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Se non sono gigli


Tre vite, tre esistenze che si sfiorano appena.
Basterebbe poco al destino per farle incrociare e sparigliare le carte.

Isabella, che per un crudele gioco del destino sdoppia letteralmente la sua personalità. Bruno, legato morbosamente a un amore, si aggrappa ai sogni del passato, divenuti penose e amare utopie. Torquato, violentato nel suo io creativo, obbligato a un'esistenza ripetitiva e abbrutente.

Tre personaggi che sembrano figli delle canzoni di De André, viaggiano su binari paralleli, ognuno in cerca della propria salvezza.

Editore:
Rapsodia Edizioni

Genere: Romanzo

Estratto:

"E siamo in tanti coperti da neve gelata
non c'è più razza o divisa, ma solo l'inverno
e quest'estate bastarda del vento spazzata
e solo noi, solo noi che siam morti in eterno.
Io che guardavo la vita con calmo coraggio
cosa darei per guardare gli odori della mia montagna,
vedere le foglie del cerro, gli intrichi del faggio,
scoprire di nuovo dal riccio il miracolo della castagna."
Da: "Il caduto" di Francesco Guccini




Bruno si ridestò dai ricordi di quelle giornate. Come gli capitava spesso, il suo cervello aveva registrato il film di quegli avvenimenti, e la memoria glielo riproponeva ora frame dopo frame.
Si alzò dal divano giusto per far ripartire il CD che nel frattempo era terminato, quindi riprese la comoda posizione supina, chiuse gli occhi e lasciò nuovamente briglia sciolta al ricordo di quel giorno.
Rivide la vecchietta che gli era venuta incontro, mentre con gli occhi ancora gonfi e piangenti per i gas lacrimogeni, cercava di mettere a fuoco i dettagli di quella fosca cartina.

