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Orlando muore [cap. 2]

UN BAGNO NEL TAGO

l'accese sì, ch'in lui non restò dramma
che non fosse odio, rabbia, ira e furore
(L. Ariosto, Orlando Furioso, canto ventitreesimo)


Bairro Alto è affollatissimo.
In lungo e in largo è un labirinto di vicoli e viuzze, strette, irte o scoscese, che conducono ad un incrocio che par nuovo, ma che è stato ripetuto almeno altre dieci volte. Il quartiere è brulicante di nottambuli; eleganti coppie di mezza età evadono dal tempo, branchi di adolescenti si ritrovano, poi si dividono, poi si rincontrano, amanti in cerca di riparo che vanno e vengono, si lasciano ad un angolo alle prime luci dell'alba. La notte non conosce leggi, ne ordine, vale solo l'intuizione. Nell'aria si mescolano gli odori di pesce alla brace e di marijuana, di profumi da femmina e di gatti in calore, di fiume e di mare.
A Lisbona finisce la terra e comincia il mare. Comincia l'Oceano.
Mi è sempre piaciuto il mare, ma l'oceano è tutta un'altra cosa. Nel mare ristora il corpo, nell'oceano si butta l'anima. (E soprattutto nell'acqua dell'oceano non ci pisciano i bambini!). Una volta sapevo nuotare, ma sono passati parecchi anni. Questa notte però, ho deciso che farò un bagno nella sponda del fiume. Ho le mie solite idee balzane. Venire qui è stata una follia, un volo libero, o semplicemente nella mia fantasia assume queste sembianze: Lisboa, o fim do mundo.
I miei genitori, non senza i soliti e ripetuti lamenti, mi hanno lasciato fare (alla fine mi hanno sempre lasciato fare, convinti che avessi per chissà quale motivo qualcosa di speciale, qualcosa di eccezionale per compensare il mio altrettanto eccezionale difetto), poi l'Altro ha acconsentito ad accompagnarmi. Lo chiamo l'Altro perché non ho molta considerazione di lui. È di quelli che parlano di ciò che leggono o ascoltano e non di ciò che pensano. Oggi è una cosa, ma domani potrebbe essere tutt'altra. Più che camaleontico, direi che è un bastardo.
Di buono, c'è che si fa sempre i fatti suoi e parliamo solamente l'indispensabile.
Andiamo dritti verso la foce del Tago. Adesso non lo vedo ancora, ma so che è là in fondo, oltre questi edifici, oltre questo labirinto di locali ed incroci. Da alcuni vicoli si può scorgere il fiume, come dal buco della serratura una stanza. Non se ne coglie l'esatta larghezza, piuttosto appare come un ostacolo informe, invalicabile a nuoto. Un muro.
La foce del Tago, oltre il ponte 25 de Abril, allarga le fauci e il mare entra; il mare entra e il fiume esce. Lisbona è una città di viandanti, qui si arriva, da qui si parte. Il Portogallo nei secoli della sua espansione coloniale in America Latina, in Africa e in Asia, viveva il suo periodo di massimo splendore. Nella capitale giungevano entusiasti i migliori navigatori, uomini d'affari, ambasciatori, esploratori, falliti e sognatori di mezza Europa. A Praça do Comércio si respira l'aria di tante possibilità. Libera la mente.
Lo sento il mormorio del Tago, sto giungendo all'Oceano. Sto venendo a prenderti.

