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Son stufadiza

Barbara è una giovane e bella donna nata nel 1976.

Quando la si incontra e si parla con lei lo si fa come lo si farebbe con chiunque altra persona o donna della sua età…

Invece Barbara è riuscita a scrivere un libro di poesie e di storia personale tanto profondo e devastante da sconvolgere tutti i parametri legati all’età e alla esperienza poetica che si acquisisce, normalmente, con gli anni e la pratica della scrittura.

Nel panorama, vasto e abbastanza uniforme, della poesia moderna italiana, Son stufadiza, perciò, si pone come vero esperimento di poesia intimistica e rivelata dove l’autrice non solo compone liriche per la semplice lettura ma scrive versi per confessarsi e ammettere avvenimenti, fatti e personaggi della sua vita che sembravano solo averla sfiorata prima dell’intera stesura del libro.

Son stufadiza smette così di presentarsi come un libro di poesie e diventa un diario di vita dove l’uso e l’utilizzo della lingua dialettale è la chiave per interpretare gli stati di animo dei personaggi e dei protagonisti ma insieme la soluzione per capire quanto l’autrice compia questo percorso insieme a tutti i lettori.

Barbara scrive le sue “confessioni” senza remore, senza filtri, senza inibizioni di nessuna sorta: poesia intimistica allo stato puro, come non se ne leggeva così da metà del secolo scorso.

E’ un mondo a parte quello descritto nel suo libro da Barbara Grubissa, animato e solcato da sirene e fantasmi e altre simili creature ugualmente eteree e sfuggevoli eppure in questo mondo si instaura con prepotenza e sopraffazione il dolore. Non solo quello portato dalla malattia descritta nell’opera ma insieme quello del trattamento medico forzato, delle cliniche, delle atmosfere opprimenti e dai non protagonisti del libro che seminano ancora più instabilità, precarietà, sofferenza, incostanza.

A cosa serve la lingua dialettale in tutto questo? A suggellare il patto invisibile tra l’autrice e il lettore: “ti parlo come parlerei a me stessa”.
Il filo conduttore dell’opera resta il Trattamento Sanitario Obbligatorio che l’autrice quasi personifica e impersona; attorno e in cerchio a lui (esso) si svolgono e si dipanano le vite dei personaggi del libro. Vite sospese e inafferrabili. Dove paragonarsi e identificarsi con sirene e ombre risulta più facile che restare armati e fortificati nella lotta.

L’epilogo, allora, non può essere che tragico e salvifico insieme.
Nessuno sa dirlo meglio che la stessa autrice : “La malattia è gommapiuma imbombita che gocciola ovunque”. La speranza e l’espiazione sono la poesia e la scrittura.

Antonia del Sambro




17 Responsesto “Son stufadiza”

  1. Gianfranco says:

    Sinceramente speravo in qualcosa di diverso da questo libro, per come me ne avevano parlato almeno. La scelta del dialetto in primo luogo la trovo errata, pregiudica la lettura ai non triestini perchè va a estremizzare la personalizzazione della vicenda allontanando il lettore non triestino dall’autrice. Trovo anche abbastanza di cattivo gusto portare in un libro esperienze tanto personali in prima persona, avrei preferito un atteggiamento meno diretto che non avrebbe snaturato il dolore provato ma avrebbe tolto quell’alone di auto commiserazione che pervade il libro, come a volersi ergere sul dolore per emergere invece che raccontarlo per condividere un’asperienza. Probabilmente la giovane età dell’autrice l’ha portata a credere d’aver vissuto un’esperienza unica ma così non è e chi ha frequentato gli ospedali psichiatrici (come nel mio caso) sa che la vita dentro quelle mura andavano osservate anche con gli occhi di chi ci lavora e non solo con quelli dei pazienti o dei loro parenti.
    Un libro del genere a mio avviso andrebbe scritto diversamente, o come poesia o come racconto ma non con il mescolarsi dell’uno e dell’altro e l’alternarsi del dialetto all’italiano.
    Scusate la franchezza ma credo che proprio perchè ci si trova davanti ad una giovane autrice sarebbe giusto e doveroso non farla volare troppo in alto per un opera che non ha le ali adeguate, leggerei più serenamente delle recensioni meno di parte, da cui trapela se non un’amicizia tra le parti quanto meno una stima ingiustificata.
    Tutti pareri personali ovviamente.

