei fulgidi bagni di diversa gradazione.
Così le mie giornate trascorrevano identiche alle notti, se non per una maggior tranquillità durante le seconde. Facevo dei sogni, ma non avevo coscienza di cosa fossero; a volte erano i miei, benché più spesso mi arrivavano da altrove e anche per questo non li potevo capire.
Il tempo era una culla e il pensiero una coperta, in entrambi io dormivo placido e soddisfatto.
Quando invece venni scaraventato fuori, non so cosa mi è preso, ma ci sono rimasto male. Un sentimento di beanza si è impadronito di me, stordendomi. Nessuno mi aveva spiegato cosa stesse succedendo. Ed ecco mi sono ritrovato in un mondo che era del tutto diverso da quello che conoscevo. Le voci non provenivano più da un punto lontano, lievi al mio udito, bensì lo ferivano incombendo come accuse.
Ogni suono era un affronto.
Ma che luogo era mai questo?
Sbattere faceva male, avevo fame, freddo, sonno, eppure non capivo quelle sensazioni, non sapevo come farle cessare, né potevo spiegare a quelle voci cosa volevo. Che poi, mi avrebbero ascoltato? Mi sembravano così insensibili alle mie sofferenze! Così distanti che quasi mi sentivo di odiarle. Non le vedevo e forse loro non mi sentivano, per questo tacevo.
Nell'altro luogo non avevo bisogno di essere capito o di spiegare nulla, e pensare che non avevo voce. Invece, qui che potevo emetterla distintamente, era come se proferissi sordità.
È molto ciò che mi sono lasciato dietro, poco quello che ho portato.
Per questo volevo tornare nel luogo dal quale sono stato sottratto, una parte di me era rimasta lì e mi aspettava: mentre quest'altra si è trovata imposta la vita.
Com'è stato duro crescere, vedere il mio corpo seguire strade diverse dal mio pensiero: tante volte mi sarei voluto ribellare, ma avevo già perso il contatto con il mondo. I bambini della mia età non capivano, non ascoltavano la mia anima che gridava loro: "Che ci fate lì? Andate via!" Loro ridevano, facevano strani giochi, si rincorrevano, si picchiavano. E la parte di me che io aspettavo e allo stesso tempo inseguivo, ottusamente li imitava.
Non ho più sentito mia madre cantare, perché ha smesso di farlo? Quella voce, io avevo bisogno di quella voce e invece lei non cantava più e anche quando la sentivo parlare, era triste.
Neppure io riuscivo a esser felice e mi perdevo, mi perdevo dentro me stesso, estraneo al mio corpo, nel mondo che non mi voleva e non amavo.
In tutto questo perdermi ero stato lasciato solo.
Perché mi hanno abbandonato? A me non piace la solitudine, lei non canta mai. Nessuno mi ha mai preso in braccio e portato via dalla solitudine. Nessuno ha più cantato per me, mi ha coccolato, abbracciato...
Spesse volte ho paura e mi guardo intorno, ma sono solo, nessuno può raggiungermi né tenta di farlo. Solitudine e timore mi fanno accucciare in un cantuccio lontano, in cui non esistono rumori, non vi è dolore, non ci sono colori, sogni, e nemmeno persone: tutto vibra di tacito assenso. Quel luogo solitario e misterioso in cui sto rinchiuso è come una dimora per me, e se anche mi cercassero, lì non mi troverebbero. Anzi, alcuni che dicono di sapere dove sono, mi guardano con espressione ebete, senza scorgermi.
La mia esistenza è presunta e non consensuale, perciò è preclusa a chiunque, e ancor più a loro.
Quanti di voi hanno dato il consenso senza saperlo: ora lo ritirerebbero! Ma non si può tornare indietro. Ogni errore compiuto ha messo radici nella nostra vita e non vi è modo di estirparlo.
A volte sento la pioggia, la odo cadere e sarei pronto a dire che mi precipita dentro, se fossi capace di ammetterlo.
Quando sento piovere mi lamento.
