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Metafisiche del libro

“I miei scritti parlano soltanto delle mie proprie esperienze interiori, per fortuna ho vissuto molto. Io sono là dentro, corpo e anima, perché nasconderlo? Ego ipsissimus, e a lungo andare ego ipsissimum.” (1) “Non bado più ai miei lettori, come potrei scrivere per lettori? […] Ma annoto me stesso, per me.” (2) […] “I miei scritti parlano solo dei miei superamenti: dentro ci sono ‘io’”(3)

Ma guarda! E noi che, leggendo, siamo sempre stati convinti che lo scrittore scrivesse per farsi leggere!
Annotare se stessi, per registrare i propri superamenti: questo è un’interpretazione della scrittura che, proprio grazie al fatto che ci lascia perplessi, è feconda di conseguenze. A quanto pare un libro non è soltanto un libro, ma è una storia, una biografia. Chi scrive si rispecchia e annota che ne è del proprio sé, ego ipsissimus, e chi legge, se sa leggere, scruta nel cuore l’interlocutore. Il libro ci parla, anche quando è un ricettario di cucina. È il depositario di un sapere che non deve andare perduto. Si potrebbe fare un paragone con le lapidi funerarie: si nota spesso che in esse una frase breve e sentenziosa vorrebbe sintetizzare lo svolgersi di un’esistenza, bloccare un flusso incessante che privilegia il già-stato, il così-fu, per rammentare all’occasionale passante che cos’è stata quella vita. Così il titolo di un libro: non è semplicemente il riassunto di ciò che vi si troverà dentro, è il significato di una vita, o di un suo momento, di un suo periodo, di un’esperienza, di un dolore o di una gioia, che meritava di non andare perduta affinché altri, passandone attraverso, conoscessero quel peso ed imparassero a condividerlo. Leggere un libro, infatti, significa intrattenere un rapporto con l’autore, un rapporto che non spiega, ma comprende. Un libro trasmette sapere, anche quando non è un trattato scientifico, e d’altra parte un trattato scientifico, proprio per la sua pretesa oggettività, non si rivolge a nessuno, pur rivolgendosi impersonalmente a tutti. Dunque è un’esperienza personale ed interiore quella con cui veniamo a contatto, ed è questa la luce che, proprio ai nostri giorni, viene a mancare. Nel panorama contemporaneo, quando un’isostenia di valori rende tutto indifferente, quando chi vale viene emarginato nell’insignificanza perché non funzionale ad un apparato il cui fine è solo la funzionalità ed il profitto, quando ciò che non è presentato dai mass-media non entra nelle nostre case e perciò è ignorato, quando il mondo dell’esperienza è soppiantato dall’esperienza condivisa e di massa, è a questo punto che il libro ha ancora la possibilità di spezzare la catena. Si scrive per spezzare catene: d’altra parte “Libera il libro” a cosa allude se non ad una liberazione da qualcosa di illiberale?
Guardiamoci negli occhi: al di là dell’idea romantica appena espressa, il libro è anche un oggetto, e poiché viene prodotto, venduto e comprato, è merce. Questa è un’altra catena ancora, dalla quale non si può uscire, ma essa appesantisce l’oggetto con conseguenze che si ribaltano in minima parte su chi legge (si tratta di pagare un prezzo, generalmente pure modesto e accessibile) ma in massima parte su chi scrive. Sappiamo per esperienza che un libro pubblicato non reca con sé solo il sacrificio di un lavoro di pensiero e composizione, ma anche lo scontro con la realtà, tutt’altro che romantica, di un mercato che pubblica libri non a caso, ma in base a calcoli precisi sulle possibilità reali e concrete di successo, cioè copie vendute. È la massa, quindi, che, nuovamente, determina la fruibilità di un testo, la sua espansione, la sua pubblicizzazione. Quando qualcosa è “di massa”, per ciò stesso è scadente, è già un’obbiezione. La “massa” non sceglie spontaneamente; ad orientarla concorrono gli operatori di mercato i quali, unici, proprio come i sofisti di cui ci parla Platone, sanno perfettamente come colpire al cuore i desideri e le aspirazioni (generalmente basse) del maggior numero. Quindi il successo e la circolazione del libro, la sua presenza più o meno massiccia presso i librai che lo ordinano dalle case editrici, dipende dalla sua vendibilità. La vendibilità dipende a sua volta dai gusti della massa (molto bassi), e i gusti della massa dipendono dalla cultura circolante (di massa, appunto). Costruire una cultura implica non meno di quarant’anni; per ora i mercanti perciò, in assenza di gusti più raffinati, devono esporre ciò che “va per la maggiore”: Bruno Vespa, Emilio Fede, le barzellette di Totti, “Storia di Pippo Baudo”, e via dicendo. Libri