  2. serena says:

    Io l’ho trovato un libro splendido. Per chi non ne sa nulla, per tutti quelli che provano o hanno provato dolore. credo l’intento fosse quello di riportare il dolore al quotidiano. bellissimo….
    ed è bello che parlino malati e parenti…e l’autrice (io ho capito così) è stata entrambe le cose figlia e affetta da bulimia. L’eccezionalità non la vedo anzi, ha riferito di un normale, amoroso rapporto con una madre che poi è morta suicida. unico è il sentimento non la vicenda. dell’ospedale psichiatrico non parla male, forse non ne parla proprio, parla di un rapporto madre figlia. non ho capito Gianfranco se parli da operatore. comunque,certo, sono opinioni. io ne ho sentito parlare benissimo da alcuni e ho sentito perplessi altri che magari non condividono l’idea di base. ma questo, in fondo è il bello dei libri: far parlare le persone. quello che devo dire che è un libro di poesie (pare sia un genere letterario la mescolanza di prosa e poesia,non so)e di un libro di poesia raramente ho sentito parlare.

  3. Marco says:

    Devo dire che non sono d’accordo con il punto di vista di Gianfranco. Per quel che riguarda il dialetto, la scelta è giustificata dal modo di esprimersi della madre dell’autrice durante le varie fasi di lucidità e di crisi, in modo che ci sia parallelismo tra l’espressione linguistica e la situazione narrata (cosa spiegata nell’introduzione). Inoltre i testi in triestino non sono riportati unicamente in dialetto, ma anche in italiano, volendo quindi rappresentare gli eventi con quello che è un espediente letterario senza però precludere la possibilità di capire a chi non conosca il dialetto giuliano. Altro punto su cui non sono affatto d’accordo è l’autocommiserazione, che secondo me nel libro manca totalmente. Al contrario ci sono delicatezza e serenità (forse è questo che non ci si aspetta, è questo che spiazza…) nel raccontare attraverso le emozioni di una figlia adolescente (e affetta da bulimia, come si capisce dal testo), una situazione come quella. Il racconto viene fatto da chi ha vissuto tutto, lo ha superato, interiorizzato, ed è si un punto di vista diretto e come tale va interpretato: non si può certo chiedere a chi ha affrontato queste esperienze dal punto di vista del malato o del parente di raccontarle dalla prospettiva del medico o dell’infermiera…E comunque non mi sembra ci siano attacchi al sistema ospedaliero, perchè a mio avviso il testo è un racconto emozionale e non si pone l’obiettivo di aprire un dibattito nè di glorificare o demolire le metodiche in uso o le persone che lavorano nell’ambiente.
    Concludo questa mia replica affermando che non so se questo libro abbia le ali o meno, e non spetta a me dirlo, ma posso dire che mi ha toccato, mi ha commosso e sconvolto al tempo stesso e infine mi ha fatto aprire gli occhi a cose che forse non avrei mai conosciuto, e lo ha fatto senza rabbia o autocommiserazione, ma raccontando le emozioni di quei giorno, in cui i fatti si sono svolti.

  4. serena says:

    ps. credo che Antonia del Sambro sia una critica letteraria e non un’ operatrice.

  5. Alessandro says:

    Ho letto l’intervento di Gianfranco e ne sono perplesso.Ne sono perplesso perchè sembra che lui parli da operatore stipendiato che si sente toccato ed attaccato da questo libro.

    Ho letto il libro appena uscito. Mi interessava. Mi interessavano sia l’argomento, sia il modo con cui l’autrice l’ha affrontato.

