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Per una strada


Il mio primo libro, una silloge di poesie: Marcuccio, Emanuele, Per una strada, SBC Edizioni, Ravenna, 2009, pp. 100.
ISBN: 9788863470314

Ho intitolato la mia raccolta "Per una strada", proprio perché l'ispirazione, furtiva e svelta, mi ha raggiunto, la maggior parte delle volte, proprio per strada: camminando, sull'autobus, ecc…
E pensare che, la poesia da cui ho tratto il titolo per questa racc
olta, dapprima l'ho appuntata sul retro di un semplice scontrino della spesa; quando la scrissi, la misi da parte, in seguito capii che, quell'apparentemente semplice poesia nascondeva in sé l'essenza della mia stessa ispirazione, furtiva e svelta, che passa e vola via e, se non l'afferro e la trattengo nel mio cuore con i versi che metto sulla carta, passa e vola via e nessuno sa più dove mai sia.
Cerco nelle mie poesie di essere spontaneo, semplice e allo stesso tempo profondo; quando uso dei termini un po' antiquati o difficili, lo faccio unicamente per la loro insita musicalità, non perché io voglia sembrare anacronistico. Nelle mie poesie alcune volte uso delle parole tronche come "cuor, cor, duol, dolor", altre volte non le uso; di conseguenza, ogni mio verso, ogni mia parola non sono messi a caso, ma seguono un fine musicale e, sono messi lì, proprio per una maggiore scorrevolezza nel ritmo.
Per farvi un esempio, nella poesia "Indifferenza" uso sia "duol", sia "dolor".
Voglio che un mio verso, sia fluido alla lettura e non inciampi in parole aspre o dissonanti.
Per farvi un esempio, nella poesia "Là, dove il mare…", il ritmo si alza e si abbassa, quasi ad imitare il flusso delle onde del mare, e quelle parole tronche non le ho messe a caso, ma per mantenere questo ritmo e quel particolare suono.
Voglio che i lettori delle mie poesie, non le leggano semplicemente, ma le sentano, le ascoltino; non nel senso di ascoltare una recita, ma le leggano con il cuore, interiorizzandole, facendole proprie, partecipando alle emozioni che possono sprigionare.
Le interpretazioni non si esauriscono in una sola, non sarebbe più poesia, ma prosa travestita in versi con degli "a capo" dati a caso.
Questa mia raccolta racchiude in sé ben 109 poesie, frutto di sedici anni della mia vita, dal 1990 al 2006, che possiamo dividere in due parti: una grande prima parte che va dal '90 al '99 ed una seconda parte, più piccola, che va dal '99 al 2006.
Nella prima parte sono ravvisabili riferimenti ai grandi poeti italiani (Foscolo, Leopardi, gli stilnovisti), ma anche Montale, con l'uso del correlativo oggettivo (utilizzato per la prima volta nella poesia "Immagine fugace") e i lirici greci, come in "Rammarico".
Per quanto riguarda Foscolo, Leopardi e gli stilnovisti, i riferimenti si possono ricondurre ai vocaboli utilizzati e non all'imitazione del loro stile; mentre nella poesia "Rammarico" ho cercato di rivisitare lo stile dei lirici greci e, nella poesia "Amor" ho cercato di rivisitare lo stile degli stilnovisti, facendo ricorso alla rima, senza usare la metrica e con la riproposizione del tema della donna-angelo, tanto caro agli stilnovisti.
Quanti hanno già letto le mie poesie, si saranno accorti che io raramente uso la rima, proprio perché penso che essa blocchi e vincoli l'ispirazione, se qualche volta l'ho usata, è stato un uso quasi sempre spontaneo.
Nella prima parte ci sono anche tre omaggi al grande poeta spagnolo Federico García Lorca, di cui ho cercato di imitare, in maniera personale, lo stile.
Le tematiche di questa prima parte sono varie e particolareggiate, si va da poesie dedicate a grandi scrittori e poeti come, Vittorio Alfieri, Giacomo Leopardi, Leonardo Sciascia, Seneca; a episodi di libri, come ne "Lo squarcio nel cielo di carta", ispirata ad un episodio del "Fu Mattia Pascal" di Pirandello, o a personaggi mitici della letteratura come in "Nausicaa", "Oreste ad Elettra", "Ad Astianatte", "Amleto", "Cirano di Bergerac"; a compositori come Chopin, Bartók, Prokof'ev, Saint-Saëns.
