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L’Ombra della Morte


Prologo:
Dopo un lungo periodo di guerre e di carestie, la pace è finalmente tornata nei Regni delle Terre Centrali.
Dopo la sconfitta del loro Re, i demoni e i sanguemisto si sono ritirati nelle Wastelands, sotto la guida della loro Regina e dei figli del loro defunto Re.
Gli Umani e gli Elfi vivono tranquilli, cercando di ricostruire quanto perduto, ignari che la minaccia più grande che abbia mai gravato su di loro, un male ben diverso da quello che hanno sempre conosciuto, attende pazientemente il momento opportuno per fare la sua mossa.
Cinque ragazzi, divisi dalla razza, ma uniti dal destino, si vedranno costretti ad affrontare un'ardua impresa.
Per cercare di riuscire a compiere la loro missione, dovranno capire ed accettare il significato dell'amicizia, del dolore, e del sacrificio, ma sarà sufficiente?...

Genere: Epic Fantasy

Estratto:
Capitolo 1 – Compagni di sventura

La luna e le stelle erano celate da una pesante coltre di nubi, quella notte. La pioggia imperversava ormai da diverse ore, e non dava cenno di voler diminuire. Viaggiare nelle campagne di Grosburg nelle fredde notti d'inverno non sarebbe piacevole né sicuro in condizioni normali, tanto meno con un tempo simile.
Eppure quell'esile figura di donna procedeva a grandi passi nella notte buia e tempestosa, come se il cammino davanti a sé fosse tracciato chiaramente e non avesse altro desiderio che raggiungere la sua meta il più in fretta possibile. Stringeva tra le braccia un prezioso fardello, almeno a giudicare da come lo tenesse stretto e dal modo in cui cercasse di proteggerlo dalla pioggia.
«Uee, Uee!»
«Sta buono, Altair, non aver paura. Siamo quasi arrivati, vedrai che andrà tutto bene.»
Avvolto tra panni spessi e morbidi, retto da mani sicure quanto delicate, vi era un neonato spaventato. La donna doveva avere un motivo più che valido per esporlo a simili intemperie.
Un rumore di passi pesanti, che affondavano tra le pozze d'acqua disseminate sul terreno, mise in allarme la donna, che affrettò il passo terrorizzata.
Improvvisamente un lampo, seguito da un forte boato, illuminò per un istante la notte. Delle case sparute s'intravidero a breve distanza, proprio davanti a lei.
La donna accelerò il passo; il terrore straziava i lineamenti delicati del suo volto mentre osservava quelle case ormai vicine, vedendole come il luogo in cui lei e suo figlio avrebbero potuto trovare la salvezza da un pericolo imminente.
Un rumore insolito, come un turbinio sinistro, si udì nell'aria.
La donna cadde rovinosamente: un'ascia da lancio l'aveva colpita alle gambe, lacerandole le carni. Nonostante la sorpresa e il dolore, riuscì a girarsi per cadere su un fianco, evitando di fare del male al piccolo che portava tra le braccia. Un secondo lampo illuminò la notte, rivelando l'arrivo del misterioso assalitore.
«Non puoi scappare, donna. Incasserò la taglia sulla tua testa!»
La donna si rimise faticosamente in piedi.
Pose il bimbo al riparo sotto un albero lì vicino il più in fretta possibile, e si voltò decisa verso il suo aggressore.
Un'altra figura avvolta nella notte si stava avvicinando a loro. Il fiato corto a causa della fatica, derivante da una lunga corsa, non rallentava il suo passo svelto.
La donna rivolse le mani al cielo: il suo assalitore avanzava sicuro quando un fulmine lo colpì in pieno.
Szam!
Del fumo sottile si alzò dalla sua armatura arroventata, ma questo non bastò a fermarlo. Estrasse un pesante spadone e caricò senza pietà la donna, che a sua volta sguainò una spada dal fodero posto alla sua cintura, cercando inutilmente di bloccare il poderoso fendente. Il colpo andò a segno, aprendo un profondo squarcio nel petto di lei. Con un sorriso sadico stampato sul volto, il guerriero si accinse a darle il colpo di grazia.
«Fermo!»
Il colpo gli fu negato: il guerriero venne sbalzato con forza contro il tronco di un grosso albero.
L'altro uomo era infine arrivato.
Si precipitò dalla donna, inginocchiandosi su di lei per sincerarsi delle sue condizioni, ma la ferita non lasciava dubbi circa il triste destino che la attendeva.
La donna non riusciva a parlare, volse lo sguardo verso l'albero sotto al quale aveva adagiato il neonato, e l'uomo le fece un cenno di intesa. Lei cercò di sorridergli, ma una fitta violenta le impedì di farlo: era l'ultimo dolore che avrebbe provato.
«Noo!»
L'uomo strinse forte a sé il corpo esanime della donna. La sua voce era rotta dal pianto e il volto straziato dalla tristezza e dalla rabbia più profonde.
Intanto il guerriero si stava faticosamente rialzando in piedi.
«Bene, incasserò anche la tua taglia!»
L'uomo si voltò stringendo rabbiosamente i pugni.
«Muori!»
Una sfera infuocata fuoriuscì dalle sue mani e fu scagliata contro il guerriero. Il globo di fuoco lo colpì in pieno incenerendolo all'istante, lasciando di lui solo polvere e un informe ammasso carbonizzato. La foresta divampava timidamente: il legno umido e la pioggia fitta sembravano in grado di contenere l'irruenza del fuoco, fino ad averne la meglio.
L'uomo adagiò delicatamente a terra il corpo esanime della donna. Avrebbe voluto avere il tempo per piangerla, ma il vagito del neonato riuscì a distoglierlo dal suo dolore.
Si voltò verso di lui, lo raggiunge e lo prese delicatamente in braccio. Le lacrime che solcavano il suo volto scesero sulle guance rosate del bambino, mischiandosi così alle sue.
Alcune luci si accesero timidamente nelle case vicine. Qualcuno aveva udito i rumori della lotta, scambiandoli per dei rumori prodotti da un fulmine caduto su un albero.
L'uomo si diresse in fretta verso quello che sembrava un piccolo villaggio, correndo freneticamente tra le case, dando l'impressione di non avere una meta precisa. Nessuno aveva ancora avuto il coraggio o la curiosità sufficienti per uscire di casa con un tempo simile, e controllare cosa fosse accaduto.
