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L’ULTIMO VOLO DELL’ANGELO


Siena, anno 1359. Passati i terribili anni della peste, il grande Spedale di Santa Maria della Scala - uno dei primi esempi europei di ospedale moderno - gode di un florido momento economico, dovuto principalmente ai ricchi lasciti delle vittime dell'epidemia. Proprio in questo periodo, l'istituzione acquista una serie di reliquie, tra le quali un chiodo utilizzato per la crocifissione di Gesù Cristo. Ma chi detiene il potere politico nella città, passata dal "governo dei nove" a quello "dei dodici", non nasconde le proprie mire sui ricchi introiti dello Spedale, di proprietà della Chiesa.
Un omicidio, tragico e spettacolare, colpisce la città. Intrighi e misteri ostacolano la ricerca della verità...

Editore:
Armando Curcio Editore di Roma

Genere: Gialllo medioevale

Estratto:
Compieta
Te lucis ante terminum,
rerum Creator, poscimus,
ut solita clementia
sis praesul ad custodiam.

Tommaso d'Altopascio posò la penna e richiuse il libro dei conti con un sospiro soddisfatto. Era tutto perfettamente in ordine. L'indomani l'incontro con Girolamo Salimbeni, il grande banchiere di Siena, sarebbe stato un successo. Se non altro per lui: se riusciva ad assicurarsi quel carico di allume gli affari si sarebbero sicuramente riavviati. Magari nel giro di due anni, o forse anche prima, avrebbe potuto conquistare il monopolio del commercio dell'allume, il che voleva dire aspirare a diventare il mercante più ricco di Lucca, e poi… chissà! Ma non era il caso di esagerare.
Non ancora, almeno.
Si alzò facendo cigolare la sedia e si levò il pesante mantello di lana. Sotto indossava solo la camicia di lino per la notte. Era inverno, ma la camera era deliziosamente riscaldata dal fuoco che scoppiettava forte nel camino.
Era piacevole viaggiare così. All'ospizio si erano fatti in quattro per servirlo a dovere, quei buoni frati. Tommaso d'Altopascio, mercante di tessuti di Lucca, non avrebbe dormito nella foresteria comune. Non poteva certo mischiarsi a quella turba di pellegrini e mendicanti, a quella plebaglia! A lui, come accadeva ogni volta che si fermava a Siena, era stata riservata parte del piano nobile dell'illustre Spedale. La sua stanza aveva persino una piccola sala attrezzata per il bagno, ed era
proprio accanto a quella del rettore; le sue finestre si affacciavano sulla piazza dello Spedale, di fronte al Duomo Nuovo, il panorama più bello della città.
Lanciando attorno un ultimo sguardo compiaciuto Tommaso prese il lume e se lo portò vicino al letto. Un ultimo sospiro e si lasciò sprofondare nel morbido materasso di piume. Forse in quel letto ci aveva appena dormito un nobile… Magari un duca, o addirittura un principe… Cullato da quei pensieri deliziosi si sentì prendere dal sonno, e con un ultimo sforzo si sporse per spegnere il lume.
Ci voleva proprio una buona dormita: domani lo attendeva una grande giornata.
Un soffio improvviso di aria gelida lo carezzò sul collo, facendolo rabbrividire. Possibile che il camino si stesse già spegnendo? Eppure aveva controllato di persona mentre Bernardo, il suo servitore, vi sistemava due grossi ceppi. Ce n'era per tutta la notte…
Tommaso si tirò meglio le coperte sopra la testa, seccato: queste vecchie costruzioni sembrano solide e accoglienti, ma sono piene di buchi e di spifferi, peggio di colabrodi.
Richiuse gli occhi cercando di ritornare al piacevole torpore del dormiveglia, ma si irrigidì di colpo.
C'era qualcuno con lui nella stanza.