Si passa da tematiche introspettive come in "Malinconia", "Indifferenza", "Ricordo", "Sogno", "Desiderio improvviso", "Stelle sul mare", "Palermo"; a tematiche civili come ne "L'inquinamento", "Pace", "Albania", "Massacro", "Urlo", quest'ultima scritta nel giorno del primo anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone insieme alla moglie e agli uomini della scorta.
Si va da poesie dedicate alla visione di quadri come "Le mietitrici" di J. F. Millet, "Alla Gioconda" di Leonardo da Vinci; a poesie dedicate a personaggi storici come "Annibale".
Infine abbiamo anche il tema religioso, come in "Perdono" e "Perdona!".
Per passare ufficialmente dalla prima alla seconda parte utilizzo la poesia "Veritiero ardir", con la quale annuncio il mio cambiamento di stile, scritta nel 1999, all'indomani della notizia della prossima pubblicazione, in un'antologia, di 22 mie poesie; ma già in alcune della prima parte sono ravvisabili dei piccoli cambiamenti di stile come in "Istante di tempo", "Urlo", "Cime", "Indifferenza", "Palermo", "Barbagianni", "Sé e gli altri", "L'orologio", "Piccola ambulanza", "Ultimi pensieri di un robot", quest'ultima ispirata alla morte di Roy, dal film "Blade Runner" di Ridley Scott.
Si ravvisano cambiamenti ancora più sostanziali anche in "Memoria del passato", "Per una strada", "Picchi di silenzio", "Stelle sul mare", "Desiderio improvviso", "Fuoco".
Con mia grande sorpresa, come mi ha fatto notare un amico, anche lui poeta esordiente, in alcune mie poesie c'è della metrica spontanea, come in "Canto d'amore", "Il grillo col violino", "Dolcemente i suoi capelli…", tutte e tre appartenenti alla seconda parte.
A partire dalla seconda parte, che copre indicativamente gli anni dal 1999 al 2006, il mio stile si fa più profondo e maturo, non più necessariamente legato a poeti specifici, tranne ne "Il grillo col violino", in cui vi è ravvisabile il Pascoli nell'uso delle onomatopee e, in "Dolcemente i suoi capelli…", un mio modesto omaggio alla grande stagione della poesia italiana dei tempi passati. L'ispirazione per scrivere questa poesia, mi è stata data guardando di sfuggita il viso di una ragazza che, dolcemente giocava con i suoi capelli, facendone anelli con le dita, alla fermata dell'autobus.
In questa seconda parte inizio a raggiungere il mio ideale poetico, la semplicità di espressione unita alla profondità di significato.
Per quanto riguarda le tematiche di questa seconda parte, abbiamo la tematica civile, come in "Per i rifugiati", "Verde, bianca, rossa terra", quest'ultima ispirata ai vari episodi di violenza che, purtroppo avvengono in Italia e spesso compiuti da chi è chiamato a far rispettare la legge, ecco il perché di questo titolo così significativo.
Abbiamo la tematica introspettiva, che penso non debba mai mancare tra i temi delle poesie di un qualsiasi poeta, come in "Canto d'amore", "In volo", "Là, dove il mare…", quest'ultima scaturita a due mesi di distanza da una delusione amorosa, in cui c'è il desiderio di dimenticare, anche se permane il dolce ricordo di questo breve amore.
Abbiamo il tema della dedica, come in "Fremere", poesia dedicata a mio padre, non vedente da quando avevo un anno; in cui ho cercato di immaginare quello che potrebbe provare, un uomo che diventa non vedente.
Abbiamo il tema degli episodi o personaggi di argomento letterario, come in "Veglia notturna di Hagen", "Natasha", quest'ultima dedicata alla figura di Natasha Rostova, ispiratami dalla lettura del romanzo di Tolstoj "Guerra e pace".
Abbiamo il tema paesaggistico, come in "Primavera" e in "Paesaggio", in quest'ultima vi è la descrizione di un paesaggio dell'anima e non di un paesaggio necessariamente reale.
Abbiamo il tema religioso nella poesia "Accoglili nella Tua pace, Signore!", che ho anche tradotto in inglese ed è stata pubblicata da un editore americano un anno prima della sua versione originale.
Questa poesia è ispirata ad un tragico avvenimento di cronaca locale, l'annegamento di due pescatori avvenuto nel mare che costeggia la mia amata e martoriata Palermo, che tanta fonte d'ispirazione è per me.
Infine, c'è una curiosità nella mia poesia "Affollamento e inutili affanni", che conclude la mia raccolta e proprio perché scritta in piedi su un autobus affollato.


