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Un anno, un giorno



Questo romanzo analizza gli aspetti contrastanti dell'ambiente cinematografico della Roma degli anni ‘90..I suoi personaggi ne sono condizionati in modo determinante e spesso drammatico, reagendo ognuno con la forza interiore di cui è capace.
La loro fragilità esistenziale è solo un riflesso della crisi della società di quegli anni , che si è protratta fino ai nostri giorni con tutte le sue inquietudini.
E' questo un libro , dunque, che invita a riflettere sui problemi del nostro tempo ed a trovarne possibili soluzioni.


Roberta, dopo aver partecipato in parte di secondo piano in alcuni film, si era ritirata e viveva in piccolo borgo medioevale. Era felice. Il suo negozio di antiquariato andava bene , il medico Argot la corteggiava e la pittura l'appagava e la faceva stare bene.
Fino a quando non ricomparve nella sua vita Giovanni Astardi, il più grande amore della sua vita. Astardi era stato un grande attore di successo ma negli ultimi tempi le cose non gli andavano bene.Non lavorava quasi più e s'era ridotto a fare piccole pubblicità per delle televisioni locali. Parlarono delle loro esperienze, dei loro successi e dei loro amori. Astardi tornò a Roma,ormai solo, alla ricerca di un successo perduto mentre Roberta cercò di riprendersi da quella visita che l'aveva molto destabilizza e provata.
Fino a quando…
Un romanzo avvincente per passioni,amori,tradimenti da gustare fino all'ultima pagina.

Editore:
autoprodotto

Genere: narrativa

Estratto:
.1

Faceva caldo. Roberta si avvicinò alla finestra e l'aprì. Dopo aver osservato il panorama ritornò a sedersi sullo sgabello con l'intenzione di continuare a dipingere.La radio era accesa e la voce del presentatore invitava i radioascoltatori a telefonare.
Sentiva di non poter continuare a dipingere. Così si pulì le mani con uno straccio imbevuto di acqua ragia.
Restò in posizione di riposo con lo straccio fra le mani a guardare quello che aveva dipinto.
Ma il presentatore della radio locale non le dava tregua con quell'invito pressante di chiamare.
Telefonò.
Chiese di ascoltare "Sexy Sadie" dei Beatles.
Aspettò ,ma della sua canzone non sentì neanche una nota. Allora provò di nuovo a telefonare.
Il presentatore King fu evasivo,mentre Edwige si scusò per non essere in grado di esaudire quella sua richiesta perché non avevano nei loro archivi questo disco dei Beatles.
Per Roberta era un desiderio mancato.
Imprecò, insultò,umiliò Edwige e la sua radio.
Lei aveva "il bianco", l'album che conteneva il brano sexy sadie , e non sopportava che una radio non avesse alcuna copia.
Edwige fu paziente, anzi chiese a Roberta di registrare su una cassetta alcuni brani dell'album bianco, e di portarla in radio.
Così anche gli altri ascoltatori avrebbero potuto gustare le musiche dei Beatles.
Roberta non rispose.Era troppo. Abbassò la cornetta con violenza.
Si tolse il camice bianco,e lo buttò lontano.
Bisognava aspettare
Pazientare.
Pensava alla proposta che quella stupida di Edwige aveva osato fare. Proprio ora con tutti i casini che gli giravano intorno, si metteva docile e buona a registrare le canzoni del bianco: trenta brani, un'ora abbondante d'impegno.
Troppo.
Lei ascoltava radio Mnemosin solo perché aveva poche interruzioni pubblicitarie, o anche perché il segnale giungeva forte e chiaro.
Roberta non era riuscita a calmarsi.Non era proprio il caso di dipingere, anche per via del caldo.
Si passò il fazzoletto sul collo sudato.
Avrebbe fatto bene a farsi una doccia, ma pensò che era meglio rimandare di un'ora.
Si versò del caffè freddo nella tazzina,poi andò a rilassarsi in giardino.
La sua casa era una villetta a due piani,situata sulle pendici della collina, poco distante dal borgo medioevale.
Sentì suonare alla porta, ma stava così bene che pensò fosse il campanello di qualcun altro.
Tentò di appisolarsi, ma il suono diventò così forte da non poterlo più ignorare.
Quando aprì la porta, rimase senza parole. Tutto si sarebbe aspettata che non quella visita così imprevista.
Giovanni Astardi sembrava stanco. Quando si mise a sedere sulla soffice poltrona del salone, si sentì completamente rilassato.
Roberta non aveva detto una parola. Erano passati un paio d'anni dal loro ultimo incontro.
"Vuoi bere? Ti porto della coca cola?"
"Sì, grazie. Una coca cola può andare bene ", rispose a voce bassa Giovanni.
Roberta gli versò la coca cola nel bicchiere e allungò la mano. Lo guardò negli occhi. Si sentì attraversare da un fremito
E ricordò quella prima volta che incrociò il suo sguardo...

