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LA MOGLIE DELL’ALBERGATORE recensione

Recensione del libro “La moglie dell’albergatore “ di Alison Moore

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“Futh” che nome buffo, ho pensato. E poi scopro già dalle prime pagine che a reputarlo strano è pure uno dei personaggi del libro, Carl, primo e tra le poche persone che Futh incontrerà durante il suo viaggio nella valle del Reno, viaggio dedicato al trekking ed al buon cibo.
Strano non è solo il suo nome ma pure la sua personalità. Introverso, silenzioso, a volte pure goffo ed impacciato. Il perché di questo suo essere lo si capisce fin da subito. Fresco di divorzio, reduce da un’infanzia travagliata, abbandonato dalla madre, succube di un padre intransigente e privo di grandi amicizie. Sembra che tutta la sua vita si distingua per la solitudine e la separazione dalle persone a lui care.
Ed è per questo che, appena separatosi dalla moglie decide di dedicare a se stesso un’intera settimana di vacanza e di ripetere un cammino fatto quand’era bambino con il padre in Germania. Una sorta di viaggio riparatore? Forse, o almeno così lui spera, ma i ricordi della madre alternati a quelli di Angela, la ex moglie, riaffiorano per tutto il percorso.
Durante la prima tappa del suo tour a piedi arriva in una città chiamata Hellhaus, dove incontra una coppia, anche loro male assortiti, Ester e Bernard, proprietari dell’hotel. Ester per molti aspetti è simile a Futh. Ha un rapporto inesistente con il marito, vivo e vegeto ma pressoché assente. E’ sola, insoddisfatta, cerca di consolarsi bevendo gin al bancone del bar e facendo sesso senza piacere con gli ospiti della pensione.
Sia Futh che Ester hanno un gran bisogno di affetto ed entrambi si rifugiano nei ricordi, quelli di lui legati non solo alla moglie ma anche alla madre di cui gli resta solo una boccetta di profumo a forma di faro, e quelli di lei dominati dai bei momenti passati con Bernard, prima che il loro rapporto degenerasse, di cui le resta solo il profumo di canfora di cui lui si cosparge il corpo.
“Solitudine” è la parola chiave di questo romanzo, un viaggio introspettivo in cui la tristezza fa da padrona. Nessun lieto fine, nessuna redenzione per Ruth ed Ester. Per entrambi nessuna tenerezza da alcuno, nessuna parola gentile solo un profumo a memoria del passato.
Un romanzo particolare, con una grande portata emotiva.
Peccato forse per la scarsità di descrizioni soprattutto del paesaggio, che, visto l’ambientazione scelta dalla scrittrice, dev’essere stato molto bello.
A mio giudizio il finale è forse un po’ frettoloso, ma nel complesso l’ho trovato un buon libro.

Alessandra DG




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