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MEMORIE di Sergio Saggese

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A Forcella c’è una pizzeria di sì e no sei tavoli.

Mi ci infilo per mangiare un boccone e m’assegnano un tavolo di appena due posti piazzato sotto a una finestra fioca. Ho gli occhi ‘che si avviano’ ormai, un modo per dire ‘non più efficienti’. Ho appresso sempre un libro, per speranza, ma temo proprio che stavolta non riuscirò a leggere. Guardo le pagine, adesso, e per mettere a fuoco li distanzio i miei libri, tendendo gli avambracci come a soppesare neonati. È presbiopia sì, ma anche assunto che la verità ha bisogno di distanza.

C’è poco spazio nel locale, e forte odore di fritto e di aliti. È una città, questa, dove si spaccia l’adiacenza per legame. I tavoli sono addossati e ci si tampona di schiena. Nel percorso per arrivarci tengo il respiro attaccato alla pancia per non disturbare. Quando arrivo al tavolo assegnatomi, faccio indossare la mia giacca alla sedia di fronte, sorrido e m’accascio. Noto che la finestra ha le grate.

La civiltà è inversamente proporzionale al numero di usci blindati.

Tiro fuori dalla borsa l’ennesimo libro in attesa che arrivi il cameriere, lo apro, ma c’è poca luce. Non c’è una cazzo di finestra che non abbia sbarre in questa città ormai, e ancora una volta mi tocca voltare, nell’inevitabile penombra zebrata, pagine di parole ingabbiate.

La parte di vista che stenta, almeno quella, ne approfitta poggiandosi stanca ai fasci grigi come a balaustre e sogna.

Mi passo la mano in fronte. Fa caldo. Un caldo che mi riporta alla mente quell’afa estiva di quand’ero bambino: perché provassimo un po’ di refrigerio, mamma ci metteva sdraiati, me e i miei fratelli, sul fresco impiantito pancia all’aria sopra asciugamani morbidi di lavanda. Restavo a guardare la tendicciola appesa alla soglia sollevarsi e riabbassarsi per la brezza come la gonna di Marylin. Fino a che compariva su quella stessa soglia mio padre che rincasava e mi alzavo di scatto per andarlo ad abbracciare. Lavorava all’Algida. A ogni rientro aveva un bellissimo odore di cacao addosso, ma anche di sudore cotto, e un caldo alito triste di fabbrica, e un abbraccio forte, sempre nuovo, che Dio solo sa quanto mi manca.

Sergio Saggese

 

Fonte http://www.con-fine.com/home/?p=2993

http://www.con-fine.com/home/?wpsc-product=codamozza-sergio-saggese




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