che non hanno il benché minimo significato (mi assumo la responsabilità di ciò che dico, la libertà di pensiero non è ancora stata soppressa ufficialmente) ma che, facendo perno sulla popolarità dell’autore, godono della garanzia della vendibilità. La popolarità dell’autore, poi, è data dalla sua presenza nei mass media, che rappresenta l’espressione della condivisione (di massa) della povertà di spirito a cui non solo non si vuole porre rimedio, ma al contrario si desidera incentivare affinché le cose rimangano esattamente così, affinché, cioè, quella “vendibilità” non venga destabilizzata da nuove forme di cultura che, pur presenti e tollerate (perché innocue al mercato o rese tali), potrebbero in futuro spingere e farsi strada in una società che cambia. La parola d’ordine è: nulla deve cambiare (d’altra parte tutti i regimi conservatori, pur esibendo una grande volontà di cambiamento e di riforme, non cercano di meglio che la stasi).
Detto questo, posto che chi legge (per alcune ragioni) e chi scrive (per altre), se non fa parte di una qualche orgia del potere è destinato a rimanere emarginato, abbiamo fatto il punto. Abbiamo guadagnato la coscienza (e non è poco) che il romanzo che abbiamo nel cassetto, o che è stato pubblicato da un editore per lo più sconosciutissimo (ovviamente non gratis), non avrà il successo delle “Barzellette di Totti”, un testo paradigmatico in cui l’imbecillità viene eretta a valore. Certo, ha successo perché è un libro comico (sull’imbecillità altrui si ride sempre), a scapito di una persona che, se per vicissitudini personali non ha potuto sviluppare una grande cultura, non dovrebbe farsene un vanto al punto di sfruttare tale ignoranza commercialmente e proporre al pubblico il messaggio “Guardate a quale grande successo andrete incontro se mai riuscirete ad essere stupidi come me”.
Epoca di stupidità e di nichilismo. I libri non vanno più conservati, sono usa-e-getta (istant book, che dopo un mese nessuno ricorderà più). Tutto ciò che si produce (e abbiamo detto che i libri sono anche merce) deve andare consumato e distrutto, diversamente si ferma la produzione. Ma abbiamo detto anche che, oltre che merce, i libri sono anche biografie. “Consumando” il libro si getta alle ortiche una vita. Mantenerlo in vita sia da oggi il nostro compito.
Ma vi è un altro problema urgente: la selezione libraria.
Un tempo non esistevano gli editori a pagamento, perciò gli editori facevano una selezione severissima prima di decidere di pubblicare un libro, perché rischiavano in proprio, come deve fare qualunque buon imprenditore. Oggi che gli editori sono diventati tipografi, e pubblicano scritti di ogni genere con scarsa selezione (ciò che seleziona è il denaro), purché, almeno, non siano libri anche sgrammaticati, il “mercato” librario è invaso da una “quantità” enorme di libri (se ne pubblicano in Italia circa 300 AL GIORNO) per cui la libreria a cui vengono proposti non può accettarli tutti. Ulteriore selezione: il libraio decide di prendere (in conto vendita) solo i più fruibili (in base a quei criteri “di massa” di cui abbiamo detto più sopra). Quelli non ordinati, e che gli arrivano lo stesso, non finiscono in vetrina, per cui nessuno saprà mai neppure che esistono. Può nascondersi un talento, ma questo non interessa a nessuno, se non fa guadagnare. D’altra parte ci sarebbe da stupirsi che i best-sellers siano scritti da talenti. Abbiamo pur fatto qualche nome. Ebbene i libri non ordinati non vengono neppure tolti dalla confezione, e ritornano al mittente addirittura con lo stesso incartamento.
La prova di tutto questo può farla chiunque: si provi a mandare un manoscritto ad Adelphi, a Feltrinelli, a Mondadori, a Bollati Boringhieri, alla UTET, e vedrete il risultato. Se lo mandate ad una casa editrice mai-sentita-nominare vi sarà proposto un contratto di edizione almeno nel 90% dei casi (ovviamente a pagamento). Che significa?
Significa che, per ora, dobbiamo nasconderci nelle nicchie ecologiche di Internet per vedere i titoli che escono, e che dobbiamo ordinarli in un Internet Bookshop e farceli recapitare a casa perché in libreria non li troveremo mai. Altro proposito concreto: evitiamo di ordinarli tramite Internet (a meno che non siamo all’estero) e chiediamo al nostro libraio di fiducia che, se non ha un testo, lo ordini per noi (importante in questo caso l’ISBN). In questo modo i librai saranno anche più stimolati a conoscere gli autori sconosciuti che noi vogliamo leggere, e magari al posto della nostra copia ne ordinano due-tre. Chissà: una copia, con un po’ di fortuna, potrebbe finire in vetrina!

