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L’INVERNO IN ESTATE


consiglio vivamente l'ultimo libro di Nico Bosio "l'inverno in estate": una metafora della vita, un viaggio dolce amaro che la rappresenta e che nella sua schietta realtà ci ricorda che tutto si deve guadagnare e che la vita non regala nulla. Ci sono persone che ti aiuteranno lungo il cammino e altre che cercheranno ti affossarti: mai scoraggiarsi ma cercare di andare avanti a testa alta insieme ai pochi compagni di avventura che realmente contano

Editore:
gentechescrive

Genere: NARRATIVA ITALIANA

Estratto:
PROLOGO
MILANO


Era una domenica mattina di luglio quella che vide Ramon, Miguel, Remedios e altri bambini più piccoli affrontare uno dei giorni più tristi della loro giovane vita.
Lo sparuto gruppetto di minuti volti segnati dal dolore si era radunato dietro le quinte del Circo, il più lontano possibile ma non abbastanza da destare sospetti.
Ramon, il più grande di loro, aveva preso in braccio la piccola Mimì, diventata improvvisamente molto più pesante del solito, e insieme ai compagni l'aveva portata in una piccola radura adatta al loro scopo: seppellire il corpicino della bimba.
Mimì era una delle più giovani artiste del "Cirque de Pétites Etoiles", ma la sua fortuna era finita prima di cominciare.
Il suo carattere già molto deciso le aveva giocato uno scherzo fatale... non c'era da scherzare con Raoul, ma lei aveva avuto paura, forse troppa paura di affrontare quell'estrema fatica: lanciarsi nel vuoto senza rete non era affatto tra le sue priorità a sette anni.
I suoi giovani amici si erano portati dietro delle vanghe e avevano iniziato a scavare proprio mentre un capriccioso raggio di Sole faceva capolino da dietro un'enorme nuvola grigia e tetra. Il cielo era rimasto plumbeo per tutto il giorno e minacciava temporale, ma questo non spaventava minimamente la combriccola di ragazzini radunati in quello strano rituale che volevano celebrare pur non conoscendolo affatto.
Nessuno di loro infatti aveva mai assistito ad un funerale, ma tutti avevano sentito il bisogno di seppellire Mimì, di darle una fine dignitosa dopo che Raoul l'aveva scaraventata senza alcun riguardo fuori dal Circo. Tutti sapevano che avrebbe lasciato alle cornacchie l'ingrato compito di disfarsi del cadavere.
"Non possiamo lasciarla lì così", aveva mormorato cupamente Ramon.
Tutti avevano compreso all'istante e, armatisi degli attrezzi necessari, si erano diretti in quella radura per inscenare un funerale improvvisato, senza preti né messe, ufficiato unicamente dalle poche parole che ognuno di loro si sentì di pronunciare in memoria dell'amica scomparsa. Poco importava che stesse già tuonando e che di lì a poco si sarebbe scatenato l'inferno... avevano un compito importante da portare a termine.
Finirono di gettare l'ultima vangata di terra sulla tomba quando il cielo non resistette e si squarciò facendo ricadere sul gruppetto una gran quantità di pioggia con gocce grosse come biglie. La ferocia del clima non distrasse neanche per un attimo i bambini. Solo Miguel si concesse un secondo per guardare il cielo e disse:
"Guardate, anche le nuvole piangono per Mimì".
Un tacito assenso serpeggiò sui volti bagnati.
"Io non conosco preghiere", concluse Ramon "ma spero che tu sia andata in un posto migliore".
Così dicendo, si voltò decretando la fine del funerale e tutti lo seguirono in silenzio, i capelli bagnati appiccicati al viso, in fila indiana verso il capannone del Circo. Il tempo stringeva e Raoul avrebbe potuto iniziare a porsi delle domande.
Decisamente, non era il caso né il momento di irritarlo di nuovo.
Il gruppetto lasciò quel luogo sotto la pioggia scrosciate. Nessuno si voltò indietro, tranne Miguel. Avevano già percorso diversi metri quando improvvisamente si era bloccato, non visto perché ultimo della fila, come se un pensiero improvviso gli avesse attraversato la mente. Fu la sua corsa verso la tomba appena scavata a destare l'attenzione degli altri.
"Dove vai?", chiese Remedios in un grido strozzato.
"Torno subito... voi andate avanti"
"Cosa ti salta in mente, Miguel? Lo sai che dobbiamo andare... o vuoi fare la stesa fine di Mimì?"
"Manca una cosa, è troppo importante", rispose il bimbo stando fermo sotto la pioggia.
Guardava dritto in faccia gli altri con uno sguardo che tradiva una forte determinazione.
"Davvero, faccio presto", ripeté mentre ormai le gocce gli colavano persino dalle maniche della giacca troppo grande per lui.
"E va bene, se è così importante per te... ma fai presto", sentenziò Ramon.
Con un gesto fulmineo, Miguel si chinò a raccogliere un rametto di legno e andò a piazzarlo al centro della tomba scavata poco prima.





