Roberta aveva allora trentadue anni quando si presentò da lui per le prove; non era certo una ragazzina, né una che si trovasse a fare quel mestiere per caso. Non aveva avuto fortuna, o non aveva incontrato le persone giuste. Ma era un'attrice, una brava attrice.
Aveva avuto un periodo in cui lavorava molto, ed aveva partecipato anche a films importanti. Poteva ritenersi soddisfatta per quello che aveva fatto e se non era diventata una star di prima grandezza, era riuscita però a costruirsi una buona posizione economica.
Era seguito poi un lungo periodo di stasi, di non lavoro e di attese; sembrava che tutti si fossero dimenticato di lei.
Lavorare con Astardi era il massimo in quei tempi e la fortuna che aveva avuto nell'essere stata scelta , la facevano ipotizzare che non era proprio detto che dovesse per forza di cose continuare ad avere ruoli secondari.
La commedia era di ottima fattura ed Astardi era una garanzia di successo; avrebbe girato l'Italia e forse sarebbe arrivato anche il cinema.
Ed invece... ci fu qualcos'altro: l'amore, la passione.
...
"Stai bene?"
"Sì. Sto bene. Volevo vederti."
Lo guardò negli occhi e ricordò del loro amore. E pensare che era stata una leggerezza a porre fine al loro rapporto.
Un solo errore aveva commesso e fu tutto finito.

...