II

Dall'ultima volta che ho nuotato è passata davvero un'eternità! Il ricordo mi appare estraneo alla memoria, come uno spezzone di film visto al cinema. Il rumore dell'onda che sbatte sull'onda fino al bagnasciuga, mi giunge come da casse invisibili. Muovevo un passo, poi un altro, incerto se tuffarmi o meno. L'acqua era fredda, mentre la testa e le spalle erano abbrustolite dal sole. Procedevo lento, dosando i movimenti, fino al punto micidiale: testicoli, uccello, pancia. Dopo una rigida preparazione respiratoria da nuotatore olimpionico m'immergevo, prima fino al collo, poi giù. Sott'acqua non si sente più nulla dei rumori esterni, i movimenti sono lenti ed armoniosi. Immaginavo di essere un pesce per sempre, quando infine ritornavo a galla per riprender fiato.
Sto bevendo una birra in bottiglia, fuori da un locale alla moda dove suonano l'house music.
Il pezzo di cielo che mi ritrovo sopra la testa, (oltre i tetti di Bairro Alto) è troppo denso da percorrere in volo; e non c'è luna. La luce che illumina il quartiere proviene dai locali, ed è dei colori più accesi e bizzarri. Distorce la percezione della realtà. Passo in rassegna le facce e i profili, inseguo i movimenti di una cameriera e guardo oltre. L'Altro mi sta sempre appresso.
Un gruppo di giovani vicino a me, urla, salta e brinda. Uno di loro mi viene addosso e un fiotto di birra fuoriesce dalla mia bottiglia, riversandosi sui jeans. Mi chiede subito scusa. L'Altro, che si è accorto del piccolo incidente, gli si avvicina e pateticamente lo rimprovera. Scuoto la testa e mormoro al tipo che non importa. Gli faccio cenno con il dito che l'Altro è matto. Lui ride. Allora le ragazze e i ragazzi del gruppo si voltano e mi guardano. Una tipa allunga la mano e mi dice il suo nome, poi si presenta il tipo che mi ha fatto spandere la birra, successivamente tutti gli altri. Ci scambiamo qualche battuta. Poi come tutto era, tutto ritorna: loro richiudono il cerchio e mi escludono da un'ulteriore conversazione, lasciandomi con la mia bottiglia mezza vuota, una macchia sui jeans e l'Altro che ovunque vada mi sta alle calcagna.
Ho bisogno di andare avanti e glielo dico.
Passo in mezzo alla gente, all'inizio con cautela, poi cerco di farmi largo sgomitando, perché non mi stritolino. Alcune persone si voltano a guardarmi (di solito guardano una volta, distolgono lo sguardo e riguardano successivamente), altre fissano, altre ancora restano indifferenti. Con lo sguardo continuo a cercarti. In ogni ragazza, in ogni giovane donna che incontra, anche per nulla più di un attimo, con i suoi occhi i miei, cerco una traccia di te, un segno. Continuo a voltarmi e rivoltarmi, mi fermo e riprendo la strada. Mi turba, mi agita immediatamente l'incontro di uno sguardo, quando penso ogni volta che questo potrebbe essere quello che sto cercando.
Mi hanno detto che è insensato ciò che sto facendo, che mi affaticherà più del dovuto, che non me ne ritornerà niente di utile. Forse a volte riesco a sopportare di più l'Altro, che la mediocrità di quelli che agiscono in base all'utilità. Una sola cosa mi consola, che a questi manca, e mancherà sempre, la consapevolezza. Io non ho vissuto parecchio, non ho fatto nemmeno tutte quelle esperienze che di norma dovrebbero fare i giovani della mia età, ma ritengo di averle comprese tutte, una per una, assimilate, metabolizzate, digerite, ed infine espulse. Lei, non riesco ancora ad espellerla. Perciò tutto quello che sto facendo è molto più che sensato.
Mi ha lasciato poco più di un anno fa. Tutto questo tempo non è stato sufficiente a scordarmi di lei, così ho deciso di rinunciarci a farlo, di abbandonarmi con consapevolezza a questa follia. Inizialmente avevamo mantenuto qualche contatto, ma da sei mesi a 'sta parte non si è fatta più viva, nemmeno quando io la cercavo. Mi aveva detto che sarebbe andata ad abitare a Lisbona.
Sono tre notti che esco e vago alla sua ricerca, ma cercare qualcosa qui vuol dire ammattire.