Cenni critici a «Per una strada».

L'opera ha ricevuto buone recensioni da poeti, scrittori e critici letterari.
Luciano Domenighini (critico letterario e poeta) ha scritto: «[...] una versificazione originale, con vaghe reminiscenze leopardiane, ma sostanzialmente libera e spontanea, sostenuta da una musicalità sicura, avulsa da urgenze metriche, eppure talora realizzata in strutture metrico - retoriche complesse e raffinate. [...] Nonostante l'alternanza della resa qualitativa, appare evidente un denominatore comune: l'assoluta naturalezza e spontaneità di questo verseggiare d'acchito, immediato, disinibito e, diciamolo pure, nei momenti migliori felicemente ispirato. È singolare notare come le migliori di queste composizioni abbiano in realtà un'articolata e talora complessa struttura metrico-retorica, toccando punte ragguardevoli di originalità e raffinatezza. Questi risultati formali tuttavia non tradiscono la fatica e l'artificiosità spesso frutto di lunghe elaborazioni, ma appaiono provenire direttamente e chiaramente, senza mediazioni, dai momenti della più felice ispirazione. [...] Nella pressoché assoluta libertà di impiego di moduli stilistici e soluzioni lessicali, nel lasciarsi guidare dall'ispirazione e dallo spontaneo sgorgare della parola poetica; nel tendere l'orecchio insomma alla musicalità del verso come spontaneamente gli proviene dal cuore e dalla mente, e nel saperla tradurre in versi limpidi e carichi di emozione, sta la caratteristica principale di questo poeta, per conoscere il quale la raccolta "Per una strada", opera prima, pur nella sua varietà stilistica e nella inevitabile impronta esperitiva, rappresenta una fonte preziosa ed esauriente»; Alessandro D'Angelo (critico letterario, critico d'arte, poeta e scrittore) ha scritto: «[...] sin dai primi versi della poesia di Emanuele Marcuccio emerge, come un sole all'alba, la sua profondità di pensiero, nascosta dietro un brillante poetare. L'essenza del suo messaggio si nasconde fra i meandri delle veloci comparizioni di pensieri espressi e taciuti, ora rimasti nascosti, ora rivelati attraverso l'espressione di sentimenti esplosivi come la luce creata dalle stelle in una limpida notte d'estate. [...]»; Tommaso Mazzoni (compositore, poeta, scrittore e linguista) ha scritto: «[...] In un primo approccio, si "avverte" solamente lo stormire dell'avanzare di un temporale, e non si percepisce appieno, ed immediatamente, la tempesta che, specie in talune liriche, si farà invece poi riconoscere; eccome.
Dalla culla dell'italica poesia, d'altronde, dovevo supporre un qualcosa di così intenso. Talvolta, sotto la parvenza dell'essenzialità, scaturiscono tesori preziosi. [...] un alcunché di erompente dall'inconscio, giammai da un calcolato puzzle di versi dal rinfuso rincorrersi di frasi staccate alla bene e meglio con "a capo" improbabili. Al contrario, nella poesia del Marcuccio ogni cosa sta al posto giusto, vorrei dire quasi naturalmente; od almeno con sapiente sebbene non studiata naturalità. Naturalità, in ogni evenienza, che nulla toglie - semmai aggiunge - al valore primigenio dettato da autentica ispirazione. [...]»; Santina Russo (poetessa e docente di lettere) ha scritto: «[...] Uno stile delicato e semplice ma non immediato: è necessario leggere più volte le poesie di Emanuele Marcuccio per accorgersi che ogni volta si coglie in esse un messaggio diverso, probabilmente perché non ha voluto trasmettere le proprie idee al lettore ma proporgli spunti attraverso i quali percorrere nuovi orizzonti filosofici e letterari.
Le pagine scorrono una dopo l'altra fluidamente, come fluido è il pensiero dell'autore che si snoda in versi liberi segnati da una sempre accentuata musicalità che conferisce eleganza e dolcezza a ciascuna poesia. La scelta del verso libero, dettata dal desiderio di lasciare che i pensieri scorrano nei versi liberamente, senza sottostare a rigide strutture metriche che potrebbero ingabbiare la creatività artistica [...]»; Matteo Chiavarone (critico letterario e poeta) ha scritto: «[...] alternano istantanee immaginifiche di un forte ed intimo lirismo ed evocazioni di autori del presente e del passato, personaggi storici e dell'universo mitico - letterario. Ombre o fantasmi che appaiono come elementi poetici, numi tutelari, universi paralleli e opposti che ora attraggono, ora ispirano, ora si sovrappongono. [...]»; Annalisa Stamegna (critico letterario) ha scritto: «[...] Emanuele Marcuccio attua, nei suoi versi, un'analisi tematica innovativa e vasta. È attento alla descrizione delle emozioni, che affiorano attraverso un'accurata analisi delle parole e delle espressioni, che risultano ricercate, musicali, a volte classicheggianti.
Interpone il suo punto vista a quello della storia o della cronaca in componimenti che prendono spunto da personaggi o ragioni storiche di varia natura [...]. Marcuccio ci appare come un maturo conoscitore dell'animo umano, e - come un pittore ritrae le sue tele ammirando il paesaggio - egli dipinge i suoi versi ricercando dentro di sé gli elementi che compongono la natura umana, collocandoli nell'armonia del mondo con liricità e pathos»; Sabina Mitrano (critico letterario) ha scritto: «Lirica, questo è il termine forse più appropriato per descrivere la poesia di Emanuele Marcuccio, lirica nel senso vero e classico del termine: auliche le forme, profondi i temi e le riflessioni, intima la voce che pacatamente grida le sue sensazioni. Sullo sfondo si avverte la conoscenza e la padronanza delle tecniche poetiche, il richiamo alla tradizione, ad esempio al simbolismo e all'ermetismo italiano, ma la parola resta ferma ed originale a dipingere con leggere pennellate stati d'animo vasti e complessi, ispirazioni dolci e commosse, "scrosci di tempesta" dal cielo e dall'anima.