    Trovo sia proprio questa, la bellezza e la genialità del libro. L’autrice è riuscita a portare un po’ di sapere in piu’ su un argomento tanto dibattuto quanto poco conosciuto per i non addetti ai lavori.
    Non ho letto autotocommiserazione nel libro, ma sfogo.
    Non ho letto presa di posizione, ma semplice espressione di un’esperienza drammatica e dolorosa, che oltre ad avvicinare (e quindi fare cultura) ai non addetti ai lavori, di certo avvicinerà altri malati, alre famiglie.
    Credo anche che molti medici lo appoggeranno e lo divulgheranno alle famiglie dei malati.
    Un malato è solo. Il famigliare di un malato è altrettanto solo, ma forse in forma ancora piu’ straziante.
    Questo libro lenira’ il dolore di molti ed aiutera’ a condividere, a parlare, a raccontarsi.
    Dove c’è condivisione c’è speranza.
    La Grubissa ha condiviso, con estremo coraggio e con estrema dignita’, la sua esperienza. Non l’ha strumentalizzata per spiccare il volo. Ha fatto arte, ha fatto cultura. Ha fatto divulgazione.
    La scelta del dialetto? La trovo vincente. Condivido sul fatto che possa allontanare un non triestino, ma per ovviare a questo c’è la traduzione.

    Trovo infine che, al di là dell’argomento, il libro abbia un alto valore letterario ed anche di quello si dovrebbe discutere.

    Vi è una metrica nascosta in ogni verso, una metrica misurata e studiata, sillaba per sillaba.
    Il libro, a livello letterario, ha la struttura di un poema.

    In Son Stufadiza io vi ho letto del genio.
    E gia’ si parla di film.

    Alessandro (g. free-lance)

  6. antonia d says:

    Nel libro di Barbara manca l’autocommiserazione, il dialetto che parla è a tutti gli effetti una lingua e romanzi e libri scritti con mescolanze tra lingue ne esistono a centinaia, basti pensare alla cultura spanola/catalana; ebraica/yddisch; arabo/moresca ecc…
    La giovane età dell’autrice non le impedisce e non le vieta di riportare in carta una esperienza personale e dolorosa e di esorcizzarla di rimando. La scelta di parlare di cose così personali allora andrebbe imputata anche agli striggimenti petrarchesci e leopardiani e alle epistole di Emily Dikinson…insomma signor Gianfranco le sue osservazioni mi sembrano prestestuose per accusare Barbara di altro e non il libro in sè. Infine, per quello che attiene al rapporto e alle simpatie tra persone mi permetta di farle notare che il lavoro di Barbara è piaciuto a molte persone e ha avuto tanti commenti positi e lusinghieri. Tutti amici??? Mah!!!

  7. Toni says:

    Rispondo a Gianfranco.

    Sai mettere bene insieme gli argomenti Gianfranco, ma il veleno rimane veleno, anche se spalmato abilmente con un guanto bianco, quel guanto bianco che, fra le altre cose, rimproveri all’autrice di non aver usato nel libro.

    Senza entrare nel merito del valore artistico, mi limito alle critiche fatte all’impostazione data al volume.

    - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – -

    ” La scelta del dialetto in primo luogo la trovo errata, pregiudica la lettura ai non triestini perchè va a estremizzare la personalizzazione della vicenda allontanando il lettore non triestino dall’autrice. ”

    - 1 vi è la traduzione
    - 2 è una vicenda personale, c’è poco da estremizzare e certo non lo si fa usando una lingua o l’altra

    ————————————–

    ” Trovo anche abbastanza di cattivo gusto portare in un libro esperienze tanto personali in prima persona ”

    Le librerie sono piene di libri di nonne papere che insegnano la ricetta della loro torta di mele e di melisse P che vogliono sbalordire hard.
    C’è chi ha invece il coraggio di mettersi a nudo. Poi ognuno è libero di scegliere cosa leggere ( e che la maggior parte scelga le nonne papere e le melisse P la dice lunga su come siamo messi )