Roberta stava in casa a Roma.
Giovanni era via, fuori città; sarebbe ritornato il giorno dopo. Era un pomeriggio afoso e caldo d'agosto del 1984. La città s'era svuotata e lei non ricordava neppure per quale accidenti s'era trattenuta a Roma.
Stava lì nella vasca da bagno a lasciarsi refrigerare le ossa e la carne, quando sentì il telefono squillare. Non avrebbe voluto alzarsi, non avrebbe voluto rispondere, ma poteva essere Giovanni, poteva essere il suo amore; allora, a malavoglia si alzò dall'acqua. Non si asciugò.
Invece era Francesco, il suo ex fidanzato, il ballerino a cui era stata legata per più di due anni.
Che voleva?
Che chiedeva?
E per quale motivo se lo ritrovò a casa, lì, vicino a lei nel bagno, non se l'era mai spiegato, neanche ora.
Il lungo asciugamano le scivolò all'improvviso di dosso, Francesco le si accostò. Incominciò a toccarla. Roberta sentì la libidine sciogliersi in bocca.
Gli disse di smettere. Lo disse piano, lo disse come per dirgli di continuare, ma lui non l'ascoltò.
La tirò a sé e le mise le mani sui seni .
Lei ebbe un ultimo gesto di ribellione, ma Francesco la baciò forte.
Le piaceva, ci provava gusto .
Allora scivolò piano.
Lentamente.
Dolcemente.
Gli baciò prima il collo e poi giù, ancora più giù. Francesco, che stava appoggiato al muro, infilò le sue dita tra i suoi lunghi capelli neri. Li abbrancò e la tirò su fino a portare di nuovo le sue labbra a contatto con le sue.
Ora era pronta, ora la poteva prendere.
Riuscì a godere.
Roberta indossò l'accappatoio, si guardò allo specchio: era soddisfatta, era contenta, era felice per aver fatto l'amore.
Era stato quel caldo afoso.
Era stato il silenzio della città, e poi lei era sola, e poi era il mese d'agosto.
Era stato solo un attimo di follia, un'esigenza della carne, nulla più. Lei non lo amava, lei amava Giovanni.
Avrebbe dimenticato.
Giovanni venne a conoscenza del fatto. Lei non ricordava se fosse stato Francesco a dirglielo o glielo avesse confessato lei.
Non la perdonò, ma non la odiò.
Roberta, quando capì che non avrebbe più lavorato con lui, decise di smettere.
Giovanni tentò di farla desistere,ma non ci riuscì
"Oh, non darti pena. Non è tua la colpa.Sappi però che se un anno,un giorno non hai un porto tranquillo dove attraccare la barca della tua vita, io sarò lì ad aspettarti." gli aveva detto.
Si meravigliò dell'amore che Roberta gli portava. Non le chiese cosa avrebbe fatto e che progetti avesse, né il posto dove si sarebbe rifugiata. La pregò di chiamarlo, di telefonargli e di scrivergli, se voleva. Non lo avrebbe disturbato, anzi gli avrebbe fatto piacere. Ora la sentiva come un'amica. La confortò e le diede coraggio: in cuor suo temeva che, lasciata sola, potesse commettere qualche sciocchezza.
Roberta si dimostrò forte, decisa, risoluta; scoprì delle doti che prima non pensava di possedere. Si trovò padrona della sua vita. Nei primi tempi passava le giornate a girare per la città, a guardare le vetrine dei negozi e a visitare musei e gallerie d'arte. Incominciava a darsi qualche interesse. Comprò delle tele e dei pennelli. Si mise a dipingere, a buttare colori all'impazzata sulla tela bianca.
Andò a S. Pietro in Vincoli a vedere il genio di Michelangelo, a gustarsi il Mosé, a vedere le forme e la mano con le venature e l'imponenza di quella statua che aveva fatto gridare al suo creatore: parla!
Poi decise che doveva andar via da Roma. Scelse il luogo, comprò il terreno: lì sarebbe sorta la sua villa, lì sarebbe stato il luogo giusto per trascorrere il resto della sua vita. Era felice ed entusiasta, perché vedeva che giorno dopo giorno qualcosa di suo nasceva e prendeva forma; seguì passo dopo passo il proseguimento dei lavori per la costruzione della sua villa. Aveva fatto bene a scegliere quel luogo; lì a due passi dal borgo medievale.
Scoprì il piacere di alzarsi presto la mattina per andare in chiesa, nell'antica cattedrale. Il piacere di sentire il rumore dei suoi passi mentre camminava tra le strette e silenziose vie del borgo. Il piacere di sentire la pace quando stava seduta in preghiera in quella cattedrale.
Immaginava di vedere con i suoi occhi le donne del 1400 con i loro vestiti medioevali: chissà quanta gente era venuta in quel luogo?
Chi per pregare, chi per chiedere una grazia al Signore, chi per celebrare il suo matrimonio, chi per battezzare il figlio.
La gente del luogo in un primo tempo aveva diffidato di quella donna, così bella, così giovane che s'era intrufolata nella loro comunità.
Pensavano che dovesse avere un bel po' di peccati sulla coscienza da scontare per aver scelto un luogo così fuori mano; poi con il passare del tempo era riuscita a conquistarli: ora li conosceva tutti. Uno ad uno. E se qualcuno era chiamato dal Signore, tutti ne sentivano la perdita.
Quella persona faceva parte della loro vita; non come nelle grandi città, dove neanche conosci le persone che stanno sul tuo stesso pianerottolo, dove, magari, il tuo cadavere resta in parcheggio nella sala mortuaria per giorni, in attesa di un posto libero per la sepoltura.
Chiamava lei Giovanni, per sentire la sua voce, per sapere come se la passava; poi con il tempo la cosa si era affievolita. Lei, nel periodo di Natale e Pasqua, gli spediva sempre una cartolina sulla quale, per gioco, scriveva: "un anno, un giorno"
E lui le rispondeva: "un anno, un giorno. Non ora, non adesso."
Roberta non aveva avuto alcun uomo,ma i corteggiatori non le mancavano; poi, dopo tre anni da quando aveva preso la decisione di mollare tutto, un flirt con un maestro di pittura creativa; infine, verso i trentasette anni l'incontro con Andrea Argot, il medico della mutua.
Argot era il suo medico. Lei non ci andava mai, né aveva avuto la bontà di farsi conoscere quando lo scelse come medico. Aveva sempre rimandato di giorno in giorno; sapeva che non faceva bene ad agire così. Diceva sempre che lo avrebbe fatto quando si sarebbe sentita poco bene. Ma lei, per sua fortuna, aveva una salute di ferro. Pensava che fosse venuto per farle firmare qualche carta o per qualche stupidissima pratica burocratica.
"Finalmente ci conosciamo " disse Argot,quando si presentò a casa sua.
Gli piaceva quella donna.
Gli piaceva molto.
Il corteggiamento da parte del dottor Argot iniziò blandamente, quasi avesse timore di osare, di chiedere, di aspirare.
Iniziò a frequentare il negozio di souvenir ed antiquariato, che Roberta aveva aperto da un paio d'anni.
La prima cosa che acquistò fu un lume antico, poi alcuni quadri di Roberta.
Un pomeriggio approfittò dell'assenza della commessa del negozio per invitarla a cena.
Andrea non dispiaceva a Roberta;anzi, le era simpatico e provava, nascostamente, un po' di attrazione per lui.
Non era sicura al punto d'impegnarsi; non voleva illudersi, né illudere quell'uomo .
Telefonò a Giovanni che la consigliò e le fu vicino,poi quando venne a sapere che s'erano messi insieme, non poté far altro che congratularsi con lei, augurandole ogni bene.


