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Onora la madre

ONORA LA MADRE


E' notte.
Mentre attraversano la pineta Giovanni assapora il profumo acre della resina, lo sente solo lì e solo a quelle ore è così forte. Ci viene anche di giorno nella pineta quando vuole stare solo e si arrampica sempre sulla stessa quercia. Un grosso ramo è a un metro da terra, con un salto gli è sopra. Sale con agilità, va più in alto che può, spostando fronde che in inverno si seccano e scricchiolano e poi cadono. A maggio le giovani foglie sono verdi e fresche, l'albero sussurra, fiorisce e produce nuove ghiande.
Gli hanno detto che i maiali sono ghiotti di ghiande.
Da lassù Giovanni vede l'altra sponda del Tagliamento e una casa bianca che si affaccia sull'acqua, proprio nel punto in cui l'ansa devia il suo percorso verso Latisana. Tende bianche ornano le piccole finestre di abete. Il ricordo della voce di sua madre è vivo, se una casa ha le tende...ci vive una donna. Lo ripeteva sempre, ma fin'ora lui non ha visto nessuno.

Nella pineta trova asparagi, lamponi, sclòpit. I funghi li stacca dal terreno facendo attenzione a non rovinarli o non ne troverà la volta successiva. Distingue chiodini e ovuli e gli altri non li raccoglie, suo zio ci è morto, mangiando roba avvelenata. Conosce anche un altro fungo e lo trova bellissimo: dopo ogni temporale la sua cappella rossa spunta sotto la vecchia acacia morta, le sue efelidi bianche sembrano caramelle di zucchero.
La frittata con i funghi di sua madre era deliziosa e la fetta che gli spettava non bastava mai. Lei gli aveva insegnato come fare e se le galline regalano qualche uovo in più, la prepara anche Giovanni.
Quando va nel pollaio, Gina è la prima ad andargli incontro. E' la più vecchia, il suo collo è tutto spennato e il bargiglio non è più morbido come una volta. Le manca anche un occhio, ma ci vede ancora bene quando è ora di mangiare. In un angolo della stia Giovanni si accovaccia, riempie le mani di chicchi di grano e lei becchetta dai suoi palmi e gli fa il solletico. Lo fa ridere.
Il vecchio brontola. Dice che quelle galline sono vecchie e che presto tirerà loro il collo per farsi una mangiata di carne e un po' di brodo.
Un giorno che lui non c'era, Giovanni ha lasciato aperto il cancello e ha pregato che le galline scappassero. Invece sono rimaste lì, a guardare il mondo a disposizione senza capire. Non sapevano che farsene del mondo. Nemmeno sapevano cosa fosse.

Rami e fronde caduti con l'ultima bufera giacciono in mezzo al sentiero che porta a Gorgo, devono evitarli, scavalcarli, spostarli per fare spazio e passare col carretto. Il freddo morde le gambe, gli zoccoli iniziano a far male. Dopo due ore di cammino sono vicini alla meta.
Il vecchio fa strada, i figli lo seguono. Nino è l'ultimo, Giovanni il più grande e deve trascinare il barroccio con dentro il fratellino ancora addormentato. Ha solo cinque anni il piccolo Nino e non ha mai assistito allo spettacolo.
Questa volta Giovanni non ha saputo cosa inventare. L'anno passato ha fatto finta di stare male, quello prima era al capezzale della povera donna e recitava il rosario e ogni volta che sbagliava un'orazione il vecchio gli mollava una scoppola in testa. Rispetta tua madre almeno in punto di morte.
Ma Giovanni quelle preghiere non le ha mai imparate. Sono lunghe e noiose e non servono a niente. Di quel mostro uscito dal suo ventre a lui non importava. Sarebbe stata una femmina, dopo sei figli maschi, invece erano morte entrambe.
Ricordava la notte in cui il vecchio l'aveva condannata. I segni della cinghia sulla pelle l'avevano tenuto sveglio, aveva sentito tutto. La madre che piangeva e non voleva, lui che bestemmiava. Aveva sentito i suoi spasmi schifosi, la puzza di vino, lei che mugolava basta basta basta e con quella ninna nanna si era riaddormentato. Adesso, quando la sera devono pregare, lui muove la bocca e finge. In realtà lo maledice e spera che muoia presto, prima che possa uccidere anche la sua Gina.