III

Ho preso un moijto in un locale ad un crocevia. Gli spacciatori sono disposti ai quattro angoli. La fiumana di gente ci passa in mezzo da tutte le direzioni. Sposto lo sguardo un po' qui, un po' lì, ma tu non ci sei.
I muri del locale sono di un verde rancido, scrostati ed imbrattati di simboli e vecchi manifesti, pulsano al ritmo dell'elettronica che il dj sta suonando alla consolle. Muovo le dita e la testa appena. Ballo in modo divino, penso.
La luce intermittente e colorata rischiara a colpi alterni, dettati dal suono, i profili dei giovani che si divertono fuori dal locale. Una ragazza (la parte destra del viso schiarita dalla luce, la linea dolce della mascella fino al mento, si gira, mi guarda; ha occhi grandi e scuri; la maglietta le lascia scoperta la spalla sinistra), potrebbe essere lei. La inseguo con lo sguardo, ma non con l'andatura. L'alcool comincia a darmi alla testa, la vista si offusca e finisco col non vederla più.
Molti negozietti sono ancora aperti. Negozi dove comperando degli abiti ci si può tagliare i capelli, o dove contrattando con l'artista un'opera si può bere un drink. Negozi di musica reaggy o di macchine fotografiche d'epoca. Di là della strada c'è un negozio di scarpe. E' luminoso, interamente verniciato di bianco e schizzato di nero, come se qualcuno si fosse divertito a prendere a secchiate i muri. Le scarpe sono disposte in fila, parallele all'entrata. Nient'altro, giusto un bancone che funge da cassa e la commessa dietro.
Vado matto per le scarpe. Ne compero cinque, sei paia l'anno, per capriccio. A lei piaceva regalarmene un paio ogni tanto, quando aveva soldi a sufficienza.
Mia madre ha sempre sostenuto l'idea che approfittasse di me, della mia condizione, del mio amore cieco, della nostra benevolenza e del nostro benessere economico. Anche se fosse stato vero, non me ne sarebbe importato un fico secco. Mia madre questo non l'ha mai voluto comprendere. Anche lei è ormai ossessionata dalla convenienza in qualsiasi tipo di rapporto. Non che sia una cattiva donna, solamente non sa darsi pace. È successo tutto all'improvviso e la sua vita è cambiata di colpo. È il dolore che l'ha chiusa in se stessa e le fa guardare il mondo con malizia e sospetto.
Zoia l'ho conosciuta ad un corso di hip hop.
In verità non ho mai ballato, ma frequentavo ogni lezione. Seduto, assistevo ed era come se ballassi. Sì, come se ballassi anche se non ne sono capace. La musica scuote il mio corpo, i battiti il cervello, le dita delle mani e dei piedi. Insieme con il sangue scorre per le arterie, per le vene e i capillari. Allora salto, mi muovo come ondeggio, pancia a terra, mi rialzo. Lo immaginavo mentre guardavo i miei compagni di corso ballare. Lei era tra di loro. Minuta, allegra, grintosa, non era bellissima, ma mi colpì subito. Iniziai ad andare alle lezioni semplicemente per vederla. Il più delle volte mi dava le spalle, allora erano le sue natiche a catturare la mia attenzione.
La mia più grande ossessione, fin da quando mi sono cominciati a crescere i peli là, è sempre stata la copula. Niente l'ha mai superata. Sono un maniaco; di quei maniaci vecchio stile che spierebbero ancora per il buco della serratura del bagno o sotto la gonna di una ragazza seduta nel tram; di quei maniaci fantasiosi che gli bastano mezza coscia scoperta per immaginarsela messa a pecorina; di quei maniaci interattivi che joystick alla mano si scatenano davanti al computer o alla tv, senza preferenze. Sono un maniaco tutto tondo, di quelli intramontabili.
Con l'altro sesso però, sono state solo cicatrici e croci da portare. Mia sorella e il suo primo fidanzato che si chiudevano in camera, i racconti dei compagni di università ai festini, le scopate tra gli attori porno e loro, le troiette dei numeri telefonici, che miagolano davanti alla telecamera, con un dito infilato in bocca e l'altro infilato lì, mi eccitavano e al tempo stesso mi ferivano a morte.