«Eh, caro il mio giovanotto…»
Venne colto di soprassalto dal suono di quella voce che proveniva da dietro alle sue spalle , così piena di ‘granchi e di ragni'. Si girò e la prima impressione che ebbe fu di vedere una nuvola, poi gli occhi lattiginosi misero a fuoco l'immagine di una donna dai capelli bianchissimi, avvolta in un lungo cappotto consunto, anch'esso bianco candido.
«Venga, venga giovanotto», lo esortò la vecchietta, «abito proprio qui sopra», e indicò con le dita ossute e devastate dall'artrosi un vetusto palazzo alle sue spalle, «ha bisogno di darsi una ripulita e aspettare che le acque si siano calmate un po'.»
Così, senza neppure attendere la risposta, l'arzilla vecchina lo prese per mano trascinandolo verso l'austero portone.
Bruno era disorientato, in balia di quella strana donna e del mal di testa che andava peggiorando. Sembrava i tamburi di quel gruppo di donne africane si fosse trasferito nel suo cranio.
Irilde, così si sarebbe poi presentata la donna, lo fece accomodare su un vecchio divano, talmente sdrucito da lasciare intravedere un paio di molle, ormai sul punto di esplodere. Di lì a poco tornò con dei vestiti: un paio di jeans, una maglietta, calze e mutande.
«Ecco», disse porgendoglieli, «erano del mio povero nipote…»
Bruno preferì non approfondire, ma non poté evitare di vedere una lacrima che si era formata tra la ragnatela di rughe dell'occhio destro della donna.
«Dai, prendili e vai a farti un bel bagno» e, passando al ‘tu', Irilde gli indicò il piccolo locale in cui si intravedevano i piedi mezzo arrugginiti di una vecchia vasca.
Lui osservò meglio quella strana donna. Con gli occhi ora un po' più lucidi riusciva a vederla bene: praticamente era un mucchio d'ossa avvolto da uno strato di pelle raggrinzita. Senza quel voluminoso cappotto la sua magrezza pareva impressionante. Il volto scarno, con la pelle bianco cera e quella foresta di capelli bianchi e finissimi rendeva la donna quasi una figura eterea che, al di là dell'aspetto e della salute, emanava però una forte aura di forza e sicurezza.
Il lungo bagno caldo fece miracoli. Certo il mal di testa non era passato e l'indolenzimento generale gli dava l'impressione di aver sostenuto un combattimento con un lottatore di sumo, ma in generale si sentiva meglio: più lucido e attivo.
Irilde lo aspettava sul divano. Lo fece accomodare accanto a sé e gli porse un piattino di ceramica con due pillole bianche: «Prendile, sono aspirine. Ti faranno bene!»
Dopo essersi fatta raccontare cos'era successo in centro e quale fosse la causa di quel grande cerotto che gli tagliava il viso in due, lo costrinse a trangugiare un'enorme tazza di the verde, cui seguì una fetta di crostata di mele fatta da lei. Dopo un lungo momento di silenzio, che l'uomo non aveva avuto il coraggio di interrompere, la vecchietta prese a rievocare.
«Sai Bruno, qualche anno fa avevo un nipote, si chiamava Antonello. Bel nome, vero? Frequentava il primo anno di biologia e aveva solo bei voti sul libretto. Un giorno davanti all'università si era tenuta una manifestazione, e anche il mio Antonello vi aveva partecipato. Se non ricordo male protestavano perché quei farabutti del governo volevano dare più soldi alle scuole private e meno a quelle pubbliche... vabbè, fatto sta che a un certo punto è arrivata la polizia con i loro ‘carri armati', e sai cos'è successo?»
«No», si limitò a rispondere timidamente Bruno, pur intuendo la verità.
«Me l'hanno schiacciato sotto le ruote.»
Nel tono della voce di Irilde c'era un tale dolore che lui sentì un brivido percorrergli la schiena.
«Mi spiace», ebbe solo la forza di rispondere.
«Eh, ormai sono passati tanti anni, però questa sofferenza non passa. Me la porto dietro tutti i giorni, come una condanna a vita. L'ergastolo avrebbero dovuto prenderlo quei bastardi! Pensa che si sono tenuti due processi, e sai qual è stato il risultato?»
«Beh posso immaginarlo: nessun colpevole...»
«No, sbagliato, cazzo!» rispose Irilde quasi gridando, e picchiando il pugno ossuto sul bracciolo del divano, «un colpevole l'anno trovato: Antonello. Hanno detto che il torto era suo, perché aveva tagliato la strada al ‘carro armato' della polizia. Hai capito? Me l'hanno ammazzato e la colpa è pure sua…»
Irilde si interruppe. Per un momento eterno se ne restò zitta, attorcigliandosi una ciocca di quei capelli che sembravano bambagia. Il dolore, la rabbia, il rancore espressi dalla vecchina con quella parolaccia, di certo avulsa al suo vocabolario, ebbero su Bruno l'effetto di un pugno nello stomaco, lasciandolo senza parole e con la sensazione di essere lui stesso avvolto e avvinghiato da quell'immane sofferenza. La donna tornò ad arroccarsi nel ricordo del nipote, forse l'unica cosa bella che la vita le aveva dato e che qualcuno si era portato via. Non voleva, non poteva accettare quella verità. Poi, con tono che non ammetteva repliche riprese, «comunque tu questa notte non te ne vai!»