    ———————————

    ” avrei preferito un atteggiamento meno diretto che non avrebbe snaturato il dolore provato ma avrebbe tolto quell’alone di auto commiserazione che pervade il libro come a volersi ergere sul dolore per emergere invece che raccontarlo per condividere un’asperienza ”

    - Irrispettoso e infamante

    ————————————-

    ” Probabilmente la giovane età dell’autrice l’ha portata a credere d’aver vissuto un’esperienza unica ma così non è e chi ha frequentato gli ospedali psichiatrici (come nel mio caso) sa che la vita dentro quelle mura andavano osservate anche con gli occhi di chi ci lavora e non solo con quelli dei pazienti o dei loro parenti.”

    -È un libro personale, non un trattato a più voci.
    E lo strazio di chi è malato esiste anche al di fuori di quelle mura.

    —————————————

    ” leggerei più serenamente delle recensioni meno di parte, da cui trapela se non un’amicizia tra le parti quanto meno una stima ingiustificata.
    Tutti pareri personali ovviamente.

    - E non bastasse il resto, a me di parte pare questa tua, subdola o invidiosa, chiusura.

  8. Walter says:

    Anch’io ho letto l’intervento di Gianfranco e anch’io ne sono rimasto perplesso, fermo restando che chiunque pubblichi un’opera è ben consapevole del fatto che il destino di quanto ha pubblicato è di far arrivare (o non far arrivare) il proprio messaggio in modi tanto diversi quanti sono i lettori. Quanto al codice linguistico trovo invece coraggioso lo sforzo di scrivere in triestino (anche qui un dialetto personale, probabilmente un altro autore triestino al suo posto avrebbe usato altri sinonimi,altro gergo,quindi scelta ancor più personale) e trovo intrigante la non piena aderenza delle versioni dialettale e italiana, perchè ci invita a cogliere specularmente fra le righe la completezza del significato.
    Quanto al limite del dialetto (relativo, posto che una traduzione a fronte c’è) ci sono precedenti illustri( non credo che “Creuza de ma” avrebbe avuto lo stesso sapore se fosse stato cantato in italiano) e troviamo motivate a dovere le personali scelte linguistiche sin dall’introduzione, ragion per cui rinunciare al dialetto significherebbe con tutta probabilità snaturare l’idea e la struttura di base.
    Non credo si possa fare all’autrice un biasimo della prospettiva con la quale il libro è stato scritto, se desideriamo altre prospettive sull’argomento forse dovremmo cercarle altrove,il libro vuole essere anche uno sprone al dibattito e non ha certo la pretesa di esaurire lo scibile sull’argomento;anzi il fatto che se ne parli già di per sé dovrebbe costituire motivo di gratitudine da parte di chi conosce o opera nel settore.
    Quanto all’autocommiserazione mi sembra il libro sia quanto di più lontano da qualcosa di simile, la sua forza anzi sta nel tenersene appunto ben lontano, lasciando al lettore il compito di sentire a sua volta il pugno nello stomaco.
    Innegabilmente alcuni avrebbero scelto di scriverlo altrimenti, altri di non scriverlo affatto,(bella scoperta, questo si potrebbe dire di qualsiasi frutto della creatività umana…) l’importante è che Barbara scegliendo di scriverlo ci abbia dato qualcosa che, piaccia o non piaccia,(a me è piaciuto ma questo è ininfluente), difficilmente può lasciarci indifferenti.