Giovanni con il bicchiere in mano si avvicinò alla grande vetrata.Da lì si aveva una bella vista della città nuova.
Diede un'occhiata al grande salone ed osservò le cose, fino a fermarsi su di una foto di grosse dimensione.
C'erano tre donne nude, prese da dietro. Non si vedevano i loro volti.
Chiese chi erano le tre donne della foto.
"Questa,almeno,la dovresti conoscere bene ", disse Roberta, mostrando con un dito la donna al centro della foto.
"Sei tu! E già, mi sembrava una faccia... conosciuta..."
"Stronzo."
Astardi chiese chi fossero le altre due.
"Quella che sta alla mia sinistra è Giulia Bristol, l'altra è Eleonora Datti."
"Facce mai viste."
"Ancora!"
"Scusa. Belle, però. Tutte e tre. Oso? Ma, si! Siete tutte e tre bone."
"Eravamo giovani, allora.
"Ma questa Giulia Bristol è una straniera?"
"No.A quei tempi era di moda usare un nome straniero; faceva più presa sul pubblico. Eravamo nella stessa pensione; tutte e tre, decise, a qualunque prezzo, a sfondare nel mondo del cinema. Questa foto è stata scattata nel 1971 sul set di un film d'avventura in versione erotica. Come puoi intuire, stavamo insieme a tante altre. Tutte giovani e belle: una cinquantina. Ricordo ancora la voce del regista: spogliatele, mettetele nel cortile lì in mostra. Mostratele agli italiani. Godete popolo! Basta che andate al cinema a versare i soldi."
"Già, ricordo. Era un via vai di film a sfondo erotico. Ma questa Bristol mi ricorda qualcuno. Ne avrò sentito però parlare da qualche parte."
"L'avrai letto sul giornale. In cronaca nera."
Astardi la guardò con aria interrogativa,ma non parlò. Aspettò che fosse Roberta a spiegare.
"Giulia Bristol era la più bella, la più decisa. Quella che ci indicava sempre la via e il modo per arrivare all'obiettivo. Purtroppo per lei, incappò in qualcosa di losco e brutto, e s'incamminò in un tunnel buio e lungo."
"Droga?"
"Sì. Iniziò a prenderla ad una festa che un produttore aveva organizzato nella sua villa per il lancio di un nuovo film. Lei c'era andata perché le serviva conoscere gente; aveva portato anche noi due. Non abbiamo provato. Siamo state attente. Lei no."
"Testa di ponte", disse Giovanni, interrompendola.
"Cosa? Testa di ponte?"
"Certo. Giulia è stata per voi una testa di ponte. Come per l'esercito quando si deve cercare di sfondare una postazione nemica. Si mandano degli uomini decisi a tutto e con alto rischio di finire all'inferno. Se va bene, gli altri vanno in quella direzione ed hanno tutto ormai facilitato, se no, cambiano strada. In gergo militare si dice testa di ponte. Voi avete fatto lo stesso con lei.", precisò Giovanni.
"Forse. Era la nostra guida. Da quella sera non ci siamo più frequentate, anche se ci vedevamo ogni tanto. Giulia aveva lasciato la nostra pensione e s'era stabilita nella casa di un ricco commerciante di Roma, che diceva che voleva spendere i suoi soldi per farla diventare una star di prima grandezza. Abbiamo saputo poi che stava sul set a fare l'amore con uomini e donne ", disse Roberta un po' stizzita, lasciandosi cadere sulla poltrona.
"Film porno, immagino." sentenziò Astardi.
"No. Non subito. Si dava a tutti, a tutti quelli che le potevano garantire qualche parte. Partecipava a quei festini o feste di grossi magnati: in pratica, orge organizzate. La droga costa."
"La polverina bianca quanti danni fa! ", sbottò Giovanni, prendendo dalla tasca la sigaretta di filtro bianco.
"Ma non avevi smesso di fumare? ", chiese Roberta.
"Cosa? Ah, sì. Ho smesso per un paio di mesi; forse per provare a me stesso che avevo la volontà di combattere questo vizio. Una volta accertato che ci riuscivo benissimo, chi me lo faceva fare di restare senza sigarette? Tanto in qualsiasi momento posso buttarle dalla finestra."
Roberta si alzò; quella faccia di stizza, che aveva, pensando a Giulia, era sparita: era più calma e posata. Andò in cucina a prendere dei biscotti; prese una bottiglia d'acqua minerale, una bottiglia d'amaro e due bicchieri. Mise tutto su un vassoio, che appoggiò sul mobile basso.