La pioggia imperversava, quando un lampo improvviso illuminò un edificio, proprio davanti a loro. Il suo bagliore risplendette su di un disco dorato, posto sopra al suo ingresso, al termine di una breve scalinata. L'uomo percorse in fretta quei pochi gradini, per poi depositare delicatamente il piccolo dinanzi al portone, mentre la luce di alcune candele si accendeva timidamente all'interno dell'edificio.
Poco dopo, quando quell'uomo ormai si era già allontanato, un sacerdote aprì la porta. Vide il neonato, proprio di fronte a sé, che piangeva a dirotto. Si guardò intorno, ma non vi era traccia di anima viva nei dintorni. Si chinò e lo prese in braccio.
Tirò un sospiro di sollievo quando vide che stava bene. Notò subito che sulla coperta, con la quale era avvolto, erano ricamate con maestria alcune lettere. Muovendone le increspature, poté leggere chiaramente un nome: Altair.
Intanto nel bosco, poco lontano dal tempio, l'uomo raccoglieva amorevolmente il corpo della donna, e con esso si allontanava nella foresta, scomparendo con lei nella notte.

Al calare della sera, un soldato che portava il blasone dei grifoni rossi di Grosburg, si avvicinava al tempio di un piccolo paese sperduto tra le campagne del regno. Il tempio era lo stesso in cui solo pochi anni prima venne accolto un neonato, trovato davanti alla porta in una fredda e piovosa notte d'inverno.
La porta del tempio era aperta. Il sacerdote al suo interno vide arrivare il soldato, e uscì per accoglierlo con un saluto, mentre il vento sferzava con forza le fronde degli alberi.
«Sacerdote, la pattuglia dei grifoni rossi, di cui sono al comando, ha intercettato una carovana di schiavisti proveniente dalle Wastelands.»
«È terribile che gli schiavisti esistano ancora! Cosa ne è stato dei prigionieri?»
«Siamo riusciti a liberarli. Tra loro vi era questo bambino.»
Un ragazzino dai capelli rossi, con la pelle chiara e le lentiggini, stringeva saldamente la mano del soldato.
«Purtroppo i suoi genitori non erano tra gli schiavi che abbiamo liberato, e nessuno sapeva chi fossero. Quella povera gente ha perso tutto e non è in condizione di potersi occupare del bambino.»
«Non c'è bisogno che tu aggiunga altro: il tempio del Dio del Sole è sempre aperto ai bisognosi.»
Il soldato sorrise, mentre porgeva la mano del piccolo al sacerdote, ma il bambino sembrò restio a staccarsi da lui. Era stato strappato dalla sua famiglia in tenera età, non ricordava chi fossero i suoi genitori né da dove venisse: il braccio del soldato e la stretta della sua mano lo facevano sentire al sicuro come non accadeva da molto tempo, una sicurezza dalla quale stentava a distaccarsi.
Intanto un altro bambino, che si riparava alle spalle del sacerdote, sbirciava il soldato e il bimbo che accompagnava.
«Altair, guarda, sembra che il destino voglia che tu abbia un nuovo amico.»
Il bimbo osservava incuriosito il nuovo venuto.
«Soldato, come si chiama il bambino?»
«Non lo sappiamo sacerdote. Il piccolo porta al collo una catenina di rame con un pendente; sopra vi è inciso uno stemma e la parola Ramisia.»
Il bambino mise la mano al petto, per timore che qualcuno volesse toglierli l'unica cosa che possedeva.
Il sacerdote commentò: «Se gli schiavisti non l'hanno presa, non è stato certo per compassione, ma solo perché deve essere priva di valore.»
«Così pare. Comunque, tutti lo chiamavano a quel modo, Ramisia, ma non credo che sia il suo vero nome. Forse è il cognome del padre, e quello raffigurato è lo stemma di famiglia. Se così fosse, sono sicuro che non proviene dal nostro Regno.»
«Allora dovrò darti un nome. Che ne dici di Zefiro, come il vento che ha accompagnato la tua venuta tra noi. Ti piace?»
«Sefiro!» esclamò felice.
«No, il nome del vento è Zefiro.»
«Sefiro!» ripeté sorridente.
«Ho capito. E Sefiro sia, Sefiro Ramisia!»
Capitolo 2 – In cerca della propria strada

«Altair, Sefiro, aiutatemi a riordinare le panche del tempio!»
«Ma Derek, oggi è domenica! C'è un sole stupendo là fuori, lasciaci andare a giocare.»
«Ma certo, ci andrete non appena avrete finito di aiutarmi.»
«Io non voglio andare, preferisco rimanere ad apprendere gli insegnamenti del Dio del Sole.»
«Uff... fa come ti pare Sefiro, allora andrò a trovare il maestro Torwym!»
«Altair, sei sicuro di non voler rimanere con noi?»
«Certo che lo sono! Il maestro Torwym sa fare un sacco di trucchi, e ha promesso di insegnarmene alcuni. Corro da lui!»
Sono passati alcuni anni da quanto il bimbo liberato dagli schiavisti fu affidato al sacerdote, e alcuni di più dalla notte in cui lo stesso sacerdote accolse con sé un neonato bagnato e infreddolito. Il nome del sacerdote è Derek Last, ed è il reggente del piccolo tempio di Tree's Peack dedicato a Sion, il Dio del Sole. Alcuni anni fa, il villaggio rivestiva, all'insaputa di tutti, un'enorme importanza. Nel tempio era custodito un prezioso manufatto, una pietra che, unita ad altre, era capace di attivare un portale in grado di mettere in comunicazione tra loro diversi mondi e diversi piani di esistenza. Il piccolo villaggio fu scosso da molte battaglie, e gravi perdite furono inflitte alla sua popolazione. Quei difficili momenti sono stati superati, ma di certo non dimenticati.