CAPITOLO UNO
NICOLE, MILANO


Pioveva forte quella domenica su Milano.
Nonostante fosse piena estate, quell'anno il caldo non voleva saperne di farsi avanti.
L'acciottolato scivoloso delle strade riversava l'acqua nei tombini della città, i quali non facevano che riempirsi per poi traboccare in continuazione.
L'asfalto di Corso Vercelli era lucido e pulito, o almeno così sembrava sotto la pioggia. Centinaia di persone a caccia di un bar aperto si affrettavano spintonandosi sotto i loro ombrelli grigi e neri.
Tutto era grigio e nero, soprattutto l'umore delle signore in tailleur e tacchi alti che rischiavano di rimanere incastrate nelle rotaie del tram tentando di attraversare velocemente la strada, non volendo aspettare che quel dannato semaforo desse loro il diritto di precedenza sugli automezzi.
Solo Nicole dava un tocco di colore a quella città triste e annoiata, come le era parsa fin da quando ci aveva messo piede. Era una ragazza di diciotto anni originaria di Montpellier. Indossava un paio di pantaloni larghi a strisce verticali colorate comprati il sabato precedente alla Fiera di Sinigallia, uno dei luoghi più pittoreschi di Milano tra quelli che aveva visitato finora. Sopra i pantaloni di tela, una margherita bianca che sembrava disegnata da un bambino spiccava su una maglietta rossa, e per completare il suo look una felpa patchwork larga e un pò sformata nascondeva la sua magrezza.
Nicole era arrivata in Italia due settimane prima in viaggio premio: i suoi genitori avevano voluto darle un incentivo per lo studio. Quell'anno era stata faticosamente promossa, arrivando a fine anno con l'acqua alla gola, e l'anno succcessivo era quello della maturità, quindi aveva promesso solennemente che si sarebbe impegnata fin dall'inizio per non rischiare brutte sorprese.
E così eccola lì, nel bel mezzo di Corso Vercelli, ad osservare la gente litigare con gli ombrelli. Lei invece se ne andava tranquillamente in giro sotto la pioggia lasciando che le grosse gocce che cadevano dal cielo le bagnassero i lunghi e folti capelli castani. Lei non se ne curava, non aveva mai amato proteggersi dalla pioggia, anzi, le piaceva quella specie di solletico fastidioso provocato da una goccia dispettosa che riusciva a intrufolarsi fino al collo.
Ripensò a quell'anno scolastico e al motivo per cui, per la prima volta dai tempi delle elementari, aveva rischiato di farsi bocciare. Si raccontò un sacco di frottole come: "Sto crescendo", oppure "sarà l'età", o ancora "forse è colpa di Stéphan...".
Già, Stéphan, il suo grande amore di quell'anno. Peccato che lui la maturità l'aveva superata a giugno, e così da settembre... addio Stéphan.
No, comunque non poteva essere neanche quello.
In fondo al cuore, Nicole sapeva bene cosa l'aveva allontanata dallo studio negli ultimi mesi: nel viaggio alla ricerca di se stessa aveva deciso di iniziare un corso di Mimo, tanto per fare una cosa diversa dal solito pianoforte o chitarra o danza che facevano tutte le sue amiche. Non era mai stata la sua passione, ma aveva visto un volantino per strada raffigurante Marcel Marceau in una posa buffa e la cosa l'aveva affascinata.
Aveva iniziato il corso senza nemmeno pensare di essere dotata, era solo un diversivo. Il suo insegnante ci aveva messo molto poco a intravedere invece in lei un grande talento e l'aveva spronata ad esercitarsi il più possibile per migliorare la tecnica e diventare un Mimo con i fiocchi.
Lei si era fidata e aveva seguito i consigli di Mathieu, arrivando a scoprire non solo di essere brava veramente, ma di avere una passione nascosta nel cuore, e così i suoi pomeriggi si erano riempiti di fatica fisica, provava le nuove tecniche per ore ed ore, da quelle iniziali di manipolazione tipo il bastone o il bicchiere, che non le erano nemmeno costate fatica, a quelle più complicate tipo le camminate o il volo.
Già, il volo, quella magia che solo il Mimo aveva saputo insegnarle. Il suo unico vero sogno da quando era bambina era sempre stato saper volare, ed ora, grazie al Mimo, poteva avere almeno la sensazione di farlo. Questo perché Mathieu le aveva insegnato di non fidarsi mai di quelli che dicono che i Mimi fingono, nooo, il Mimo vive profondamente tutte le emozioni che mostra e le restituisce al pubblico amplificate e sublimate dall'amore che l'interprete ci mette. Principalmente il Mimo ama, ama la sua arte, ama il suo pubblico, ama la nostalgia e la tenerezza che esprime, e vive profondamente tutto questo amore. Quindi il volo non era solo un agitare le braccia in aria cercando di imitare un uccello, ma significava sentire il proprio corpo librarsi in aria leggero come una piuma, non perdere neanche un istante di tutta quella meravigliosa magia, perché se perdi un istante, la magia finisce.