RICCARDO

(1)    Nietzsche F., Frammenti postumi 1885-1887, 6 (4). V. anche Umano troppo umano, Prefazione § 1.
(2)    Nietzsche F., Frammenti postumi 1887-1888, 9 (188).
(3)    Nietzsche F., Umano troppo umano II, Prefazione.

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2 Responsesto “Metafisiche del libro”

  1. [...] Fonte:  Metafisiche del libro | Libera il Libro [...]

  2. Riccardo says:

    Ahimè, triste e sconsolata realtà! Adesso mi spiego perché i libri che cerco non li trovo mai in commercio; perennemente introvabili, fuori catalogo, mai sentiti, ecc.. Eppure c’è chi li cita qua e là ad arte in altri libri o agende e mi fanno venire ancor più voglia di cercare queste fonti di saggezza illuminante; invece? Niente!!! Poco tempo fa mi sono regalata “simbolicamente” un metro di libri; tutti rigorosamente fuori vetrina e poco commerciali! Se c’è una cosa che non sopporto e dai quali prendo normalmente le distanze sono i libri “di moda” e comunque tutto ciò che fa “moda”. Obsoletissimi! Mi inorgoglisce sempre leggere un “non famoso”.
    Un libro che mi tocca in qualche modo, mi stimola a fare tam-tam, passaparola o che dir si voglia; insomma consigliarlo agli amici, regalarlo, ecc… Certo, non se ne parlerà nei talk show e non farà tirature da capogiro, ma magari, a quei “pochi” che l’hanno letto lascerà dentro qualcosa che di sicuro i libri “commerciali” delle vetrine delle librerie non lasciano.. e poi, diciamolo francamente; a ognuno il suo libro, la “qualità” non è per tutti…

    Arianna

    Cara Arianna,
    abbiamo degli assi nella manica senza saperlo! I libri introvabili, quelli che hanno avuto una sola edizione e che nessuno vuole ripubblicare (perché già fu un rischio la prima, tanto meno qualcuno si imbarcherà con la seconda) non sono proprio introvabili. NOI ABBIAMO LE BIBLIOTECHE !!! Certo, anche qui il piatto piange perché le politiche culturali del nostro governo sono improntate a distruggere la cultura (se c’è cultura nel popolo il dominio è in pericolo), quindi si sono trovate con finanziamenti dimezzati, così come è accaduto alla scuola, all’università, alla ricerca. Però, parlo per esperienza personale, sono sempre riuscito a spuntarla. Addirittura, tramite il prestito inter-bibliotecario, sono riuscito a reperire testi provenienti da altre città, a volte da altri paesi. Certo, bisogna pagare la spesa della spedizione di andata e ritorno, ma ti garantisco che avere per le mani un libro cercato per anni, e che i comuni mortali non riusciranno mai ad avere, è una soddisfazione che non ha paragoni. Fai così: recati nella biblioteca comunale della tua città, chiedi la tessera di iscrizione (che è gratis), e da quel momento in poi accedi a tutto.
    Fammi sapere com’è andata! Perché non utilizzare quelle poche risorse che il nostro governo non è ancora riuscito a distruggere?

    Riccardo

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