La piccola guarnigione di soldati che vi risiedeva ormai non aveva più sede al villaggio. Dopo la morte del capitano Bowen, allora a capo della guarnigione, era stato creato poco distante da Tree's Peack un piccolo presidio, chiamato Forth Orbitus, nel quale risiedevano i soldati addetti al pattugliamento dei confini a sud del regno. Anche il numero di novizi di cui disponeva Derek era diminuito nel corso degli anni, e ormai l'unico che gli restava era Sefiro. Avrebbe voluto impartire gli insegnamenti del suo Dio anche ad Altair, tuttavia, seppure il ragazzo nutrisse una profonda fede verso il Dio del Sole, non mostrava altrettanto interesse alla via del sacerdozio e allo studio della magia divina.
Preferiva di gran lunga far visita al maestro Torwym, un anziano mago che viveva da molto tempo al villaggio. Anche Torwym aveva preso parte alle battaglie avvenute anni addietro.
Nella battaglia conclusiva, combattuta lontano dal suolo di Tree's Peack, perse la vita colui che considerava il suo più grande apprendista: Antares Morningstar. Per Torwym era più di un semplice apprendista: per lui era come il figlio che non aveva mai avuto. In seguito a quella grave perdita, giurò a sé stesso che non avrebbe mai più avuto altri allievi.
Per questo, nonostante l'interesse provato da Altair nei confronti della magia, si era sempre dimostrato restio a insegnargliela. Gradiva però la compagnia del ragazzo, che si accontentava di assistere a dei piccoli trucchi, o di ascoltare i racconti dei viaggi e delle imprese che Torwym aveva fatto da giovane.
Il tempo passava e i ragazzi crescevano: mentre Sefiro aveva trovato nel sacerdozio la sua ragione di vita, Altair pareva insoddisfatto. Desiderava intraprendere una strada il cui tragitto gli era ignoto, una strada che nessuno voleva aiutarlo a percorrere: la strada della magia arcana. Durante una delle sue visite a Torwym, approfittò della distrazione del mago per curiosare tra i suoi testi di magia, ma il mago se ne accorse subito.
«Sai, non sei il primo che cerca di rubare i miei tomi di magia!»
«Maestro Torwym, non intendevo rubarli, volevo solo...»
Altair richiuse il libro con fare sconsolato.
«Ragazzo, ti ho già spiegato perché non posso insegnarti la magia. Ho già perso un apprendista, ed è stato come perdere un figlio. È un'esperienza che non voglio ripetere.»
Il volto di Torwym divenne triste e corrucciato, dimostrando tutto il peso degli anni che aveva.
«Non posso fare a meno di domandarmi cosa sarebbe successo se non avessi mai insegnato la magia ad Antares.»
Una lacrima solitaria scese sul suo volto solcato dalle rughe.
«Non ha mai voluto raccontarmi i dettagli della sua morte, ma sono sicuro che lei non abbia alcuna colpa: il suo allievo ha scelto da solo il proprio destino. Lei ha solo fatto il possibile per insegnargli la magia, per renderlo forte, per aiutarlo!»
Altair stava lentamente aprendo il tomo, come se fosse un velato invito per il maestro a impartirgli le desiderate lezioni, ma Torwym lo richiuse, sbattendolo con forza.
Stomp!
«Io non posso insegnarti... non voglio insegnarti!»
Altair si era ormai rassegnato: non avrebbe mai appreso la magia da Torwym e di certo non vi era altra via per farlo. Non a Tree's Peack almeno.
«Ma so chi può farlo, se proprio lo desideri così tanto.»
Il giovane alzò la testa e sorrise. Torwym gli disse il nome di chi avrebbe potuto insegnargli la magia, e lo aiutò a convincere Derek a farlo partire. Altair non perse tempo e partì l'indomani, di buon ora, dopo aver salutato Sefiro.
"Se avessi saputo che abitava così lontano, ci avrei pensato due volte prima di partire!" pensò Altair, camminando solitario tra le colline dell'entroterra, con un lungo bastone in mano, per facilitarsi il passo.
«Ti sei perso, ragazzo?»
Altair si voltò di scatto, alzando il bastone in un gesto di difesa. Vide che si trattava di un signore in età avanzata, con indumenti umili e un cappuccio semi calato sul volto. Dall'aspetto non sembrava rappresentare una minaccia, così abbassò il bastone.
«Mi scusi, non mi ero accorto della sua presenza, mi ha spaventato. Posso chiederle, visto che ho il dubbio di essermi perso, se questo il Poggio del Drago?»
«Sì, questa dorsale di colline è chiamata il Poggio del Drago, ma non ci sono villaggi o insediamenti da queste parti. Cosa vai cercando?»
Altair non vedeva alcun motivo per essere scortese o per evitare di rispondere alla domanda del viandante.
«Veramente sto cercando una persona. È conosciuto come l'eremita del drago, o qualcosa del genere.»
«Sì, ne ho sentito parlare. Chissà poi perché lo chiamano a quel modo. Posso chiederti perché lo cerchi?»
La pazienza di Altair stava per terminare: va bene essere cortesi, ma il viandante si stava dimostrando fin troppo curioso per i suoi gusti. Volle comunque rispondergli con cortesia.
«Un mio conoscente, il Maestro Torwym, mi ha detto che forse lui potrebbe... beh sì, potrebbe insegnarmi... la magia. Vorrei apprendere le arti magiche arcane!»
Il curioso viandante si calò il cappuccio, rivelando dei lunghi capelli raccolti, con alcune striature bianche, e una barba leggera, anch'essa puntellata di bianco.
«Immagino che Torwym non voglia più avere altri allievi, non dopo quello che è successo ad Antares.»
Altair rimase stupito dalle sue parole. Come faceva a sapere quelle cose? Forse era lui l'eremita del drago ma, se davvero era lui, allora perché non l'aveva detto subito?
«Ma lei è... lei è l'eremita del drago?»
L'espressione di Altair mostrava una certa insoddisfazione, come se si aspettasse qualcosa di meglio di ciò che si mostrava ai suoi occhi. Il viandante sorrise, aprendo il mantello che indossava sopra al resto dei suoi abiti, rivelando sotto di esso un'armatura leggera e l'elsa lucente di una spada appesa alla cintura. Strinse le dita, e un alone bluastro di energia si formò attorno al suo pugno chiuso.
«Il mio nome è Arwan Drake. Se vuoi apprendere l'arte della magia arcana e l'arte della spada, penso di poterti insegnare!»