L'acqua mi fa sempre questo strano effetto, non riesco mai a capire se è paura o è amore, ma nel dubbio mi metto a gridare, mi tappo le orecchie cercando di non sentire i tuoni, e quando un fulmine illumina il cielo, chiudo anche gli occhi. Di solito, facendo così, dopo un po' passa, ma certe volte peggiora; perché intorno a me si appressano ombre che con le loro voci fanno aumentare il mio turbamento, in quanto le loro parole non mi raggiungono e le loro rassicurazioni a me sembrano minacce. Questa ubiquità mi spaventa.
Dov'ero prima mi circondavano percezioni talmente concrete e certe che non avevo bisogno d'altro – e allietato da quella voce che mi cantava tutt'intorno facendomi vibrare fin nell'anima – non ero schiavo di alcun bisogno...
Non so se mi cerca ancora quella voce, certo non canta più.
Avessi almeno qualche amico a tenermi compagnia, e invece, nemmeno la mia coscienza lo fa, rifugge da me come se fossi un appestato. Anche il resto del mondo si tiene discosto, tra noi si spalanca un abisso, e io non posso che guardarlo dal di là della frattura che ci divide.
Anche tra me e i miei genitori c'è questo squarcio. Quando mi guardano, non guardano me, ma il mio involucro, il mio corpo vuoto e abbietto. Quando mi ascoltano, non sentono le mie parole, ma i miei rantoli di animale.
Vorrei arrivare a loro con i miei pensieri più veri, poi mi rendo conto di non essere all'altezza di esprimerli, né loro sono in grado di comprendere. Quante verità indicibili ci sottraiamo ogni giorno, quante bugie, maschere, perversioni e errori ci travolgono. Credo sia così un po' per chiunque e ogni volta che ci rapportiamo con gli altri ci rendiamo conto di una distanza incolmabile. La vista e l'udito ci ingannano e l'interpretazione, che è sempre impossibile, varia a seconda della nostra rispettiva sensibilità. Come possono, dunque, due persone in simili condizioni capirsi? E un'intera umanità?
Per me è persino peggio, perché non ho accettato in alcun momento le condizioni che agli uomini sono poste alla nascita.
Non so intendere i silenzi, o apprendere dall'esperienza, mi distacco da entrambi perché so che mi farebbero del male. Questo è l'unico modo che conosco per non soffrire, per non fare interpretazioni sbagliate, per non illudermi ogni momento.
So che c'è qualcosa di profondamente sbagliato nell'essere uomini e nell'ostinarsi a utilizzare il linguaggio per capirsi. Non mi fossi rifugiato in questo luogo non sarei riuscito a sopportarlo.
Percorro con la memoria le vie del tempo incontrandone ogni singolo abitante. Sono angeli anche loro e non meno persi di me, che non riescono a confidarsi.
Questo fluire del tempo, per me, è un trasecolare continuo in contigui attimi che mi lasciano attonito, e se nel suo trascorrere non riscontro un significato, io, a quale realtà potrò mai appartenere? Non sono uno di loro né uno di voi. Dove mi porterà la mia strada? Dove andrete voi?
Mi sento trascinato in un vortice dal quale non riesco a sottrarmi. Forse è tutto il mondo a esserci finito, in modi diversi. Eppure io credo che si possa ancora fare qualcosa. Si deve cercare una via d'uscita, la si deve trovare.
Per questo devo imparare a conoscere il male che ci affligge, a ognuno di noi per sua parte.
E quale potrebbe essere quello che affligge me?
Autismo.
Dicono che sono affetto da questo grave disturbo, una brutta malattia. Invece io credo solo di essermi scostato dal mio corpo, di essermi scisso in due.
Sono fuggito senza neanche voltarmi indietro, mentre il mio corpo piangeva distante, crescendo a suo discapito e a sua insaputa. Per fortuna non mi sono allontanato di molto: un filo quasi invisibile ci ha tenuti legati. Ed io ogni tanto ho potuto soffermarmi a osservare le mie spoglia e anche le vostre. Mi faceva bene farlo, perché più le guardavo, più mi convincevo fosse meglio non ritornarci. Mi sentivo felice dov'ero, di una felicità che altrove era impossibile. Eppure una parte di me si sentiva sepolta.