Si versò l'acqua minerale effervescente; osservò le bollicine, che salivano dal fondo del bicchiere. Bevve tutto d'un fiato. Aveva la gola secca. Anche se parlare con Giovanni le aveva fatto dimenticare l'arsura .
Invece lui era concentrato a bruciare con profonde e lunghe tirate il tabacco della sigaretta.
Roberta alzò la cornetta del telefono ed ordinò una cena abbondante al ristorante "il cigno d'oro"; chiese il servizio a domicilio. Dopo aver fumato fino alla cicca, Giovanni versò nei bicchierini l'amaro e ne porse uno a Roberta; poi aspettò.
"Verso la fine degli anni 80, Giulia passò al porno. Tu non hai mai visto un film di Giulia?", chiese inaspettatamente Roberta.
Non si aspettava quella domanda, farfugliò qualcosa, poi, candidamente, ammise di aver visto un bel po' di film porno, forse in uno di questi poteva anche trovarsi Giulia.
"Io sì, io l'ho visto un film di Giulia. Ho visto come lavorava." fece una pausa, poi continuò." Non voglio farti un racconto particolareggiato di quello che faceva nel film. Voglio solo farti capire che si vedeva che quelle cose lei le faceva controvoglia. C'era un contrasto, un forte contrasto tra Giulia e la sua compagna di lavoro. Questa era più brava: faceva bene l'amore. Giulia... no, non ne era capace. Lei faceva all'amore in modo apatico, quasi in stato di costrizione."
"Spero, almeno, che abbia preso un bel po' di soldi."
"Sì. Ne ha presi di soldi. Ha fatto solo tre film porno. Poi, non so, penso che i produttori non abbiamo voluto rischiare più. E allora!... Senza soldi e con la droga che ti corrode l'anima, cosa fai?"
"Fai una bella rapina ", concluse Giovanni, accendendosi un'altra sigaretta.
"Non proprio. Furti e scippi. Fu presa. Condannata. Per fortuna ebbe la condizionale. Ma ormai era persa. La convinsi ad andare in un centro di disintossicazione, in una comunità terapeutica. Qualcosa di soldi glieli ho dati anch'io. La cura sembrò andare bene. Giulia ce la fece ad uscire dal tunnel della droga. Poi boom!
"Come... boom?"
"Un colpo di pistola al cervello. L'ha fatta finita: un attimo, un momento e boom."
Roberta ripeteva quest'ultima parola, tenendo entrambe le mani sulle guance e serrando le gambe in un gesto di stizza. Come se si trovasse lì, vicino Giulia, in quel preciso momento in cui la sua amica puntava la pistola alla tempia e premeva il grilletto.
"Mi dispiace. Non è andata bene. Mi dispiace ", disse Giovanni.
Per un paio di minuti nella stanza ci fu silenzio.Poi Roberta per allontanare quell'aria triste che s'era posata nell'aria gli chiese d'indovinare chi fosse l'altra.
"No. Eleonora Datti non mi dice proprio nulla."
"Sì, certo. Eleonora Datti non ti dice nulla, ma se ti dicessi che il suo nome è Natalia e che è francese, capiresti?"
"Dovresti darmi molti più dettagli per riuscire ad individuare questa tua compagna d'avventura ", disse, volgendo lo sguardo verso la foto. Cercava magari da qualche particolare del corpo di riuscire a capire chi fosse in realtà questa Eleonora Datti, francese con il nome di Natalia.
"Ebbene, mio caro Gianni, questa non è altro che Natalia Fenrò."
"La stilista!"
"Appunto, la stilista. Ha un impero ormai. A lei sì che è andata bene."
"Interessante, molto interessante. E dai! Raccontami qualcosa di quei tempi, di quando stava con voi. Qualche avventura piccante mai raccontata sui giornali."
"Ti piacerebbe, vero? Vuoi sapere se ha partecipato a qualche orgia, di sicuro?"
Giovanni sorrise.
" Mai. Nessuna orgia.", disse, risentita.
Era un po' scocciata da quello che frullava nella testa del suo ex.
Per Giovanni qualunque donna, che fosse riuscita a sfondare nella vita, doveva per un verso o per l'altro essere passata in chissà quanti letti.
"Senti, sono quasi le otto. Vado sopra a farmi una doccia. Tu, se vuoi, puoi accendere la televisione e vedere una bella partita di calcio; ce ne sono a iosa in questo periodo, o fare qualche altra cosa. Sei il padrone. A più tardi ", disse.
La sentì che saliva le scale; poi silenzio. Giovanni prese il telecomando.
Schiacciò un pulsante.
Lo schermo della televisione si schiarì, mostrando le immagini di un campo di calcio. Sentì il fischio dell'arbitro: la partita stava iniziando.