Usando tutte le potenzialità della parola, metafore dal sapore leggero e profondo, arcaismi e musicalità dai toni più diversi, il poeta comunica la propria visione del mondo alla ricerca di una risposta esistenziale, forse "ombra di un orizzonte chimerico"»; Giorgia Catalano (poetessa) ha scritto: «Emanuele Marcuccio riesce a trasportare il lettore lontano, in una dimensione dove la sua passione per la poesia trasfonde un senso di rinnovata freschezza nell'animo di chi a lui si avvicina.»; Rosalba Di Vona (poetessa) ha scritto: «Emanuele Marcuccio è autore che entra nel cuore della poesia con tutta la sua cocciuta passione, trattandola con delicatezza e con altrettanta fermezza, la cultura classica fa da corollario alle emozioni che sa trasporre nelle sue liriche e che ne sono il vero caposaldo. Far parlare l'anima come fa lui, con entusiasmo spontaneo e sincero e con abilità consumata è per pochi, è per chi della parola è padrone e delle emozioni il suddito fedele»; Maria Grazia Compagnini (docente di lingua e letteratura italiana) ha scritto: «Ho sempre definito Emanuele Marcuccio "il poeta dell'anima". Nelle sue poesie traspare la sua anima e si avverte subito la sua grande sensibilità. Le sue poesie arrivano direttamente al cuore e noi lettori percepiamo tutte le sue emozioni e sensazioni. [...] Definirei Emanuele Marcuccio un poeta di altri tempi e nello stesso momento attuale ai giorni nostri. [...]»; Rosa Cassese (poetessa e docente di lingua e letteratura italiana) ha scritto: «Poesia allo stato puro, priva di retorica, ma elaborata; può dare l'impressione di essere spontanea, ma sgorga dal cuore, e arriva a quello di tutti i lettori, che si ritrovano in molti versi, sofferti, e vissuti. Liriche molto penetranti e dalla piacevole lettura, che deve essere attenta per insinuarsi nei suoi reconditi sensi»; Pierangela Castagnetta (poetessa) ha scritto: «La metrica utilizzata dall'autore è varia poiché il suo "poetare" è libero, non segue regole se non quelle della musicalità dettata dall'anima e dal pensiero, dalla parola che, unita al pensiero, diventa suono e che – grazie all'inchiostro – si poggia su bianche pagine dando libero sfogo a quel filo nero o blu che inizia a scorrere»; Lorenzo Spurio (scrittore e critico-recensionista) ha scritto: «Contrariamente al titolo della raccolta, Per una strada, la poesia di Marcuccio non sfugge, non si vanifica nel momento in cui terminiamo un componimento e ci imbattiamo a leggerne un altro, ma è quanto mai concreta e la sua fisicità è donata per lo più dall'attenzione che il poeta affida nei confronti delle sfere uditive e visive. Una poetica d'altri tempi, diremmo. In una attualità dove i poeti e gli pseudo-poeti si riempiono la bocca di paroloni, di termini stranieri, di nonsense e costruiscono spesso le loro poesie partendo dal cupo drammatismo o immergendosi a pieno nel mondo dell'erotico, non mancando a volte di insultare l'arte letteraria. [...] Le numerose poesie che compongono questa raccolta scorrono via, velocemente, lasciando però una traccia viva e un senso di freschezza, come pensieri raccolti assieme che vanno e ritornano inesorabili come l'onda del mare si abbatte sulla battigia per poi ritirarsi e compiere questo movimento all'infinito»; Nazario Pardini (poeta, critico letterario e ordinario di letteratura italiana) ha scritto: «[...] il Nostro affronta gli aspetti più disparati della realtà: quelli emotivo-esistenziali, quelli artistici, quelli civili. E con energia linguistica, con innovazione verbale, con l'uso anche di un lessico arcaico in particolari nessi letterari, esonda tutto se stesso. Il verso scorre leggero, fluido, chiaro, come l'acqua di un torrente alla sorgente, dove lucide traspaiono le pietruzze dal suo fondale. E così si snoda la poesia di Marcuccio. Varia e articolata, ma sempre arrivante e suasiva per l'efficacia delle immagini nitide e vissute con grande intensità emotiva. [...] Ma a dare compattezza e unicità al dipanarsi del tessuto poetico c'è un senso di malinconia, e una profonda coscienza di essere, che renderebbero umano, troppo umano il messaggio dell'autore se non intervenisse quell'aspirazione a un "Eterno" che convalida e rende prezioso il fatto di esistere pur nello spazio ristretto di un soggiorno» e Marzia Carocci (scrittrice, poetessa e critico letterario) ha scritto: «La poetica di Emanuele Marcuccio riflette lo stato d'animo di chi attentamente osserva il mondo da un'ottica ad ampio spettro; egli non si limita all'osservazione, ma cerca dentro ogni espressione della natura, degli eventi, degli elementi stessi, il nucleo dell'essenza ed avvalorare quelle situazioni, emozioni, stati d'animo che la vita ogni giorno ci offre con il bene e il male. Poesie ricche di metafore dove la figura e l'immaginario perdono quella staticità e stasi, trasformandosi in movimento e in scenari di vita».