Quando avevo quindici, sedici anni immaginavo ad occhi aperti improbabili avventure erotiche, travagliate ed appassionanti storie d'amore, tradimenti e riconciliazioni mozzafiato. Immaginavo che tutto ciò sarebbe arrivato molto presto, mentre sollecite esercitazioni solitarie scandivano le mie giornate. Improvvisamente però, (dopo quel che è successo) non potevo più aspettarmi niente dalla vita, niente di quello che avrebbero avuto gli altri e che avrei potuto avere anch'io. Le fatiche e le frustrazioni di ogni giorno mi provavano continuamente che non ci sarebbe stata alcuna rivalsa, che sarebbe perdurato tutto in quello stato, in quei giorni fatti di abitudine e passatempi.
Di prigionia.
Non so per merito di quale assurdo miracolo sia comparsa Zoia. Potevo averla tra le braccia, potevo toccarla dappertutto, potevo stringerla, potevo baciarle il corpo nudo, lasciarle ogni dove traccia della mia saliva, del mio sudore, del mio sperma. Lei si muoveva sopra di me, e su e giù, e miagolava, miagolava a lungo come una gatta. Mentre godeva sopra il mio corpo, mentre si muoveva, sentivo che quel pezzo di carne che sporgeva tra le mie cosce, rigido come il marmo e rovente, mi accomunava a tutti gli altri. Quello strumento che le dava piacere, mi comparava ad altri uomini e ad altri ancora. Era il metro di paragone con il mondo. Quell'unico metro che mi era rimasto.
In quei momenti mi sentivo davvero un uomo. Mentre lo facevamo sentivo il suo sesso inghiottire il mio, stringerlo mentre cercavo di sfondare tutto il suo corpo, i suoi lunghi gemiti e la sua voglia. Sentivo qualcosa che mai avevo provato: la gioia del mondo. Come se la natura intera si fosse rivolta a me ridendo per la prima volta. Con il suo corpo addosso non ero più solo. Mai come sono stato prima, ero felice.

IV
Lettera a Ramón Sampedro

Caro signor Sampedro,
so che questa mia lettera non potrà riceverla, ma io gliel'ho scritta lo stesso.
La parola avvicina lo spirito, non crede? In qualche modo ho bisogno di sentirla accanto.
Mi sarebbe piaciuto incontrarla, scambiare qualche parola con lei. Saremmo potuti diventare ottimi amici.
Ho letto il suo libro, visto il suo film. So molte cose sul suo conto e l'ammiro per quello che ha fatto.
La maggior parte della gente non capisce ancora, non è preparata. Crede che scegliere di morire sia un insulto alla vita. Sproloquiano, ma non sanno quello che dicono.
La nostra società afferma la vita senza rispettarla. Afferma la volontà del più forte, spacciandola per la volontà di tutti. Anche i miei genitori non capiranno mai la mia scelta, ne sono sicuro. Anche loro prendono parte al luogo comune. Penseranno che odiavo la vita.
Non è vero, anzi.
Lei lo sa. Come me anche lei ha amato molto la vita. Mi mancherà, mi mancherà ogni cosa, la più piccola, i sapori, gli odori, i rumori, i colori. Sarà facile capirlo quando dovrò compiere l'ultimo gesto. Nella mia mente rivedrò cose che credevo non mi appartenessero più, che credevo aver dimenticato del tutto. Mi verrà da piangere.
So che non sarà facile, ma è la nostra libertà che vogliamo difendere, no è vero?
La vita ha senso non se si è felici, ma se si ha la speranza di esserlo. Io, questa l'ho persa, allora desidero di morire. Forse perché ho amato troppo la vita, ho deciso di morire. Sembra una contraddizione, ma non lo è. La vita si riduce ad un'idea, l'idea che si ha di essa. È questo che noi amiamo.
Non posso vivere con l'idea di quello che sarei potuto essere e che invece non sarò mai. Lo sappiamo tutti e due, è un peso opprimente, insopportabile. Con la morte affermiamo la vita per quello che è. Niente di più.
Non so perché le scrivo queste cose, visto che lei le conosce già da un pezzo.
Potremmo essere stati un sostegno l'uno per l'altro, se mai ci fossimo conosciuti. Ma alla fine va bene così. Essere liberi significa anche essere soli.

