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L’ISOLA CHE C’E’ – ACQUA AMARA


Ho guardato con sgomento i fiumi d'acqua che hanno immerso l'Indonesia, il Giappone, la Sardegna.
Dopo le prime trombe suonate con impeto dai media, tutto torna a tacere, nell'attesa di un'altra catastrofe, addebitata in modo idiota alla natura.
Il mio pensiero è corso al futuro, una previsione grigia, con l'acqua del mare cresciuta di molti metri e terre meravigliose divorate dalle onde.
Ho immaginato la zona della Gallura, che amo immensamente, sommersa dall'acqua e la prima immagine che ha popolato la mia mente è stata
quella di Capo d'Orso.
Uomini e orsi, uomini e natura, amici, per molto tempo, poi irriducibili avversari, senza capire che questa ostilità non può portare che alla morte.
Leggenda del passato mai così attuale.

Editore:
Cultura e dintorni editore - Roma

Genere: Racconti

Estratto:
Uomini

La grossa barca aveva ammainato la vela e avanzava verso la costa con la sola forza dei rematori.
Ithor, il condottiero, scrutava la costa alla ricerca dell'approdo più sicuro.
Sul ponte non si sentiva una voce, un borbottio.
Finalmente Ithor allungò un braccio e con il dito teso indicò con sicurezza una grande insenatura.
Un pallido sorriso illuminò il volto dei Sardan.
Erano mesi che veleggiavano alla ricerca dell'isola promessa dai loro dei, la terra in cui fermare per sempre il loro vagabondare.
In pochi balzi Salthan aveva raggiunto Ithor e lo aveva stretto forte con il braccio destro, il sorriso incoraggiante.
"Fratello!": lo sfogo di tanti giorni monotoni, di bufere e speranze sempre più fiacche.
Le rughe scolpite dal sole e dal mare si erano distese, parlottii sempre più intensi avevano percorso il ponte, sguardi pieni di speranza, verso la terra che li attendeva, verso il volto ancora impassibile del loro condottiero.
Giunti vicino alla spiaggia la gioia era esplosa come un vulcano che aveva represso la propria forza per troppo tempo.
Molti si erano buttati in acqua. Altri, in piedi sulla barca, cantavano a squarciagola canzonacce sconce, duettando con le lodi agli dei che i più pii avevano rivolto al cielo in segno di ringraziamento.
I Sardan, popolo fiero, che aveva affrontato con coraggio tutti i pericoli del mare, sembrava un'orda di bambini ubriachi.

L'attracco era stato semplice.
Ai bordi dell'insenatura l'acqua era sufficientemente profonda da permettere alla barca di accostare e gli scogli erano pochi e ben visibili.
Raggiunta la spiaggia, i Sardan si erano inginocchiati e avevano rivolto lo sguardo al cielo.
Di nuovo il silenzio, la preghiera, la speranza.
Di nuovo il clamore, gli schiamazzi, mentre le donne, appena sbarcate, si divertivano a spruzzarli con l'acqua del mare, i vestiti appiccicati alla pelle, a mostrare l'eccitazione tenuta nascosta per troppo tempo.
Salthan, intanto, aveva raggruppato alcuni tra i guerrieri più giovani e si era inoltrato nella boscaglia che contornava la spiaggia, per una breve ricognizione.
In poco tempo il gruppo aveva raggiunto un'altura che dominava la baia.
Le braccia si erano alzate in direzione del mare, le dita puntate con divertimento ad indicare gli amici che ancora correvano come indemoniati, istigati dal gioco malizioso delle donne.
Salthan osservava silenzioso Ithor.
Suo fratello si era avvicinato a Magdel, una donna stupenda, capelli corvini, lunghi, occhi superbi, la bellezza selvaggia di un'aquila.
I due erano molto vicini, le loro braccia si sfioravano, ma di fronte al suo popolo Ithor non poteva mostrare alcuna debolezza. Le sue passioni erano nascoste dentro al cuore e si intravedevano nei piccoli cenni che, saltuariamente, rivolgeva a Magdel.
Salthan aveva distolto lo sguardo dalla scena, sapeva che la donna spettava al fratello, comandante designato della popolazione dei Sardan. Ma quanto era bella quella donna!
"Guardate là!", Ainzu, un ragazzo sempre molto attento, indicava la cima della collina, sulla loro destra.
"Cosa hai visto?" Salthan si era rivolto al ragazzo con preoccupazione.
"Non saprei. Erano due ed erano molto grandi, cinque volte la nostra altezza!".
Lo sguardo dei compagni aveva denotato un attimo di impazienza.
"Giovani! Sempre esagerati!", lo avevano pensato tutti, più per tranquillizzare il loro animo che per vera convinzione.
"Sembravano orsi! Grandi orsi bruni!".
"Orsi bruni che si comportano come umani..." la considerazione di Salthan.
"Torniamo alla spiaggia!" il comando era stato perentorio.
Il gruppo discese la collina in un tempo incredibilmente breve, senza badare alle spine dei rovi e agli arbusti che ostacolavano il cammino.
Il loro arrivo era stato accolto da Ithor, che li aveva raggiunti lontano dal resto della popolazione.
Da come scendevano dall'altura era chiaro che c'erano delle novità.
Si era avvicinato a Salthan e lo aveva guardato dritto negli occhi.
"Ainzu ha visto qualcosa, lassù, su quell'altura!".
"Sembravano orsi, enormi, cinque volte la nostra statura!" Ainzu si era rivolto al principe con rispetto, gli occhi bassi, rivolti alla rena bianca costellata di conchiglie.
"Cosa facciamo?" Salthan l'aveva sussurrato, niente allarmismi, non era quello il momento.
Con un breve movimento delle spalle, Ithor aveva rivolto lo sguardo alla collina, possibile nascondiglio di pericolosi imprevisti.
Quindi era tornato a fissare il gruppo che lo fronteggiava.
Pochi attimi avevano anticipato le sue parole sicure: "Non possiamo fermarci qui! Se quello che ha visto Ainzu è un pericolo per la nostra gente, dobbiamo muoverci, fare la scelta più imprevedibile: incamminarci proprio verso quella collina. Gli dei ci hanno fatto trovare la nostra isola, gli dei ci proteggeranno.".
Salthan aveva stretto la spalla del fratello, poi, con un gesto deciso, aveva anticipato il drappello sino alla spiaggia.