  9. Paola says:

    Mi si lasci dire che trovo il commento di Gianfranco assolutamente fuori luogo. Dal suo commento deduco una lettura solo parziale del libro; parziale ed infarcita di pregiudizi (è giovane, va seguita meglio, et similia). Dove mai si legge autocommiserazione tra le pagine di questo libro? Si legge, anzi, lucidità: fredda, apparentemente innaturale, inaspettata, ma sempre presente. Accusare l’autrice Barbara Grubissa di aver strumentalizzato il suo stesso dolore, quando invece ha parlato senza falsa retorica di una problematica così delicata e piena di tabù, è quanto meno un controsenso, prima ancora di essere un’azione deplorevole. Senza contare che la scelta del dialetto, oltre ad essere un elemento a mio modo di vedere vincente, è anche funzionale alla storia vissuta e raccontata (quindi condivisa): basta leggere per intero il libro per accorgersene, come basta leggere per intero il libro per accorgersi che, accanto al testo in dialetto, c’è la traduzione in italiano.
    A questo punto mi chiedo se il giudizio del signor Gianfranco è dettato da una lettura superficiale o dalla reazione scatenata dall’essersi sentito toccare, nella lettura, qualche tasto “sensibile”…
    Chiedo scusa per essere stata pungente, ma avendo letto quel commento tanto sussiegoso, qualche sospetto mi è venuto (e, noto, non solo a me).

  10. Alessandro says:

    Bellissimo intervento, Toni.
    Condivido in toto.

  11. Sandra says:

    Ho letto questo libro in meno di due ore. E pur non volendo, ne ho piante altre quattro.
    Detto ciò, penso che Barbara Grubissa abbia scritto qualcosa di eccezionale. Eccezionale nel presentare personaggi della storia che in realtà sono e sono state persone, persone che hanno subito cambiamenti, che hanno sperimentato una delle forme più tragiche della vita.
    E il valore letterario di cui parlava prima Alessandro, con cui concordo, la Poesia, ha dato a queste esperienze una forza emotiva, una capacità di colpirmi il cuore e il cervello, enorme. Come un punteruolo sulla nuca e un abbraccio di velluto.
    Non sono in grado di recensire un libro, non ho le capacità per dire cosa andava scritto e cosa no, e credo che ognuno sia libero di pensare ciò che vuole e di scegliere cosa apprezzare e cosa no (facendo attenzione a non offendere chi pensa il contrario).

    Però posso dire che Son Stufadiza mi ha incantato, ha creato un equilibrio perfetto durante la lettura, mi son sentita cadere e sollevare fino alla fine. E l’ho lasciato con una sorta di malinconia serena quando l’ho terminato. Sapete, come quando si piange per qualcosa e con gli occhi gonfi ci si sente pesti ma sollevati, si sente che le cose si sistemano, passano e tutto andrà meglio.
    Questo libro non voleva essere una critica. Non voleva essere la cronaca lacrimevole di una vita. E la Grubissa è stata magnifica nel rendere ciò che ha vissuto una storia di dignità, di coraggio, di dolcezza, d’amore.

    In mezzo a tanti testi che leggo e di cui poi mi dimentico in fretta, questo libro me lo porto dentro, come una magia che mi stringe l’anima quando ci penso, e mi rende felice, perchè mi capita raramente di essere scossa. E sempre in equilibrio, tra schiaffo e carezza.

  12. antonella sgubbi says:

    non sono una grande lettrice di libri,forse in tutta la mia vita ne avrò letti 2 o 3,ma il libro di Barbara me lo sono letta tutto dun fiato.Secondo me è un libro profondo,puro scritto da una persona che nella sua vita ha sofferto e ha dovuto diventare grande da un giorno all’altro per sopravvivere.Criticarla non è giusto,pochi hanno il coraggio di raccontarsi così.Io leggo più volentieri un libro così che un libro noioso fatto di paragrafi lunghi e smielosi.