Ed ecco che la sua camera da letto era diventata una piccola palestra, lo specchio non serviva più per controllare il ciuffo ribelle che ogni mattina lei doveva domare, ma per verificare ogni minima sbavatura nella perfezione sempre crescente della sua tecnica, dei suoi gesti. Quando sua madre, preoccupata, le chiedeva da dietro la porta chiusa cosa stesse facendo, lei rispondeva, senza in realtà mentire:
"Sto studiando mamma", ma in quel momento la concentrazione si dileguava e doveva ricominciare tutto daccapo.
Ecco cosa l'aveva distolta dai libri di scuola, ma cosa importava? Aveva scoperto un mondo fantastico fatto di fantasia, amore, fatica e felicità.
Attraversando la strada persa nei suoi pensieri, arrivò in Piazza Baracca senza quasi accorgersi di dove la stessero portando i suoi piedi, finché un cartello rosso e giallo non attirò la sua attenzione:
"Ah, c'è il Circo", pensò leggendo l'intestazione dell'annuncio pubblicitario.
"Il cartello sarà vecchio, è tutto lacero!", si disse, ma questo pensiero le fece venire la curiosità di leggere le date in cui ci sarebbero state le rappresentazioni: diceva DAL 10 AL 17 LUGLIO.
Beh, era la settimana successiva: il cartello probabilmente si era lacerato a causa della pioggia. Continuò a leggere e vide questa scritta:
GRANDE SPETTACOLO! NOVITA' MOZZAFIATO! NUOVO SPETTACOLO DI TRAPEZIO ACROBATICO SENZA RETE!!
TRAPEZIO...ACROBATICO...SENZA RETE?!? Ma questo era fantastico! Molto molto più di quanto Nicole osasse sperare di vedere in vita sua! Qualcuno che volava DAVVERO! E senza protezione! Doveva assolutamente andarci.
Attese quella domenica freneticamente, quasi come se il suo viaggio a Milano non avesse avuto altro scopo che andare a vedere quello spettacolo. In realtà da anni si rifiutava di andare al Circo: non sopportava l'idea di animali selvaggi costretti a fare i pagliacci ed esibirsi in esercizi assolutamente fuori da ogni loro natura. Questo però, in un'occasione così particolare, per una volta poteva passare in secondo piano. Doveva studiare, doveva vedere come un essere umano può volare, volare senza ali, senza l'ausilio di attrezzi artificiali, ma solo affidandosi alle sue capacità.
Oh, era la cosa più eccitante del mondo!!
CAPITOLO DUE
MIGUEL, MILANO


Dietro le quinte del tendone da Circo, Miguel se la vedeva brutta.
Raoul era molto arrabbiato con lui, e questo era un pessimo segno, perché quando Raoul si arrabbiava, tremavano anche i muri. Gli artisti del Circo erano già passati tutti per quella terribile esperienza, e quando vedevano Il Capo, come usavano chiamarlo, diventare rosso in faccia e dirigersi verso qualcuno con aria minacciosa, beh, sapevano che poteva anche essere la fine per quel poveretto.
La piccola Graciela era stata l'ultima delle sue vittime: se la ricordavano tutti, distesa sul suo lettino bianco con il viso tumefatto e quasi irriconoscibile. Raoul era solito dare questo monito:
"Tutti siete utili, nessuno indispensabile", il che faceva capire bene a chiunque che avrebbe potuto essere l'artista migliore del mondo, ma Raoul non si sarebbe fermato solo per questo. Picchiava, e picchiava forte, di modo che i più deboli, o i più piccoli, a volte non ce la facevano e perivano a causa dei traumi subiti.
Naturalmente non esistevano dottori né ospedali, al massimo qualche benda e un pò di disinfettante, a volte scaduto, che qualche anima buona, impietosita dalle sofferenze di un compagno, applicava alle ferite inferte con ferocia dal Capo.
Nessuno osava ribellarsi a questa tremenda situazione per il semplice motivo che nessuno degli artisti era abbastanza grande da poter reagire. Infatti la peculiarità del "Cirque de Pétites Etoiles" era il fatto di essere costituito esclusivamente da artisti bambini.
Raoul aveva un sesto senso nel trovare orfanelli o ragazzini che vivevano in mezzo alla strada, costretti a procurarsi da vivere rubacchiando qua e là come dei furfantelli. La sua offerta era semplice e convincente: prometteva un letto caldo, cibo due volte al giorno e un lavoro sicuro. L'unica cosa che chiedeva in cambio era che imparassero un mestiere, per l'appunto, quello del clown, del giocoliere, del contorsionista o dell'acrobata, a seconda di quanto in quel momento gli necessitava.