Editore:
SBC Edizioni

Genere: Poesia

Estratto:
Dolce sogno (23/4/1994)

Dolce sogno, sorriso di rosa.
Sol tu sopisci lo spirto mio ramingo,
sol tu plachi l'errante spirto anelo;
soffro e mi tormento nel desiderarti, agogno
l'eterno tuo bacio,
l'eterno abbraccio agogno;
e mi struggo di dolor nel rimirarti invano:
attendo che le labbra tue tremanti
pronunzino l'immortale parola al cor piagato,
e indorino di baci un sogno d'amore.

(Emanuele Marcuccio, Per una strada, pag. 46, SBC Edizioni, Ravenna, 2009)
Menzione d'onore nel Concorso internazionale di narrativa, pittura e poesia "Città di Salerno 2003", utilizzando lo pseudonimo di "Joe Tiziano".
Scritta a letto, febbricitante e innamorato e, si sente il mio stile giovanile...
Ecco come si è espresso il critico Luciano Domenighini, riguardo questa poesia, nelle inedite "Quattordici note critiche a Per una strada", di cui ha voluto farmi dono: "Ridondante dell'iperbole romantica, per afflato, lessico e stile, è un esempio evidente dell'attitudine del poeta ad abbandonarsi totalmente, senza inibizioni, alla suggestione dei sentimenti. Allora, come in questo caso, va persa in parte la nativa levità della sua ispirazione, come appesantita dal tumulto interiore.
L'attacco comunque è delicato, floreale e tra il quarto e il sesto verso compare la ricercata figura del chiasmo ("agogno"… "eterno bacio"… "eterno abbraccio"… "agogno").


Là, dove il mare… (19/10/2001)

Là, dove il mare è profondo,
fondo, fondo;
là, dove le onde si rincorrono,
corrono, corrono:
e le luci si disperdono
e lo sguardo si dirada,
si fa chiaro;
e l'amor mi raggiunge
col suo dolce sovvenir.
Là, dove il mondo ti dimentica;
là, dove il sole ti colpisce
col suo chiaror;
là, dove un lampo ti pervade
col suo baglior,
e in un abbraccio ti rapisce.
Là, dove l'oblio ti sommerge
con la sua luna;
là, dove il mondo ti abbandona
con la sua fine:
là voglio riposare,
e perdermi rapito
nel Sole: nell'amore infinito.

(Emanuele Marcuccio, Per una strada, pag. 96, SBC Edizioni, Ravenna, 2009)
Menzione d'onore al "I° premio internazionale d'arte Europclub Messina - Taormina 2010".
Il mare del nostro dolore, il mare dei nostri pensieri, il mare della nostra anima, il mare dei nostri sogni...
Il mare che a volte ci intrappola in un vortice di problemi e di pensieri, il mare che in un maremoto ci sbalza via dalle nostre sicurezze e come un ladro ci depreda.
Come scrivo in un mio aforisma, "Il dolore è come il mare, nel suo indistinto ondeggiare e rifluire incessante".
Se fate attenzione, come le onde procede la lettura di questa poesia, come le onde del mare!
Ad ogni inizio di verso le onde si alzano, toccano la riva, ad ogni fine di verso le onde si abbassano, si allontanano dalla riva; tutto in un ciclico movimento che trova il suo compimento e il suo riposo in Dio: nel Sole infinito.
E pensare che, quando la scrissi, mi trovavo da solo nel cuore della notte, in casa, il mare si agitava tempestoso nella mia anima e, con le sue onde che baciavano la riva non mi faceva compagnia, né rapiva la mia vista lo spettacolo di un meraviglioso tramonto.
Ecco come si è espresso il critico Luciano Domenighini, riguardo questa poesia, nelle inedite "Quattordici note critiche a Per una strada", di cui ha voluto farmi dono: "E' una composizione di ventidue versi a metro libero, di tre periodi, ad andamento altalenante, automatico, poggiato su sette iterazioni ( là dove...) legate da un polisindeto di sei elementi, che si apre con una doppia geminazione al secondo e al quarto ( fondo, fondo; corrono, corrono) in rima derivativa sui versi precedenti. Un'apocope chiude il primo periodo al nono verso (sovvenir) e l'apocope si ripresenta al secondo periodo sul dodicesimo (chiaror) e quattordicesimo (baglior) con effetto liquido, dissonante.
L'ultimo periodo ha toni visionari ma luminosi, di paradisiaca, solare apocalisse.
Anche qui il Marcuccio dimostra sicuro istinto poetico.
E' la poesia dove meglio si palesa l'attitudine del poeta a ricorrere alle figure iterative e la sua abilità nell'elaborarle. In questi 22 versi il Marcuccio intesse un ordito ammirevole, disponendo in alternanza una triplice sequenza di versi anaforici ("Là dove" (8 volte), "col" (5 volte), " e" (5 volte), con due versi (2° e 4°) di pura geminatio, e il verso finale che raddoppia lo stato in luogo.
Il magistrale impiego di queste figure retoriche conferisce alla lirica un andamento cullante, ascendente, perfettamente equilibrato".