Capitolo 3 – Un anno per muovere i primi passi

Un lungo anno era ormai trascorso dal giorno in cui Altair aveva incontrato Arwan, diventando suo allievo. Il cavaliere lo aveva sottoposto a un duro allenamento continuo, mai un giorno per concedersi un po' di riposo, o per far visita alla sua famiglia.
Il sole stava ormai per tramontare; Altair era stanco e ansimante per la fatica. Aveva diverse bruciature sulle vesti e sul corpo, e stentava a stare in piedi diritto.
«Credo che possa bastare!» disse Arwan, rinfoderando la spada.
Udendo le sue parole, il ragazzo si lasciò cadere a terra.
«Finalmente, non ne potevo più!»
«Se fosse facile diventare un Cavaliere Arcano, ce ne sarebbero molti di più in giro, non trovi?»
«Questo significa forse...»
«Significa che i miei insegnamenti sono terminati: ti sei meritato il titolo di Cavaliere.»
Arwan prese una catenina dalla sua tasca, alla quale era appesa una pietra di colore blu scuro, cinta dagli artigli della zampa di un drago, e la diede al ragazzo. Altair allungò la mano, ansioso di ammirare il dono del maestro. Afferrò il ciondolo con decisione e lo squadrò da ogni possibile angolatura.
«Sento una forte magia di protezione racchiusa in questa pietra!» disse sorridente, prima di notare un particolare che lo infastidì.
«Peccato che sia rovinata: ha una scalfittura!»
Arwan rise di gusto.
«Sai, non sei il primo che me lo fa notare, ma ti assicuro che va benissimo così com'è, e forse un giorno lo capirai anche tu.»
La pietra non era l'unico dono che Arwan aveva in serbo per lui.
«Prendi» disse porgendogli un mantello finemente lavorato.
«Questo mantello porta il blasone dei Cavalieri Arcani.»
Il volto del cavaliere si scurì per un istante.
«Devi essere fiero di ciò che sei diventato, ma ti chiedo di portare questi simboli con prudenza.»
Altair non capiva bene il senso delle parole del maestro.
«Sono in molti a nutrire rancori nei confronti del nostro ordine. Mostrare il blasone dei Cavalieri Arcani in certi contesti potrebbe mettere in pericolo sia te che le persone che viaggiano in tua compagnia, quindi sta' attento.»
Altair prese il mantello e lo indossò subito senza pensarci due volte. D'altra parte, se non poteva farlo tranquillamente adesso in presenza di Arwan, quando sarebbe stato sicuro indossarlo?
«Ora puoi tornare a casa, o iniziare il tuo cammino nel mondo, fa' quello che ritieni più giusto. Hai molto da imparare, e la tua tecnica deve migliorare, sebbene il tuo sia stato un buon inizio.»
«Userò ciò che ho appreso solamente per servire nobili cause, di questo non ne dubiti, ma prima vorrei tornare a casa: è da molto che non vedo Sefiro, Derek e Torwym, e desidero rivederli.»
Il ragazzo salutò calorosamente il suo maestro, avviandosi poi sulla strada del ritorno. Aveva apprezzato ogni momento dell'anno che aveva trascorso in compagnia di Arwan, ma adesso era ansioso di tornare a Tree's Peack. Altair non aveva avuto una vera e propria famiglia, ma Derek Last e Sefiro Ramisia erano stati come un padre e un fratello per lui.
Era felice che Torwym lo avesse indirizzato da Arwan. Aveva avuto finalmente l'opportunità di seguire la sua vocazione, e poteva dire di aver avuto un ottimo maestro. Mentre Altair proseguiva lungo la via di casa, Arwan lo osservava allontanarsi all'orizzonte, fino a che non scomparve del tutto dalla sua vista. Il volto del maestro divenne improvvisamente serio e triste.
"Quel ragazzo..." pensò. "In un anno è stato capace di apprendere quanto necessario per diventare un abile mago e un buon combattente, eppure nessuno lo aveva mai addestrato prima di me. Che uso ne farà dei miei insegnamenti? Spero solo che la sorte gli arrida più che al mio ultimo allievo."
La strada verso Tree's Peack sembrava molto più breve rispetto a quella percorsa per arrivare al Poggio del Drago. I passi scorrevano veloci, senza fatica, e il tempo passava quasi senza accorgersene.
"Forse è così che si sentono le persone che tornano a casa dopo una lunga assenza. Forse è questo che rende la strada del ritorno apparentemente più breve di quella dell'andata." pensava Altair.
Appena giunto al villaggio, si concesse un breve giro prima di recarsi al tempio, per respirare di nuovo l'aria di casa. Tutto era perfettamente come ricordava, esattamente come lo aveva lasciato. Forse aspettarsi dei cambiamenti significativi nel giro di un solo anno era troppo per un piccolo villaggio come Tree's Peack, eppure in lui di cambiamenti ne erano avvenuti, e di estremamente significativi.
Vide la casa del vecchio mago Torwym: si ripromise che, dopo aver salutato Derek e Sefiro, andare a far visita al maestro sarebbe stata la sua prossima tappa. Terminato il giro del paese, si recò al tempio. La porta come sempre era aperta. Entrò, ma non vi era nessuno all'interno. Dei rumori si udivano in lontananza: provenivano dal cortile dietro al tempio.
Aprì la porta che dava sul cortile e vide di fronte a sé Derek, che osservava serio Sefiro, in procinto di lanciare una magia. Altair cercò di fare meno rumore possibile. Si richiuse delicatamente la porta alle spalle e si accostò al muro, deciso a non farsi notare. Sefiro sembrava particolarmente concentrato. Di fronte a lui vi era una catasta di legna e paglia. D'un tratto ruppe ogni indugio, puntando le mani in direzione della catasta di legna.
«Radius Solis!»
Produsse un debole raggio luminoso che, proseguendo vacillante, andò a colpire la pira. Altair non poté trattenere una risatina perfida, così Sefiro si accorse della sua presenza.
Vedere l'amico sogghignare lo fece oltremodo infuriare: digrignò i denti, aggrottando la fronte. Il raggio sembrò intensificarsi. Per un istante la luce divenne quasi abbagliante quando, improvvisamente, la catasta di legna cominciò ad ardere.
«Bene, Sefiro, un risultato eccellente. Ci voleva una risata di Altair per spronarti a dare il massimo?»