Chi non era dotato, beh, tanto peggio per lui, sarebbe presto finito in un obitorio, tanto si trattava di bambini che nessuno avrebbe cercato. Inoltre, essendo come tutti i Circhi, itinerante, non era un grosso problema sfuggire alle eventuali indagini. Raoul poteva ammazzare e continuare a delinquere a suo piacimento, e questo lo avevano capito molto bene anche i bimbi più piccoli.
Si sa, quando la vita costringe all'arte dell'arrangiarsi, anche i bambini capiscono le cose da adulti, e le imparano velocemente.
E così Miguel stava per subire uno dei tanti attacchi d'ira di Raoul. Al solo pensiero gli tremavano le gambe, Raoul era enorme, o almeno così lo vedeva lui.
In effetti si trattava di un omone corpulento, sempre sporco, con una carnagione scura che lo faceva sembrare un orco agli occhi di Miguel; il naso era grosso e rotondo, spesso arrossato dall'alcool che Raoul ingeriva in gran quantità. La lunga barba e i baffi non facevano che accentuare l'aria minacciosa dei piccoli occhi neri e infossati dell'uomo, che, chino sul piccolo acrobata, stava perdendo bava e sudore mentre urlava in faccia al giovane artista che era un incapace, un inetto, che non sapeva come gli fosse venuto in mente di prenderlo con sé e altre sfuriate simili.
Miguel si faceva più piccolo che poteva, ma ormai aveva dieci anni e non suscitava più la compassione che ogni tanto i piccoli riuscivano a solleticare nel Capo. Inoltre Miguel lavorava per lui da sempre, e finora si era comportato molto bene: aveva sempre imparato i numeri senza fatica, avendo la fortuna di essere predisposto ad un simile esercizio fisico, e quindi non aveva mai dovuto passare sotto le sue grinfie, anche perché per Raoul, Miguel era un bambino un pò speciale. Era arrivato al Circo che era ancora un neonato. Quella volta Raoul aveva rischiato grosso: si trovavano a Montpellier per uno spettacolo, e una sera, sbronzo marcio dopo la performance, aveva iniziato a girare per la città senza meta. Ad un certo punto aveva scorto una famigliola felice in un ristorante con un bimbo molto piccolo. L'idea gli balenò nella mente all'istante: non aveva mai allevato un bambino fin dai primi anni di vita, e voleva fare l'esperimento. Seguì la famigliola che si stava apprestando a tornare a casa a piedi. Sfruttando il momento di distrazione che i genitori si concessero per aprire la porta e la figlia più grande per ripararsi dalla pioggia che aveva cominciato a cadere, aveva afferrato il bambino dentro la carrozzina e si era allontanato con rapidità felina. Non aveva nemmeno dovuto fare la fatica di trovargli un nome, il piccolo aveva un bavaglino con su scritto il suo: Michel, che Raoul ribattezzò immediatamente Miguel.
Ora però, il nuovo numero che Raoul aveva inventato era molto difficile e faceva paura: Miguel non era più da solo, ma c'era una bambina insieme a lui, la piccola Mimì, l'ultima arrivata. Era una bimba di soli sette anni. Raoul l'aveva adocchiata perché aveva un fisico molto longilineo e particolarmente armonioso. L'idea gli era venuta all'istante: un nuovo numero sul trapezio, nel quale Miguel avrebbe lanciato e ripreso più volte la compagna di sventura da un trapezio all'altro... il tutto senza rete di protezione.
Durante le prove di quest'ultimo numero, Miguel aveva avuto una piccola incertezza e Mimì era precipitata, per fortuna sulla rete che almeno durante le prove era concessa. Miguel temeva che Mimì fosse troppo piccola per quel numero e aveva paura ogni volta che la lanciava, ma soprattutto quando doveva riprenderla. Aveva il timore che lei non si sarebbe fidata... in fondo era con loro solo da poco tempo. Come poteva vedere in Miguel un compagno fidato?
Raoul doveva aver indovinato i pensieri del bambino e gli aveva già assestato due bei ceffoni, che avevano immediatamente arrossato il suo viso pallido e scavato.
"Perché non fai quello che sai fare, EH?" gli sbraitò in faccia.
"Sei diventato una femminuccia per caso?", continuò con voce cavernosa. Poi, addolcendosi, domandò:
"Cos'è che ti preoccupa, Miguel? Dillo a papà Raoul, non ti mangio mica", ma Miguel conosceva fin troppo bene quelle tecniche del Capo per farsi confessare le paure più profonde dei suoi artisti nei confronti dei nuovi numeri per poi decidere se erano superabili o meno. Nel caso decidesse che non lo erano, la fine era vicina.
"Niente", rispose quindi abbassando la testa, "starò più attento, lo giuro", disse guardando Raoul dritto negli occhi cercando di non mostrare il terrore che ne provava.
"Bene", concluse Raoul, "ma sappi che è la tua ultima possibilità, poi..." e accompagnò queste parole passandosi eloquentemente l'indice davanti alla gola.