Quando entrano nel cortile c'è già tanta gente. Bambini di tutte le età corrono indemoniati da un lato all'altro, la loro eccitazione è palpabile. Il vecchio strattona Nino, lo sveglia e impreca a entrambi che è ora di darsi una mossa, se vogliono assistere alla parte migliore.
Si avvicina il macellaio del paese, le sue mani sono rosse e grosse. Giovanni non ha mai messo piede nella sua bottega, ma quando ci passa davanti si ferma a guardare, perché è come andare al cinema, anche se lo spettacolo non gli piace. Dietro il bancone il beccaio sembra ancora più grande, nella sua uniforme bianca e sporca. Alle sue spalle ciondolano salami, cotechini, soppresse, davanti a lui grossi pezzi di carne aspettano di essere squartati, sgrassati, macinati. In un angolo della bottega c'è una porta che conduce in una stanza più fredda. Un giorno con i fratelli è passato di lì e Nino lo teneva per mano. La porta della caverna era spalancata e dentro si vedeva un corpo appeso a testa in giù. Non aveva più le interiora, non grondava sangue. Era delicato e non faceva paura.
Guarda come dorme quel maiale...
Avevano riso tutti, pareva davvero addormentato. Ma Giovanni aveva sentito lo stomaco attorcigliarsi. Aveva lasciato la mano di Nino, era corso in fondo alla strada e voltato l'angolo aveva dato di stomaco.

Il vecchio prende alcuni strumenti ed entra nello stabbiolo. Con una delle sue mani enormi il macellaio acchiappa Giovanni per un braccio e lo trascina dentro, mentre Nino corre a giocare nel fienile e il ragazzo prega che resti là.
Il porcile ha solo una piccola finestra, un pertugio con sbarre di ferro inghisate nel muro e ragnatele al posto delle tende e le pareti sono ricoperte di sudiciume. Il giovane si mette in un angolo e non capisce se a togliergli il respiro sono l'odore di guano o la paura. Qualcuno apre il portoncino di legno, il vecchio si avvicina. Al principio l'animale indietreggia spaventato, quello non è il suo padrone, poi sembra calmarsi, grufola nella mangiatoia cercando qualche buccia di patata. Qualcuno dice che è proprio una bella bestia, quasi due quintali.
Giovanni mette una mano in tasca e trova le ghiande che ha raccolto il giorno prima. Non sono molte, ma le butta nel trogolo. Il maiale alza il muso e lo guarda per un attimo. Poi con il suo buffo naso fiuta, cerca, trova le deliziose noccioline.
Il vecchio ne approfitta e lo coglie di sorpresa, gli aggancia un lungo filo di ferro alle zanne, glielo attorciglia al muso. La bestia incredula non capisce, non è riuscita a masticare bene le ghiande, a godere del loro buon sapore e adesso non può più aprire la bocca.
Il vecchio lo costringe a calci in mezzo al cortile, aiutato dal beccaio che tira forte il cappio che ha legato al collo della bestia. Il maiale grugnisce, scalpita, si rivolta e gira la grossa testa per liberarsi di un giogo che non lo fa respirare. Grida forte e geme e poi grida ancora e a Giovanni pare di sentire di nuovo il rombo degli aerei che si avvicinano, i latrati dei cani, le urla delle donne che scappano.
Stremato, l'animale si arrende, viene trascinato verso il patibolo. Per qualche istante resta adagiato sul fianco e fissa Giovanni con i piccoli occhi e sembra interrogarlo, fissa proprio lui e Giovanni fa fatica a tenere i suoi aperti perché lo sguardo gli si sta annebbiando.

