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L’ospite indocile (Lucianna Argentino)


Enzo Rega su "L'ospite indocile" di Lucianna Argentino Il più recente libro di narrativa di Valerio Magrelli s'intitola Geologia di un padre, e come i più lontani Infelicità senza desideri di Peter Handke e Mia madre, la mia bambina di Tahar Ben Jelloun, è l'elaborazione del lutto per la perdita di un genitore. Senza stabilire parentele di alcun tipo, notiamo come questo prezioso volume di poesia di Lucianna Argentino è dedicato al padre, e l'unica poesia che reca una data è quella scritta nel giorno della sua perdita. Il dolore che si fa continuamente presenza di cui parla il primo testo della raccolta (a p. 7) s'agglutina quindi intorno a una delle sofferenze maggiori, quale può essere quella della perdita di chi ci ha dato la vita: è come se si scavassero e scalzassero le nostre stesse radici; è come se cominciassimo davvero a morire un po' anche noi. Per questo in un altro testo si dice: "Il nome del padre / è un nome difficile / che a sussurrarlo / temi ne fugga la luce / e a dirlo forte / se ne perda il regno" (p. 13). Nello stesso tempo, il dolore, inevitabile, può non essere invano, può non essere sterile. Nel testo precedente leggiamo infatti: "così che il dolore non sia nella carne / ago o lama, ma sia scossa, sia onda / sia ciò che avvolge e feconda / per un unico frutto" (p. 6). Non so quale sia questo unico frutto a cui si riferisce Lucianna, forse la nostra vita, che va avanti sull'onda dello stesso dolore che ci scuote, ma nel medesimo tempo ci smuove. Il movimento, ascensionale, c'è dato infatti da questi altri versi: "Fammela bella l'anima e radiosa / che poi salta, si cambia quota" (p. 17). C'è già qui, portata del vento che è l'anima, anemos appunto per i greci, la luce, che, pure nei giochi d'ombra, attraversa i versi, e i paesaggi dei versi di questa poesia, una luce nella quale si eterna, o si vorrebbe, un tempo che invece ostinatamente se ne va trascinando tutto; eppure c'è stata un'età che sembrava raccogliere tutto, e che tutto il significato risiedesse nel senso dei gesti minimi, come si legge in questa poesia, che è una delle più dispiegata, rispetto ad altre più concentrate e condensate nel giro di pochi versi: Sembrava facile pensare che potesse essere tutto lì. C'era il sole, il vociare del vento, c'era l'infanzia con le altalene a filare il tempo, c'erano i prati, gli alberi, il loro verde materiale e mutevole e c'era un poco d'ombra per non socchiudere troppo gli occhi. Sembrava facile, sì, pensare che potesse essere tutto In quella luce a strati, nel desinare chiaro della rondine, nel lavorio della formica, nella liturgia della morte, nella sua sonora pietra. Felice di nulla edificare". Qui siamo ancora in quel mondo nel quale "ogni attimo possa dire / l'eterno che contiene senza morirne" (p. 11). Invece non è tutto lì, il senso deve essere portato fuori e farsi significato, e così questa diventa pure una poesia gnomica. Nel testo successivo leggiamo: "[...] scrivo per sapere cosa è natura / e cosa è sostanza e come fa a essere buono un frutto o un uomo" (p. 20). E più avanti: "è tentativo di conoscere / se nella radice dell'albero dimorano / necessità è libertà" (p. 26). Insomma, è una ricerca continua di quello che viene detto, con espressione quanto mai efficace, "senso irsuto della vita" (p. 23). E permettete di inserire quest'ospite spesso indocile (tanto per parafrasare il titolo della poesia), a volte non benaccetto dai poeti, ma che qui mi sembra decisamente opportuno, quest'ospite che è la filosofia, per dire come filosofiche siano qui le questioni poste, e filosofiche le domande pur declinate in poesia, laddove la poesia è stata pure la casa natale della