La sera successiva il nuovo numero aveva debuttato a Milano. Il tendone era stracolmo di gente che si aspettava sì di vedere uno spettacolare numero di acrobazia, ma anche elefanti, cavalli, leoni ecc... insomma, tutto quello che di solito si vede al Circo.
Non piccola fu infatti la sorpresa generale quando uscirono due minuscoli clown. All'inizio tutti pensarono a due nani, ma ben presto fu chiaro a tutti che non potevano essere che bambini. La cosa divertì i presenti e il numero si guadagnò una gran quantità di applausi.
Lo stupore proseguì quando fu chiaro che anche il secondo numero, questa volta di giocoleria, era stato affidato ad un bambino di età non superiore ai dieci anni. Quando fu la volta del mago iniziò a serpeggiare una strana sensazione: sicuramente quei bambini erano molto bravi e pieni di talento... ma come mai, si chiedevano ormai tutti, non interviene un numero con gli animali... o con degli adulti? I numeri si susseguivano in rapida progressione. Si alternarono sulla pedana contorsionisti, ginnasti ai quali era affidata la creazione di piramidi umane, trampolieri e giocolieri.
I dubbi furono fugati definitivamente con l'ultimo numero, il più atteso: quello del trapezio acrobatico.
Sulla pedana del Circo comparvero due trapezi ad un'altezza di venti metri da terra. Quando scesero, fecero capolino due bimbetti, uno di circa dieci anni e una bimba che non poteva averne più di sette o otto.
Sfoggiavano entrambi un costume argenteo con strisce rosse sui fianchi, sfavillante e allegro, in totale contraddizione con l'umore dei due piccoli ginnasti, terrorizzati dal compito che li attendeva.
Si esibirono inizialmente in una serie di acrobazie sul trapezio come le capriole e i salti incrociati. Poi fu la volta del numero che più spaventava Miguel e Mimì: il salto mortale da un trapezio all'altro, che doveva essere eseguito da Mimì e coordinato da Miguel, il quale aveva il compito di riprendere Mimì dopo il salto mortale.
L'esercizio era di una difficoltà particolare, innanzitutto perché Mimì era troppo piccola per il salto mortale, e inoltre aveva imparato a farlo da poco tempo, essendo l'ultima arrivata, ma Raoul aveva giudicato che doveva essere lei a farlo, che era la persona giusta perché con Miguel aveva un feeling particolare. Fino a quel momento Miguel era stato l'unico trapezista, e Raoul voleva aggiungere un pò di pepe allo spettacolo.
Così, giunto il grande momento, quando cioè i due trapezi erano alla distanza esatta tra loro, Miguel gridò:
"Ora", ma Mimì non se la sentì, il suo cuore batteva all'impazzata e inoltre aveva commesso un errore tragico: aveva guardato giù, rendendosi conto di quanto fosse in alto. La prima cosa che viene insegnata ad ogni trapezista è proprio quella di non guardare mai in basso, ma Mimì sapeva di essere ad un'altezza esagerata per le sue capacità e per la sua giovane età, e l'occhio le era caduto prima che potesse razionalmente fermarlo.
Le era immediatamente girata la testa e aveva a malapena sentito Miguel darle il via. Passò un altro giro, e la seconda volta Miguel la esortò per tutto il tempo:
"Mimì, guarda me, guarda sempre solo me, andrà tutto bene", le urlava.
Al secondo "Ora" la bimba ebbe un'altra lieve esitazione, e quando decise di lanciarsi il momento non era più quello perfetto calcolato dal suo compagno.
Le sue mani sfiorarono le caviglie di Miguel, che non ebbe nemmeno il tempo di voltarsi a testa in giù per prenderla al contrario.

Tutto accadde in un istante.

Miguel vide il corpicino esile di Mimì precipitare sotto di lui per i venti metri che li separavano da terra.
Non emise alcun suono, né un urlo di dolore, né di paura.
Il tempo cessò di esistere. Lo spazio si deformò lentamente divenendo più largo, l'aria si fece rarefatta. Miguel udì unicamente il tonfo attutito dalla distanza quando il peso di Mimì poggiò con tutta la forza della caduta a terra.

Non sentì nemmeno i generali "Oooohhhh" e "Aaaaahhhh" di sorpresa e paura del pubblico, non lui, ma Raoul sì.

Miguel rimase immobile sul trapezio, gli occhi incollati a Mimì, che da quella posizione sembrava ancora più piccola e fragile. Le gambe avevano preso una forma del tutto innaturale e le braccia erano levate sopra la testa come per proteggerla.

Raoul si precipitò verso di lei proprio mentre il pubblico si alzava in piedi, incapace di credere che fosse davvero accaduto il peggio. Urlò qualche parola di incoraggiamento verso le tribune dicendo che andava tutto bene, non era successo nulla di grave. Blaterò qualche scusa e portò via Mimì in fretta e furia.
Qualcuno tirò giù il trapezio di Miguel, ancora attonito e incapace di muoversi. Fu fatto scendere a forza da Manuel, il braccio destro di Raoul, poi i due furono raggiunti da Ramon:
"Forza Miguel, muoviti, o Raoul si arrabbierà..."