«È così che si saluta un vecchio amico dopo un anno di lontananza: deridendo i suoi sforzi? Certe brutte abitudini non cambiano mai, vero?»
Sefiro si sforzava di mostrarsi irritato, ma non serviva: Altair sapeva benissimo che non era veramente arrabbiato. E anche se lo fosse stato, non gli sarebbe durata più di pochi istanti.
«Una magia interessante, complimenti.»
Altair abbracciò l'amico ritrovato, per poi salutare altrettanto calorosamente quello che per lui era stato come un padre.
Derek chiese loro di seguirlo in sacrestia: avevano molto di cui parlare. Era passato un anno, un anno colmo di impegno e dedizione per entrambi; Altair da una parte per apprendere la magia arcana, e Sefiro dall'altra per apprendere le arti divine.
Altair raccontò ogni avvenimento accadutogli, nel corso dell'anno, nei minimi dettagli. Solo una breve interruzione per cenare, poi continuarono a parlare fino a notte fonda.
Derek si meravigliò nel vedere una spada alla cintura del ragazzo. Altair gli spiegò che il maestro Arwan gli avrebbe insegnato la magia solo se avesse appreso l'arte della spada, e che la cosa si era rivelata più interessante del previsto.
Anche Sefiro aveva di che vantarsi, non voleva certo essere da meno. D'altra parte in quei dodici mesi anche lui si era allenato duramente, guadagnandosi il titolo di sacerdote Novizio del Dio del Sole.
L'ora era tarda e loro volti tradivano una certa stanchezza, ma Derek sembrava avere ancora qualcosa di importante da dire, prima che la serata avesse fine.
«Avrei voluto attendere qualche giorno, visto che ci siamo appena ritrovati, ma credo che sia giusto dirvelo subito.»
Il suo tono era estremamente serio. Altair e Sefiro conoscevano bene quel tono di voce, lo avevano sentito molte volte. Spesso lo usava nelle parti salienti dei suoi sermoni domenicali, per attirare l'attenzione dei fedeli.
«Un mio conoscente, il maestro Worlow Grey, ha fondato alcuni anni fa un'Accademia.»
«Accademia? Di cosa si tratta?» irruppe impaziente Sefiro.
«Lascialo parlare, così magari potrà spiegarcelo.»
«L'Accademia è un luogo in cui i cultori di arti magiche arcane e divine, e anche coloro che si intendono di armi, possono recarsi per apprendere nuove conoscenze e migliorare le loro abilità.»
Sorseggiò l'ultimo dito di liquore, lasciato volutamente nel bicchiere, da diverse ore, per non permettere ai due ragazzi di riempirglielo di nuovo.
«Worlow Grey è un potente mago. Ha fondato l'Accademia quando fu allontanato dalla Gilda dei Grifoni Dorati.»
Prese una pausa per schiarirsi la voce e stropicciarsi gli occhi.
«Tutti quelli che vogliono apprendere la magia senza doversi legare alla gilda, oppure intendono servire il loro Dio senza chiudersi tra le porte di un tempio, o affinare le loro abilità senza doversi arruolare nell'esercito, possono farlo all'Accademia.»
«Non ne avevo mai sentito parlare.» replicò Altair, perplesso.
«Come si chiama di preciso questo posto?»
«È chiamata Accademia delle Arti Arcane, anche se...»
«Anche se cosa?»
«Il vero nome è Accademia Morningstar. Worlow l'ha chiamata così in onore a un comune amico, che ha perso la vita in un'eroica impresa.»
Altair e Sefiro avevano sentito nominare altre volte quel nome, anche se Derek era sempre stato restio a scendere troppo nei particolari, nel raccontare loro gli eventi a esso legati.
«È tardi, andate a riposare. Partirete domattina.»
Nonostante la stanchezza accumulata durante il viaggio, Altair non riusciva a prendere sonno. Si chiedeva perché Derek volesse spedirli subito all'accademia. Era appena tornato a casa dopo un anno di lontananza, e già sarebbe dovuto ripartire. Stavolta almeno avrebbe potuto contare sulla compagnia di Sefiro. Alla fine la stanchezza ebbe la meglio sui suoi dubbi e riuscì ad addormentarsi.
La mattina giunse presto, come se non fossero trascorsi che pochi minuti dal momento in cui si era coricato.
Dopo un buon riposo, Altair cominciava a capire quali potessero essere le ragioni che muovevano l'operato di Derek. Il sacerdote era stato per lui e Sefiro come un padre, e un padre vuole solo il meglio per i propri figli.
Adesso che Sefiro aveva ottenuto il grado di Novizio, e che Altair era divenuto un Cavaliere, la cosa migliore per loro sarebbe stata affinare ulteriormente le proprie abilità, in modo tale da essere pronti per mettersi al servizio di qualche potente signore di Grosburg, al fine di servire una nobile causa.
Se fossero rimasti a Tree's Peack, avrebbero potuto ottenere ben poco dalla vita. Se si fossero accontentati di un lavoro comune, di un mestiere utile per la comunità locale, allora sarebbe stato felice di averli a Tree's Peack con lui, ma visto che avevano scelto altre strade, rimanere in quello sperduto villaggio avrebbe significato solo gettare al vento le loro potenzialità. E nessun buon padre desidera questo per i propri figli.
«Chissà quante belle ragazze troveremo a Grosburg!»
Non era la prima volta che Sefiro ripeteva quella frase: era tutta la mattina che non parlava d'altro.
«Perché, quante ne vorresti? Non ti accontenteresti di una ragazza come si deve?»
«Come si deve? Cosa significa per te "come si deve"?»
«Beh, è semplice: significa che sia bella ai miei occhi, che apprezzi le mie battute, e che ricambi i miei sentimenti per lei. Non chiedo altro.» rispose Altair con lo sguardo perso nel vuoto, come se si figurasse la ragazza che stava descrivendo.
«Mi sembrano delle richieste ragionevoli, ma temo che sarà più difficile di quanto sembri trovarne una così.»
«Non ti preoccupare!» replicò Sefiro, ostentando sicurezza.
«Vedrai che appena verrò nominato responsabile di un tempio, avrò molte giovani ancelle e consocerò molte credenti. E forse ne farò conoscere qualcuna anche a te. Lo sai che non sono affatto timido, io!»