Trattenne il fiato, con gli occhi di nuovo spalancati e tutti i sensi all'erta, pronti ad avvertire anche il minimo rumore. Niente.
Eppure, ne era certo, qualcuno o qualcosa si nascondeva nell'oscurità di fronte a lui.
Tommaso mosse adagio un braccio sotto le coperte. Forse avrebbe potuto accendere il lume e fugare quell'oscurità che gli sembrava d'un tratto così terrificante… Il fruscio delle lenzuola, però, gli sembrò un frastuono più spaventoso della carica di cento cavalieri. Si fermò incerto.
Chi poteva essere entrato nella sua stanza? E perché se ne stava lì immobile senza fare nulla?
Di nuovo un soffio d'aria gelida gli passò sul volto. La porta era chiusa, e di certo non poteva essere stata aperta senza lasciar trapelare la luce esterna. Poi lì fuori c'era Bernardo, che dormiva sdraiato su una stuoia... Era il caso di chiamarlo? Sì, forse, ma per cosa? Non stava succedendo nulla!
Un lievissimo scricchiolio gli fece drizzare di nuovo le orecchie. Si sollevò a sedere sul letto, puntellandosi sui gomiti, e rimase a bocca aperta per lo stupore.
Una luce improvvisa rischiarava un angolo della stanza. Un chiarore tenue, di un azzurro pallido e delicato, brillava quasi vicino al soffitto.
Tommaso seguiva tutto a occhi sbarrati. Chi poteva aver sistemato un lume a quell'altezza? Il soffitto era alto più di tre metri e in quell'angolo non c'erano né un mobile né un appiglio che potesse servire da sostegno, ne era sicuro.
La luce si mosse lentamente e dall'oscurità emerse un viso dolcissimo, pallido in modo innaturale, con due grandi occhi spalancati e una massa di riccioli scuri che lo incorniciava.
Per quanto si sforzasse, Tommaso non riusciva a scorgere un corpo attaccato a quel viso sospeso nel buio. E che razza di corpo doveva poi essere per arrivare a quell'altezza?, si chiese il mercante in un improvviso sprazzo di lucidità, sorprendendosi in una risatina isterica. Sto diventando pazzo?
L'apparizione parlò. La bocca non si muoveva, Tommaso avrebbe potuto giurarlo. Il viso non accennava il minimo movimento, ma parlò: "Pentiti, Tommaso!" disse una voce profonda. "Pentiti, perché la tua ora è giunta! Le porte dell'inferno si sono spalancate per accoglierti. Pentiti,
Tommaso, finché sei in tempo!"
La luce svanì di colpo, così com'era comparsa, facendo ripiombare la stanza nel buio più assoluto. Tommaso sbatté gli occhi, stordito e incredulo: per alcuni minuti non osò neppure muoversi e restò lì, mezzo sollevato su un materasso di piume che non gli sembrava più così confortevole.
Un istante dopo riacquistò la voce e si precipitò fuori dal letto, scostando le coperte con un balzo.
"Bernardo, dove sei? Aiuto! Bernardo, aiuto!"
Quando il servitore entrò nella stanza e riuscì ad accendere il lume non credette ai propri occhi. Il suo padrone, il severo e solenne Tommaso d'Altopascio, era in mezzo alla stanza, vestito solo della camicia da notte di lino finissimo, col berretto che gli ricadeva sulla fronte e un'espressione ebete che faceva spavento. Tutto attorno a lui piume candide volteggiavano con eleganza e ricadevano lentamente a terra.
"Padrone, padrone, come state? Che vi è successo?"
Bernardo scosse il mercante con vigore, ma non ricevette nessuna risposta. Preso dallo sconforto si mise a urlare in cerca d'aiuto.
"State tranquillo, padrone, ho chiamato. Qualcuno arriverà, andrà tutto a posto."
Parlava con tono tranquillo, ma la voce gli tremava di paura.
Una piuma volteggiò leggera e andò a posarsi proprio sulla punta del naso di Tommaso. Il servitore la prese con delicatezza tra le dita e la soffiò via.

