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Sette


Racconto surreale, ispirato a una carta dei Tarocchi. Il matto.

Genere: Racconto breve

Estratto:
SETTE

Era l'ultima. La settima. Perfetta e lussuriosa in quell'abito di seta che ne marcava impenitente ogni singola curva.Talmente bella che era un peccato doverla uccidere. Ma la procedura prevedeva il completamento dell'intera sequenza.
Sentì da subito un irrefrenabile desiderio e mentre le stringeva il filo di ferro attorno alla gola, eiaculò.

La superbia ebbe ancora il volto di una giovane donna.
Non era altrettanto bella e il suo corpo non reagì allo stesso modo. Dall'angolo buio della strada arrivava alle sue narici un nauseante odore di immondizia. Si erano sfiorati nella metropolitana e quella, altezzosa e distaccata, lo aveva squadrato con disgusto, come fosse stato uno scarafaggio. In quel preciso istante lui aveva deciso e dopo era rimasto qualche minuto a fissarne il cadavere con i pantaloni calati, ma il desiderio era andato scemando da subito, fino a scomparire.

L'avarizia ebbe il volto di una vedova ricoperta di vecchi gioielli.
Ogni mattina soleva bere solo un caffè nero nella pasticceria all'angolo. Per giorni si era tenuto a distanza, silenzioso e trasparente, studiandone ogni spostamento. La donna passeggiava per le vie più eleganti, si soffermava davanti alle vetrine di Luis Vuitton e di Hermés. Raramente entrava, mai acquistava.
Una domenica mattina decise. Doveva fare qualcosa, voleva capire, essere certo. Non mangio da due giorni aveva sussurrato, porgendo la mano per chiedere l'elemosina. Sul sagrato la donna l'aveva guardato con falsa pietà cristiana e tenendo stretto a sé il borsellino aveva risposto di non avere denaro.

L'ira ebbe il volto di una zingara.
Sostava presso la stazione ferroviaria, aveva lunghi capelli scuri e pelle ambrata. Gli prese la mano con insolenza. Solo una moneta in cambio della promessa di una vita lunga e felice. Lui non si fermò, non credeva al destino. E non gli piaceva quella gitana che odorava di selvatico. Vattene, siete tutti ladri e bugiardi, aveva bisbigliato, ma lei aveva udito.
Che tu possa morire, maledetto aveva gridato, ignara che l'anatema sarebbe tornato a lei come un boomerang.

L'accidia ebbe il volto di una ragazza di colore.
Smunta e raggrinzita, ogni notte peregrinava abulica lungo le strade del quartiere chiedendo una sigaretta a chiunque incontrasse.
La lasciava e la riprendeva come un gatto fa con il topo. Premeva e poi allentava e poi stringeva con forza e mentre lo faceva si sentiva dionnipotente. Mai nella sua vita quella ragazza aveva assaporato momenti così intensi. Perché la vita era bella. Perché la vita andava vissuta in ogni istante, anche l'ultimo. E se non l'avesse uccisa lui, presto lo avrebbe fatto l'apatia.

L'invidia fu la più giovane.
Pestava i piedi e pretendeva. Al parco, con un cono gelato in una mano e un palloncino colorato nell'altra, piangeva e voleva la bambola della bambina seduta di fronte. La madre cercava di calmarla in ogni modo, ma lei continuava a strillare. Rigoli di gelato sciolto colavano sul suo immacolato abitino di pizzo. Lui si costrinse a chiudere gli occhi e a non pensare. Dopo cercò un bagno pubblico e diede di stomaco.

La gola ebbe il volto di un uomo.
Corpulento ed elegante nel suo completo grigio, stava mollemente seduto di fronte a una razione doppia e fumante di ravioli alla panna. Alle sue spalle il cameriere retto come un piantone, versava del vino ogni volta che il bicchiere si svuotava. Esagerato e disgustoso, l'uomo divorava con avidità e quando apriva la bocca pareva che l'ingordigia risalisse dalle viscere, come un serpente.

Era quasi sera.
La targa in ottone sulla porta riportava inciso il nome del dottore. Il font corsivo inglese trasmetteva austerità, eleganza, competenza. Persuadeva.
Il paziente bussò tre volte. Attese un segnale, poi entrò con deferenza.
Il dottore, vestito solo di un camice bianco e di un paio di calzoni altrettanto candidi, gli volgeva le spalle. Adagiato su una poltrona di pelle consunta, poggiava i piedi sul davanzale della finestra e di là delle pesanti sbarre di ferro osservava con occhio clinico il mondo esterno.
Il paziente rimase in piedi e attese fino a quando il dottore non si decise a voltarsi.

- Allora...come andiamo?
- Ho terminato la procedura.
- Ha fatto come le avevo prescritto? In questi casi è importante seguire le indicazioni del proprio medico. Curarsi da soli può essere controproducente.
- Si dottore. Sette. Questo dicevano le sue istruzioni.
- Tutte donne?
- No. Uno era un uomo.
- Questo non va bene. Non era ciò che avevo prescritto.
- Io pensavo che...
- Lei non è in grado di pensare. La cura va seguita pedissequamente o sarà tutto inutile. Mi dispiace, dobbiamo continuare con il trattamento.

Il paziente, stanco, annuì. Il dottore chiamò al citofono gli infermieri. Si presentarono alla porta due uomini barbuti, uno aveva in mano una camicia dalle maniche lunghissime che terminavano con due lacci. Il paziente la indossò, arrendevole incrociò le braccia e si fece legare. I due lo presero sotto braccio e si incamminarono verso l'uscita quasi trascinandolo.
Dopo che ebbero chiuso la porta, il dottore prese un sigaro dalla scatola in radica, ne spezzò la testa e lo accese. Con una lunga tirata riempì i polmoni. Nel cassetto della scrivania c'era un mazzo di tarocchi. Prese una carta, la guardò, sorrise a labbra serrate. Gli piacevano gli Arcani maggiori, ma sopra ogni cosa gli piaceva quella carta. L'emblema dei suoi pazienti. Povere creature in cerca di una metamorfosi che prima o poi sarebbe arrivata.
Pago della giornata, si girò nuovamente verso la finestra, poggiò i piedi sul davanzale e massaggiando tra le mani l'Arcano, riprese a fumare.




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