P.S. Nessuno si prenda troppo a cuore le motivazioni del mio gesto. Siamo tutti colpevoli e innocenti. Sta nella nostra natura.

Vi voglio bene
Orlando

La ressa che intasa le ruas anguste del quartiere si dissolve. Si affievolisce la musica reaggy, house e tecno. Rimaniamo io e l'Altro fuori dal festoso vortice dei locali. Mi sento avvilito e adirato al tempo stesso, non sono riuscito a trovarla nemmeno questa sera. Mi chiedo cosa ci faccio qui, cosa realmente io stia cercando.
Ho creduto molte volte di essere coraggioso. L'ho creduto anche mentre l'aereo mi portava a Lisbona. Però adesso, sento che il confine tra eroismo e patetismo va assottigliandosi, che l'immaginazione ha preso troppo vantaggio sulla realtà, che la mia percezione dell'universo ha perso ogni contatto con la logica, con il conto e il metro, che piuttosto viene assoggettata da un vorace turbinio di indeterminatezza. La ricerca illude, la ricerca elude. Devia dalla constatazione di un'atroce verità, che il caso non tiene conto di esploratori, avventurieri e coraggiosi: avviene adesso. L'illusione è una landa paludosa, dove con affanno continuo a muovermi, rimanendo sempre impantanato fino al collo.
Da tempo ormai ho levato l'ancora dal sano ragionamento, dal savio utilitarismo, dall'aggancio ad ogni forma di determinismo che porti a risultati tanto agognati. Mi dissocio da ogni slogan che ribadisca la sacralità della vita, che inciti alla volontà come mezzo per il successo, che esorti al guadagno come unico fine per agire. Contemplo il suicidio e l'eutanasia. Il mio motto è "potere è volere" e non il contrario. Istintivamente mi imbatto in situazioni dove la percentuale di sconfitta è maggiore a quella di riuscita.
Forse in qualche modo, questa mia maniera di pensare e conseguentemente di agire, nasce da un rifiuto nei confronti di tutto quello che i miei genitori, parenti, amici, dottori e specialisti vari, sono andati raccontandomi per tutto questo tempo. Mi fanno incazzare tutte quelle balle che mi capita di ascoltare alla tv. Quanta rabbia provo per quegli ignoranti che sproloquiano sulla vita di qua, sulla vita di là, accomodati nelle loro poltrone, circondati di ogni agio e piacere. Parlano senza sapere, peggio ancora, senza porsi alcuna domanda.
« Ma dove vorranno arrivare?! » mormoro fra me e me.
L'Altro deve avermi sentito. « Eh? » esclama
« Ho detto, dove vorranno arrivare con la loro volontà? » poi, con sarcasmo aggiungo « Dovete pure giustificarla in qualche modo la vostra fortuna, no? Avete bisogno di qualcuno che soffra per sentirvi bene »
L'Altro non afferra e rimane zitto. Non me ne meraviglio. Ha i paraocchi.
Ma voi! Ipocriti, falsi, giuda, vi sentite? Dov'è questa volontà dell'uomo? Cos'è questa bugia che andate raccontando? Siete dei parassiti senza alcuna qualità. Vi affidate al vostro calcolo meschino per sopravvivere. Siete le sanguisughe di una società che non solo non vi combatte, ma vi idolatra pure. Doppie facce, immortalate dai media, sfrontate ed impudenti, chi pensate di prendere per il culo? Di certo non me.
Ma vi sentite cari politici, che scambiate idee per voti? Le sentite le vostre barzellette? E voi venerandi vescovoni, cosa tenete sotto le gonnelle? Che Dio non vi veda! Uomini d'affari, esperti di pubblicità e marketing, vendete sogni per sacrifici, ma i vostri sogni li avete realizzati? E voi pecore fedeli che belate al vostro pastore, lasciatela sola questa pecorella smarrita... Voi tutti, parlate della vostra vita per capire che senso ha, ma non di quella degli altri.
Li rifiuto i vostri ossessivi concetti. Li rifiuto ancor di più adesso, adesso che non ti ho trovata, adesso che vago per Bairro Alto, adesso che l'Altro si oppone a salire la scalinata che congiunge questo vicolo con uno parallelo. Dice di essere stanco e di voler tornare in albergo. Gli rispondo che lo pagherò il doppio. Dice che non ha senso. Gli dico che ha ragione. Il mio mondo è irrazionale, indefinito. Il mio mondo è sogno, è un sogno ingiustificato. Io voglio, perché non ha senso.
L'Altro si lamenta ancora, che è uno sforzo inutile, ma l'ho già convinto (vada per il doppio!) e l'odore del denaro al mercenario rinvigorisce le membra.
La scalinata è avvolta dall'oscurità e dal silenzio. Si distingue a malapena un passo più in là, ma procediamo. In cima si intravedono le luci dei locali e un confuso formicolio di gente. Ai fianchi della scalinata le basse abitazioni hanno le imposte chiuse, le sedie pieghevoli fuori dall'uscio, i vasi dei fiori che pendono oltre le grate di ferro delle finestre, i panni stesi ad asciugare sui terrazzini; mozziconi di sigaretta, cocci di vetro di bottiglia, lattine schiacciate sui gradini.
Saliamo.
« Via! Verso un altro girone dell'inferno » esclamo ad alta voce