Musica lontana (24/8/1999)

Ampi spazi,
volate d'azzurro,
rincorrersi delle note,
tersa armonia azzurra:
cantico in lontananza,
arrivare improvviso,
prolungati suoni
si estendono nello spazio,
prorompono con impeto
nella levità e nel sublime.
Mi perdo e sconfino,
mi attardo:
fermo è il tempo:
sogno improvviso irrompe,
e quieto rimango,
e mi rincorre
e si allontana
e scompare.

Emanuele Marcuccio
(da "Per una strada" SBC Edizioni, Ravenna, 2009)
Riporto l'esperta nota critica di Luciano Domenighini, dalle "Quattordici inedite note critiche al mio Per una strada": "Anche in questa lirica vige una dimensione cosmica. È formata da due stanze. La prima stanza, di dieci versi, è un asindeto di sette elementi, descrittivo, spiegato nei versi 8, 9 e 10, "si estendono nello spazio, / prorompono con impeto / nella levità e nel sublime".
La seconda, di otto versi, in forma di polisindeto, parte al presente in prima persona con tre indicativi ( due riflessivi e un intransitivo), "Mi perdo e sconfino, / mi attardo:" per passare, su "sogno improvviso" come soggetto, alla terza quattro volte (irrompe, mi rincorre, si allontana, scompare), richiamando la prima persona al quindicesimo verso "e quieto rimango,", subordinato al quattordicesimo "sogno improvviso irrompe,".
Da un punto di vista lessicale è eccellente il senario al secondo verso ("volate d'azzurro") con l'aggettivo sostantivato, abilmente richiamato, due versi dopo, come aggettivo e al femminile, in un senario "lungo" con doppia sinalèfe omovocalica sulla "a" ( ters(a-a)rmoni(a-a)zzurra). I versi 2 e 4 generano un effetto doppio, di assonanza e di corrispondenza semantico-descrittiva".


Il grillo col violino (23/11/1999)

Il grillo canterino s'innalza,
si adagia e sobbalza,
per le strade e per le vie
il suono del suo violino
si perde,
e cresce nell'armonia
e cresce per la via;
cantando e suonando
allegro e svelto,
e stride il suon flessuoso e gaio:
cri, cri, risuona: cri, cri…
e si perde per le vie.

Emanuele Marcuccio
(da "Per una strada" SBC Edizioni, Ravenna, 2009)
Riporto l'esperta nota critica di Luciano Domenighini, dalle "Quattordici inedite note critiche al mio Per una strada": "Leggerissima, delicata, infantile, interseca con abilità le figure della congiunzione e
dell'epifora. È strutturata come un polisindeto ritardato da quattro versi di coppie
congiunte, due di verbi (2, 8) al presente ("si adagia e sobbalza"), e al gerundio
("cantando e suonando") una (4) di complemento di luogo ("per le strade e per le vie")
e una (9) di aggettivi ("allegro e svelto"), con due distici in rima baciata e un ottonario onomatopeico al penultimo verso.
Anche questa poesia, pur nell'apparente semplicità, presenta una struttura piuttosto complessa.


Fremere * (13/9/1999)

Freme d'intorno un andare
nell'ombra e in inverno:
scrosci d'acqua piovigginosa
si attardano sul limitare;
nera ombra si spiana
e si dilata nell'oscurità:
rosse tempie tremende.
Andare disperso,
andare smarrito:
rimane il valore,
rimane il dolore.

* Dedicata a mio padre, che è non vedente da quando avevo un anno.