«Come non me ne vado?» Bruno aveva già programmato di prendere un treno in modo da essere a casa entro la mattina successiva e poter così riabbracciare la sua Ada. Sentiva il bisogno della sua voce, di rifugiarsi tra le sue braccia, della capacità che solo lei aveva nel rassicurarlo,
«Certo che non te ne vai. Ma ti immagini la situazione in città, dopo quello che è successo? Quella botta in testa ti ha tolto il lume della ragione? Non faresti in tempo ad arrivare in piazza che qualche poliziotto ti fermerebbe per accertamenti. Bene che ti vada passeresti la notte in caserma, ma dovrebbe andarti proprio di lusso. Io quella gente la conosco sin troppo bene, credimi. La cucitura che hai in faccia sarebbe sufficiente per accusarti di essere un terrorista. Quelli mica vanno troppo per il sottile, sarebbero capaci di metterti in cella, non prima di averti dato una pelle di botte, e poi dimenticarsi dove hanno messo la chiave, salvo magari chiederti scusa tra qualche anno. Tu mica li conosci quelli, ma io sì. Dai retta a me: resta qui. Ti fai una bella dormita e domani mattina, quando le acque si saranno calmate te ne torni a casa. A proposito, non ti ho neppure chiesto di dove sei.»
«Sono di Soracco, un piccolo paese vicino a Varese», rispose Bruno, che nel frattempo si stava convincendo che la soluzione proposta da Irilde fosse davvero la più saggia e sensata.
«Oh, Varese», esclamò la vecchina, «la conosco bene perché il mio povero marito ci andava spesso per lavoro. Sai, faceva il camionista. Trasportava farina e granaglie. Girava tutta l'Italia, e qualche volta mi ha portato con lui... Ah, comunque basta ricordi», concluse risvegliandosi dai suoi pensieri e, prendendolo per mano come un bambino, lo condusse in una minuscola stanzetta.
«Ecco, tu puoi dormire qui, era il letto che usava Antonello quando veniva a trovarmi, poi domani mattina ti preparo una bella colazione e te ne torni a Varese.»
Bruno era sconcertato da tanta cortesia: «Irilde, perché fa tutto questo?»
La donna, che alla tenue luce della piccola abat jour che illuminava debolmente la stanza sembrava ancora più vecchia, lo guardò fisso negli occhi per un lungo istante, persa in chissà quali ricordi. «Prima di tutto perché mi ricordi Antonello, e poi perché, perché...» si interruppe un istante come a cercare le parole giuste, «perché io mi vergogno. Ormai la mia vita è arrivata alla fine e mi chiedo che razza di mondo abbiamo lasciato ai nostri figli e ai nostri nipoti. La colpa è nostra, e poi vedo tutti questi ragazzi che cercano di ribellarsi e... sai una cosa? Io vorrei aver avuto la forza di farlo quand'ero giovane, quand'ero ancora in tempo, e invece non ho fatto niente. Questo mondo mi fa schifo e mi faccio schifo anch'io, perché ho contribuito a farlo diventare così. Sono responsabile, anche se certo non come quel bastardo che ci comanda...»
Irilde cadde in un altro dei suoi lunghi silenzi. Bruno percepiva però che la vecchietta non aveva ancora finito. Stava riordinando le idee. Aveva bisogno ancora di sfogarsi, di far fluire il dolore e la rabbia con cui conviveva da chissà quanto.
«Ho lavorato tutta la vita come una schiava», riprese dopo un po', «e con quale risultato? Non ho più un dente in bocca, ma non posso andare dal dentista perché non ho un soldo. L'hai visto il divano su cui eravamo seduti? Ha più di trent'anni. Un giorno o l'altro le molle mi bucheranno la schiena ma non posso comprarne un altro, neppure di seconda mano.
Quella carità che loro chiamano pensione serve a malapena a pagare le bollette e a mettere un piatto a tavola. La rivoluzione ci vorrebbe: prenderli tutti e sbatterli in galera a vita, a pane e acqua, senza che abbiano neppure diritto all'ora d'aria. Ah, se ne avessi la forza scenderei con voi in piazza. Prenderei un bastone e saprei bene io contro chi usarlo, come vendicare Antonello e i tanti come lui, massacrati di botte o uccisi solo perché volevano un mondo migliore. Insomma vi ammiro. Non so se l'hai capito, ma questo è il motivo per cui ti sto aiutando.»
La spiegazione della donna lasciò Bruno senza parole, del resto cosa avrebbe potuto dire. Non c'era nulla da dire. Poi prese quella mano ossuta tra le sue e le sussurrò: «Grazie!»



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Sito dell'editore: www.rapsodiaedizioni.com
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