V

La prima volta che mi sono ubriacato era il giorno del mio diciottesimo compleanno. L'incidente non mi aveva ancora rovinato la vita. Quella sera avevo portato tutti i miei amici a mangiare un boccone in una trattoria. Sono rimasto non so quanto tempo nel cesso a vomitare.
Questa, è la seconda volta che mi capita di ubriacarmi.
La gente ammassata fuori dai locali inizia a disperdersi. E' tardi. Il vociare scomposto e disordinato rientra nei ranghi, quell'eccitamento convulso s'allenta. Bairro Alto ora aspetta il giorno.
Mi sento bene in quell'intimità che sopraggiunge. Annuso l'aria e mi crogiolo in una tiepida nostalgia per le parole dette e non dette. Avrei bisogno di un amico, di un amico vero per confidargli in quelle ultime ore i miei pensieri più puri, i miei progetti più grandi, i miei ricordi più vividi, ma so che alla fine parlerei solo di Zoia. Non ho avuto altro di così bello, dal giorno in cui son nato. Gli parlerei che nulla ha senso come l'impossibile, che l'amore non lo si raggiunge se non con l'idea che ci sfugga continuamente, che solo l'immaginazione produce il nuovo, il futuro in cui viviamo adesso. E che la volontà la segue, come il cane il suo padrone.
Gli direi che specie di uomo sono ora che non immagino più. Ci vorrebbe quel vero amico che mi è sempre mancato.
Bevo l'ultimo drink in un locale rivestito all'esterno da splendidi azulejos. Lo stomaco mi si sta rivoltando sottosopra. Ho il fiato rotto, come se avessi fatto una lunga corsa. Intorno a me, ora, è solo un mormorio randagio, un sussurro sfuggente quello che circola di bocca in bocca.
Quando l'ho incontrata per la prima volta al corso di hip hop è bastato un colpo d'occhio. Non saprei dire se l'ho vista prima di sentirla, o se l'ho sentita prima di vederla. Non so se ci siamo sentiti l'uno di seguito all'altro, o nel medesimo istante. Il tempo attinge alla memoria, riafferro bruscamente il passato e riafferro bruscamente lei. Stringo quel tempo che ho fermato nel ricordo, fissato ad un muro con un chiodo, trattenuto un attimo in più prima che scivolasse nell'oblio.
Ed ecco, tornano quei pomeriggi d'estate in cui ci chiudevamo in camera a fare l'amore, approfittando dell'assenza dei miei. Tu abbassavi le serrande e il sole che filtrava con le sue lame di fuoco, scopriva il tuo seno nudo e le tue spalle, il sedere che mi posavi in faccia mentre ti abbassavi sul mio coso e mi facevi morire di piacere. Faceva caldo e lasciavamo le lenzuola umide. Mi sembra di sentirlo adesso il tuo odore.
Passavo il tempo ad annusare i miei indumenti che ti prestavo. Il mio pigiama, quando passavi la notte a casa mia e mi dormivi accanto e ti tenevo stretta. Era così tenero e dolce il tuo viso che volevo morderti il naso. Mi sentivo importante e sarei rimasto a sorvegliare il tuo sonno, se non fossi crollato ogni volta.
Ti ricordi quelle notti in cui mi svegliavo di soprassalto e lo facevamo in dormiveglia?
E poi i sogni di gelosia che ti raccontavo una volta finito, in cui tu mi respingevi e ti lasciavi corteggiare da altri uomini. Alla fine non è forse la gelosia a rivelare l'amore? Non mi appartenevi forse ancor prima che lo sapessi di amarti, prima di quel mercoledì in cui l'ansia per un tuo ritardo si è trasformato in ciechi sospetti che tu mi stessi tradendo?
Poi le tue rassicurazioni, i litigi e le dolcezze. Non erano forse quei frequenti battibecchi ad infiammare la nostra relazione? Alla fine non bisticciare più, non ha consumato la nostra passione? Io sono rimasto io, te sei rimasta te; non ce lo siamo detto troppe volte, che il nostro sentimento per rimanere puro doveva mantener vive le singole identità?
Questo amore lo chiamavamo eterno. Ma quale amore è eterno se dura per sempre? Quale amore, si può dire amore, se non finisce?
Forse Zoia, tu ami troppo l'amore. Di esso ne necessiti continuamente, per avermi voluto davvero. Io, ho amato l'idea che tu fossi venuta a salvarmi. Ho sognato una nuova vita. Ho amato ancora una volta me stesso. E adesso cos'è rimasto di noi due? Quali sono le cose che di te mi mancano? Le carezze, il sorriso, la voce. Quando ti arrabbiavi, mi baciavi, mi consolavi. La tazza del tè, i tuoi braccialetti, i tuoi cd. Sono tutte cose vere, oppure no?
Solo adesso me ne rendo conto, che è del ricordo di te che mi sto innamorando. Mi hai lasciato e mi riinnamoro di te. Dell'idea che tornerai.
La memoria e la strada mi hanno condotto per mano in questo posto, fuori da un locale rivestito di splendidi azulejos, dove sapevo sarei arrivato stanotte. Anche i ricordi mi stanno portando dove sapevo sarei arrivato. È inutile negarlo, lo conoscevo fin dall'inizio.
Ci siamo. Il posto dell'incontro è questo.
Zoia mi da le spalle. Se ne sta andando. L'ho chiamata. Si volta. Non riesco a guardarla bene in faccia, come se stessi guardando oltre, ma mi pare che sia cambiata molto, che tra di noi non ci si veda più.
« Aspetta » le dico
« Cosa c'è? »
« Aspetta » ripeto
« Dimmi cosa c'è »
« Aspetta »
« Aspetta cosa Orlando? »
« Ti ho chiesto di aspettare »
Mi avvicino. L'afferro per i fianchi e me la tiro addosso, ma il suo corpo è rigido, restio al contatto.
« Aspettiamo ancora un po', ti prego »
E vorrei spogliarla, passare le mani sui suoi fianchi, sulle cosce, sentirla muovere sopra il mio corpo e miagolare, sentire il suo seno a contatto con il mio petto, stringerlo, baciarlo, passare con le labbra i suoi capezzoli. Ma il suo corpo è duro e freddo, la sua voce ferma, e io sto già staccando la presa.
« Dai aspetta » dico ancora « Non... »
« Ho un altro » risponde secca
Girando sui tacchi se ne è andata e io l'ho lasciata andare. Ho aperto le porte al dolore e alla rabbia.
Non passa notte che non la sogni mentre un uomo senza volto la sorprende alle spalle. Ansima, mentre lui la tocca ovunque. Gode e mi guarda.
In quale casa di questa città abiterai adesso? In quale camera ti chiuderai per non farti sentire? In quale letto di Lisbona farai l'amore ogni sera?
Ovunque mi giri mi sembra di ritrovare i segni del tuo tradimento.