  13. Luca says:

    - Il quadro che ci dipinge Barbara è fatto di colori, ai molti, piuttosto sconosciuti. Io stesso, prima di leggere il piccolo e commuovente libro, non ero al corrente di cosa fosse la psicosi bipolare e di come il T.S.O. con la sua selvaggia prassi, incorniciasse tutto quanto.
    - Il mio parere personale va ben lontano dalla -comunque rispettabile- modesta opinione di Gianfranco.
    - La forma con cui un’ artista decide di esprimersi è frutto di una profonda analisi interiore e l’ intelligenza del lettore sta proprio nel fatto di saper cogliere il messaggio anche se non è scritto con una struttura a lui nota.
    - L’ intensa e privata visceralità con cui si rivolge a se stessa e alla madre attraverso il dialetto, fa sentire quanto le disperate sensazioni e personali esperienze di un’ adolescente siano forti e vere. Ben lungi dall’ autocommiserarsi.
    - Certamente è molto difficile accontentare tutti, sopratutto gli addetti ai lavori, che dopo aver letto il libro, non trovano tra le righe la loro personale e giusta analisi.
    - Penso inoltre che l’ opera dell’ emergente Barbara non abbia la pretesa di avere ali di falco, di jet o di astronave. Il racconto della sua adolescenza vola dritto al cuore delle persone che sanno ancora riconoscere quando le emozioni sono autentiche e meritevoli di pubblicazione, anche se in una forma grammaticale insolita.
    - Concludo infine, citando Gianfranco, che da un così buon italiano scritto, come quello da lui usato nella stesura della sua opinione… SINCERAMENTE SPERAVO IN QUALCOSA DI DIVERSO…

  14. serena says:

    hai ragione Luca…. e poi, anche “l’estremizzazione del dialetto triestino” di cui dice gianfranco sembra un attacco non tanto al dialetto ma al luogo, alla filosofia di libertà che ispira il libro..
    la casa editrice, poi, è di Udine.
    Ci sono tanti poeti dialettali, ogni volta dobbiamo metterci a fare questioni sulla loro leggibilità?

  15. Marinella says:

    Ho letto il libro di Barbara Grubissa in circa due ore, la sera stessa della sua presentazione. Non disponendo di un’accurata conoscenza del dialetto triestino, mi sono avvalsa della traduzione italiana per comprendere e assaporare il testo nella sua profondità. Nonostante ciò ho trovato geniale l’utilizzo del dialetto (che per i triestini è una vera e propria lingua)per trasmettere determinate emozioni provate dall’autrice e dalla madre della stessa.
    Per quanto riguarda la critica secondo la quale l’autrice avrebbe dovuto raccontare la sua vicenda da un punto di vista più oggettivo, beh, direi che l’autrice ci ha permesso di entrare nel suo mondo, concedendoci un momento di condivisione intima, come quando un caro amico ci guarda con gli occhi pieni di lacrime e ci racconta un suo segreto…
    Marinella

  16. marzia says:

    Mi sembra persino troppo ovvio dire che l’autrice racconta la sua storia in modo personale perchè è ,in effetti,un’esperienza del tutto personale,vissuta,sentita e raccontata in modo personale.Non conoscevo la stroria di Barbara prima di leggere il suo libro e posso dire che ,sin dalle prime righe, ho percepito subito una forte empatia e questo ,per me ,significa che l’autrice è riuscita a dare a noi lettori la chiave giusta per entrare nel suo vissuto,ma forse non tutti sono capaci di aprire quella porta..pazienza..ognuno ha i propri limiti.Per quanto riguarda il dialetto,che ne dite di uno a caso come Trilussa?Non è stato forse un magnifico poeta dialettale?non sono romana ma l’ho comunque amato;ogni idea pensiero,esperienza,sentimento,arriva a chi lo vuol sentire, ascoltare, immaginare,percepire sia scritto in qualsiasi lingua o diletto.
    Marzia

  17. serena says:

    Marinella dice bene: non è oggettivo. racconta l’emozine di fronte a degli eventi, senza giudizi, senza schemi. ma io credo che il vissuto di un paziente e di sua figlia è il fondamento del lavoro di un operatore. si parla di esistenze.nel libro ci sono solo figlia e madre e le poche volte che vengono introdotti i medici, essi dialogano, spiegano, tentano di capire. Ma in primo luogo c’è la soggettività dell’autrice e della madre. Forse è vero che si innalza sul dolore: lo attraversa e lo scavalca, va oltre…guarisce.

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