«So che non sei timido, conoscendoti ci proveresti con tutte!... E non riusciresti a combinare nulla con nessuna.» aggiunse poi a mezza voce.
Prima di partire, Altair si prese del tempo per salutare l'anziano mago Torwym, che fu felice di sapere che il giovane aveva finalmente realizzato il suo desiderio di apprendere la magia arcana. Il mago era talmente commosso nel rivederlo dopo tanto tempo, che trattenne a stento le lacrime.
Fu contrariato però nell'apprendere che Derek aveva deciso di farlo partire subito. Conosceva bene il rettore dell'accademia, Worlow Grey, e sapeva che Altair sarebbe stato in buone mani con lui, ma avrebbe voluto avere del tempo di farsi raccontare tutte le cose apprese in questi lunghi mesi, sotto la guida di Arwan.
Terminati i preparativi, Derek abbracciò entrambi calorosamente. Era fiero di constatare che i suoi protetti erano finalmente diventati grandi, e si apprestavano a compiere i loro primi passi nel mondo.
Sefiro non era felice di dover lasciare Derek senza un valido sostegno, ma il sacerdote lo tranquillizzò promettendogli che, quanto prima, avrebbe scelto un nuovo accolito, per non dover restare da solo a occuparsi del tempio, e per diffondere il suo sapere ad altri.
Come ultima cosa, consegnò un plico sigillato ad Altair. Era destinato a Worlow Grey. Altair ipotizzò che contenesse la richiesta di accogliere i suoi due protetti presso la sua Accademia. Per rispetto verso Derek, non si sarebbe mai azzardato ad aprirlo, anche se la tentazione era forte.
«Perché ha dato a te il plico?» borbottò Sefiro, risentito.
«Perché tu come minimo lo perderesti! Comunque vorrà dire che il prossimo plico che ci faranno recapitare lo terrai tu, d'accordo?»
Sefiro faceva particolare attenzione alle piccole cose a cui altri non avrebbero dato peso. E il solo fatto che Derek avesse consegnato il plico ad Altair per lui rappresentava una chiara mancanza di fiducia nei suoi confronti.
Altair aveva pensato più volte che la vocazione di Sefiro fosse motivata in gran parte dal desiderio di volersi mettere in buona luce agli occhi di Derek.
Per quanto avessero condiviso una sorte simile, Altair era stato cresciuto da Derek fin da quando era un neonato, e non metteva in dubbio l'affetto paterno che il sacerdote nutriva per lui, mentre per Sefiro era diverso: era stato strappato alla sua famiglia in tenera età e costretto a viaggiare in condizioni di schiavitù, finché non fosse stato abbastanza grande da essere venduto, ed aveva continuamente bisogno di essere rassicurato sulla fiducia e l'affetto che chi gli stava accanto provava per lui.
Altair si chiedeva spesso quali orrori e quali sofferenze avesse dovuto patire prima di essere liberato. Dal momento in cui mise piede al tempio, il suo desiderio più grande fu quello di essere amato e accettato, e di compiacere la sua nuova famiglia.
Altair sapeva che entrambi dovevano molto a Derek, e che c'era una cosa che li accomunava: il desiderio di renderlo fiero di loro.
Capitolo 4 – L'Accademia Morningstar

L'Accademia di Worlow aveva sede presso la cittadina di Mariner. Si trattava di un piccolo insediamento sul mare, la cui prerogativa principale era il grande porto, il più grande del regno di Grosburg.
Era diviso in due settori: da una parte vi erano le navi dell'esercito, pronte a salpare in caso di guerra e a sorvegliare le acque di fronte alle coste del regno, e le imbarcazioni dei cittadini più facoltosi, che restavano sempre a disposizione dei nobili per gli spostamenti necessari. Dall'altro lato vi erano, invece, le imbarcazioni più piccole, adibite alla pesca, e le imbarcazioni mercantili, dedite ai trasporti delle merci a lungo raggio.
La parte destra del porto era la zona più sicura, mentre la sinistra era un luogo pericoloso in cui avventurarsi, specialmente di notte. Per portare le merci a Grosburg, molte navi mercantili preferivano proseguire verso Little Castle e sobbarcarsi un viaggio più lungo via terra, piuttosto che attraccare a Mariner. Le poche che vi attraccavano erano quelle che non avevano altra scelta, dato che il porto di Little Castle non era sufficientemente grande per movimentare tutto il traffico marittimo.
Al di fuori del porto, la cittadina non era poi granché. Oltre alla strada principale, che costeggiava tutto il litorale, lungo la quale si estendeva il piccolo paese, vi erano diverse abitazioni sparse nell'entroterra, sparpagliate nella vasta e fitta pineta. La strada culminava con una serie di edifici fatiscenti, adibiti a magazzini per lo stoccaggio delle merci.
Seguendo le indicazioni di Derek non fu difficile trovare l'Accademia. Durante il cammino avevano avuto modo di fantasticare parecchio su come sarebbe stata.
Si aspettano un edificio imponente e sontuoso, un luogo di potere dove apprendere segreti arcani e divini, che altrove non avrebbero mai potuto sperare di acquisire. Una volta giunti dinanzi al cancello di ingresso, dovettero però ricredersi.
«Sarebbe questa la famosa accademia? Forse abbiamo seguito male le indicazioni di Derek.»
«Altair, a te non va mai bene nulla! Non è poi così male, a me sembra un edificio rispettabile.»
«Sembra il palazzo di un nobiluomo caduto in sventura, che ha dovuto rinunciare allo sfarzo a favore dell'essenziale. Chissà come sarà all'interno.»
«Qualcuno vi ha forse invitato a entrare?»
I due si voltarono di scatto; non sospettavano di avere compagnia. Comodamente adagiato su un albero poco distante si trovava un ragazzo all'incirca della loro età. Indossava un corpetto di cuoio e armeggiava con un pugnale, facendone un uso decisamente improprio: togliere lo sporco da sotto le unghie. Scese improvvisamente dall'albero, palesando una discreta agilità. Era piuttosto alto, con un fisico robusto ma compatto, e un volto piuttosto comune, con capelli corti e dritti.
«Se cercate l'Accademia del vecchio Worlow, allora l'avete trovata. Cosa vi porta da queste parti? Anche voi siete dei bastardi in cerca di un tetto e di un pasto caldo?»