VI

Un vicoletto sbuca ad un tratto dal muro. Ci imbattiamo.
E' sgombro e rotola in fondo. Rotola e a metà non ne posso più. Mi tengo per una grondaia e vomito.
L'Altro si lamenta di tutto e tutti, mi assilla con il proposito di andare in albergo a dormire. La sua voce mi irrita a tal punto che gli strapperei le corde vocali e me le mangerei così: crude. Gli dico che se ne vada, che non ho più bisogno di lui, che non ho più bisogno di nessun altro d'ora in poi. Mi chiede se sto impazzendo, ma lo so che la sua coscienza tentenna. In verità rimane con me solamente perché lo obbliga il suo contratto, altrimenti se ne andrebbe su due piedi. Lo rassicuro. Voglio restare solo per un po', girerò l'angolo e lui mi aspetterà dov'è. Non mi accadrà nulla di male.
Mi osserva dall'alto in basso, come non mi aveva mai scrutato prima, carico d'ira e di raccapriccio. So di essergli superiore, di avere un acume e una sensibilità spiccati rispetto al suo piatto calcolare, ma il suo sguardo e la sua posizione mi spaventano. Mi schiacciano. Vuole subordinarmi alla sua volontà, vuole piegare la mia libertà.
Ne ho diritto anch'io a un paio di gambe, fossero anche solo immaginarie.
No! Questa volta no! Da adesso mai più!
Questa maledetta carrozzina che mi tiene legato non mi impedirà di fare quello che stasera ho deciso. Questa maledetta carrozzina della malora che mi ha rubato la vita, io la rinnego.
Ho mantenuto uno sguardo inflessibile, gli comunico che la mia decisione è presa.
Un altro capriccio dell'handicappato, si sarà detto fra se e se. Non ha le palle per pronunciare quella parola. Fa un gesto d'assenso e mi dice solamente di far presto, che ha delle responsabilità sul mio conto, un accordo stipulato con i miei genitori. Non gli rispondo nemmeno, tanto mi irrita. La sua negligenza lo porterà a pesanti conseguenze e ben gli sta.
Con le braccia spingo la carrozzina per il vicolo in discesa. Appena volto l'angolo (e lui non mi vede), la spingo a più non posso, la spingo ancora, e ancora.
Volto a destra, poi a sinistra, ancora a destra. So, che se non dopo questo edificio, dopo quello, oltre questo tetto, di là di quel terrazzo, lo troverò: il Tejo. Il Tago.
Sono partito con il proposito di farmi un bagno nella sua riva e lo manterrò.
Improvvisamente qualcosa si apre, l'intreccio dei vicoli si scioglie, le carreggiate si allargano. Mi pare, lo vedo: il cielo si fonde, si confonde con il letto del fiume.
Spingo il dannato puledro a due ruote. Spingo con la foga che le mie braccia sanno esprimere, con la furia di un uragano, mentre senza accorgermene mi sto immettendo in una strada principale e il traffico della notte, violento, entra nelle arterie della città che costeggiano l'estuario del fiume. In fuga, le automobili si spingono come la mia stramaledetta carrozzina, impazzano come un'orda di cavalli in corsa.
Con la corsa l'uomo misura la sua libertà e la sua follia, sfida il suo stato naturale di prigioniero. Io sono il centometrista stavolta. Il conto alla rovescia è cominciato.
Da questo terremoto Lisbona non si salverà.
Gang di ragazzacci, coppie d'innamorati, vecchiette e balordi si mettono al riparo, vengono travolti da me, che in sella al cavallo ferrato, macino asfalto, che puzza d'olio bruciato, di gas di scarico e fognature. Le luci che volano nell'aria si spostano rapidamente. L'Outra Banda illuminata è un isola. Intravedo il Cristo imponente. Ci sono. Ci sono ormai, lo respiro.
E' uno spettacolo orribile e meraviglioso. Le sferzate che sbattono ovunque, turbinano ad ogni automobile che corre per il serpentone, mi sbalzano di su e di giù del marciapiede. Percorro a man veloce il tratto d'asfalto e se passa un'autovettura a filo, grido, che vada a farsi fottere! Sto impazzendo o sono più lucido che mai. Nella pazzia ritrovo un filo logico, nel caos una traccia così limpida e precisa che non credo di aver perso il senno, anzi, di non poterlo perdere più.
Mi sbraccio se i clacson suonano, mi sbilancio se è un furgone a farmi la barba Comunque furioso spingo, spingo ancora, che sembra che le forze non mi debbano mai venire meno. Sembrano invece moltiplicarsi. In questa corsa spaventosa abbatterei boschi e foreste, scaglierei asini fino alla luna, strazierei cavalli e uomini, bestiame ed eserciti, ma il palafreno a rotelle non mi eleva il tanto da sfiorare con le dita le foglie di una pianta. Compiendo un paio di giravolte su me stesso scaglierei questo albero in mezzo al fiume. Ne sradicherei uno dopo l'altro, ma con il culo appiccicato a questa maledetta carrozzella è come star seduti sul water del mondo.
Maledico l'uomo, le fortune, e maledico Dio. Più lo maledico e più lo sento vicino. Mentre lo chiamo è come se avvertissi il suo infinito respiro, è come se guardandomi tutto intorno ne rintracciassi la presenza ovunque. Perché a me? Perché questo strazio? Non mi convertirò a nessuno prima di morire. Tu, Dio, questo non lo vuoi, perché segretamente lo sai già: io ti amo.
Sto attraversando la carreggiata. Urto con le braccia e serro i denti, mentre mi accorgo che di colpo le forze mi stanno abbandonando. Mi sento sballottato e il senso di nausea torna. Ancora uno sforzo. Non ho intenzione di rinunciare al bagno nel Tago. Raccolgo le ultime energie, lancio a briglia sciolta la carrozzella, quando, ormai di là della strada, mi scontro, con una delle due ruote, con qualcosa di duro. Il tempo di un attimo e mi ritrovo per terra. Prima il colpo dovuto alla caduta. Poi, una manciata di secondi più tardi, la consapevolezza di essere con il corpo spiaccicato sulla strada, la carrozzina riversata per metà sopra di me, le gambe sepolte. Immobili. Striscio come un verme, spingendo con le braccia che sfregano l'asfalto.
