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TOGLIETEMI GLI SPECCHI


Toglietemi gli specchi di Mario Scippa è una specie di gioco a incastro, una storia di una storia.
Il personaggio principale è come se si sdoppiasse: da un lato nella figura dell'autore Alberto Sarti, che ha un suo vissuto che decanta verso l'espressione e il trionfo delle sue idee ma altrettanto verso il disastro della sua vita e il suo personaggio principale; e dall'altro del protagonista, del romanzo che Alberto sta scrivendo, Mario, che insegue, contemporaneo vagabondo della grande città, uomo-senza–casa una possibile idea di bellezza e felicità. Questa la radice della macchina narrativa che Scippa costruisce.
L'incastro delle storie è un pretesto, per Scippa, che gli permette di aprirsi ad argomenti che spaziano dalla ricerca e definizione della bellezza alla passione politica, dall'impegno culturale necessario per proteggere la bellezza costruita, quella dell'arte, all'arroganza degli uomini perduti appresso alle loro passioni e le loro miserie, all'accumulazione e al profitto.
In sintesi si tratta di un bel libro. Da leggere, per l'appunto, gustandone i temi e le derive che sistematicamente aprono il testo in un susseguirsi di diramazioni e biforcazioni ad "albero", come sapientemente il padre di una delle protagoniste femminili della storia, definisce l'arte.
L'opera d'arte, egli afferma, è come un albero sia sul piano simbolico, sia su quello strutturale. E Toglietemi gli specchi tiene fede a questo principio, seguendo le derive di tanti discorsi paralleli, i Fujenti, Nunziatina l'amante innocente di Mario bambino, il teatro della Fenice che brucia e la nascita dalle proprie ceneri, le figure appassionate e sensuali del tango, Don Mario e il suo candido vestito che passeggia per il vicolo della Sanità, le figure contorte della grande metropoli, l'abbrutimento dei boss di camorra, i paesaggi urbani della grande periferia industriale svuotata di significato e funzioni, i vicoli stretti dove si rincorrono le voci femminili e i richiami, i rituali antichi e le moderne assurdità e soprattutto Napoli intesa come complessa sinfonia di migliaia di voci che intonano canti e preghiere perdute nel tempo. Tante storie parallele, quanti sono i rami e le foglie di una grandissima quercia secolare su cui riflettere. Con un principio categorico da seguire. Quello che "La bellezza salverà il mondo".
Per il lettore che non lo ricordasse è obbligo specificare il personaggio che fa suo il principio che questo mondo può essere salvato solo dalla bellezza. Si tratta del principe Myskin, protagonista de L'idiota di Fedor Dostoewskij.
Dostoewskij credette fermamente in questo imperativo categorico. Almeno in una certa fase della sua complessa, tormentata e assolutamente contraddittoria vita. La critica successiva non fu tutta d'accordo. Si divise. Alcuni vollero anteporre a questo principio quello della supremazia della storia e dell'impegno civile e preferirono Tolstoi all'autore dei Fratelli Karamazoff. Altri si schierano sul fronte opposto, con il principe.
La questione è ancora tutta aperta e vitale. Ognuno faccia la sua scelta, leggendo le tesi interessanti che vengono proposte in Toglietemi gli specchi. Da leggere.
Giacomo Ricci

Editore:
ANTICHITA' SCIPPA arteecultura

Genere: ROMANZO

Estratto:
Don Michele Savarese, quel giorno in quel luogo, era dentro un cerchio vuoto e muto per gli altri ma non per lui. Quel cerchio per lui conteneva uno spazio che urlava, che cantava, che è saturo di bellezza, lui era perfettamente al centro di quel cerchio, equidistante da ogni suo limite. Provava solo piacere, fisico e intellettuale. Piacere puro, era sicuro di aver isolato una forma bella dal caos del divenire.
Mentre l'antiquario si interrogava su quel momento dello scatto il fotografo continuava a raccontare cosa decise di fare dopo quella scoperta.
-Stampai quella immagine falsan­do quello che avevo visto, per dargli una immediata lettura. Sì! per la prima volta nella mia vita falsai quello che avevo visto: la stampai riponendo il negativo al contra­rio, quindi l'immagine finale aveva una lettura riflessa della realtà, non rappresentava la realtà così come l'avevo io vissuta, ma solo la sua immagine speculare, con una lettura da sinistra verso destra. Dio mi perdoni, ma volevo che tutti leggessero subito quell'evento eccezionale.-
Non riusciva a stare fermo un minuto di seguito. Si spostava continuamente mentre parlava, movimenti lenti, silenziosi, si avvicinò allo scaffale, dove poco prima indicò che aveva quel tempo riposto le foto, prese un libro. Un libro che ormai sembrava un oggetto, che da tempo dormiva e aspettava. In genere un libro è l'estensione dell'immaginazione, della memoria, ma in quel caso era forse l'unica cosa certa che egli conosceva del proprio passato.
All'improvviso, quando Maurizio riconobbe il libro, le pareti di quel gran salone era come se si stessero deformando intorno a lui. La sua mente incominciò ad isolarsi, il suo essere deformava tutto intorno alui per fargli assumere una forma perfetta. Tutto intorno alui stava per diventare lentamente una forma circolare. Lui con quell'uomo vecchio e quel libro erano al centro di quella improbabile sfera. Soli, lontani dal mondo, allo stesso tempo al centro dell'universo.
Era un libro, come tanti, che quando giacciono sullo scaffale sono solo cose tra le altre cose. Un oggetto che dorme, aspetta, che non ha coscienza di sé fino a quando non incontra un lettore.
Era un libro bianco, aveva per co­pertina il ritratto dell'autore, in bianco e nero. Un libro di un famosissimo autore italiano, l'ultimo suo libro, lasciato incompiuto, un'opera non finita, aperta all'infinito. .........

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