«Senti, villano, hai subito cominciato male!»
Altair mostrò subito il lato peggiore del suo carattere: la suscettibilità alle offese verbali.
«Calma, calma, probabilmente non era sua intenzione offenderci, era solo un modo di dire. D'altra parte, a quanto ne sappiamo, l'Accademia accoglie chiunque, anche chi non è tanto fortunato da avere una famiglia.»
«Io ce l'ho una famiglia: Derek è mio padre, e tu è come se fossi mio fratello.»
«Vi prego, non raccontatemi la storia della vostra vita, non intendevo offendervi. Ricominciamo d'accapo, volete?»
Fecero un cenno di assenso.
«Il mio nome è Alexander, ma potete chiamarmi Serpente.»
«E perché, se posso chiederlo?» domandò Sefiro con aria perplessa.
«Perché sono silenzioso e letale come un serpente velenoso.»
Altair si passò la mano sul volto, mordendosi la lingua per non replicare all'irritante affermazione di quello strano individuo.
«Il mio nome è Sefiro, e lui è Altair. Immagino che tu dimori all'Accademia, puoi farci strada?»
Serpente fece un segno di assenso.
«Certo, seguitemi!»
Il cancello era aperto e non vi era nessuno a sorvegliarlo. Percorsero lo stretto e breve vialetto di ingresso, arrivando al massiccio portone dell'edificio principale, anch'esso spalancato.
«Il padrone di casa non è molto prudente, vedo. Lascia sempre aperti il cancello e il portone? Chiunque potrebbe intrufolarsi furtivamente nell'Accademia.» fece notare Altair.
«Il vecchio Worlow sa difendersi bene, e anche le persone che dimorano qua dentro sanno il fatto loro. Inoltre c'ero io a sorvegliare l'ingresso!» precisò con forza.
«Giusto, davvero molto rassicurante.» borbottò Altair tra i denti.
Alexander li fece entrare, mostrando loro l'ingresso che portava al cortile interno, oltrepassato il quale si trovarono davanti a un ampio spiazzo, apparentemente adibito all'addestramento.
Bastava un rapido sguardo per farsi un'idea: bersagli per il tiro con l'arco, una rastrelliera di armi con fantocci per l'addestramento, e una zona in disparte con bersagli in legno, presumibilmente adibita alla pratica della magia offensiva. Lì si trovava un anziano dai folti capelli grigi, intento a impartire lezioni a un allievo dall'aria svogliata. Alexander si diresse proprio verso di lui. Altair e Sefiro lo seguirono.
«È mai possibile che tu non voglia impegnarti come si deve? Sei il mio unico allievo in grado di usare la magia, potrei insegnarti grandi cose se solo tu ti applicassi!»
«La prego, le insegni a me.»
I due si voltarono verso Altair. L'anziano mago lo squadrò da cima a fondo, mentre l'allievo svogliato gli gettò un'occhiata indispettita.
«E voi chi sareste?»
«Perdoni i miei modi diretti. Il mio nome è Altair, Altair Last, e costui è Sefiro Ramisia.»
«Last? Siete forse i protetti di Derek Last, il sacerdote di Tree's Peack?»
«Ci piacerebbe poterci definire come i suoi figli, giacché lui è come un padre per noi.»
«Ma certo, che sciocco che sono, perdonate la scortesia di un vecchio mago.»
Sefiro armeggiò nello zaino di Altair, prelevando il plico affidatoli da Derek, per porgerlo a Worlow.
«Derek le manda questo plico. Leggendolo capirà i motivi che lo hanno spinto a mandarci da lei.»
Worlow srotolò il plico e cominciò a leggerlo, mentre Alexander cercava di carpirne il contenuto muovendosi lentamente verso le spalle dell'anziano mago, ma un'occhiata di questi lo fece desistere. La lettura richiese più tempo del previsto; dopo un po', Worlow alzò gli occhi per squadrare nuovamente i due ragazzi, poi riprese a leggere. Terminata la lettura, riavvolse il plico e lo strinse nel pugno.
«Bene, sarò lieto di accogliervi nella mia Accademia. Come potete vedere l'edificio non è sfarzoso come quello del Grifone Dorato, ma permettetemi di dire, a costo di sembrare immodesto, che dentro queste mura potrete apprendere molto di più che alla Gilda.»
Dette uno sguardo al suo allievo.
«Sempre se avrete voglia di farlo.»
Si rivolse poi ad Alexander.
«Conducili agli alloggi, assegna loro due stanze libere. E tu, Jeff, visto che oggi non sembri aver voglia di fare nulla, mostra loro almeno i laboratori arcani, la biblioteca e la zona di preghiera. Così vi renderete conto che all'Accademia non manca nulla di ciò che vi potrà servire.»
«Ed io li porterò all'armeria, così ne approfitterò per scegliermi un pugnale più bilanciato.»
Worlow si ritirò nelle sue stanze, lasciandoli da soli.
«Bene, avete sentito il maestro? Prima che Alexander vi mostri i vostri alloggi, vi farò visitare i posti da lui indicati, così dopo potrò ritirarmi nelle mie stanze a riposare.»
«Ti ho detto che devi chiamarmi Serpente!»
«Sì, va bene, come vuoi, Serpente... Comunque io sono Jeff Hope, il primo allievo di Worlow, il più potente mago, dopo di lui ovviamente, presente nell'intera Accademia!» disse il giovane allievo, pavoneggiandosi.
«A quanto ho capito dalle parole di Worlow, più che altro sei l'unico allievo capace di usare la magia, o almeno lo eri finora. Credo che l'appellativo di "migliore" dovrai sudartelo da ora in poi, piuttosto che arrogartelo.»
«Cosa? Guarda che qui nessuno è in competizione per vincere nulla! Io ho le mie semplici regole: sforzarmi il minimo possibile, apprendere quello che mi serve, non sembrare mai troppo forte da giustificare il mio allontanamento dall'Accademia.»
«Quindi non ti impegni perché desideri restare qua il più a lungo possibile?»
«Vedo che hai capito. Il mondo là fuori è un posto pericoloso, mentre all'Accademia siamo al sicuro: nessuno può farci del male qua dentro, almeno finché ci sarà il maestro Worlow a vegliare su di noi!»