Orsi

Azrev e Trian erano restati impietriti nel vedere quegli esseri sconosciuti che risalivano la collina, con una sfacciataggine impressionante, neanche fossero a casa loro.
Il vociare sconsiderato che arrivava dalla spiaggia, poi, era a dir poco sconveniente.
Ne avrebbero parlato immediatamente con il re, anche perchè dubitavano fortemente che quelle facce senza peli potessero avere intenzioni amichevoli.
Trafelati avevano raggiunto il villaggio, Balbacana, adagiato a ridosso di antiche vette granitiche, giganti buoni che da sempre proteggevano la popolazione degli Orsi.
Il re, il grande e potentissimo Rak, li aveva accolti non senza meraviglia.
Per un attimo aveva guardato alle loro spalle, convinto che un grosso sciame di api li stesse inseguendo.
Poi, più tranquillo, si era seduto, aspettando con pazienza che i due smettessero di ansimare e riuscissero a dire qualcosa di sensato.
"Uomini..." aveva iniziato Azrev.
"...senza peli... Giù alla spiaggia con la sabbia rossa!".
"Sono sbarcati, con una grande barca!".
"Armati! Li ho visti camminare su per la collina!" Trian aveva concluso il loro discorso ed ora i due guardavano con apprensione la reazione del re.
"La profezia! Si sta avverando! La sv...." le parole erano morte nella gola di Or, il figlio maggiore di Rak, interrotte dallo sguardo severo del padre.
"Non dovete temere i senza peli! Li abbiamo già conosciuti, in passato! Erano pochi, è vero, naufragati sull'isola per una terribile tempesta, ma si sono dimostrati cordiali e amici degli orsi, al punto da insegnarci il difficile linguaggio umano! O non lo ricordate?".
"Ma la profezia?" Or insisteva, sfidando la saggezza del padre.
"Ora basta! Siamo orsi, grandi e grossi! Non possiamo vivere impauriti dai presagi di antiche leggende! Porta con te un gruppo di giovani, sino alla via di accesso a Balbacana, così potrai controllare lo spirito con cui gli stranieri sono sbarcati sulla nostra isola!".
Tutti i presenti avevano chinato la testa, il silenzio era totale. Rak era un orso buono e generoso, ma altrettanto sicuro e saggio nelle decisioni che aveva sempre preso per il suo popolo.
Or, il volto segnato dalle parole del padre, era uscito dalla stanza delle udienze.
Aveva raggruppato un nutrito gruppo di giovani orsi
e li aveva guidati verso l'uscita del paese.
"Andiamo a dare il benvenuto ai senza peli!" non mancava il sarcasmo nelle sue parole, ma quello era l'ordine di Rak, il re, e andava eseguito senza discutere.




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