"Non m'interessa", mormorò il bimbo, "non m'interessa"
"Beh, a me sì, uno al giorno può bastare... non trovi?"
E così aveva accompagnato Miguel nella roulotte destinata agli artisti.
Mentre la gente veniva fatta sfollare, Miguel e Ramon commentavano l'accaduto.
"Ramon, non l'ho presa"
"Non potevi, ha saltato in ritardo"
"Sì, ma io NON L'HO PRESA!! Le ho detto esattamente come doveva fare, le ho indicato il momento esatto, ma lei... ha avuto paura, lo sapevo che non si sarebbe fidata di me, era troppo presto... era troppo piccola".
"La colpa non è tua", stava terminando Ramon quando Remedios arrivò trafelata.
"Mimì... Raoul... aiutatela" riuscì soltanto a dire.
"Remedios, cosa succede?", intervenne Ramon.
"La sta buttando fuori dal Circo come se fosse spazzatura"
"Non possiamo permetterlo", dichiarò Ramon.
"Dobbiamo fare qualcosa ora, subito, intanto che lui è impegnato a distrarre il pubblico".
In effetti, Raoul in quel momento era molto indaffarato. Il pubblico aveva lasciato le sue postazioni e lui si era ricordato dei suoi giovani artisti solo quando li aveva visti radunati a piangere la morte di Mimì e aveva intimato loro di tornare immediatamente nelle proprie roulottes.
Il pubblico stava ormai scemando attonito, non sapendo cosa pensare o cosa fare. Tutti si stupirono che non fosse già intervenuta la polizia, ma si pensò che ci avrebbe pensato il personale del Circo.
Solo una ragazza era ancora seduta al suo posto in decima fila, con i pantaloni a righe verticali colorate e una maglietta rossa con disegnata sopra una margherita bianca. Non poteva alzarsi, era impietrita per l'accaduto, era come se i suoi muscoli si fossero improvvisamente atrofizzati.
Erano anni che non andava al Circo per non vedere gli animali selvatici maltrattati ed era stata felice di scoprire che quel particolare Circo usava solo persone, per meglio dire, bambini, ma anche questo non era poi così strano... era venuta al Circo per veder realizzato il suo sogno: un essere umano che vola veramente. Invece non solo il suo sogno si era infranto nel momento esatto in cui Mimì era precipitata, ma era anche pietrificata dall'accaduto: non poteva capacitarsi che il Direttore del Circo avesse permesso un simile numero con due bambini piccoli senza rete! Era assurdo, c'era qualcosa che non andava, e lei lo avrebbe scoperto. Era ancora immobile sulla sua sedia a rimuginare, quando si sentì afferrare da due mani gigantesche e forti:
"Signorina, deve andare adesso, ci pensiamo noi qui"
"Ma... come sta la bambina?"
"Sta benissimo", la interruppe Raoul in modo brusco, "ha solo preso una brutta botta, cosa crede, non è mica la prima volta che capita, sa?"
"Ma non è possibile, quel trapezio è troppo alto, e poi, ho visto bene la posizione in cui è caduta, era così... innaturale..."
"Ti ho detto di non pensarci, ragazzina, è tutto a posto, al massimo avrà una gamba rotta" e così dicendo la spinse a forza fuori dal tendone.
Poco convinta, la ragazza fece il giro del tendone per vedere se per caso scopriva qualcosa, ma non vide nulla. Si aggirò quindi furtivamente lungo il perimetro esterno e girò in tondo allargando sempre di più il cerchio. Ad un certo punto si trovò in una piccola radura erbosa al cui centro notò dei bambini radunati sotto la pioggia che continuava a cadere incessante da giorni.
Si avvicinò senza farsi notare e vide che uno di loro indossava un costume argenteo con le bande rosse sui fianchi. Capì immediatamente che si trattava dei bimbi del Circo, e comprese anche cosa stavano facendo: stavano seppellendo la loro amichetta. Ma allora era morta, come lei temeva. E se era morta, perché non le facevano un funerale ufficiale con la sua famiglia e gli altri membri del Circo? Era una cosa troppo strana... doveva capire.
Attese che il gruppetto terminasse la cerimonia, non voleva certo disturbare un momento così intimo, e attese ancora qualche istante quando li vide allontanarsi in fila indiana. Ad un certo punto il bimbo col costume tornò indietro di corsa per mettere un rametto sulla tomba a mò di croce, e fu lì che lei intervenne.
Avvicinò il bimbo senza fare rumore per non spaventarlo. I suoi amici lo stavano aspettando qualche passo più in là, si vedeva che avevano fretta di tornare. Gli si avvicinò da dietro e lo chiamò con un semplice:
"Pssst".
Spaventato, Miguel si voltò e la vide. Anche gli altri la videro e tutti capirono che erano nei guai.
"Andate, presto", urlò Miguel a mezza voce.