Chiarita quale fosse la sua posizione, gli mostrò l'interno dell'Accademia, accompagnandoli infine alle loro stanze.
Capitolo 5 – Attacco all'Accademia

Erano trascorsi un paio di mesi dal loro arrivo all'Accademia e le cose sembravano procedere nel migliore dei modi.
Worlow non era l'unico maestro a impartire lezioni: Sefiro era affidato alle cure di un insolito sacerdote del Dio del Sole, che rispondeva al nome di Khorne. Aveva un aspetto giovanile, nonostante fosse ormai di mezza età, e mostrava sempre un'espressione rilassata e tranquilla, favorita dai suoi occhi chiari e dai lunghi capelli biondi. Appariva sempre calmo e rilassato, come se fosse del tutto in pace con sé stesso, in netta opposizione alla natura impaziente, volubile e nevrotica di Sefiro.
Almeno una volta alla settimana, veniva all'Accademia il generale Arkom Blackblade. Nonostante l'età avanzata, era tuttora a capo dell'armata dei Grifoni Rossi, e per essere arrivato alla sua veneranda età, doveva essere stato un ottimo guerriero in gioventù. Veniva sempre in compagnia di alcuni dei suoi comandanti più abili, che impartivano a chi fosse interessato lezioni di tattica e di combattimento. Non era chiaro per quale motivo il generale fosse legato al maestro Worlow, ma questo poco importava agli allievi dell'Accademia.
Molti dei giovani allievi erano semplicemente degli orfani senza dimora, a cui Worlow aveva offerto un posto in cui vivere. All'Accademia potevano apprendere nozioni utili per sopravvivere in un mondo difficile e, al tempo stesso, restare lontani dalle insidie della vita di strada.
Worlow cercava di crescerli come avrebbe fatto un buon padre, più che un maestro. Alcuni dimostravano di avere un discreto talento, e col tempo sarebbero potuti diventare dei buoni guerrieri o validi sacerdoti.
Con l'arrivo della stagione fredda e il conseguente accorciamento delle giornate, gli allenamenti si facevano via via più brevi e leggeri. Alle sedute all'aperto si sostituivano, almeno per gli studiosi di magia, le sessioni in laboratorio e in biblioteca.
Ad Altair e Sefiro non dispiaceva affatto questa novità. Si stavano adattando a vivere all'Accademia, inoltre, col passare del tempo, avevano imparato ad apprezzare la compagnia di Jeff e Alexander, nonostante non capissero fino in fondo la sua ostinazione a farsi chiamare "Serpente" visto che, durante gli allenamenti, non era poi così silenzioso e letale come sosteneva.
Gli inverni a Mariner erano piuttosto rigidi. Quella sera in particolare il freddo penetrava nelle ossa, mentre il vento di tramontana sferzava le finestre risuonando in modo lugubre.
Quella notte Altair non riusciva a prendere sonno. Era piuttosto strano, visto che solitamente non aveva problemi ad addormentarsi, e non aveva pensieri o preoccupazioni particolari che giustificassero la sua insonnia.
Improvvisamente, un rumore proveniente dal piano inferiore lo fece drizzare sul letto. Era come se una forte raffica di vento avesse spalancato il portone di ingresso. Fece per alzarsi con l'intento di andare a sincerarsi della cosa ma, appena mise piede a terra, il freddo pungente del pavimento lo fece esitare. Intravide una flebile luce penetrare da sotto la porta chiusa della sua stanza.
"Meglio così" pensò. "Qualcuno deve essersi svegliato e starà andando a chiudere la porta. Perfetto, così non dovrò scomodarmi!"
Altair stava per rimettersi a letto, al caldo sotto le pesanti coperte, quando improvvisamente un urlo disumano lo fece scuotere di colpo. Doveva essere accaduto ben altro che una raffica di vento.
Accese una piccola lanterna e mise mano alla spada, che teneva sempre vicino a sé.
Uscì di fretta dalla stanza, sforzandosi di ignorare il freddo pungente, e giunse nel corridoio. Questo, essendo aperto su un lato, permetteva di vedere il piano inferiore e lì capì il perché di quell'urlo disperato: uno degli apprendisti giaceva a terra, apparentemente privo di vita. Si poteva intravedere a malapena il suo volto, completamente sbiancato e immobile. China su di lui vi era una figura dai contorni incerti.
La poca luce presente nel salone di ingresso proveniva unicamente dalla lanterna a terra, poco distante dal corpo dell'apprendista. La figura alzò la testa verso l'alto, emettendo dei versi disumani.
Altair si sentì raggelare il sangue nelle vene. Sotto il cappuccio di stracci non vi era alcun volto, solo una massa contorta di ombre pulsanti.
L'ombra si diresse, fluttuando, verso i piani alti, mentre altri esseri come lei irrompevano nell'Accademia.
Nel frattempo anche Sefiro, Jeff e Alexander erano usciti dalle loro stanze e, come loro, quasi tutti gli altri apprendisti.
Le ombre guadagnarono rapidamente i piani superiori.
Alexander estrasse i pugnali facendosi sotto a una di loro, attaccando con una rapidità che non aveva mai mostrato prima.
«Bravo, pensaci tu!» replicò Jeff, prima di agire a sua volta.
«Non Visus!» furono le uniche parole che aggiunse, prima di sparire nel nulla.
Gli attacchi di Alexander andarono a segno, ma la sua espressione compiaciuta dovette lasciare il posto allo sgomento quando vide che i pugnali trapassavano le ombre di cui era composta la creatura, senza arrecarle alcun danno.
«Bene, se la situazione è questa...»
Con un balzo felino oltrepassò la balaustra che dava sul piano inferiore, rotolando a terra al momento dell'impatto.
Altair digrignò i denti e attaccò l'ombra con tutta l'energia che aveva in corpo, ma il suo colpo non ebbe più fortuna di quelli di Alexander.
L'ombra allungò il suo braccio informe verso di lui, sfiorandogli appena la spalla.
Improvvisamente sentì un dolore acuto e un freddo pungente nel punto in cui era stato toccato, e dovette lasciare la presa sull'arma.
Pensò allora che se l'acciaio non aveva avuto effetto, forse ne avrebbe avuto la magia.
«Manus Igneus!»
Il getto di fiamme scaturito dalla sua mano fece eme

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