La terra tace. Buio, ma carico di lampi di luce, perché tenebre simili si aprono sempre in rapidi spiragli che squarciano il buio stesso, mostrando quanto vi era nascosto. La terra respira e lo fa senza fretta, si guarda dentro, a suo modo parla, mormora, ma senza parole, con scricchiolii e sfregamenti: respira ancora. Il vento vi alita ovunque, le s'insinua nelle viscere e fischia. La terra se ne riempe i polmoni ed è pregna d'acqua, di vita: vermi, insetti, muffe, funghi e batteri. Che silenzio! Fatemi ascoltare: lo sentite anche voi quanto silenziosa si faccia la vita? Nulla pare muoversi, eppure quanto movimento inconsulto, inarrestabile, nascosto, pieno di fiati che non sono tali.
Forse anch'io respiro, ma dell'acqua mi svuoto e dei pensieri. Sono sempre più secco, prosciugato di ogni linfa: il sangue non riempie più le mie vene e non mi scalda più come faceva una volta. Ho sempre più freddo e meno voglia di parlare. Mi fanno male le ossa e mi sento oppresso, non posso muovermi, il tempo mi divora, ne sento i morsi e i rimorsi. È doloroso il suo incedere sulle mie membra spolpate, ma ben peggiore è il suo retrocedere, per il mio animo tormentato. Dove mi trovo? Nello stesso posto di ieri, in quello di domani, di tredici anni fa e chissà ancora per quanto tempo. Vorrei muovermi anch'io. Sono l'unico a non poterlo fare: vermi, insetti e batteri sono tutto un contorcersi, strisciare e zampettare, mentre io resto immobile, quasi senza respiro. Da quanto tempo non mangio, non bevo, non ricevo amore? Sento di essermi perduto, di essermi perduto alla vita, perché lei si è scansata da me e rocce e terra mi hanno sepolto. Mi ha lasciato in questo antro, incastrato, non riesco quasi a parlare, se avesse potuto, mi avrebbe impedito persino di pensare. Invece i miei pensieri si muovono, non sono tanto aridi, svuotati di sangue; non sono così freddi, né gli piove dentro, respirano e sospirano loro.
Cosa mi tiene fermo allora? E cosa sono queste macerie che mi tengono sepolto? Tutta questa terra la cui pesantezza grava sulla mia mente?
È il mio corpo stesso!
Niente più di questo, è lui a tenere intrappolata la mia anima: ma perché mi opprime così? Devo trovare un modo per liberarmene, una ragione per accettarlo: questi due obbiettivi sono opposti solo in apparenza.
Mi sento in colpa verso questa mia incapacità di liberarmi e di accettare, forse chi mi ha donato la vita si sente in collera con me per questo, eppure io non so come fare. Vorrei poter rendere grazie al vivere, sussurrare nelle orecchie della vita in risposta alle sue preghiere e invece continuo a sentirmi imprigionato nel mio corpo, nei miei limiti umani.
Mi devo liberare, perché non la sento mia questa colpa, né la sento loro: la paura di essere uomo; né la sento di mio padre, o di mia madre: capisco bene il suo tremare, il più grosso brivido gliel'ho dato io nascendo.
Si può fare qualcosa per il mondo solo vincendo l'egoismo che ci è proprio – l'incapacità d'esser riconoscenti – e adoperandosi ognuno senza speranza di riceverne nulla in cambio.
Oh, mi accorgo ora che si sta svegliando, la parte più bruta di me, inizia con un ringhio, è un demone oscuro che mi sconvolge, lo sento nascere nel mio io più profondo e svilupparsi come un cancro. Divora le mie ossa dolenti, le mie carni idrofobe, passa per i miei polmoni decurtati d'ogni respiro. La mia pelle pare cuoio raggrinzito, incollata alle ossa, scura e livida, emaciata, e non mi sono rimasti che pochi capelli: sono una mummia di me stesso. Non assomiglio quasi più a un uomo e anzi vorrei finire di divorare quanto di umano è rimasto in me.
Emetto un rantolo e il cancro mi sale dalla gola, me ne esce dagli occhi, che mi si aprono e sono bianchi. Si apre anche la mia bocca, per farlo uscire quell'icore fetido e i miei denti sono neri, neri come la terra. Ancor più nero il mio cuore.