Il viaggio volge finalmente al termine. Ecco il profilo della mia città che si disegna all'orizzonte.
Le torri, protese come dita verso il cielo, sono il suo emblema. San Gimignano mi attende e il mio animo si sta preparando a rientrare nella certezza di quelle mura.
Arrivato alla porta di San Giovanni decido di continuare verso la porta delle Fonti per bearmi ancora un po' della bellezza della campagna, e non me pento. Alla mia destra il verde si tinge di
violetto. Lo zafferano in piena fioritura allieta i miei occhi, preludio alla delizia che porterà al mio palato nei mesi a venire.
Mi ritrovo alla porta delle Fonti quasi senza accorgermene, e in quell'attimo mi rendo conto anche di non essere solo. Alcune donne che tornano a casa cariche dei panni che hanno appena lavato cercano di attirare la mia attenzione con un cenno della mano. Dai loro volti divertiti capisco che non è il primo saluto che mi rivolgono. Sul retro del carro, nel frattempo, diversi mocciosi schiamazzanti, con le gambe penzoloni, hanno trovato un passaggio per la città. Quanti altri compaesani non ho nemmeno visto? Già immagino i pettegolezzi e i nuovi nomignoli che mi verranno affibbiati in piazza stasera!
Passata la porta sento ancora più forte la vicinanza di casa. La tranquillità del mio animo viene sostituita, a poco a poco, da una crescente impazienza. Alla vista della persona che mi attende sulla porta l'impazienza lascia il passo all'eccitazione. Anche i monelli se ne accorgono e abbandonano il carro, correndo allegri verso la piazza della città.
La cavalla, attirata dalla meta vicina, accenna un piccolo trotto. Scendo con un salto e la lascio proseguire da sola verso la stalla.
Francesca mi viene incontro.
È la donna che ho amato dal primo istante in cui l'ho vista. I capelli raccolti come sempre coronano un sorriso gioioso, pieno di sincera gratitudine per il mio ritorno. Finalmente la posso
abbracciare.
Dopo un primo sguardo assorto, tipico del suo carattere riservato, Francesca si avventa su di me e mi stringe con passione. Il mio pensiero corre già alla prossima notte. Francesca scioglierà i lunghi capelli neri e si avvicinerà piena di un pudore subito smentito da un guizzo appassionato
degli occhi. Io la stringerò, la bacerò, le toglierò con delicatezza la veste a scoprire due seni piccoli e meravigliosi e…
"Babbo, babbo!"
Mi giro in direzione della voce di Angelica, mia figlia. Mi guarda dal basso verso l'alto, con occhi del colore della nostra terra che esprimono gioia mista a speranza. Il viso, incorniciato da un
nugolo di riccioli scomposti, è sporco di fuliggine: anche stavolta mi ha disobbedito e ha giocato vicino alla fucina.
Le braccia sono tese verso di me, pronte per il solito gioco. Fingo di rabbuiarmi indicandole il volto, ma subito la prendo e la faccio roteare tenendola ben stretta per i polsi, dapprima
lentamente, poi sempre più forte, sino a quando i suoi strilli e lo sguardo preoccupato di Francesca mi convincono che sto esagerando. Mi fermo e sollevo quei quattro anni di bimba. La stringo forte e le arruffo i capelli, sapendo che reagirà con dei piccoli pugni sul mio petto, perché la cosa le dà un gran fastidio.
"Mi avevi promesso un regalo!"
Ecco che viene fuori il senso pratico della donnina: fortunatamente me ne sono ricordato. Estraggo dalla sacca che porto a tracolla una bambola che ho trovato a Poggibonsi. È fatta di stracci, ma il vestitino riproduce quello delle nobili signore della città. Angelica sgrana gli occhi (che sembrano
ancora più grandi, se possibile) e mi stampa un bacio sulla guancia. Prende la bambola, e dopo essersi divincolata entra in casa di corsa.
Francesca mi guarda con tenerezza, aspettando in silenzio il suo turno. Estraggo dalla scarsella un paio di splendidi, almeno così spero, mocassini di velluto. Ancora prima di poter dire una parola mi ritrovo solo in mezzo alla strada. Senza i mocassini, ma con un bacio in più.
Ho scelto proprio bene, penso con una punta di orgoglio.

Acquisto:
http://www.curciostore.com/narrativa/170-l-ultimo-volo-dell-angelo.html




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