Emanuele Marcuccio
(da "Per una strada" SBC Edizioni, Ravenna, 2009)
Riporto l'esperta nota critica di Luciano Domenighini, dalle "Quattordici inedite note critiche al mio Per una strada": "Sono undici versi divisi in una lassa di sette in sequenza 8, 6, 9, 9, 7, 10, 7 e una quartina finale di senari composta da una coppia di distici anaforici, di cui l'ultimo in rima baciata. In realtà tutta la composizione è legata in rima dalla desinenza "are" e in particolare dall'infinito "andare" che apre i primi due versi della quartina finale e che si connette foneticamente con le desinenze del primo ("andare") e del quarto verso ("limitare"). Sono quattro infiniti, tre ripetuti e l'altro sostantivato che, col colore
attonito e neutro della desinenza e la triplice ripetizione all'infinito di un verbo di moto assolto dal complemento di luogo, dànno alla poesia un tono estenuato come di un perpetuo, doloroso, cammino senza meta, in un mondo senza luce.
Della breve composizione, si apprezza altresì la forma essenziale che si esplica nell'impiego dei tempi immediati infinito e indicativo presente, nel ricorso a un solo avverbio ("d'intorno") e poi nel rutilante, angoscioso, terrificante settenario del settimo verso (un soggetto sostantivato chiuso fra due aggettivi e privato del verbo, a sottintendere nessuno e tutti i verbi). D'altra parte questo taglio lapidario si realizza compiutamente nella quartina finale dove alla coppia anaforica di infiniti si affiancano due aggettivi e a quella all'indicativo due sostantivi, siglando nell'assoluto rigore stilistico una lirica intensa e carica di commozione".


Canto d'amore (6/12/1999)

Leggerezza, delicatezza
soffusa e serena:
un fiore, che leggiadro
al primo suo fiorire,
espande per l'aria
gli odorosi suoi sospiri,
e irrora dolcemente,
e irradia di luce
l'aria della notte:
un'arpa ascolto,
lontano il suo suono
si perde;
sospirosi ardori,
sospirato amore,
ti chiamo
e nella notte mi perdo.

Emanuele Marcuccio
(da "Per una strada" SBC Edizioni, Ravenna, 2009)
Riporto l'esperta nota critica di Luciano Domenighini, dalle "Quattordici inedite note critiche al mio Per una strada": "Sono sedici versi che alternano la terza persona (espande, irrora, irradia, si perde), descrittiva dell'oggetto amato con tre splendidi versi (10, 15, 16) in prima persona: un quinario ("un'arpa ascolto") e un ottonario ("e nella notte mi perdo") sospesi e vaghi, a siglare un clima incantato e infine uno scolpito ternario ("ti chiamo"), perentorio, esclamativo, che fa da perno a tutta la composizione. Da notare anche la corrispondenza iterativa dei versi 11 e 12 ("lontano il suono / si perde") con l'ultimo verso ("e nella notte mi perdo").
La breve lirica è un polisindeto di giusta lunghezza, con la cadenza , il respiro esatto, che ha l'unica pausa, e riprende fiato, sul bellissimo " un'arpa ascolto" che è un pentasillabo morbido, rotondo, appena inciampato sulla sinalèfe di "arpa-ascolto" (ma è difetto veniale e qualcuno potrebbe anche definirlo un pregio). L'effetto "morendo", "perdendosi", pur nell'intensità dell'emozione, è reso benissimo".


Ricordo (28/10/1994)

O tu che l'ampia volta
della vita ascendi,
o tu che l'ampia prora
dell'azzurro varchi!
Il sonno m'inabissa profondo,
il mare mi plasma tranquillo,
ricado riverso
nel fianco ritorto,
ricado sommerso
nel freddo glaciale,
quel bianco dolore,
che mi arrossa la faccia,
quel freddo vapore,
che m'avvampa tremendo.

Emanuele Marcuccio
(da "Per una strada" SBC Edizioni, Ravenna, 2009)
Vi è qui un'allegoria che ha per tema il giustapporre un'anima che si eleva alle cose celesti a un'altra che ricade nelle cose mondane. "Prora" nel senso di direzione diritta, in traslato "retta via"; varcare la retta via significa
"andare oltre l'umano, andare oltre l'ordinario".
Riporto l'esperta nota critica di Luciano Domenighini, dalle "Quattordici inedite note critiche al mio Per una strada": "Strutturata con rigore sulla figura dell'anafora, si apre in vocativo con una quartina di settenari e senari in doppia iterazione alternata.
Segue un distico sintatticamente speculare a cui seguono le due quartine finali che riprendono lo schema dei primi quattro versi. Una sola rima ("riverso-sommerso") nella quartina centrale.
L'ultima quartina è arricchita da due ossimori.
La lirica è tutta giocata sull'alternanza di senari e settenari, legati dalle consuete iterazioni ma anche da un paio di rime, e giustamente interrotta al quinto e al sesto da un distico di versi "lunghi" (10 e 9). È una poesia visionaria, suggestiva, fatta di immagini ermetiche e chiusa da un sorprendente ossimoro".