"E' troppo rischioso aspettare", decise Ramon, "andiamo".
"Ma..." protestò Remedios, "non possiamo lasciarlo lì così, e poi quella chi è-cosa vuole da lui?" pronunciò in un sol fiato.
"Non lo so, ma non possiamo andarci di mezzo tutti. Miguel ha rischiato troppo e lo sa, non possiamo aspettare oltre. Raoul non lo perdonerebbe mai".
E così si avviarono veloci verso il Circo.
"Chi sei?", domandò Miguel.
"Mi chiamo Nicole e voglio aiutarvi... ero allo spettacolo e ho visto tutto"
"Non è successo niente", tentò lui, ma subito si arrese alle lacrime.
"Non è successo niente", ripeté tra i singhiozzi, "a parte che ho lasciato morire Mimì"
"Mimì? Si chiamava così la vostra amica?"
"Sì, e io non l'ho presa"
"Ascolta..."
"Miguel, mi chiamo Miguel"
"Ascolta Miguel, io ti ho visto bene, e ho sentito che le urlavi qualcosa, era il comando per saltare vero? Quindi non è colpa tua"
"Era troppo piccola, ed era qui da poco tempo... aveva appena imparato il salto mortale"
"Senti, io non me ne intendo, ma non siete un pò troppo piccoli tutti per quello che fate?"
"Gli altri no, ma io e Mimì sì, almeno, è normale iniziare a sei sette anni, ma col trapezio basso e la rete, non quello da venti metri senza protezione. Questo solo perché quando arriviamo a dodici anni Raoul ci sbatte fuori come immondizia e chi si è visto si è visto... ma io ti sto dicendo troppo...", si riprese.
"Non preoccuparti, non ti tradirò, ma se è come dici, questo Raoul, chiunque sia, è un delinquente, bisogna fermarlo"
"Nooo, tu non sai di cosa è capace, quello ammazza pure te"
"Senti, ma per caso, è un omone grande e grosso con la barba?"
"E tu come lo sai?"
"Ha sbattuto fuori anche me perché ho chiesto notizie della vostra amica. Miguel, devi lasciare il Circo, subito, se è come dici sei in pericolo"
"Ma ci sono tutti i miei amici..."
"Penseremo anche a loro, ma ora tu devi scappare, ti porto via da qui", e senza lasciargli il tempo di rispondere lo prese per mano e lo allontanò da quel luogo.
Miguel non sapeva perché, ma si fidava istintivamente di Nicole, quasi come se la conoscesse, e lei, dal canto suo, non aveva mai provato un'empatia così forte per un bambino prima di allora, a parte... ma era durato solo pochi mesi. Nicole aveva tanto desiderato un fratellino, e quando finalmente era arrivato, quando lei aveva circa dieci anni, era stata una vera festa. Purtroppo si trattava di una ferita ancora aperta nella sua famiglia. Il piccolo Michel era stato rapito all'età di sei mesi e non era mai più stato ritrovato, nonostante avesse quello che gli inquirenti avevano definito "un segno distintivo" che avrebbe facilitato la sua identificazione. Infatti il piccolo aveva una cicatrice sul pancino, proprio sopra l'ombelico, che si era procurato tre mesi prima quando sua mamma aveva tentato per la prima volta di dargli un biberon. Stava per togliere il biberon dall'acqua del pentolino, quando, con Michel in braccio, si era distratta un solo secondo per voltarsi a rispondere al marito che l'aveva chiamata. Michel, a torso nudo e affamato, aveva iniziato improvvisamente un pianto disperato, e si dimenava come un'anguilla. Jaqueline fece una mossa brusca nel voltarsi e diede un colpo al pentolino del biberon, che si rovesciò appoggiandosi proprio sopra la pancia del neonato. Era rimasto un grosso segno rosso che col tempo si era trasformato in una cicatrice. Il pediatra aveva detto che difficilmente sarebbe andata via del tutto, ma essendo in un punto nascosto, non era grave.
Con l'andare del tempo Nicole si era rassegnata a fare la figlia unica, viziata e coccolata oltre ogni dire. Fortunatamente questo non l'aveva resa antipatica, perché non le piaceva questa sua condizione privilegiata, dentro di sé sentiva che in un posto lontano nel mondo non era sola, e a quel suo fratello scomparso mancava tutto quello che invece aveva lei in abbondanza. Spesso fantasticava di andare in giro per il mondo a cercare il suo fratellino, e dopo aver incontrato Miguel, le parve che le sue sensazioni trovassero un collocamento.
"Mavà", si disse poi, "sei la solita sognatrice... questo bimbo ha bisogno di aiuto, è vero, ma non c'entra nulla con le tue paranoie sul tuo fratello rapito".
Approfittando del buio della notte che ormai era calata, Nicole portò Miguel nel suo albergo. Non fu facile farlo passare inosservato, ma sfruttando una distrazione del custode, i due entrtarono nella hall e raggiunsero l'ascensore in tempo record.
