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Mandami a dire (Pino Roveredo)


Pino Roveredo è un grande uomo, non per la sua corporatura, ma per il modo di interagire con il prossimo. L'ho incontrato, casualmente, a Mestre nell'ottobre del 2007 e ne sono rimasta affascinata. La COOP (facciamo i nomi quando le iniziative sono lodevoli come questa!) organizza annualmente ad Alta Voce, una settimana per promuovere la lettura, programmando incontri con gli autori, noti e meno, dove lo scrittore legge ad Alta Voce un brano di sua produzione. Così, nell'ambito di questa manifestazione culturale, Pino Roveredo è stato chiamato a leggere in pubblico il racconto Mandami a dire, tratto dall'omonima raccolta che lo ha reso noto al grande pubblico. Ricordo con sorpresa il suo modo di guardarmi, palesemente imbarazzato, per la notorietà e lo stupore di vedersi chiedere un autografo con tanto entusiasmo: mi ha conquistata, mi ha trasmesso la forza della perseveranza spronandomi a scrivere in nome della sopravvivenza quotidiana. Si fa presto a dire: «Scrivo soprattutto per me stesso, perché è una necessità fisiologica, perché non potrei farne a meno, perché è un'esigenza vitale, perché mi consente di metabolizzare gli eventi della vita quotidiana...». Quando poi si scende nel concreto, tutti noi aspiranti scrittori, scrittori per diletto, compiamo un passo indietro mostrando che, in fondo in fondo, consideriamo l'avere successo e il diventare famosi un aspetto interessante della professione. Pino Roveredo, no. Per lui lo scrivere è stato uno strumento per riemergere dalle difficoltà delle estenuanti Capriole in salita proposte da una vita obiettivamente difficile, ma resa più ardua dalle sue scelte. Lo sguardo triste, interdetto, esitante con cui mi ha fissata non lascia presupporre la forza e la comunicatività delle poche parole proferite, il carisma e la volontà contenuti nel suo messaggio: «Scrivi, perché a me mi ha aiutato a sopravvivere ai momenti difficili.» Per questo motivo ho acquistato tutti i suoi libri reperibili sul mercato e mi sono accinta a leggerli con la segreta, neanche tanto, speranza di riuscire a comprendere da quale fonte scaturisce la sua forza, la sua perseveranza, la sua voglia di vivere. Ne varrà la pena? Dicevo tra me e me. Ebbene sì, ne vale la pena. Definire lo stile di Pino Roveredo personale, è sicuramente limitativo; il suo modo di scrivere, infatti, ha un'impronta riconoscibile anche dagli inesperti. In ogni caso, l'originalità non è costruita, non segue una moda effimera, non è un orpello, una sovrastruttura, un artificio. Nasce semplicemente dal suo essere: un uomo approdato alla letteratura per esigenze vitali. In quest'ottica, anche i termini rudi, al di sopra delle righe, costituiscono elementi necessari nell'economia della narrazione, senza assumere il tono di un cedimento alla volgarità, un compiacimento nei confronti della trasgressione a tutti i costi. L'effetto benefico che ne ricava il lettore è di ricevere stimoli costruttivi anche quando le vicende narrate sono tragiche. Questo aspetto costituisce la principale novità, la rivoluzione silenziosa di Roveredo: per quanto in basso si possa essere scivolati, si può sempre riemergere se c'è la volontà di farlo (bada bene: scivolati, non caduti!). Emerge in tal modo prepotente la moralità di Pino Roveredo, che non scaturisce da un finto perbenismo, ma dalla conoscenza diretta del degrado sociale (alcolismo, manicomio, necessità economica...). Per quanto la vita ti abbia provato e provocato, c'è sempre la possibilità offerta di una seconda occasione: «Come ce l'ho fatta io, ce la puoi fare anche tu. Io ti aiuto...».

Recensito da budur

Autore: Pino Roveredo

Genere: Autobiografico

Perchè leggerlo?
Ridona la voglia di lottare

Perchè non leggero?
Si può evitare di leggerlo se si è disposti a restare inerti!

Ti piace se...
chiudo gli occhi e penso a Pino Roveredo

Il pregio principale
E' scritto in modo semplice, ma poetico




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