È ancora una volta la paura. Non può essere altro, è sempre lei ad abbruttirci tanto, a renderci dei mostri inguardabili. E come scacciarla? Dove trovare la forza? Forse nell'umanità stessa che ci rende deboli possiamo capovolgere il destino che ci appare avverso al nascere? Sì, deve essere proprio questo il segreto.
Utilizzo tutti i miei ricordi passati, quelli a venire, le memorie di mio padre e quelle di mia madre, le rimembranze ataviche in quello che è stato un lungo cammino nel dolore, che va verso l'eterno. Questo mi potrebbe spaventare, ma mi faccio forte della forza che hanno avuto loro, le generazioni che mi hanno preceduto e più forza daremo a chi verrà dopo.
Mi immergo nel mare, per poter vivere ho bisogno di ripetere il miracolo della nascita.
Se un tempo ho avuto timore, non ne avrò stavolta. Immergo le mie membra sudice e abbiette. Ecco nuovamente la placenta di mia madre e anche se non è davvero questa ad attorniarmi, si è creato tra me e lei, che mi sta vicino, un legame. Siamo in comunicazione, quasi come un tempo, e lei di nuovo mi capisce. Vede il mio sorriso davanti al mare e si rimette a cantare, era dalla mia nascita che non lo faceva.

"Dormi, ma alle tue orecchie arriva il mio cantare tanto atteso e lieto. Credevi di non udirlo mai più, invece ora ne ascolti di nuovo l'armonioso distendersi di note: vibra il silenzio e l'aria, mentre ti rimbalzano intorno.
Hai gli occhi chiusi e dormi.
Non so cosa mi passava per la testa quando ti ho portato qui. Per anni ti ho allevato nel pianto, consapevole che il giorno in cui ti partorii, forse perché timorosa di consegnarti al mondo, cedetti il tuo corpo, ma trattenni il tuo spirito. Ti avevo ancora dentro e fingevo di non saperlo. Non ho avuto il coraggio di lasciarti nascere e guardando le tue membra mi sentivo incapace, colpevole. Vedevo bene quel che ti avevo fatto, ed era forse peggiore di quel che avresti potuto subire dal mondo. Come mi sono sentita meschina e infelice!
Perché ti ho partorito solo in apparenza?
Forse non ero abbastanza matura, mentre ora che sono trascorsi tanti anni ci riprovo adagiandoti dormiente sulle onde del mare e cantandoti una canzone; l'ascolti rinchiuso nel tuo spazio fatto di liquido e sprazzi di colore. Vedi esplodere come un tempo il giallo, il rosso, e il blu. Questa melodia fa vibrare l'aria e l'acqua di una stessa perfezione, e ti è dolce, infinito e prezioso il canto, perché ti culla e ti ristora. In questo modo riuscirò a liberarti dei tuoi timori e dalla tua condizione, dalla mia e dalla loro.
Apparenta la mia voce al pianto, la felicità che mi colma. Ascoltala bene, lasciati guidare. Ora stai sognando, ma se ti svegli capirai che quella voce non è un sogno, tu la puoi raggiungere. Non senti come chiama invocando il tuo nome? Puoi risponderle se vuoi, ma prima svegliati: devi venire nel mondo e affrontarlo. Dischiudi le tue iridi e guardami. Nel chiarore mattutino che traspare, sulla superficie dell'acqua, vedrai il mio viso e ti sembrerà di adocchiare la vita."

Ed ecco che ogni paura, ogni tormento, è mitigato dal canto e dal rimembrare.
Sono venuto a cercare nel mare l'accettazione e la libertà, li ripercorro sulle note di questa melodia che mi danza dentro, e mi desto. Ormai sveglio, accetto il mondo; mi sento in quanto vivo liberato dal mio peso, e non è solo una sensazione presa in prestito dal fluido a rendermi leggero, ci sono anche tutte quelle voci inudibili dentro la mia testa, che fanno la mia storia.
Rivolgo un sorriso a loro e uno a mia madre e sento di essere nato in questo preciso momento, tra queste onde marine, e mi rallegro di appartenere alla razza umana: gravida di indicibili tormenti e forte di un immutabile passato.

Acquisto:
http://www.amazon.it/Licore-umano-Claudio-Piras-Moreno-ebook/dp/B00D9245AM




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