2

Roberta indossava un top ricamato di perline e una gonna di grisaglia, di colore verde scuro, che arrivava due dita sopra al ginocchio; aveva in mano la giacca di lino bianco.
Non le andava di rimanere chiusa in casa. Telefonò al "Cigno d'oro" e prenotò un tavolo annullando quanto aveva chiesto precedentemente.
Giovanni spense la televisione; pensava che dovevano uscire subito, ma Roberta disse di avere ancora una cosa da fare.
Si avvicinò alla parete attrezzata, dove aveva lo stereo, cercò tra una miriade di trentatre giri e, dopo una ricerca affannosa, riuscì a trovare il "bianco".
Ora il problema era trovare una cassetta nuova: voleva fare bella figura.
Aveva capito, mentre stava sotto la doccia, le difficoltà di quella piccola radio locale. Lei pensava che per ogni domanda ci doveva per forza essere una risposta certa e convincente; sapeva che non era sempre così.
Quelli, poveretti, a stento riuscivano a tirare avanti con la pubblicità per il salumiere e le pompe di benzina; non potevano avere una discografia completa ed aggiornata.
E lei s'era messa pure a fare la stronza. Sì, si sarebbe autopunita, autoflagellata: avrebbe registrato tutto "il bianco" e nei giorni seguenti forse anche i Pink Floyd.
Avrebbe conosciuto questa Edwige, avrebbe fatto qualcosa per radio " Mnemosin". Magari avrebbe preso qualche disco d'annata e lo avrebbe regalato alla radio. Si sentiva molto in colpa.
Dopo aver pulito il disco con un panno di lana lo mise sul piatto. Alzò il braccio del giradischi e delicatamente appoggiò la punta della testina sul disco.
Quando le prime note si levarono nell'aria, lei lo prese con una mano e lo trascinò sul divano.
"Ascolta!"
"Pensi che dovremmo ascoltare tutti brani. Non faremo tardi così?", chiese Giovanni.
"Ma certo che no! Certo che no! Sono i Beatles, mio caro. E' il mito che ti sta portando queste note. Registreremo solo la facciata A, circa venti minuti.-
Astardi non protestò.
Roberta avrebbe voluto dire che i Beatles s'erano separati quando ancora potevano stare insieme per chissà quanti altri anni. Eppure avevano smesso prima. Certo, c'erano state anche delle cause esterne, ma in sé la separazione era già in atto. Fermarsi in tempo, fermarsi quando sei tu a decidere e non sono gli altri a condizionare le tue scelte. Altri gruppi, forse meno famosi dei Beatles, ma ugualmente importanti nella storia del rock, avevano continuato a stare insieme.
La loro musica ora non suscita le stesse sensazioni degli anni passati.
Stavano per uscire, quando il telefono squillò.
Era Argot. Poche parole, poco tempo e un saluto per Giovanni.
Astardi stava per prendere la macchina, la Renault 4, ma Roberta gli disse che non serviva: sarebbero andati a piedi al ristorante "il cigno d'oro".
Non erano proprio vicino. Il locale si trovava all'interno del borgo e dovettero fare un bel po' di strada in salita.
Roberta sembrava abituata e non mostrò alcun segno di fatica, mentre Giovanni si sentì un po' stanco.

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