Due uomini tengono la bestia per le zampe posteriori, il macellaio per quelle anteriori, il vecchio gli blocca la testa. I bambini si preparano alla festa, le donne attizzano il fuoco sotto i paioli ricolmi di acqua bollente, due vecchi in un angolo con le mani ruvide sgranano pannocchie e bisbigliano tra loro. Quello spettacolo l'hanno visto tante volte e ormai non gli interessa più.
Qualcuno gli mette un coltello freddo e affilato tra le mani.
Sta volta tocca a te, giovanotto. Colpisci più forte che puoi...
Giovanni non riesce a liberarsi dalla nausea, non riesce a scappare. Guarda i volti degli uomini. Occhi iniettati di sangue, occhi che aspettano sangue. Con un urlo acuto e interminabile la bestia celebra il suo addio alla vita e quel grido gli dilania il cervello. Stringe forte l'impugnatura del coltello e tenta di sollevare il braccio per porre fine a quello strazio. Per fare quello che deve fare o l'intero paese domani riderà di lui. Tra la folla vede altri occhi. Di bambini che aspettano impazienti, di ragazze ridacchianti che scommettono su quanti anni può avere quel giovane, del macellaio che si interroga sul perché ci stia mettendo così tanto. Vede anche gli occhi del piccolo Nino, che invece di restare nel fienile ha deciso di assistere alla sua iniziazione.
Spazientito, il vecchio si riprende il coltello e gli lancia uno sguardo che sa di disprezzo. Non sei nemmeno capace di uccidere un maiale. Poi esegue la sentenza con un unico fendente alla base della gola. Potente, preciso, letale.
Il liquido rosso sgorga copioso in un secchio che in pochi minuti è già pieno. Una donna lo porta nelle cucine, il sanganèl va preparato subito. Poco dopo la carcassa viene issata per le zampe posteriori, un'epifania di carne, ossa e cotiche di cui tutti devono godere, del maiale non si butta via niente. Un altro secchio viene posizionato sotto la testa perché di quel sacrificio non venga sprecata nemmeno una goccia. Alla fine l'acqua bollente scorre, le setole si staccano, scoprono una pelle rosea che Giovanni vorrebbe accarezzare.
Il vecchio prende il coltello ancora sporco, recide i testicoli della bestia, li soppesa per qualche secondo con la mano e sorride, becero e fiero. Consegna quell'emblema di virilità al macellaio, questi mettili da parte per me. Poi con forza incide la cotenna aprendo una falla che parte dal primo colpo inferto e arriva alla coda. Dal corpo escono metri e metri di budella dall'odore fetido di chimo, uno stomaco intriso di melma verde e poi fegato, polmoni, viscere e ancora sangue che l'acqua calda lava via. Il beccaio infila le mani nelle interiora e rovista a cercare qualcosa, poi mostra a tutti il cuore della bestia.
All'improvviso la mano di Nino prende quella di Giovanni. E' minuscola e fredda e il ragazzo, ancora con gli occhi puntati su quel muscolo cardiaco che gli sembra stia pulsando, lo guarda senza dire niente. Gli verrebbe da piangere, Nino glielo ha letto negli occhi e lo trascina in un angolo del cortile. Ti sei spaventato? Giovanni fa cenno di no con la testa, che stia tranquillo. Il bambino chiede se lo spettacolo è finito, vuole tornare a giocare nel fienile. Allora perché non è rimasto là tutto il tempo, invece che assistere a quella tortura? Fa spallucce Nino. Volevo vedere se eri davvero capace di uccidere...


Stamattina all'alba Giovanni non aveva legna da raccogliere, né asparagi da cercare, ma ha camminato in fretta tornando nello stesso posto in cui li aveva visti il giorno prima. Erano ancora lì, belli e fatali. Li ha raccolti con attenzione, sa bene che tutte le armi vanno maneggiate con cura. Li ha riposti in un cestino e prima di rientrare è salito sulla quercia. Ha guardato verso la casa bianca e per la prima volta ha visto una ragazza. Aveva una cesta ricolma e stendeva il bucato all'aria. Giovanni ha pensato che sua madre aveva ragione e che sono belle le case con le tende alle finestre.
Una volta a casa ha atteso che le campane della domenica suonassero l'Angelus. Nessuno dei suoi fratelli verrà a pranzo. Dopo messa si fermeranno tutti dalla nonna, che fa la perpetua a Latisana e che oggi compie settant'anni. A tavola ci sono solo lui e il vecchio, che adesso sta seduto al suo posto e aspetta di mangiare.
Si è inventato una scusa, Giovanni. Gli ha detto di avere la nausea, che non si sente bene e non pranzerà, ma che stia tranquillo, ha cucinato per lui una frittata. L'ha preparata con tutto l'impegno di cui è capace e ci ha messo gli stessi ingredienti che usava la mamma. Li ha messi proprio tutti. Tre uova fresche, latte, sale, pepe. E funghi.












Autore: Mariaelena Porzio

Genere: Racconto




One Responseto “Onora la madre”

  1. Antonello says:

    Molto bello, anche se triste, con finale ad effetto.
    Entri nella tradizione contadina e riesci ad evidenziare la crudezza e la “considerazione” che c’è per l’oggetto animale che serve per nutrire e per guadagnare.
    Triste perché amo gli animali, anche se, vigliaccamente non riesco a fare a meno di mangiare la carne.

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