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MARE VENEZIANO in uscita il 10 settembre

Olivier Chaline, Jean-Christophe Dartoux

MARE VENEZIANO

Traduzione di Alberto Bacchetta

Schermata 2015-09-02 alle 09.25.10

In uscita il 10 settembre

Lungo molti secoli i Veneziani hanno considerato l’Adriatico come il proprio golfo, rivendicando la sovranità sulle sue acque che il doge sposava ritualmente ogni anno. Tuttavia non ne hanno mai dominato la totalità delle sponde. L’autorità della Repubblica di san Marco si è esercitata in maniera intermittente sulle acque, più stabilmente su diversi punti della costa orientale: in Istria, sulle isole del Quarnero, nonché su quelle della Dalmazia, che celano porti quali Zara e Spalato. Questo insieme discontinuo si disponeva tra il mare e montagne scoscese. Interrotto dal territorio di Ragusa, si prolungava al di là delle bocche di Cattaro, fino al punto in cui la fortezza di Corfù montava la guardia al canale d’Otranto.
L’Adriatico dei Veneziani era anzitutto una rotta marittima percorsa da galere e bastimenti commerciali, lungo una costa il cui dedalo di isole e penisole risultava propizio alla pirateria. Era inoltre un insieme di roccaforti con i propri bastioni innalzati tra i flutti e le muraglie  rocciose  che  rinserravano l’orizzonte. Era infine il luogo da cui si dispiegavano le strade che risalivano verso un entroterra invisibile e selvaggio, verso terre straniere da cui provenivano invasori e pestilenze, ma da cui partivano anche mercanzie e i percorsi della transumanza. Il mondo italo-slavo e cattolico di questi territori di confine tra terra e mare aveva trovato in Venezia la protettrice nei confronti dei Turchi. Per molto tempo dopo la caduta della Dominante, come la Serenissima era anche chiamata, la sua impronta è perdurata: bastioni, campanili, palazzi, decorazioni di chiese e di case testimoniano ancora questa dominazione, dapprima imposta, poi rimpianta, che – come si può  vedere  a Ragusa – fece delle acque dell’Adriatico, più che una frontiera, un’area di civilizzazione veneziana.

Oliver Chaline, professore di Storia Moderna alla Sorbona (Paris IV), dove dirige il Centre d’Histoire de l’Europe centrale, e all’Università Karlova di Praga, è anche direttore dell’UMS (Unité Mixte de Service) di Storia Marittima. Il suo vasto campo di ricerca si estende dall’Europa centrale (La Reconquête catholique de l’Europe centrale, XVIe -XVIIIe, 1998; ed. it. La Riforma cattolica nell’Europa centrale, Jaca Book, Milano  2005) alla  Francia (La Renaissance, 2002; Le Règne de Louis XIV, 2005; L’Année des quatre Dauphins, 2009; La France au XVIIIe siècle, 1996 e 2005; La France et l’Indé pendance américaine, 2008).
Jean-Christophe Dartoux, fotografo specializzato in architettura, ha collaborato fra l’altro a opere di François Loyer (Histoire de l’Architecture française, 1999), di  J.-M.  Pérouse  de  Montclos (Philibert de l’Orme, 2000; L’Art de France, 2004) e di Simon Texier (Les  Architectes  de  la  mémoire, 2007); fine conoscitore dei Balcani, sensibile al paesaggio e al decoro urbano, è autore, con Nada Grujic´, di Dubrovnik, l’ancienne Raguse (2007).




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