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Sillabario veneto


29 parole venete, dalla A di Amia (la zia) alla Z di Zagheto (chierichetto).
Per ogni parola, un percorso a metà tra l'etimologia (che ci porta a scoprire che il veneto ha radici latine, ma anche germaniche, arabe, ebraiche, spagnole e addirittura amerinde!) e la memoria personale, familiare, collettiva.
Il "Sillabario" va alla ricerca, interrogando la lingua e la memoria, di un mondo venuto meno troppo in fretta, forse già dimenticato, forse ancora vivo nei (pochi?) spazi di un Veneto che non ha voluto cedere al cemento e alla televisione, e che si ostina a far rivivere, anche (ma non solo) attraverso il dialetto, un cosmo di tradizioni e di cultura orale.
Il "Sillabario veneto" parte dal dato di fatto di un'esperienza personale: i miei genitori hanno scelto di NON insegnarmi il dialetto, filtrando di conseguenza le loro comunicazioni, poiché consideravano il veneto un codice linguistico "di serie B", pericoloso, forse squalificante. Il risultato di questa scelta è che io ho perso gran parte della memoria familiare dei miei nonni e bisnonni.
Le parole del "Sillabario" sono il tentativo, ora serio, ora divertito, di riallacciare dei legami, di aprire delle porte, sbirciare all'indietro, alla ricerca di un mondo che, pur parlando di me, non sento più mio.

Editore:
Santi Quaranta

Genere: Linguistica, Tradizioni popolari, Cultura locale

Estratto:
Dal capitolo "MONA"

Mona, come tutte le parole pregne di un che di sacro, non rivela la sua etimologia con facilità. È una parola segreta, come il significato cui rimanda, sebbene sia troppo spesso urlata, sguaiatamente, o menata a vanto, o mormorata con speranza.
Può essere che il termine venga dal cortese madonna, a sua volta derivato dal classico mea domina. Un procedimento, quindi, sineddotico, avrebbe ridotto il tutto alla sua parte forse più indicativa, certo più caratterizzante.
Una seconda ipotesi, in realtà preferibile, suggerisce la parentela del veneto mona al greco mounì, indicante sempre il sesso muliebre. Perché certo si capisce meglio come i veneziani abbiano potuto cogliere, dalla cultura orientale, con cui tanti e tali traffici intessevano, le parole che maggiormente interessavano. E se si pensa che col verbo greco peirein (infilare) il veneto condivide il piron, allora acquisterà chiarezza cosa nella vita, e non solo ai tempi di Venezia, affascini di più.
Ecco quindi svelato l'arcano: i veneziani portavano soldi, i bizantini, raffinati, da parte loro ci mettevano la… materia prima, in termini di cibi raffinati, da mangiarsi non rozzamente, ma in punta di piron, e in termini di... sollazzo non più di stomaco, bensì di mona.
Tornando alla scelta dei veneti per il termine mona, aggiungerei, oltre alle ragioni culturali e commerciali, anche una più poetica ragione eufonica, che certo ha favorito il suo ingresso nella lingua. Ché certo gli altri termini di origine latina, quali cunnus, o scrofa, o il raffinato e perbenista sinonimo uaìna, non hanno la dolcezza e al tempo stesso la brevitas della mona, sempre dolce di nasali, e prima chiusa e misteriosa di O, poi aperta e promettente di A! Insomma, una vittoria annunciata.
Con ogni probabilità, la frase in cui è più presente è il tanto famoso "Va' in mona", con le varianti infinite del complemento di appartenenza. Strano come l'augurare il viaggio in mona, almeno in apparenza auspicabile, non sia considerato un saluto positivo, ma si utilizzi sempre, o quasi, per far tacere un interlocutore molesto, oppure per liquidarlo, o liquidare le sue argomentazioni, in modo frettoloso.
Il fatto che il "Va' in mona" sia utilizzato in concorrenza con "Va' in casin" fa forse pensare che, nella communis opinio, la mona di cui si parla non sia quella della legittima consorte, bensì quella prezzolata e peccaminosa della meretrice, e che, pertanto, l'invito assuma i toni di un "va' a occupare il tempo in esercizi degni della bassa levatura morale della tua persona".
In molti, a partire da mio nonno e giù per zii e cugini, in mona mi ci hanno mandato. I primi tempi, mi ero fatto un'idea relativamente precisa di questo posto. Doveva essere in Africa o in Brasile, dove c'era anche lo zio missionario, e ti mandavano lì per lavorare, invece che perderti in chiacchiere o in matessi da bauchi. Capivo meno quando (ma non con me, piuttosto gli adulti tra loro) ci si mandava in una mona specifica, non importa che fosse di questa o quella madre o amia o santola. Iniziai a pensare che di mone ce ne fossero più d'una, al mondo, e che alcune di queste zone, che erano quindi come un campo, o una montagna, o una palude, erano state ereditate, o conquistate, da madri zie o madrine varie, nel corso degli anni.
Sbagliando, credevo anche che il termine monada, o l'espressione "no sta far el mona", fosse assolutamente gemellare con quello appena citato. Invece no. Il termine mona per incapace, imbranato, inetto, stupido, deriva dallo spagnolo mona per scimmia, a sua volta derivato dall'arabesco maimun, sempre per l'antipatico animale che certamente girava sulle spalle di mercanti e spidocchiatori di professione per le calli veneziane, sbeffeggiando e spernacchiando, impudico e irriverente, gli ignari di terraferma che ne traevano scorno e giusta ira.
Forse è un termine entrato nel veneto grazie agli ebrei levantini giunti dopo la cacciata per l'editto dei Cristianissimi sovrani di Castiglia, e ben si adatterebbe il concetto, se applicato all'umorismo salace delle comunità ebraiche che andarono a popolare il Ghetto.
Quindi "fare il mona" equivale, in senso stretto, a un abdicare ai comportamenti, e in particolar modo agli atteggiamenti del volto e delle espressioni, tipiche dell'uomo, per degenerare a maschera, a sozza e risibile imitazione, scimmia appunto, o, per dirla con Dante, simia, di noi stessi.

Acquisto:
Il "Sillabario veneto" si può acquistare in tutte le librerie del Triveneto, oltre ai molti punti vendita della Santi Quaranta.




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