Urto con i gomiti, ma mi sembra di muovermi meno di niente. Al contrario mi pare che si stia aprendo un buco sotto di me, a livello delle ginocchia, che mi stia risucchiando con la forza di un vortice che mi trascinerà al centro del mondo. Urlo, urlo con quanto fiato ho in gola. Il mio urlo rade, stermina, fa terra bruciata intorno. Dopo un paio di grida feroci mi rimane il vuoto dentro. Apro la bocca ed emetto solamente un suono sordo e cavernoso.
Non c'è nessuno intorno? Nessuno mi sente? Dove sono andati tutti?
Proprio in quel momento la luce di due fari abbaglia il pezzo d'asfalto davanti ai miei occhi. I coni di luce si intensificano, si espandono fino a divenire un solo fascio che irradia la carreggiata, un unico tunnel luminoso, mentre strillo, piango, prego, mi dimeno come un verme appeso all'amo, mentre lo bocca spalancata del pesce lo sta per inghiottire. Lo stridore dei freni lo avverto appena, come il ronzio di una mosca nell'incoscienza del sonno. Già avevo chiuso gli occhi, quando il puzzo di gomma bruciata mi solletica il naso. Mi accorgo di essere ancora vivo e mi scappa una risata febbrile.
Adesso è tutto illuminato davanti a me. Due piedi, due gambe, poi un paio di braccia, un busto e una faccia, fanno capolino da dietro la portiera dell'auto. L'uomo s'inginocchia. Agitato mi dice qualcosa, ma io non capisco nulla. È sconvolto, sta tremando. Continuo a ridergli in faccia, a ringraziarlo in ogni lingua che conosco. Improvvisamente giungono altre persone che mi guardano attonite e allarmate. Una donna si copre il viso con le mani. Un altro uomo sta probabilmente chiedendo spiegazioni al primo sopraggiunto. Io non capisco, ma continuo a ringraziarli, a ringraziare la provvidenza, a ringraziare Dio.
Nel frattempo è arrivata altra gente. In due mi afferrano sottobraccio e mi rimettono a posto, sulla carrozzina finalmente domata. I fari delle automobili ferme in sosta illuminano la strada a giorno. Adesso sono salvo del tutto!
Vedo che alcuni discutono tra di loro preoccupati, ogni tanto volgono lo sguardo verso di me, forse nel tentativo di farmi comprendere ciò che si stanno dicendo. Dal tono di voce, un signore anziano, mi sta facendo delle domande, ma io non afferro, sorrido e gli faccio dei gesti come per dire tutto ok. Un altro, il primo che mi ha soccorso, si è allontanato e parla al telefono. Una donna mi si avvicina, mi esamina il corpo in cerca di ferite, poi mi parla affettuosamente e mi accarezza il viso. Li guardo tutti, come se avessi la visione del paradiso terrestre, col Padreterno e gli angeli intorno. Non possono nemmeno intendere quel che provo per loro.
Il cuore riprende a battere calmo nel petto, ormai la paura è passata.
Mi sovvengono inconsapevolmente ricordi che credevo d'aver perduto, profumi dell'erba tagliata, della pioggia che sta per venire, del pane dentro il cartoccio, di un accappatoio, di un bagnoschiuma, della pelle di mia madre; stagioni lontane ora fresche nella mia memoria. Desisto da ogni movimento, da ogni parola. La vita come un'esperta nutrice mi sta raccogliendo fra le sue braccia, mi culla, mi coccola; sussurra dolci paroline a questo bimbo che meravigliato osserva la gente intorno, una città, un fiume e un cielo senza fine.
Improvvisamente però, una voce mi raggiunge alle spalle. È venuta per rovinare tutto, per ricordarmi chi sono. La riconosco. Anche fosse l'ultima al mondo. La odio.
« Orlando! »
È l'Altro. Si precipita di gran carriera verso di me, scansando alcune persone che mi sono vicine. Si mette ad ispezionarmi e a toccarmi dappertutto, intanto grida, « Che cazzo ti è successo?! Ti sei fatto male? Che cazzo hai fatto?! »
S'inginocchia, mi fissa negli occhi e con le mani mi stringe il viso, pateticamente. « Ti avevo detto di tornare in albergo »
Qualcuno degli astanti gli si avvicina e gli dice qualcosa in portoghese, indicandogli il cellulare, probabilmente per avvisarlo che l'ambulanza è stata chiamata. Lui farfuglia qualcosa in inglese, agitando le braccia. Poi mi si para davanti e guardandomi in cagnesco, ringhia: « Se i tuoi lo vengono a sapere mi ammazzano! »
« Mi dovevo solo fare un bagno nel Tago » mormoro
« Basta con le tue invenzioni del cazzo! » inveisce lui, con la vena del collo che gli sta scoppiando, poi (stirandosi il viso con le mani) sbuffa « ... Scusami... se me lo dicevi, ti ci portavo io... adesso, torniamo in albergo dai, che è meglio »
Lo vedo indaffararsi a dare spiegazioni alle poche persone che ci sono rimaste intorno. Alla fine mi si avvicina e con espressione compiaciuta mi dice:
« Bene, tutto risolto »
Poi afferra la carrozzina per i manici, ma alla prima spinta lo blocco.
« Lascia! Faccio da solo »
Voltandomi verso di lui gli sputo in faccia tutto il mio disprezzo, e altrettanto carico d'odio è il suo grugno e le dure parole: « Tutta tua »
Per nulla al mondo gli darò la soddisfazione di riportarmi in albergo, svestirmi, mettermi a letto e darmi il bacio della buona notte. Tremasse la terra, voglio negargli la tranquillità d'animo di averla scampata bella, di sentirsi a posto con la coscienza per aver fatto il suo dovere con l'handicappato. La vita mi ha ingannato per l'ennesima volta. Non voleva che portassi a compimento il mio progetto. Adesso odio anche te cara Lisbona. Bistratterò questa splendida notte, queste quattro stelle e questo rivo puzzolente, come fosse un quadro appeso al muro.
Via per sempre da questo orizzonte. Via maledetta città, maledetto scherzo!

Autore: AndreaMarchi




One Responseto “Orlando muore [cap. 2]”

  1. E’ ben caratterizzata la sensibilità del protagonista, che si è mosso apparentemente per inseguire una chimera… volendo riallacciare un rapporto partendo in un modo piuttosto difficile o almeno senza la certezza di una riuscita nello scopo. Per questo può risultare simpatico, il protagonista, per l’idea che lo muove, scaturita dalla mancanza “subentrata”… dettagliatamente descritta nella consistenza di ciò che non c’è più. Quindi la dirompenza della disperazione… complimenti ad Andrea.

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