"Dobbiamo assolutamente trovarti dei vestiti normali", gli disse Nicole una volta in camera.
"E devo trovarti un pigiama".
Per quella notte gli prestò una sua maglietta, tanto lunga da arrivargli alle ginocchia. Non era un pigiama, ma poteva andare.
Il mattino seguente Nicole ordinò la colazione in camera, non poteva rischiare che qualcuno vedesse Miguel. Poi gli ordinò di non muoversi, lei sarebbe andata a cercargli qualche vestito decente.
Miguel aveva una gran voglia di tornare dai suoi amici, si sentiva in qualche modo rapito, anche se a fin di bene, e sentiva di aver tradito la sua famiglia, perché naturalmente considerava gli altri bambini del Circo la sua famiglia.
Era scappato da vigliacco, senza nemmeno salutare, e questo lo faceva soffrire terribilmente. Sapeva però che non poteva certo andare in giro conciato in quel modo, e poi, sapeva con certezza matematica che Raoul aveva già raccattato baracca e burattini ed era sparito.
Inoltre non aveva idea di dove si trovasse, né di come potesse raggiungere il Circo, anche ammesso che avesse potuto uscire. L'unica alternativa era aspettare il ritorno di Nicole e convincerla ad aiutarlo a ritrovare il Circo.
L'albergo si trovava nel centro di Milano, quindi a Nicole non fu difficile trovare un negozio che vendesse vestiti. Entrò in un grande magazzino e si fiondò al reparto bambini. Vide molte mamme con pargoletti capricciosi ai quali non piaceva nulla.
"Mocciosi", pensò, "scommetto che Miguel non farà tutte queste storie".
E così, andando a occhio, acquistò due paia di jeans taglia dieci anni e qualche maglietta colorata. Voleva che Miguel passasse del tutto inosservato, anche se dubitava che quelli del Circo lo stessero cercando. Tornò in albergo il più rapidamente possibile, prendendo il tram in Duomo e scendendo in Corso di Porta Romana dove lei alloggiava. Scoprì con sollievo che Miguel era ancora lì e la stava aspettando. Indossava ancora la sua maglietta e non si era nemmeno lavato la faccia.
"Beh? Che fai lì così? Non ti sei dato una lavata?"
"Ho altro per la testa"
"Hmmm, capisco, ma non puoi rimanere tutto sporco, hai anche dei residui di trucco sul viso. Dai, vai a farti una doccia, così poi ti faccio vedere cosa ti ho comprato"
"Voglio vederlo adesso".
Nicole si sentì sollevata nel sentirgli fare questa richiesta... in fondo dimostrava di essere un bambino quasi normale.
Gli fece vedere i jeans e le magliette e, dato che non commentava, domandò:
"Allora, che te ne pare?"
"Sono strani, ma andranno bene".
Miguel volle portarsi gli abiti in bagno: disse che non era abituato a vestirsi davanti a una donna. La cosa fece sorridere Nicole, che pensava di doverlo aiutare a sistemarsi, ma aveva per un attimo dimenticato che quel bambino aveva sicuramente più di dei suoi dieci anni anagrafici.
Quando uscì dal bagno sembrava un altro bambino: pulito, profumato, pettinato e ben vestito, quasi un mocciosetto ricco... se non fosse stato che i vestiti comprati da Nicole andavano bene in lunghezza, ma non in larghezza... Miguel era un pò più magro di un normale bambino della sua taglia, e Nicole immaginò subito il motivo: non sembrava denutrito perché grazie al lavoro che faceva aveva muscoli ben sviluppati, ma al di là di quello, tutto il resto erano ossa, quel Raoul doveva nutririli a pane e acqua.
"Senti un pò Miguel, ma vi danno da mangiare al Circo?"
"Beh... sì..."
"E chi si occupa di voi... siete una famiglia?"
"La mia famiglia sono loro, certo, ma non nel senso che intendi tu. Nessuno di noi ha una mamma o un papà, veniamo tutti dalla strada, siamo orfani"
"Mi dispiace molto. E così, Raoul vi promette cibo e un tetto sulla testa, e il gioco è fatto, è così?"
"Più o meno", ammise Miguel.
"A proposito, grazie di tutto Nicole, davvero, sei stata fantastica, ma io devo tornare dai miei fratelli, sempre che non sia troppo tardi"
"E' troppo rischioso Miguel, se sono ancora là Raoul potrebbe farti del male, tu devi cambiare vita e io ti aiuterò"
"Ti prego Nicole, saranno tutti preoccupati per me, non sanno cosa mi è successo, e sono tutti già abbastanza tristi per Mimì"
"Senti cosa faremo: torneremo là, ma tu devi stare nascosto, chiaro? Se ci sono ancora cercheremo di parlare con i tuoi amici e vedremo il da farsi. La cosa migliore sarebbe che venissero tutti via con noi"
"Lo dicevo che sei fantastica. Grazie!!!" disse buttandole istintivamente le braccia al collo.


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