Dolcemente i suoi capelli… (24/4/2006)

Dolcemente i suoi capelli inanellava,
e mi beava nel rimirar
il suo bel viso,
il suo sorriso,
che languente mi sfuggiva;
e cercavo d'immaginar
i suoi begl'occhi,
che all'anima profondi balenava
in un sussulto,
in un singulto,
che veloce dileguava.

Emanuele Marcuccio
(da "Per una strada" SBC Edizioni, Ravenna, 2009)
Ispirata guardando di sfuggita il viso di una ragazza che, dolcemente giocava con i suoi capelli, facendone anelli con le dita, alla fermata dell'autobus".
Riporto l'esperta nota critica di Luciano Domenighini, dalle "Quattordici inedite note critiche al mio Per una strada": "Undici versi sostenuti da sei verbi all'imperfetto, con due coppie di quinari iterati in rima baciata ( 3 e 4, 9 e 10).
Anche qui il poeta, dopo il languido dodecasillabo iniziale, intesse, reiterandoli, una trama di quattro "incipit" ("e", "il suo", "in un", "che") , accoppiando però due di essi in eleganti distici di quinari in rima. Così crea un clima sospeso, seduttivo, ammaliante.
La lirica ha andamento subentrante, avvolgente e sfuggente a un tempo, e al secondo e al sesto verso si concede un'aura retrò con un arcaismo ("beava") e due apocopi ("rimirar" e "immaginar") che conferiscono alla composizione una stilizzata leggerezza.
La breve composizione ha struttura metrica particolarmente raffinata.
Sono undici versi a disposizione parasimmetrica (12, 9, 5, 5, 4, 4, 9, 5, 12, 5, 5, 8) in metro barbaro ad andamento anapestico.
È proprio la metrica barbara a dare musica alla composizione che comunque prevede una figura cara al poeta, il verso anaforico, qui presente in due coppie di quinari in rima baciata (vv.3/4 e 9/10). A dare cadenza, respiro e compiutezza concorre la triplice rima ai vv. 1, 8 e 11.
Tutta la lirica è sostenuta da un ritmo assorto e palpitante e fa sue con naturalezza le tre incursioni "retrò" (altro vezzo, questo, tipico di Marcuccio), due infiniti elisi (rimirar, immaginar) e un arcaismo (beava).
In conclusione: la rifinitura formale e la sicura musicalità rendono questa lirica assai pregevole. Un piccolo capolavoro".


Incanto (1/4/1998)

Calma, pacata immensità dell'universo,
palpito dell'infinito:
sogno, immergersi rapito,
palpitar d'acque tremolanti,
risorsa ai sonori ardori,
attimo immobile e incantato,
anelito ad emergere,
rimaner sopito,
rifuggire sommerso.
Rifulge lo specchio che traluce,
che trapassa, si allontana:
pur divampa, pur s'immerge,
senza tempo.

Emanuele Marcuccio
(da "Per una strada" SBC Edizioni, Ravenna, 2009)
Ispirata dall'ascolto del poema sinfonico "Il lago incantato" di A. Ljadov".
Riporto l'esperta nota critica di Luciano Domenighini, dalle "Quattordici inedite note critiche al mio Per una strada":
"Qui bene si palesa la vocazione visionaria del poeta, quell'abbandonarsi all'irrazionale, alla caotica meraviglia della casualità, quel liberare un linguaggio sorgivo, ispirato, epifanico, fatto di metafore ermetiche, di ossimori, di audaci soluzioni verbali, talora al limite delle convenzioni semantiche.
La composizione accusa altresì una certa ridondanza, ma notevoli per invenzione sono il verso 5 ( "risorsa ai sonori ardori") e 9 ("rifuggire sommerso")".

Le forme metriche citate in tutte le inedite note critiche sono assolutamente spontanee.
Non ho mai scritto in funzione della metrica.

http://emanuele-marcuccio.overblog.com/saggio-commentario-a-per-una-strada-a-cura-di-l-domenighini

Acquisto:
http://www.libreriauniversitaria.it/strada-marcuccio-emanuele-sbc-edizioni/libro/9788863470314

http://www.webster.it/libri-strada_marcuccio_emanuele_sbc_edizioni-9788863470314.htm

http://www.sbcedizioni.it/dettagli.asp?sid=102356222220090317173009eidp=136ecategoria




One Responseto “Per una strada”

  1. Il numero di telefono è cambiato.
    Ecco il nuovo numero:
    Diffusione Cultura
    tel. 0249663689
    Lun – Mar:
    9.30 – 12.30
    16.00 – 19.00
    Mer:
    16.00 – 19.00
    Gio – Ven:
    9.30 – 12.30
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    Sab:
    10.00 – 13.00
    15.30 – 19.30
    Dom:
    16.00 – 19.00

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