filosofia. La ricerca dell'originario ci fa pensare non solo all'infanzia dell'umanità, ma anche a quella del singolo essere umano: così è per la traccia d'animismo che è dato scorgere in questi versi: "Così lo scrivo, ne faccio segno, / per capire come si spiega l'albero la potatura, / il papavero lo strappo / i bambini il tempo e lo spazio: / - dove va la notte quando è giorno? / - mezz'ora è tanto o poco?" (p. 23). Laddove sembra di risentire non solo i bambini che ci corrono d'intorno, ma anche chi cercava di capire quest'albeggiare della logica e della cognizione della natura (e del dolore) nelle menti infantili, come avrebbe fatto un Piaget con la sua compagna Inhelder. Ma ciò qui ci viene restituito non attraverso l'investigazione scientifica, ma tramite l'innocente forza del verso, che gareggia con l'ingenuità di cui si fa segno. Questa originarietà, questa età originaria, si risente anche nel ripercorrere i suoni nel loro formarsi e rincorrersi nell'aria, sotto il taglio di quella luce che si diceva: "argine e argano" (p. 15); "fa anse all'ansia" (p. 31) ecc. Tanto che l'autrice si chiede se le parole avranno un loro paradiso: le voci non le parole, come voci si sono fatte, cioè suono, queste parole che abbiamo letto Anche forse perché le voci, a differenza delle parole, che sono astrazioni, sono sempre voci di qualcuno: "Ma la voce, sai, quel suono / che non c'è n'è uno uguale a un altro / dov'è che va?" (p. 60). Il richiamo al paradiso, anche se quello delle voci, ci riporta però a una tensione verticale verso Dio, che pure c'è in questi versi, tanto che si parla del verbo, e anche di una scrittura "una e trina". C'è una forma di ascetismo e di sobria mistica, che si fa anche ascesi della parola, in una poesia che tende alla riduzione della misura in una concentrazione essenziale. Così leggiamo in una sorta di breve, e fulminante, dichiarazione di poetica: "... e sia fuggevole abbastanza / ma non a rischio di silenzio / e del cuore abbia la costanza / e la sottrazione" (p. 52). In fondo, alla scrittura, alla parola, alla voce (la scrittura che conserva la voce e forse ne diventa il paradiso invocato: può essere diversamente per un poeta?) si riconosce, sinesteticamente (udito, tatto, vista), un ruolo fondamentale di epifania della luce e sua conservazione: Il suono tiepido della luce Scorre lungo i rami carichi E cade e si frantuma, fa certo il provvisorio mentre la bellezza si fa scrittura e non ne muore. Enzo Rega Lucianna Argentino, L'ospite indocile, Passigli, Bagno a Ripoli (Fi), 2012, pp. 75

Recensito da Lucianna Argentino

Autore: Lucianna Argentino

Genere: Poesia

Perchè leggerlo?
E' un libro in cui la poetessa indaga il senso profondo e misterioso della vita.

Perchè non leggero?
Non trovo alcun motivo per non leggerlo soprattutto perché si tratta di poesia e la poesia ci aiuta a interpretare la realtà, a sentire la realtà e aviverla meglio, con maggiore consapevolezza.

Il pregio principale
Il linguaggio usato è profondo ma immediato

Una frase significativa
E' un castigo lo stare sempre a guardare il vuoto, la mancanza in perdita di luce in calo di pienezza. E' un castigo lo stare sempre a guardare il vuoto, la mancanza in perdita di luce in calo di pienezza.




One Responseto “L’ospite indocile (Lucianna Argentino)”

  1. Sono amica di Lucianna e sua omonima Ho letto Lucianna e la ”sento” sempre . Sebbene poetessa io stessa,trovo che le sue parole rinnovano il miracolo della musica .7 le note ma ..in mano a chi? Ogni sua poesia mi prende in una dimensione a spirale che mi porta lì dove la poesia è scarna e pregna di significati.Dove la poesia risuscita tutte le armonie e le disarmonie interiori messe a tacere .

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